L’abuso del linguaggio conduce all’abuso di potere

Alleanza Cattolica 11 mesi fa
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John Paul Meenan, Cistianità n. 386 (2017)

 

L’abuso del linguaggio conduce all’abuso di potere

Nato in Scozia ma cresciuto in Canada, l’autore è Assistant Professor di Teologia presso la Our Lady Seat of Wisdom Academy di Barry’s Bay, nella provincia canadese dell’Ontario. È inoltre direttore di Catholic Insight (<https://­catholicinsight.com>), un portale il cui scopo dichiarato è quello «[…] di illuminare cuori e menti tramite la proclamazione dello splendore della verità e la santità della vita [nonché] di promuovere la cultura della vita informando con sincerità, spirito critico, e rispetto del contesto […] guidati da una visione culturale ispirata dalla dottrina cattolica e dalle arti liberali classiche. In un clima di relativismo morale e culturale, Catholic Insight sostiene in modo inequivocabile l’esistenza di assoluti morali come fonte di speranza». L’articolo Abuse of Language Leads to the Abuse of Power è apparso il 7-10-2016 sul periodico online Crisis Magazine. A Voice for the Faithful Catholic Laity ed è consultabile nel sito web <http://www.crisismagazine.com/2016/abuse-language-leads-abuse-power> (gl’indiriz­zi Internet dell’intero articolo sono stati consultati il 3-9-2017). Ne pubblichiamo il testo per gentile concessione del direttore del periodico. La traduzione, le inserzioni fra parentesi quadre e le note sono redazionali.

Il grande filosofo tomista Josef Pieper [1904-1997] scrisse negli anni Settanta un breve trattato dal titolo Abuso del linguaggio, abuso di potere sull’uso che i regimi totalitari fanno delle parole per ottenere il controllo sulle masse (1). L’opera di Pieper mi è tornata in mente quando ho letto che il governo canadese non intende più usare il termine ISIS per riferirsi all’ISIS (acronimo di «Stato Islamico dell’Iraq e della Siria», talvolta abbreviato in IS, semplicemente «Stato Islamico»), ma ricorrerà al più neutro «Daesh» al fine di evitare — dicono — di dipingere l’intero islam con il pennello sporco di sangue del terrorismo islamico. Per ironia della sorte, non solo Daesh è di fatto un acronimo in lingua araba che significa più o meno la stessa cosa di ISIS, ma i terroristi dell’ISIS hanno minacciato di tagliare la lingua a chiunque lo utilizzi (2).

Tutto ciò, naturalmente, solleva molti interrogativi. Uno — e non il meno rilevante — riguarda la relazione che intercorre fra islam e terrorismo. Portato alla sua logica conclusione, questo cambio di nomenclatura suggerisce che nessun atto terroristico possa, di per sé, essere definito «islamico», nemmeno se il terrorista lo confessasse tale con il suo ultimo respiro. In questo caso, quale sarebbe il significato da attribuire al grido «Allahu akbar»? Nessuno degli spargimenti di sangue compiuti in nome di Allah sarebbe veramente islamico? Chi di noi — e a che titolo — potrebbe escluderlo con certezza? Dovremmo anche rinunciare alla locuzione «radicalizzazione islamica», solo perché il primo dei vocaboli fra virgolette si riferisce a un «tornare alle radici»? Ma non è forse vero che, anche agli occhi dello storico più benevolo, le origini dell’islam sono effettivamente intrise di sangue e di carneficina? E comunque: può un cam­biamento di nome modificare questa realtà? No, certo. Nondimeno, un cambiamento di nome può cambiare la nostra «percezione» della realtà: la «realtà» dei nostri pensieri, delle nostre idee, delle nostre opinioni.

Questa non è la prima volta in cui un regime usa un linguaggio di stampo orwelliano per edulcorare il male: Adolf Hitler [1889-1945] utilizzava Lebensraum, «spazio vitale», per indicare il piccolo «soggiorno» da ritagliarsi in Europa centrale e da destinare ai «veri» tedeschi che la abitavano (3). Non vi è nulla di preoccupante in una moderata espansione da parte di ariani dagli occhi azzurri, vero? Inoltre, bisognava anche «depurare» la razza germanica dalle «impurità» fino ad arrivare alla «soluzione finale» (4).

La documentazione scritta pervenutaci relativa alle disposizioni di Hitler riguardo agli ebrei è scarsa: tutto fu fatto in segreto e nell’oscurità, perché, alla luce, la verità non può che manifestarsi. All’ingresso dei campi di lavoro, dove i detenuti non destinati immediatamente alle camere a gas erano costretti a lavorare fino allo stremo e alla morte, campeggiava la famigerata scritta in ferro battuto Arbeit macht frei, «il lavoro rende liberi», una parodia demoniaca delle parole di Nostro Signore secondo cui a rendere davvero liberi è invece la verità.

A essere pressoché imbattibili nell’utilizzo del bi-pensiero sono stati, però, i comunisti (5): «piani quinquennali», «liberare il lavoratore», «Partito del popolo», «uguaglianza per tutti», «nemici dello Stato». A proclamare tutte le menzogne nella loro forma ufficiale, peraltro, era la Pravda, l’organo del Partito Comunista dell’Unione Sovietica, che tutto faceva tranne che esprimere verità (6).

1. Attenti al totalitarismo soft!

I cosiddetti regimi totalitari «duri» sono in declino in termini di credibilità e di attrattiva, ma non lo sono altrettanto quelli soft, nei confronti dei quali bisogna restare in guardia: alterando subdolamente il nostro linguaggio e il significato dei suoi vocaboli, essi riescono a farsi strada nei nostri pensieri e nella nostra mentalità, come pure nel nostro governo, nelle scuole e nei loro portavoce fra i media.

Si rifletta su questo: il termine gay, che fino a tempi abbastanza recenti significava «felice» o «gaio», oggi si applica a un gruppo umano che abbraccia vizi contro natura capaci di farne tutto fuorché persone felici o gaie. Il termine queer ha subito una sorte analoga: usato un tempo come sinonimo di «bizzarro» o di «eccentrico», oggi lo si vede associato, come il termine gay, all’orgoglio (7). Sono veramente orgogliosi di essere gai? Se non ricordo male, anni fa un produttore di birra nostrano ne commercializzò una chiamata Pride Lager. Sull’etichetta vi era un triangolo rosa. Il prodotto mirava alla clientela omosessuale, ma non ebbe molto successo. Come potete immaginare, nessuno voleva esser visto con una di queste bottiglie in mano, quantomeno non al di fuori di un locale per gay.

Prendiamo ora in considerazione la parola gender o «genere». Il termine qualificava una volta esclusivamente oggetti inanimati — per le persone si usava la parola «sesso» — e poteva essere solo maschile o femminile. Oggi, del sesso, anzi — chiedo scusa — del genere, ci viene insegnata una nozione fluida; per di più ci dicono che i più abituali fra i vocaboli che utilizziamo sono gravidi di «connotazioni discriminatorie». Un tempo semplicemente maschi o femmine, siamo oggi invitati a scegliere il posto che preferiamo lungo uno spettro di chissà quanti — qualcuno dice addirittura infiniti (8) — possibili generi.

Da qui l’auspicio di non usare più l’onnicomprensivo e inclusivo «lui» o «il suo», ma i goffi e sgraziati «lui e lei», «lei o lui», quando non addirittura «lui/lei», per non parlare dei neo-pronomi neutri, bizzarri neologismi generati nell’aria asfittica del politicamente corretto e che saranno presto prescritti per legge (9). Un articolo recente del National Post mette in guardia contro l’interferenza dello Stato in questa «guerra di genere»; poi, però, dal pulpito morale nel quale i media ad ampia diffusione si sentono insediati, esorta il lettore a utilizzare in tutta franchezza qualunque pronome l’interlocutore desideri per sé (10). Ma i pronomi non hanno allora alcun significato oggettivo? Non hanno forse la funzione di esprimere una determinata realtà e non un’altra? Perché mai dovrei farmi complice della disordinata «fluidità» — o, come si dice oggi, della «disforia» — di genere di qualcun altro? (11).

Mi chiedo quanto tempo ancora ci vorrà prima che il monologo di Amleto e molte altre opere letterarie siano censurati o emendati: «Che ca­polavoro è l’uomo! E…, naturalmente, anche la donna, e i lui/lei… o si tratta di donni?… Vi è qualche uoma fra voi?» (12).

Durante il suo recente viaggio apostolico in Georgia, nel bel mezzo di un discorso rivolto a sacerdoti, religiosi e operatori pastorali, Papa Francesco ha ritenuto opportuno mettere in guardia l’uditorio: il matrimonio oggi ha un grande nemico, ed è la teoria del gender. «Oggi — ha spiegato il Pontefice c’è una guerra mondiale per distruggere il matrimonio. Oggi ci sono colonizzazioni ideologiche che distruggono, ma non si distrugge con le armi, si distrugge con le idee» (13). Da questa minaccia, pertanto, occorre difendersi.

2. L’illiberale primo ministro del Canada

Naturalmente, ove mai qualcuno pensasse di «difendersi», costui — oppure, d’accordo, costei — sarebbe accusato di bigottismo, di provare sentimenti di odio e di essere contro la libertà. A tal proposito, qui in Canada, il primo ministro Trudeau e i suoi sodali governano sotto il manto della parola «liberale» che deriva dal lemma latino liber, «libero» (14). Persino i cattolici eterodossi hanno fatto propria questa parola: si definiscono liberal, mentre chiamano noi, retrogradi cavernicoli, «conservatori» o «tradizionalisti» se non peggio (15). In verità, liberal di tal fatta sono tutto fuorché a favore della vera libertà.

Nella fattispecie, Trudeau e il parlamento hanno recentemente legalizzato l’eutanasia. Come attesta la sua etimologia greca, il significato letterale di tale parola è «buona morte», eu-thanatos. Chi non vorrebbe una buona morte, circondato dalla famiglia e con un sacerdote accanto che gli abbia impartito l’unzione degli infermi, in modo da consegnare l’anima all’eternità e raggiungere il Paradiso accompagnato da una schiera di angeli? Ma non è propriamente questo ciò che essi intendono per «buona morte»: tipicamente un operatore sanitario inietterà al paziente-vittima semi-compiacente una siringa piena di cloruro di potassio nel cuore della notte.

Trudeau ha anche chiarito che il suo governo sarà sempre e dovunque difensore del «diritto di scelta» della donna ovvero — traducendo — del diritto di uccidere il bambino che questa porta in grembo. In Canada, la situazione legislativa riguardante l’aborto è, per il momento, stazionaria. Non così in Polonia, dove peraltro già vige una delle leggi più restrittive al mondo. Qualche giorno fa, il parlamento polacco ha bocciato una proposta di legge che intendeva vietare la macabra procedura senza eccezioni. I legislatori sono stati condizionati da una massiccia manifestazione di donne che, presumibilmente educate nell’ignoranza, si sono messe in marcia per il loro «diritto» di scegliere ciò che è meglio per il proprio corpo (16).

Ebbene, che dire della parola pro-choice (letteralmente: «a favore della scelta»)? Come mai traduciamo mentalmente tale termine in «favorevole all’aborto legalizzato»? Eppure, non siamo forse tutti pro-choice nel­l’unico vero senso possibile della parola? Per riferirsi al libero arbitrio, sant’Agostino d’Ippona [354-430] utilizzava liberum arbitrium, espressione resa più fedelmente nella nostra lingua da «libera scelta» (17). Dopotutto, come giustamente osservava Agostino, non possiamo non volere il nostro fine ultimo — che è Dio — al quale tutti noi aneliamo per natura. Il reale ventaglio delle nostre scelte riguarda piuttosto i mezzi per raggiungere questo fine, e tali mezzi possono essere buoni o cattivi. Pertanto tutti, non ultimi i cattolici che hanno accesso alla pienezza della verità, sono «a favore della scelta». Solo che alcune scelte sono malvagie e ci conducono lontano dal nostro fine ultimo e dal bene comune della società.

Il santo Papa Giovanni Paolo II [1978-2005], nell’enciclica Evangelium vitae, si esprime in maniera ancora più energica quando definisce l’aborto e l’infanticidio «delitti abominevoli» (18). Non essendo in grado di trattare il tema in modo più chiaro ed eloquente di come lo abbia fatto lui, ricorro alla citazione diretta: «Ma oggi, nella coscienza di molti, la percezione della sua gravità è andata progressivamente oscurandosi. L’ac­cettazione dell’aborto nella mentalità, nel costume e nella stessa legge è segno eloquente di una pericolosissima crisi del senso morale, che diventa sempre più incapace di distinguere tra il bene e il male, persino quando è in gioco il diritto fondamentale alla vita. Di fronte a una così grave situazione, occorre più che mai il coraggio di guardare in faccia alla verità e di chiamare le cose con il loro nome, senza cedere a compromessi di comodo o alla tentazione di autoinganno. A tale proposito risuona categorico il rimprovero del Profeta: “Guai a coloro che chiamano bene il male e male il bene, che cambiano le tenebre in luce e la luce in tenebre” (Is 5,20). Proprio nel caso dell’aborto si registra la diffusione di una terminologia ambigua, come quella di “interruzione della gravidanza”, che tende a nasconderne la vera natura e ad attenuarne la gravità nell’o­pinione pubblica. Forse questo fenomeno linguistico è esso stesso sintomo di un disagio delle coscienze. Ma nessuna parola vale a cambiare la realtà delle cose: l’aborto procurato è l’uccisione deliberata e diretta, comunque venga attuata, di un essere umano nella fase iniziale della sua esistenza, compresa tra il concepimento e la nascita» (19).

3. È tempo di riappropriarci del nostro linguaggio

Alterando i vocaboli del nostro linguaggio, le potenze delle tenebre si sono rivelate più furbe dei figli della luce. Impadronendosi del comune e consueto significato delle parole, con un’astuta metodologia hanno alterato i pensieri e i concetti che ci mettono in relazione con le cose come sono e come non sono. Questo, a sua volta, è il modo in cui san Tommaso d’Aquino [1225-1274] definiva la verità: una conformità tra la realtà e la sua rappresentazione concettuale, l’«adequatio rei et intellectus», forgiata, costruita e custodita dal significato che attribuiamo alle parole usate per descriverla (20). Josef Pieper sostiene che i regimi totalitari riescono a mutare la nostra nozione di verità modificando il nostro uso del linguaggio. Non sono per forza i cannoni o i carri armati a renderci schiavi, ma l’ignoranza risultante dalla deformazione delle nostre parole e dei nostri pensieri. Noi — il mio pensiero va in particolare a quei nostri giovani che frequentano istituti scolastici controllati dallo Stato — ci stiamo tramutando in una nazione di zombie eterodiretti.

Chi mai mette più in relazione la parola gay con «gaio»? Se vi è chi lo fa è solo perché considera gli omosessuali dichiarati persone gioiose e felici, purtroppo circondate da bigotti rancorosi che vorrebbero privarli della fonte della loro gioia; proprio il modo in cui essi vengono spesso rappresentati nei film e nelle situation comedy.

Inoltre, se si esclude uno sparuto gruppo di estremisti anti-choice, chi più considera l’aborto un omicidio? Qualunque sia il tema della conversazione, il solo accennare all’argomento è considerato sempre di cattivo gusto. Con l’eutanasia — che l’asettica perifrasi «morte medicalmente assistita» rende più digeribile — assisteremo presto allo stesso fenomeno. Fino a poco tempo fa, l’aiutare qualcuno a morire era tradizionalmente considerato concorso in omicidio, che è un crimine federale; oggi non più, se la persona coinvolta è in una condizione di sofferenza «terminale» — ecco rispuntare vocaboli dal significato approssimativo — o «intollerabile», aggettivo dalla valenza ancor più ambigua e soggettiva del primo.

Qui navighiamo in acque sconosciute. Quando le nostre menti s’im­pantanano o si annebbiano, dobbiamo respirare l’aria pura della verità nel modo in cui usiamo le parole. Queste danno poi forma ai nostri pensieri che, a loro volta, influenzano le nostre azioni, nel bene e nel male.

Ecco alcuni consigli. Per una sana formazione della mente ci si rivolga innanzitutto a qualche dignitoso manuale di carattere introduttivo alla logica aristotelica; si passi, poi, a un po’ di filosofia e teologia scolastica, le cui caratteristiche principali sono la chiarezza e la precisione: si esprime con chiarezza ciò che si vuole intendere, scalpellando via ciò che non si vuole intendere. Fra le menti della Chiesa più portentose nell’in­segnare come si ragiona, vi è Tommaso d’Aquino, proposto dalla Chiesa come paradigma del metodo teologico e della sintesi tra fede e ragione. Egli è la fonte di gran parte della terminologia ormai consolidata in uso nella Chiesa — e nella nostra cultura.

Nell’enciclica Fides et Ratio del 1998, Giovanni Paolo II si è spinto fino a lodare Tommaso come «[…] autentico modello per quanti ricercano la verità. Nella sua riflessione, infatti, l’esigenza della ragione e la forza della fede hanno trovato la sintesi più alta che il pensiero abbia mai raggiunto, in quanto egli ha saputo difendere la radicale novità portata dalla Rivelazione senza mai umiliare il cammino proprio della ragione» (21). Si dice che la scrittrice statunitense Flannery O’Connor [1925-1964] leggesse ogni sera una pagina della Summa theologiae; un’abitu­di­ne, questa, decisamente da imitare.

Un passo ulteriore consiste nel leggere buoni libri, saggi, articoli, encicliche. Cercare parole nei dizionari, appurando significati ed etimolo­gie al fine di usarle correttamente, anche quando — anzi, soprattutto quando — farlo risulti politicamente scorretto.

Riappropriamoci del linguaggio, in modo che i nostri pensieri e i nostri ragionamenti possano essere chiari, puri, e… sì, coraggiosi nella verità come Cristo ci ha chiesto che siano, dimodoché il nostro parlare sia «“Sì, sì”, “No, no”» [Mt. 5,37]. Il di più sappiamo da chi proviene.

 

Note:

(1) Cfr. Josef Pieper, Missbrauch der Sprache, Missbrauch der Macht, Kösel-Verlag, Monaco di Baviera, 1974. Esiste un’edizione in lingua inglese del testo, dal titolo Abuse of Language-Abuse of Power, pubblicata dalla Ignatius Press di San Francisco (California) nel 1992.

(2)  La notizia è riportata, per esempio, su una pagina web del Breitbart News Network pubblicata il 7-9-2016 (cfr. <http://www.breitbart.com/national-security/2016/09/07/canadian-govt-will-no-longer-call-islamic-state-name>).

(3)  L’autore ricorre qui a un gioco di parole non immediatamente percepibile in lingua italiana. Lebensraum è in tedesco una parola che, letteralmente, potrebbe essere tradotta «stanza per vivere». In inglese corrisponde a living room, che è anche il nome dato alla stanza che, in una casa, funge da soggiorno o da salotto.

(4)  Endlösung der Judenfrage, «soluzione finale della questione ebraica», era l’eu­femismo utilizzato dalla dirigenza nazionalsocialista per riferirsi alle operazioni di deportazione e di successivo sterminio della popolazione ebraica residente nei territori controllati dalle forze armate tedesche nel corso della Seconda Guerra Mondiale (1939-1945).

(5)  Lo scrittore britannico Eric Arthur Blair (1903-1950), che si firmava con lo pseudonimo George Orwell, conia il vocabolo doublethink, «bipensiero» all’in­terno del suo romanzo 1984 [del 1948]. Il mondo descritto in tale opera anti-utopistica è diviso in tre blocchi, in ognuno dei quali vige un regime totalitario di stampo comunista. «Il bipensiero — spiega lo scrittore — implica la capacità di accogliere simultaneamente nella propria mente due opinioni tra loro contrastanti, accettandole entrambe. L’intellettuale di Partito sa in che modo vanno trattati i suoi ricordi. Sa quindi di essere impegnato in una manipolazione della realtà, e tuttavia la pratica del bipensiero fa sì che egli creda che la realtà non venga violata. Un simile procedimento deve essere conscio, altrimenti non potrebbe essere applicato con sufficiente precisione, ma al tempo stesso ha da essere inconscio, altrimenti produrrebbe una sensazione di falso e quindi un senso di colpa. Il bipensiero è l’anima del Socing [l’ideologia del Partito unico che controlla il blocco chiamato Oceania], perché l’azione fondamentale del Partito consiste nel fare uso di una forma consapevole di inganno, conservando al tempo stesso quella fermezza di intenti che si accompagna alla più totale sincerità. Raccontare deliberatamente menzogne e nello stesso tempo crederci davvero, dimenticare ogni atto che nel frattempo sia divenuto sconveniente e poi, una volta che ciò si renda di nuovo necessario, richiamarlo in vita dall’o­blio per tutto il tempo che serva, negare l’esistenza di una realtà oggettiva e al tempo stesso prendere atto di quella stessa realtà che si nega, tutto ciò è assolutamente indispensabile» (George Orwell, 1984, trad. it., Mondadori, Milano 2011, p. 178).

(6)  La parola russa Правда, «Pravda», significa appunto «verità».

(7)  Gay Pride e Queer Pride, letteralmente «orgoglio gay» e «orgoglio queer», sono manifestazioni di piazza durante le quali i partecipanti, quasi sempre al­l’insegna del cattivo gusto, esprimono appunto orgogliosamente il proprio orientamento omosessuale.

(8)  L’autore qui rimanda a una pagina del sito Quora che, ai suoi lettori, promette «la migliore risposta possibile a ogni domanda». La prima delle ventisei risposte pubblicate alla domanda «Quanti sessi o generi esistono?», innanzitutto distingue il sesso assegnato dal medico al momento della nascita dal sesso biologico e dal sesso fisiologico, poi dichiara che «il numero di possibili generi è infinito. Pur tuttavia, giacché gli esseri umani sono in numero finito, il numero effettivo di generi esistenti è certamente calcolabile» (<https://www.quora.com/How-many-genders-or-sexes-are-there>).

(9)  Nel testo originale, l’autore cita come esempio zhe, shi e zir. Il primo o il secondo sarebbero destinati a sostituire he e she («egli» ed «ella»), il terzo him e her («lui» e «lei» al complemento-oggetto).

(10)  Cfr. Chris Selley, Stop being a jerk over someone’s pronoun preference — they’re human beings, not issues, pubblicato sul portale National Post il 5-10-2016 (<http://news.nationalpost.com/full-comment/chris-selley-academic-freedom-should-be-protected-but-that-doesnt-mean-anyone-has-to-be-a-total-jerk>).

(11)  Soffre di «disforia di genere» chi, indipendentemente dal proprio orientamento sessuale, s’identifica in modo forte e persistente non nel proprio sesso biologico ma in quello opposto. Cfr. la definizione F64.2 dell’International Statistical Classification of Diseases and Related Health Problems 10th Revision consultabile alla pagina web <http://apps.who.int/classifications/icd10/browse/2010/en#/F64.2>.

(12)  Nel testo originale l’autore utilizza altri pronomi neutri che le comunità LGBT vorrebbero vedere inseriti a pieno titolo nella lingua inglese: er, womyn e humyn. Il passo dell’Amleto cui qui si allude è il seguente: «Che capolavoro è l’uomo, com’è nobile nella ragione, com’è infinito nelle sue facoltà, com’è preciso ammirevole nella forma e nel movimento, com’è simile a un angelo nell’a­zione, com’è simile a un dio nell’intendimento» (William Shakespeare [1564-1616], Amleto, trad. it. di Agostino Lombardo con testo originale a fronte, Feltrinelli, Milano 1995, p. 103).

(13)  Francesco, Discorso tenuto a Tbilisi rivolto a sacerdoti, religiosi, religiose, seminaristi e agenti di pastorale, del 1°-10-2016, nel sito web <https://w2.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2016/october/documents/papa-francesco_20161001_georgia-sacerdoti-religiosi.html>.

(14)  Justin Pierre James Trudeau, primo ministro canadese dal 4-11-2015, è anche leader del Liberal Party of Canada, un partito «centrista» le cui posizioni sui temi eticamente sensibili — aborto, unioni omosessuali, eutanasia, legalizzazio­ne della droga — sono pressoché indistinguibili da quelle del New Democratic Party, più a sinistra del Liberal Party solo quanto al tasso di socialismo delle politiche economiche che promuove.

(15)  Lo spettro semantico del vocabolo liberal nei Paesi di lingua anglosassone è ampiamente sovrapponibile a quello dei nostri «progressista» e «radicale».

(16)  La manifestazione è avvenuta il 3-10-2016, la votazione in parlamento tre giorni dopo. Cfr. Francesco Ognibene, Aborto in Polonia, il governo cambia idea, in Avvenire. Quotidiano di ispirazione cattolica, Milano 6-10-2016 (<http://www.avvenire.it/Vita/Pagine/polonia-cambia-idea-su-aborto.aspx>).

(17)  Cfr., per esempio, Franco De Capitani, Il «De libero arbitrio» di s. Agostino. Studio introduttivo, testo, traduzione e commento, Vita e pensiero, Milano 1987.

(18)  «Fra tutti i delitti che l’uomo può compiere contro la vita, l’aborto procurato presenta caratteristiche che lo rendono particolarmente grave e deprecabile. Il Concilio Vaticano II lo definisce, insieme all’infanticidio, “delitto abominevole”» (Giovanni Paolo II, Enciclica sul valore e l’inviolabilità della vita umana «Evangelium vitae», del 25-3-1995, n. 58). La citazione interna è tratta da Concilio Ecumenico Vaticano II, Costituzione pastorale «Gaudium et spes» sulla Chiesa nel mondo contemporaneo, del 7-12-1965, n. 51.

(19) Ibidem.

(20)  «Veritas est adequatio rei et intellectus» (Tommaso d’Aquino, De veritate, q. 1 a. 2).

(21)  San Giovanni Paolo II, Lettera enciclica «Fides et ratio» circa i rapporti tra fede e ragione, del 14-9-1998, n. 78.

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