L’«agenda per il futuro» del presidente Reagan

Massimo Introvigne 34 anni fa
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Massimo Introvigne, Cristianità n. 131 (1986)

 

I principali nodi della vita politico-sociale americana nell’analisi e nei propositi del primo magistrato degli Stati Uniti, rivelatori del clima morale della nazione nel presente momento storico.

 

Il discorso sullo «stato dell’unione» per il 1986

L’«agenda per il futuro» del presidente Reagan

 

1. Nella vita politica degli Stati Uniti l’annuale discorso presidenziale sullo «stato dell’Unione» rappresenta, da sempre, un momento privilegiato per comprendere il clima morale e sociale della nazione. Il discorso del 1986, ritardato al 4 febbraio con una «pausa di lutto» per onorare i morti della navicella spaziale Challenger, ha rappresentato – a detta di molti commentatori – anche qualche cosa di più: un manifesto e un riassunto degli ideali della Reagan revolution, presentata – ha notato Patrick J. Buchanan, direttore delle comunicazioni alla Casa Bianca – come un fenomeno che «affonda le sue radici in una rinascita religiosa» (1). Nel discorso del 4 febbraio 1986 Ronald Reagan ha affrontato essenzialmente tre temi: la politica fiscale, i problemi morali della nazione e i rapporti con il comunismo.

2. Dopo avere rivendicato i successi della sua politica economica – «nove milioni di nuovi posti di lavoro creati in tre anni», «l’inflazione caduta da oltre il 12 per cento nel 1980 a meno del 4 per cento oggi», «un possente fiume di opere buone, un record di 74 miliardi di dollari in offerte di carità nel solo anno trascorso» -, il presidente Reagan è ritornato sul problema principale dell’economia americana, che determina fra l’altro le oscillazioni spesso imprevedibili nei cambi del dollaro, cioè l’eccesso della spesa pubblica e lo straordinario deficit del bilancio federale (2). Per sopperire al deficit – ed è qui il principale punto di scontro con i suoi oppositori – Ronald Reagan non propone nuove tasse, ma ulteriori tagli alla spesa pubblica: «Non siamo di fronte a un largo deficit perché le famiglie americane sono tassate troppo poco, ma perché il governo federale spende troppo». Il presidente chiede quindi al Congresso nuovi tagli alle spese, se necessario con il meccanismo automatico fissato dalla nuova legge Gramm-Rudman (3), sulla base del principio generale che «il ruolo del governo non consiste nel controllarci, nel comandarci, nel limitarci, ma nell’aiutarci quando ne abbiamo bisogno». Se nella esposizione del principio, e nella denuncia dell’assistenzialismo – peraltro con le parole di Franklin Delano Roosevelt, il teorico del Welfare State – come un possibile «narcotico e sottile distruttore dello spirito umano», Ronald Reagan sembra riecheggiare le tesi dei teorici dello «Stato minimo» che hanno fornito la base filosofico-economica alla cosiddetta reaganomics (4), subito nel discorso emergono importanti precisazioni e limitazioni che sembrano mostrare un presidente meno «reaganiano» di certi suoi sostenitori. Premesso che «la famiglia e la comunità rimangono il centro morale della nostra società», il presidente precisa che i tagli alla spesa pubblica non escludono una azione «immediata» a favore delle famiglie veramente povere, purché si ricordi che «il successo dell’assistenza pubblica si giudica dal numero di quelli che dall’assistenza pubblica riescono a rendersi indipendenti».

In secondo luogo Ronald Reagan ammonisce che i tagli potranno difficilmente riguardare il bilancio militare che «non è solo una voce come le altre del budget», ma una necessità per cui si deve essere disponibili a fare sacrifici: «La minaccia che viene dalle forze sovietiche, convenzionali e strategiche, dalla corsa sovietica al dominio, dalla crescita dello spionaggio e del terrorismo di Stato rimane grande. Questa è la realtà. Chiudere gli occhi non fa sparire la realtà».

3. La difesa della famiglia non è soltanto un problema politico e fiscale. Con riferimento particolare alla crescente violenza sessuale contro i minori, il presidente esalta «le famiglie e le comunità che si uniscono per combattere la pornografia, le droghe e la criminalità, e per restituire ai loro figli l’infanzia sicura e innocente che meritano». Accennando ai problemi dell’aiuto finanziario alle scuole non statali e della preghiera nelle scuole – combattuti entrambi dalla opposizione liberal – Ronald Reagan elenca nella sua «agenda per il futuro» un rinnovato impegno per «buoni-scuola che diano ai genitori libertà di scelta; e dovremo restituire ai nostri ragazzi il loro diritto perduto a riconoscere Dio nelle aule scolastiche». Un altro punto – doloroso – nell’agenda del presidente è l’aborto: «Oggi vi una ferita nella nostra coscienza nazionale; l’America non sarà mai completamente sé stessa fintanto che il diritto alla vita garantito dal Creatore non sarà concesso ai non nati. Per il resto della mia presidenza farà tutto quello che posso perché questa ferita sia un giorno guarita».

4. Dai problemi interni degli Stati Uniti l’«agenda per il futuro» si volge, nell’ultima parte del discorso, alla politica internazionale e in particolare al comunismo. Il cosiddetto spirito di Ginevra non deve diventare, secondo Ronald Reagan, «ingenuità da bambini»: «le nostre divergenze con un sistema che proclama e pratica apertamente un presunto diritto a dominare la vita delle persone e a esportare la sua ideologia con la forza restano radicali e profonde». Dopo Ginevra si può forse sperare in un controllo negoziato degli armamenti, «ma il controllo degli armamenti non è un sostituto della pace. Sappiamo che la pace segue nella scia della libertà, e che il conflitto scoppia quando la libertà dei popoli viene negata». Con una retorica che gli è caratteristica il presidente si rivolge ai combattenti anticomunisti del mondo: «Noi vi diciamo questa sera: non siete soli, combattenti per la libertà. L’America sosterrà con un aiuto morale e materiale il vostro diritto non soltanto a combattere e morire per la libertà, ma a combattere e conquistare la libertà: in Afghanistan, in Angola, in Cambogia, in Nicaragua». E agli scienziati – ai fisici che «esplorando i regni infinitamente piccoli delle particelle subatomiche trovano riaffermazioni della fede religiosa», agli astronomi che «cercano di risalire fino al momento della creazione» – Ronald Reagan, dopo l’accenno polemico all’evoluzionismo anti-religioso, ricorda l’impegno per lo «scudo stellare», destinato a superare la fase atomica della guerra moderna.

5. Qual è la rilevanza per l’Europa del discorso sullo «stato dell’Unione» per il 1986? Le forze che nel vecchio continente si battono per una restaurazione di valori e di ideali, contro la «persecuzione fiscale» che indebolisce le famiglie, contro la pornografia, la droga, lo statalismo, l’aborto, per la libertà di educazione, per l’educazione religiosa nella scuola pubblica, per il sostegno alle «resistenze dimenticate» che lottano contro il comunismo, non possono non salutare con soddisfazione una «agenda per il futuro» così vicina alle loro preoccupazioni e che viene da un paese il cui ruolo, amato o meno, resta tuttavia cruciale per l’occidente. Senza entusiasmi ingenui, ma senza rifiuti di principio.

Contro un tale apprezzamento positivo possono venire – e vengono di solito formulate – tre diverse obiezioni. La prima riguarda la sincerità del presidente Reagan, i cui nobili propositi – che talora sono contraddetti dai fatti per esempio dalla scelta di collaboratori di tendenze dottrinali del tutto diverse – sono accusati di non essere altro che un abile tentativo di compiacere il pubblico cogliendo ed esprimendo – con l’esperienza del politico consumato – le «idee nell’aria» e le opinioni della maggioranza. A questa obiezione si può rispondere che, da un certo punto di osservazione, la sincerità personale di Ronald Reagan non è molto rilevante. L’interesse che presenta un discorso di questo genere sta proprio nella possibilità di cogliere lo «stato dell’Unione», cioè il clima morale e politico degli Stati Uniti in questo momento storico. Tanto meglio se questo clima è così forte da imporsi anche a un presidente reticente. E che sia il contrario – cioè che il presidente abbia cercato di imporre una sua visione a un’opinione pubblica riluttante a seguirlo – è escluso dai sondaggi di opinione subito eseguiti il 4 e 5 febbraio dalle principali reti televisive degli Stati Uniti, tutti largamente favorevoli al discorso di Ronald Reagan.

Si obietta, in secondo luogo, che spesso alle parole non sono seguiti i fatti: nonostante reiterate dichiarazioni presidenziali, l’aborto è ancora legale negli Stati Uniti, e i combattenti anticomunisti della Cambogia e dell’Afghanistan aspettano da tempo l’effettivo arrivo di aiuti per ora soltanto promessi. È vero, e si tratta di una circostanza che deve fare riflettere sul singolare fato e sulle reali forze che operano nelle democrazie moderne, dove ideali e politiche condivise sia dal potere esecutivo che dall’opinione pubblica nella sua maggioranza – e non solo «morale» – non riescono, nonostante tutto, a realizzarsi. 

In terzo luogo, alcuni avanzano l’obiezione che, dopo tutto, quello che accade negli Stati Uniti non è così importante per l’Europa, e anzi un’America forte e compatta rende l’Europa ancora più debole e dipendente. A prescindere dalle numerose critiche che si possono muovere a una simile prospettiva – per dire il meno cieca di fronte al fatto dell’imperialismo comunista e grettamente nazionalistica, anche se di un «nazionalismo continentale» – in ogni caso vale la pena di fare una osservazione. Per anni i mezzi di comunicazione di massa ci hanno presentato una certa immagine dell’America, cercando di convincerci che per essere «moderni» occorreva conformarsi alla american way of life in ciò che aveva di più «avanzato»: legalizzazione dell’aborto, permissivismo morale, tolleranza per la pornografia e per le droghe cosiddette «leggere» e così via. Oggi, mentre lo «stato dell’Unione» si presenta diverso dagli stereotipi di ieri, uno sguardo oltre Oceano può forse essere salutare per riprendere non tanto una situazione sociale ricca di tragedie nascoste e di drammi da non imitare, ma una mentalità e una lezione. Ci avevano fatto credere che la storia è un processo lineare verso sempre nuove «conquiste» irreversibili pianificate dai «progressisti»: dopo l’aborto non si torna indietro, ma si procede verso la libera droga e l’eutanasia, e così via, in uno scenario che doveva vedere i «conservatori» difendere pateticamente trincee sempre più arretrate. L’esempio degli Stati Uniti mostra che la mentalità può cambiare in una direzione diversa da quella prevista e programmata; che – per esempio – una opinione pubblica forse abortista può ritornare a essere antiabortista, e che è possibile un contrattacco degli ideali. Come nota nel suo discorso Ronald Reagan – con quello che è forse il semplice buon senso della frontiera, ma resta non di meno buon senso – «la storia non è prigioniera di qualche forza inevitabile. La storia è fatta da uomini e da donne dotati di ideali e di coraggio».

Massimo Introvigne

 

Note:

(1) «Tap Into» Religion, Buchanan Tells GOP, in Los Angeles Times, 5-2-1986, I/11.

(2) Cfr. il testo integrale del discorso ibid., I/10. Tutte le citazioni senza rimando sono tratte da questo documento.

(3) Poco dopo il discorso sullo «stato dell’Unione» un tribunale federale ha dichiarato incostituzionale la legge Gramm-Rudman. La decisione è oggetto di un ricorso alla Corte Suprema, in pendenza della quale i tagli automatici alla spesa pubblica continuano ad applicarsi. 

(4) Cfr., in argomento, il mio A proposito della ascesa del dollaro, in Cristianità, anno XIII, n. 119-20, marzo-aprile 1985.

 

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