Le biotecnologie fra “prometeismo” e bioetica

Alleanza Cattolica 21 anni fa
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GIOVANNI FORMICOLA, Cristianità n. 287-288 (1999)

 

 

1. Il carattere prometeico della modernità

Uno dei caratteri dell’epoca moderna — dando all’aggettivo “moderno” un senso più culturale che temporale, traducendolo perciò piuttosto con “mondano” che con “contemporaneo” — è senza dubbio il “prometeismo”. La nostra è un’epoca anche prometeica, cioè caratterizzata dalla diffusa volontà, e comunque dal plauso sociale allo sforzo di rubare il segreto del fuoco agli dei, perché essi non possano più dominare l’uomo approfittando della supremazia dovuta al possesso esclusivo di tale segreto.

Non a caso Karl Marx (1818-1883), uno dei massimi esponenti della modernità culturale e fino all’implosione del socialismo reale, forse, l’indiscusso “profeta” di essa, per il carattere conclusivamente e compiutamente “moderno” del suo pensiero, nella sua dissertazione di laurea cita il verso del poeta greco Eschilo (525-456 a.C.) in cui il titano Prometeo, che ha appunto rubato il fuoco agli dei per donarlo agli uomini, dichiara: “Insomma, io odio tutti gli dei” (1). “La confessione di Prometeo — commenta Marx — […] è la […] confessione [della filosofia], il suo verdetto contro tutti gli dèi celesti e terrestri che non riconoscono l’autocoscienza umana come la deità suprema” (2).

L’ispirazione prometeica di Marx — che qui è assunta come paradigmatica — ha altre manifestazioni, per esempio nel poema giovanile Menschenstolz, “Orgoglio umano”:

“Sdegnosamente, getterò il mio guanto
“In faccia al mondo
“E vedrò crollare questo gigante pigmeo
“La cui caduta non spegnerà il mio ardore.
“Poi come un Dio vittorioso andrò alla ventura
“Fra le rovine del mondo
“E, dando alle mie parole potenza di azione,
“Mi sentirò uguale al Creatore”
(3),

oppure nel saggio Per la critica della filosofia del diritto di Hegel. Introduzione, in cui si trova la frase, di derivazione feuerbachiana, […] l’uomo è per l’uomo l’essere supremo” (4).

 

2. Una cultura di morte

Nella Sacra Scrittura la tentazione cui cedono i progenitori del genere umano è descritta come trasgressione del divieto di mangiare il frutto dell’albero della scienza del bene e del male. Mangiandolo, essi sono convinti di diventare come Dio — “eritis sicut Dii” (5) — “conoscendo”, cioè pretendendo di poter decidere, cos’è il bene e cos’è il male.

Il “fuoco” della scienza del bene e del male, però, non è bastato all’uomo, che finora ha solo seguito l’esempio dei suoi progenitori. Infatti, pur facendosi fonte esclusiva e autonoma dell’etica, fino a teorizzarne il radicale relativismo, sembra proprio che Prometeo non sia stato ancora investito dal soffio della beatitudine divina, né, pur liberatosi dall’oppressione della legge di Dio, sia riuscito a trasformare il suo mondo in un paradiso. La nuova morale, individuale e sociale, non ha prodotto la società perfetta, non ha eliminato il male e la sofferenza dal mondo, né dal punto di vista fisico, né da quello spirituale. Anzi, sembra che le cose vadano peggio di sempre.

Infatti, il fuoco già rubato non basta — ma se a essere fallimentare fosse proprio il programma prometeico? —, e vien voglia di andare oltre. Vi è ancora fuoco da rubare. Non è la legge di Dio, la scienza del bene e del male, o almeno non è più solo quella ciò di cui l’uomo deve impadronirsi per farsi come Dio. Se non gli è bastato farsi dio-legislatore, egli ormai mira a detronizzarLo come Creatore. Gli vuol sottrarre il segreto della vita. L’uomo prometeico vuol farsi non più solo legislatore, ma creatore. Creatore, cioè signore oltre che del bene e del male, come legislatore, anche e soprattutto della vita e della morte.

Lungo questa strada, in realtà, il prometeismo moderno finora si è occupato più della morte, sostituendosi volentieri al Creatore nel darla. Così negli ultimi decenni Prometeo ha codificato o intende codificare la libertà di abortire, cioè di uccidere l’uomo non ancora nato; di drogarsi, cioè di “uccidersi a rate”; di suicidarsi e di assistere il suicida, con appositi manuali che hanno meritato il titolo di “dottor Morte” all’autore; di dare una “dolce morte” al malato o all’anziano; di sterminare nei campi di concentramento gl’individui nocivi, le classi nemiche, le razze inferiori, cioè uomini in carne e ossa ritenuti colpevoli politicamente, socialmente ed etnicamente.

Insomma, “signore” della morte piuttosto che della vita, come affermava Marx nel suo poema Orgoglio umano: uguale al Creatore per aver distrutto il mondo, la Sua opera. E d’altronde distruggere è molto più facile che costruire. Ma adesso Prometeo sa anche dare la vita, sa produrla in laboratorio, sa dominarne i processi, sa pianificarne le forme, sa riprodurla, anche in sue singole parti, facendo gli uomini senza che maschi e femmine si “conoscano”.

 

3. Due testi “profetici”

Due descrizioni, tratte dalla letteratura universale, possono aiutare a intendere che cosa stia accadendo. Si tratta di opere forse di valore letterario diseguale, ma entrambe profetiche, l’una più quanto al fatto — anche se non ignora l’idea che l’ispira —, l’altra più quanto ai princìpi negati e affermati.

La prima è dello scrittore inglese Aldous Huxley (1894-1963), che nel romanzo Il mondo nuovo, del 1932 — espressione della contro-utopia —, prefigura una società totalitaria, pianificata in nome del razionalismo produttivistico, i cui componenti vengono concepiti e prodotti industrialmente in provetta sotto il controllo costante di ingegneri genetici. Nelle prime pagine Huxley guida il lettore in un “Centro di incubazione e di condizionatura” (6), il cui direttore fornisce ad alcuni studenti[…] una breve descrizione del processo moderno della fecondazione […]; accennò al liquido nel quale si conservano gli ovuli separati e giunti a maturazione; […] mostrò loro praticamente come questo liquido veniva levato dalle provette; come […] questo recipiente veniva immerso in un liquido caldo contenente degli spermatozoi liberamente nuotanti […]; e come, dopo dieci minuti, il recipiente era levato dal liquido e il suo contenuto riesaminato; […] come le uova fecondate tornavano agli incubatori” (7).

Ma il vero progresso consiste nella possibilità di clonare gli embrioni: “Far crescere novantasei esseri umani dove prima ne cresceva uno solo. Ecco il progresso.

[…] un prodigioso miglioramento rispetto alla natura, ammetterete. Dei gemelli identici, […] a dozzine, a ventine per volta…” (8).

“Uomini e donne tipificati; a infornate uniformi.
[…] Novantasei gemelli identici che lavorano a novantasei macchine identiche!
[…] Milioni di gemelli identici. Il principio della produzione in massa applicato finalmente alla biologia” (9).

È previsto anche un sistema di predeterminazione del sesso, la cui utilità è illustrata nel romanzo da uno dei tecnici del Centro di Incubazione e di Condizionatura: “Spiegò il sistema di indicazione sulle etichette: una T per i maschi, un cerchio per le femmine e un punto interrogativo nero su fondo bianco per quelli che erano destinati a divenire neutri.

“”Perché, come è facile capire,” disse Foster [un collaboratore del direttore] “nella grande maggioranza dei casi, la fecondità è semplicemente una noia, un impaccio. […] noi desideriamo avere una buona possibilità di scelta. […] [Gli embrioni] quando escono dalle bottiglie sono neutri, […] ma sterili. Garantiti sterili. Il che ci porta finalmente” continuò Foster “fuori del campo della più servile imitazione della natura per entrare in quello molto più interessante dell’invenzione umana.”
[…]
“”Noi, inoltre, li predestiniamo e li condizioniamo”” (10).

In questo modo si può giungere anche al superamento della famiglia e alla distruzione del focolare domestico: “Gli esseri umani una volta erano […] vivipari. […]
[…] i genitori erano il padre e la madre” (11).

“Casa, casa, poche stanze, troppo abitate, soffocanti, da un uomo, da una donna periodicamente incinta, da un’orda di ragazzi e ragazze di tutte le età. Niente aria, niente spazio; una prigione insufficientemente sterilizzata; oscurità malattie e cattivi odori.
[…] E la casa, oltre che squallida psichicamente, lo era anche fisicamente. Psichicamente, era una tana di conigli selvatici, un letamaio riscaldato per gli attriti della vita che vi si ammucchiava, esalante di emozioni. Quali soffocanti intimità, quali pericolose, insane, oscene relazioni fra i membri del gruppo familiare! come una pazza la madre allevava i suoi bambini (i suoi bambini)… li allevava come una gatta […] che sa dire e ridire: “Bambino mio, bambino mio!”” (12).

E ancora: “Il mondo era pieno di padri ed era perciò pieno di miseria; pieno di madri e perciò di ogni specie di pervertimenti, dal sadismo alla castità; pieno di fratelli e di sorelle, di zii e di zie; pieno di pazzie e di suicidi.
[…] C’erano anche la monogamia e il romanticismo.
[…] Famiglia, monogamia, romanticismo. Dappertutto l’esclusivismo, dappertutto la convergenza dell’interesse, uno stretto incanalamento di impulsi e di energie” (13).

Nel “mondo nuovo”, invece, i cittadini non patiscono né guerre né malattie e possono godere di ogni piacere fisico e mentale, ma affinché l’equilibrio non sia turbato vengono condizionati con droghe durante l’infanzia e da adulti occupano ruoli sociali prestabiliti. Uno dei dieci Governatori mondiali spiega agli studenti: “Le ruote devono girare regolarmente, ma non possono girare se non sono curate. Ci devono essere uomini per curarle, uomini costanti come le ruote sul loro asse, uomini sani di mente, uomini obbedienti, stabili nella loro soddisfazione.
“Gridando: “Bambino mio, madre mia, mio unico, unico amore”; gemendo: “Mio peccato, mio Dio terribile”; urlando per il dolore, rabbrividendo per la febbre, piangendo la vecchiaia e la povertà, come possono curare le ruote?”
(14).

Per questo motivo sarà necessario svolgere “un’intensa propaganda contro la riproduzione vivipara […] accompagnata da una battaglia contro il Passato; dalla chiusura dei musei; dalla distruzione dei monumenti storici […]; dalla soppressione di tutti i libri pubblicati prima” (15).

Nel “mondo vecchio” “c’era una cosa […] chiamata il Cristianesimo. […] Si tagliò la cima a tutte le croci, e divennero dei T. C’era anche una cosa chiamata Dio.
[…] C’era una cosa chiamata anima e una cosa chiamata immortalità” (16).

Ma venne prodotta su scala commerciale la droga perfetta: “Euforica, narcotica, gradevolmente allucinante.
[…] Tutti i vantaggi del Cristianesimo e dell’alcool; nessuno dei difetti” (17).

La frase prima citata, “il che ci porta finalmente […] fuori del campo della più servile imitazione della natura per entrare in quello molto più interessante dell’invenzione umana” (18), contiene la chiave di lettura del testo. Quel che non è riuscito all’ideologia — la creazione, attraverso una società nuova, di un uomo nuovo, in quanto non più a immagine e somiglianza di Dio, ma secondo un modello alternativo — potrebbe riuscire alla tecnica. Lo scopo non muta. Come ebbe a definirlo Lev Davydoviã Trockij, pseudonimo del rivoluzionario russo Lejba Bronstein (1879-1940), si tratta comunque di portare “all’accrescimento del potere dell’uomo sulla natura” (19). Là dove per natura s’intende l’opera di Dio, signoreggiando la quale, più che emanciparsi da Lui, Lo si detronizza.

L’altro brano letterario, molto più breve, è addirittura di circa duecento anni fa, ma ha l’efficacia della parola del poeta — il tedesco Johann Wolfgang Goethe (1749-1832) —, che meno di altre perde quanto vuol significare e perciò somiglia di più a quella di Dio, che nulla perde del proprio significato. Nella tragedia Faust, iniziata nel 1773 e portata a termine nel 1831, è illuminante un dialogo fra Mefistofele — […] il diavolo moderno, “cristiano” come egli dice di sé, in sottordine a […] Satana” — e Wagner, che rappresenta l’umanesimo decadente:
Mefistofele. Che c’è dunque?
Wagner (ancora più piano). Viene fabbricato un uomo.
Mefistofele. Un uomo? E quale innamorata coppia avete chiusa dentro il camino?
Wagner. Dio ce ne guardi! Il procreare che fu già di moda, noi lo dichiariamo una vuota farsa. Il delicato punto dal quale balzava la vita, la dolce forza che si sprigionava dall’intimo essere e prendeva e dava, […] è stata deposta dalla sua dignità. Se le bestie continuano a provarvi piacere, l’uomo, con le sue grandi qualità, dovrà, in futuro, avere una più alta, una assai più alta origine. (Rivolto verso il fornello) Brilla! Vedete! Ormai si può, in verità, sperare che, se […] mescoliamo […] la sostanza umana e la distilliamo ripetutamente nel modo dovuto, l’opera si compirà in silenzio. (Rivolto verso il fornello) Riesce! La massa si muove più chiaramente! La convinzione si fa sempre più vera, più vera. Noi osiamo tentare secondo ragione ciò che, nella natura, veniva celebrato come misterioso; ciò che prima la natura faceva sviluppare organicamente, noi lo facciamo cristallizzare” (20).

Anche in questo caso occorre puntare l’attenzione sul verbo “fabbricare” e soprattutto sull’ultimo verso citato, che richiama il primato dell’artificiale e la contrapposizione uomo/ragione-natura.

 

4. Un prezzo troppo elevato

Oggi le biotecnologie danno effettivamente all’uomo un potere che il genio di grandi scrittori aveva immaginato e paventato.

L’uomo è penetrato nel mistero della vita e non resiste alla tentazione prometeica di approfittarne. Quel Dio che finora lo possedeva in modo esclusivo non ha saputo liberarlo dal dolore che accompagna il concepimento, la gravidanza e il parto; dall’imperfezione che non consente di scegliere e ottenere secondo il desiderio se dare la vita, che vita dare, a chi e come; e dalla sofferenza che non è mai disgiunta dal piacere. L’uomo saprà fare di meglio finalmente, come si profetava in una setta ereticale del basso medioevo, sorta in area mitteleuropea, quella dei taboriti: “Le donne concepiranno senza conoscere l’uomo e partoriranno senza dolore” (21).

Ma questo ha un prezzo. Così come l’emancipazione filosofica da Dio ha eliminato il Logos che dava senso e ordine alle cose, sostituendolo con un evoluzionismo cieco, retto da una rigida necessità che esclude ogni giudizio di valore e la stessa libertà, e riduce così l’uomo a puro momento della materia in evoluzione, agito e deterministicamente costretto dalle forze oscure che muovono il mondo; così come l’emancipazione morale da Dio ha eliminato la Legge valida erga omnes, sostituendola con un relativismo etico che coincide, formalmente instaurandola, con la legge del più forte, e l’aborto “legale” ne è un’eloquente dimostrazione; allo stesso modo l’emancipazione da Dio Creatore fa della vita il prodotto di una fabbrica, riducendo la creatura uomo a cosa indefinitamente manipolabile: come resistere, infatti, alla tentazione di farla come si desidera, e/o come può essere socialmente più utile? Per esempio producendo individui destinati a fornire organi di ricambio per altri uomini, con un’operazione di cannibalismo tecnologico, come correttamente è stata definita tale prospettiva dal vice presidente della Pontificia Accademia per la Vita, S. E. mons. Elio Sgreccia, il quale nella stessa occasione ha testualmente affermato: “Qui si gioca a fare Dio” (22).

Il prezzo che si paga è dunque altissimo: la più grande degradazione teorica e pratica della persona umana che si possa immaginare. L’uomo, ogni uomo, anche il “produttore”, da persona diventa “cosa”, privata di quella dignità trascendente che solo il rispetto del mistero — quanto non può essere manipolato, non quanto non può essere conosciuto — conserva, e che sola gli dà consistenza, pur nella sua assoluta fragilità fisica e psichica.

Ci soccorre ancora il poeta con una frase di Homunculus, l’”uomo artificiale”, che dalla fiala, dice a Wagner: “Beh, babbino, come va? Non era uno scherzo. Vieni, stringimi, proprio con tenerezza, al cuore! Ma non troppo violentemente, affinché non si spezzi il vetro! Tale è la proprietà delle cose: a quelle naturali è appena sufficiente l’universo intero, quelle artificiali richiedono uno spazio chiuso” (23).

Il fatto che “tutto quanto è tecnicamente possibile è lecito, se non doveroso”, è inquietante (24). Si corre il rischio che, in cambio del piatto di lenticchie di una protezione dai mali, dalle malattie e dalle malformazioni pianificata in laboratorio, si perda la primogenitura umana, che ha il suo primo privilegio nella libertà. Il “prodotto-Homunculus” è destinato a uno spazio chiuso e realizza il proposito marxiano di fare dell’uomo l’essere supremo per l’uomo, nel senso però di fare di un uomo, o di alcuni uomini — i “prometei” padroni delle biotecnologie, il cui uso non sia moderato dal rispetto di una bioetica attenta al dato naturale — gli esseri supremi per tutti gli altri uomini (25).

Il rischio, dunque — scrive il professor Ornello Vitali, della Libera Università Internazionale degli Studi Sociali-LUISS Guido Carli, di Roma — è che […] la persona umana non venga protetta in futuro nella sua integrità. […] L’uomo non è un utensile, come prevedono le concezioni centralistiche e totalitarie che, tra l’altro, vogliono ridurlo a un oggetto da manipolare in maniera codificata, ma è qualcosa di permanente e universale, non mutevole in funzione esclusiva delle circostanze di un dato periodo considerato, come sostengono i neo-relativisti.

“Ogni uomo è unico, insostituibile e libero. Così come lo è la famiglia, che la dittatura del proletariato doveva far scomparire come da programma, avendola assimilata a una istituzione risultante dalla lotta di classe” (26).

Nel romanzo Il mondo nuovo vi è un personaggio, John il selvaggio, che si ribella a tutta la perfezione di plastica, artificiale e prodotta in laboratorio, la quale risponde al vuoto esistenziale con la somministrazione di una droga sintetica che lo aliena ancora di più. E, verso la conclusione della storia, John ha un dialogo drammatico con uno dei reggitori di quel “brave new world”:

“”Ma io amo gli inconvenienti.”
“”Noi no” disse il Governatore. “Noi preferiamo fare le cose con ogni comodità.”
“”Ma io non ne voglio di comodità. Io voglio Dio, voglio la poesia, voglio il pericolo reale, voglio la libertà, voglio la bontà. Voglio il peccato.”
“”Insomma” disse Mustafà Mond “voi reclamate il diritto di essere infelice.”
“”Ebbene, sì” disse il Selvaggio in tono di sfida “io reclamo il diritto d’essere infelice.”
“”Senza parlare del diritto di diventar vecchio e brutto e impotente; il diritto d’avere la sifilide e il cancro; il diritto d’avere poco da mangiare; il diritto d’essere pidocchioso; il diritto di vivere nell’apprensione costante di ciò che potrà accadere domani; il diritto di prendere il tifo; il diritto di essere torturato da indicibili dolori d’ogni specie.”
“Ci fu un lungo silenzio.
“”Io li reclamo tutti” disse il Selvaggio finalmente”
(27).

Nella sua tragedia Eschilo non lascia la confessione di Prometeo senza risposta. Alla sua esplosione di odio Ermes replica in tono ammonitore: “Sembra che tu sia stato colpito da grande follia” (28). Dunque, per Eschilo il senso della sua opera non è nell’atteggiamento di Prometeo, proposto come positivo, bensì nell’intenzione di rappresentare come follia l’odio verso gli dei: la Titanomachia si conclude, nei miti classici, con il trionfo della giustizia, la dike. Solo successivamente, con la Gnosi, la cui essenza è un programma di Rivoluzione radicale, si avrà il rovesciamento rivoluzionario del simbolo. La detronizzazione degli dei, Prometeo, Eva, Caino, il serpente diventeranno simboli della liberazione dell’uomo da un dio tirannico e cattivo, al quale finalmente sostituirsi non solo nel legiferare, ma addirittura nel creare la vita (29).

Con gli antichi, credo che il nosema, la malattia dello spirito che l’induce a odiare gli dei, renda Prometeo meritevole del castigo inflittogli, e che sia meglio che rimanga avvinto alla roccia cui la divina giustizia l’ha incatenato.

Giovanni Formicola

***

* Intervento, riveduto e annotato, dell’avvocato Giovanni Formicola, di Alleanza Cattolica, membro del Comitato Regionale per la Bioetica presso l’assessorato alla Sanità della Regione Campania, all’incontro-dibattito sul tema Fecondazione assistita e bioetica organizzato ad Avellino dal Circolo del Nuoto nella propria sede, il 16 novembre 1998.

(1) Eschilo, Prometeo incatenato, v. 975, cit. in Eric Voegelin (1901-1985), Il mito del mondo nuovo. Saggi sui movimenti rivoluzionari del nostro tempo, trad. it., Rusconi, Milano 1976, p. 95.

(2) Karl Marx, Differenz der demokritischen und epikurischen Naturphilosophie nebst einem Anhang [Differenza fra la filosofia della natura di Democrito e di Epicuro con un’appendice], cit. in E. Voegelin, op. cit., p. 94.

(3) Cit. in Richard Wurmbrand, Mio caro diavolo. Ipotesi demonologiche su Marx e sul marxismo, trad. it., Edizioni Paoline, Roma 1979, p. 46.

(4) K. Marx, Per la critica della filosofia del diritto di Hegel. Introduzione, in Idem e Friedrich Engels (1820-1895), Opere scelte, trad. it., Editori Riuniti, Roma 1966, p. 65.

(5) Gen. 3, 5.

(6) Aldous Huxley, Il mondo nuovo. Ritorno al mondo nuovo, trad. it., Mondadori, Milano 1991, p. 5.

(7) Ibid., p. 7.

(8) Ibid., p. 8.

(9) Ibid., p. 9.

(10) Ibid., p. 14.

(11) Ibid., p. 23.

(12) Ibid., p. 35.

(13) Ibid., pp. 37-38.

(14) Ibid., p. 40.

(15) Ibid., p. 47.

(16) Ibid., pp. 48-49.

(17) Ibid., p. 50.

(18) Ibid., p. 14.

(19) Lev Davydoviã Trockij, La loro morale e la nostra, trad. it., De Donato, Bari, 1967, p. 72, cit. in Mihail Geller (1922-1997) e Aleksandr Nekriã, Storia dell’URSS. Dal 1917 a Eltsin, trad. it., Bompiani, Milano 1997, p. 209.

(20) Johann Wolfgang Goethe, Faust e Urfaust, trad. it. a cura di Giovanni Vittorio Amoretti, Feltrinelli, Milano 1994, 2 voll., vol. II, p. 399; le qualificazioni relative a Mefistofele sono del curatore, ibid., vol. I, p. 343, nota 10.

(21) Cit. in Igor Rostislavoviã Èafareviã, Il socialismo come fenomeno storico mondiale, trad. it., La Casa di Matriona, Milano 1980, p. 50.

(22) Cit. in Anna Maria Greco, Gemello di scorta? Cannibalismo, in il Giornale, 10-11-1998.

(23) J. W. Goethe, op. cit., vol. II, p. 401.

(24) […] ciò che è tecnicamente possibile non è per ciò stesso moralmente ammissibile” (Congregazione per la Dottrina della Fede, Istruzione Donum vitae su il rispetto della vita umana nascente e la dignità della procreazione. Risposte ad alcune questioni di attualità, del 22-2-1987, n. 4).

(25) Cfr. card. Joseph Ratzinger, Uno sguardo teologico sulla procreazione umana, in Idem, La via della fede. Saggi sull’etica cristiana nell’epoca presente, trad. it., Ares, Milano 1996, pp. 133-151 (pp. 138-142).

(26) Ornello Vitali, La disumana illusione di avere figli perfetti, in il Giornale, 8-5-1998.

(27) A. Huxley, op. cit., p. 214.

(28) Eschilo, op. cit., v. 977 cit. in E. Voegelin, op. cit., p. 95.

(29) Cfr. E. Voegelin, op. cit., pp. 95-97; e card. J. Ratzinger, L’unità delle nazioni. Una visione dei Padri della Chiesa, trad. it., Morcelliana, Brescia 1973, pp. 23-24.

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