Il film è “un pugno nello stomaco”, è la rappresentazione del degrado dell’ambiente fisico e del vuoto della vita umana vissuta senza speranza e scopo.
di Francesca Morselli
“Le città di pianura” ha vinto il David di Donatello come miglior film, miglior regia, miglior attore protagonista (Sergio Romano), miglior sceneggiatura ed altro ancora. E’ stato acclamato come il film-rinascita del cinema italiano, la risposta della storia di provincia rispetto a quelle raccontate nella capitale. Ideato e girato da Francesco Sossai, regista originario di quelle terre venete descritte nel film e autore di un altro film girato sempre in Veneto, racconta una piccola storia personale che però apre a temi universali e collettivi su cui ogni spettatore è condotto ad interrogarsi. Il film non lascia indifferenti e induce a riflettere su chi siamo e su dove stiamo andando. Parla della crisi dell’uomo e della decadenza di un’intera società e del suo territorio.
“Le città di pianura” è un “pugno nello stomaco”, rappresenta con brutalità disarmante la banale quotidianità di vite sprecate e abbruttite. La telecamera segue impietosamente due uomini di mezza età (Carlobianchi e Doriano) nei loro spostamenti e nei loro vagabondaggi su di una lussuosa auto lungo le strade provinciali del Veneto (un road movie, da questo punto di vista). Crudelmente il film inizia dai loro ritratti: due uomini con i denti neri, i capelli unti, la pelle lucida, il ventre gonfio; riusciamo quasi a percepire il loro odore, l’olezzo di chi ha bevuto troppo e di tutto, di chi non ha dormito e non si è lavato.
Ma è solo l’inizio, i due amici trascorrono le giornate riempiendole di nulla dopo essere stati licenziati dalla fabbrica (dove tra l’altro rubavano) a causa della crisi del 2008: bevono fino allo sfinimento, cercano di incontrare un altro amico di ritorno dall’Argentina con cui dividere un bottino, che ormai non esiste più, e hanno scambi casuali con persone incontrate per caso (tra cui un universitario che si unisce a loro) per condividere la voglia dell’ultimo bicchiere.
Qui e là i grotteschi protagonisti strappano un sorriso, ma alla fine ciò che rimane è un forte senso di vuoto, di malinconica tristezza e sconforto verso tutto ciò che viene raccontato.
Ogni inquadratura rimanda alla desolazione: i due protagonisti (bravissimi attori!) sono figure immorali, indifferenti, le loro frasi rigurgitano di improperi che alterano le bestemmie (abitudine purtroppo diffusa come intercalare in veneto); si aggregano casualmente a gruppi che incontrano negli squallidi locali che frequentano e rincorrono un sogno che non sanno neanche più loro stessi cosa sia.
Il degrado fisico, morale, sessuale dei due personaggi si rispecchia nel degrado urbanistico e architettonico di un territorio che ha visto negli ultimi anni una crescita disordinata e caotica che ha violato la campagna ricca e fruttuosa.
La cinepresa è impietosa nel mostrare la bruttezza di una architettura squallida e casuale, di un paesaggio filmato solo nelle giornate grigie e fosche tra strade intasate di traffico, paesi semi- abbandonati, locali desolati e quartieri dormitorio fatti da architetture post-moderne.
Il film è da vedere, a volte infatti bisogna ricevere una scossa per capire quello che sta succedendo e questa storia, ben girata e raccontata, è un vero “pugno nello stomaco”, che porta a riflettere su come una terra ricca di tradizioni, cultura, spiritualità e storia è stata trascinata in un girone infernale che inghiotte persone, territorio, tradizioni facendoli precipitare in un caos distruttivo.
Il film mostra la bruttura dello squallore, le inquadrature rimandano alle periferie filmate da Pier Paolo Pasolini, mentre i personaggi ricalcano quelli dei film neorealisti italiani.
I due protagonisti non aspirano (e non sperano) in una vita migliore, neanche quando la storia, apre uno squarcio di bellezza nel corso della visita alla tomba dell’architetto Scarpa a Brion: Il luogo finalmente armonioso, costringe la cinepresa a rallentare e a respirare l’equilibrio di un’architettura rigorosa e ordinata in consonanza con il paesaggio, con l’umanità e la spiritualità.
Ma poi il viaggio riprende e i due protagonisti si ritrovano ancora nel loro tempo sospeso sul niente in un nulla geografico.
La fine del film mostra una novità: i due protagonisti non sono impegnati a bere alcolici ma si prendono un gelato e si ricordano che giorni addietro stavano discutendo (addirittura!) del senso della vita. A questo punto ci si potrebbe aspettare qualche sorta di “riscatto” o “redenzione” per queste vite sciagurate, invece i due amici decretano che la loro esistenza è come un gelato: ti aspetti l’amaro e invece è dolce. Ma subito, l’ultima inquadratura mostra il gelato sciogliersi sotto le ruote di un’auto e, insieme al gelato, si scioglie anche la speranza dello spettatore di vedere l’apertura a un finale salvifico.
Il film lascia la sensazione che il mondo governato solo dagli uomini e dai loro istinti rispecchi le immagini del dipinto “Il giardino delle Delizie” d H. Bosch (1480-1490, Madrid, Museo del Prado), in cui uomini e donne si ammassano in maniera confusa per trovare un piacere che non li soddisferà mai e conferma che l’uomo, senza una luce che lo conduca, non può far altro che trascorrere la vita perdendosi tra le pieghe del nulla.
Sabato, 6 giugno 2026
