Le opere di misericordia corporale

Daniele Fazio 1 anno fa
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Daniele Fazio, Cristianità n. 395 (2019)

 

Le opere di misericordia corporale

 

1. L’avete fatto a me 

Il Catechismo della Chiesa Cattolica ci ricorda che le opere di misericordia, sia corporale che spirituale, «[…] sono azioni caritatevoli con le quali soccorriamo il nostro prossimo» (n. 2447). In altri termini, possiamo dire che se la carità è la fede operosa, le opere di misericordia sono il modo concreto con cui si esprime la carità. Dopo aver offerto un’intro­duzione storica alla nascita della codificazione delle opere di misericordia e all’illustrazione delle opere di misericordia spirituale (1), offro qui un commento, certamente non esaustivo, delle opere di misericordia corporale. Ovviamente, tengo conto del­l’unità della persona umana, per cui tutto ciò che avviene nella sua corporeità o a beneficio di essa ha effetti anche sul suo spirito e viceversa. Se da un lato le opere di misericordia spirituale hanno un’importanza decisiva in ordine alla salvezza, mirando ad aiutare l’uomo nel suo percorso verso Dio, dall’altro le opere di misericordia corporale rappresentano un primum necessario, secondo l’antico detto: prima bisogna vivere per poi poter filosofare (2).

Se nell’ambito dell’approfondimento degli insegnamenti del Signore le opere di misericordia spirituale furono intuite a partire da una lettura allegorica del testo evangelico e soprattutto del testo di Matteo sul giudizio finale, per le opere di misericordia corporale potrebbe bastare la semplice lettera del testo per rendersi conto della grande chiamata alla carità — e non alla filantropia — che, attraverso di esse, il Signore fa a chi vuole seguirLo. Infatti, potremmo considerare chiave di comprensione del testo quanto Gesù afferma: «In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» (Mt. 25,40). 

E che cosa bisogna fare al fratello? Tutto ciò di cui questi ha bisogno, nelle varie vicissitudini della vita, per poter vivere dignitosamente, anche rispetto alle proprie condizioni materiali. Il cristianesimo, infatti, non è un vago spiritualismo, ma la religione di Dio che prende un corpo e che valorizza anche questa dimensione, fino a divinizzarla, ovvero fino a condurre anche il corpo in Cielo. Non risorgeremo, infatti, nella nostra anima, che è spirituale e non muore mai: a risorgere, alla fine dei tempi, sarà proprio il corpo ed esso si ricongiungerà all’anima. Anticipo e garanzia di ciò sono la resurrezione di Gesù con un corpo glorioso, non più soggetto alle vicissitudini del tempo, e anche il dogma del­l’Assunzione in anima e corpo di Maria Santissima. Corpo e anima pur differenti nel composto umano sono intimamente uniti, ragion per cui si può ben dire con san Tommaso d’Aquino: «L’elemosina corporale può essere considerata sotto tre aspetti. Primo, nella sua materialità. E da questo lato essa ha solo un effetto corporale, cioè solleva le miserie corporali del prossimo. Secondo, può essere considerata nelle sue cause: cioè in quanto uno fa l’elemosina per amore di Dio e del prossimo. E da questo lato essa porta un frutto spirituale, secondo le parole dell’Eccle­siastico [Sir. 29,10ss.]: “Perdi pure danaro per un fratello e amico. Sfrutta le ricchezze secondo i comandi dell’Altissimo; ti saranno più utili dell’oro”. Terzo, [si può considerare l’elemosina] nei suoi effetti. E anche da questo lato essa ha un frutto spirituale: in quanto il prossimo soccorso dall’ele­mosina corporale si sente spinto a pregare per i benefattori. Per cui si legge ancora [v. 12]: “Chiudi l’elemosina nel cuore del povero, ed essa ti libererà da ogni disgrazia”» (3).

È bene a questo punto leggere direttamente dal Vangelo la sintesi delle opere di misericordia corporale, nel contesto dei criteri su cui saremo chiamati a rispondere davanti al giudizio di Dio: «Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria con tutti i suoi angeli, si siederà sul trono della sua gloria. E saranno riunite davanti a lui tutte le genti, ed egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri, e porrà le pecore alla sua destra e i capri alla sinistra. Allora il re dirà a quelli che stanno alla sua destra: Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo. Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi. Allora i giusti gli risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo veduto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando ti abbiamo visto forestiero e ti abbiamo ospitato, o nudo e ti abbiamo vestito? E quando ti abbiamo visto ammalato o in carcere e siamo venuti a visitarti? Rispondendo, il re dirà loro: In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me. Poi dirà a quelli alla sua sinistra: Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli. Perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare; ho avuto sete e non mi avete dato da bere; ero forestiero e non mi avete ospitato, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato. Anch’essi allora risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo visto affamato o assetato o forestiero o nudo o malato o in carcere e non ti abbiamo assistito? Ma egli risponderà: In verità vi dico: ogni volta che non avete fatto queste cose a uno di questi miei fratelli più piccoli, non l’avete fatto a me. E se ne andranno, questi al supplizio eterno, e i giusti alla vita eterna» (Mt. 25, 31-46). 

Da ciò scaturiscono le sette opere di misericordia corporale: 1. dar da mangiare agli affamati; 2. dar da bere agli assetati; 3. vestire gli ignudi; 4. alloggiare i forestieri; 5. visitare gli infermi; 6. visitare i carcerati; 7. seppellire i morti. 

Tale azioni riguardano non solo il singolo soggetto ma anche le comunità civili e politiche chiamate a garantire ai cittadini il bene comune. In quest’ottica, in cui si fa valere anche la dimensione sociale delle opere di misericordia (4), orbita il commento successivo, intrecciando dimensione personale e dimensione sociale. Da questo punto di vista, occorre ricordare come anche le opere di misericordia corporale abbiano, ovviamente nella loro rilevanza sociale, un riferimento esplicito a ciò che è la dottrina sociale della Chiesa ed essa stessa diventa un orientamento affinché le opere siano praticate nella dinamica delle opzioni sociali, economiche e politiche. Il Catechismo della Chiesa Cattolica, su questo punto, è ancora una volta illuminante: «La dottrina sociale della Chiesa si è sviluppata nel secolo diciannovesimo, all’epoca dell’impatto del Vangelo con la moderna società industriale, le sue nuove strutture per la produzione dei beni di consumo, la sua nuova concezione della società, dello Stato, del­l’autorità, le sue nuove forme di lavoro e di proprietà. Lo sviluppo della dottrina sociale della Chiesa, in materia economica e sociale, attesta il valore permanente dell’insegnamento della Chiesa e, ad un tempo, il vero senso della sua Tradizione sempre viva e vitale» (n. 2421). 

2.1 Dar da mangiare agli affamati

La necessità primaria di ogni uomo è quella di nutrirsi: senza cibo e cure il neonato non potrebbe minimamente sperare di superare il giorno dopo il parto. Non solo, ma soddisfatto questo bisogno primario, sarà capace di aprirsi a un orizzonte di senso che gli permetta di non identificarsi con il cibo che mangia, ma di volgere uno sguardo più ampio sulla sua origine e sul suo fine. 

Questo bisogno primario — per le condizioni di povertà le cui cause sono fra le più diversificate nello spazio e nel tempo — spesso viene negato non solo alle popolazioni del cosiddetto Terzo Mondo, che tramite il vasto flusso migratorio sono sempre più presenti pure nelle nostre terre, ma anche e sempre più in Occidente a causa di una crisi economica che fa scendere sotto la soglia di povertà soprattutto quel ceto medio che ogni giorno deve inventarsi come vivere, avendo perso il lavoro o avendo dovuto chiudere attività commerciali a causa di tasse spropositate.

Davanti a questo scenario che cosa si può fare? La Chiesa fin dai tempi apostolici, e soprattutto da quando fu lasciata libera di operare, non solo ha messo in moto una carità cosiddetta «spicciola» e immediata per dar da mangiare agli affamati, ma ha anche costituito numerosissime strutture per sovvenire a questo bisogno primario.

Oggi il problema deve essere affrontato in maniera più ampia. Non si può, infatti, pensare semplicemente di intervenire sull’e­mergenza, ma occorre incidere sui processi sociali ed economici perché il trend mortifero secondo cui ci sono, sempre più, pochi super-ricchi e molti poveri possa essere invertito: ciò a partire da una rettifica delle politiche economiche che non hanno al centro la famiglia, quale cellula primaria del tessuto sociale, e sicuramente senza avallare forme degenerate di «turbo-capitali­smo», ma neanche senza scadere in forme di collettivismo.

La risposta saggia è quella offerta dalla dottrina sociale della Chiesa che, senza essere un programma politico, offre degli orientamenti, anzitutto etici, per affrontare anche la crisi economica. In particolare, nel­l’enciclica Caritas in veritate di Papa Benedetto XVI (2005-2013) e nella Laudato sì di Papa Francesco troviamo importanti analisi e indicazioni per affrontare le questioni sociali più urgenti. 

Per il cristiano quest’opera di misericordia, così come le altre, non è un mero filantropismo. Essa trova fondamento nelle parole del Vangelo: «[…] io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare» (Mt. 25,35). Nel­l’in­digente, nel povero, nell’affamato, il cristiano vede il Signore stesso che vuole farsi aiutare ed è per amor suo, per la sua maggior gloria e per amore del prossimo come sé stesso che compie questo gesto. Diversamente sarebbe soltanto una sorta di «mondanità spirituale» (5).

Dar da mangiare agli affamati, dunque, è la prima opera di misericordia corporale, che nella sua materialità sopperisce a un bisogno primario dell’uomo. Ma i suoi effetti sono anche spirituali per chi la compie e per chi la riceve. Perdendo qualcosa del proprio, chi dona accumula tesori in Cielo; chi riceve non solo colmerà una propria indigenza, ma potrà assaporare l’amore di Dio che si rende presente in quel gesto e forse anche interrogarsi — qualora ancora non lo abbia fatto — sul proprio cammino verso l’eternità. Una felice sintesi del concetto si ritrova nell’antico Testamento: «Perdi pure denaro per un fratello e amico, non si arrugginisca inutilmente sotto una pietra. Sfrutta le ricchezze secondo i comandi del­l’Altissimo; ti saranno più utili dell’oro. Rinserra l’elemosina nei tuoi scrigni ed essa ti libererà da ogni disgrazia. Meglio di uno scudo resistente e di una lancia pesante, combatterà per te di fronte al nemico» (Sir. 29,10-13).

2.2 Dar da bere agli assetati

Il filosofo Talete di Mileto (624/623 a.C.-548/545) considerava l’acqua il principio di tutte le cose e la biologia moderna conferma che circa il settanta per cento del nostro corpo è costituito da acqua. Come il cibo è un bisogno primario e necessario, così anche il dissetarsi costituisce un elemento ancora più importante: si calcola, infatti, che senza bere un uomo non potrebbe sopravvivere più di una settimana.

Per antonomasia a toglier la sete è l’acqua, che diventa, pertanto, essenziale per la vita. Nell’enciclica Laudato si’ Papa Francesco ricorda che «l’accesso all’acqua potabile e sicura è un diritto umano essenziale, fondamentale e universale, perché determina la sopravvivenza delle persone, e per questo è condizione per l’esercizio degli altri diritti umani. Questo mondo ha un grave debito sociale verso i poveri che non hanno accesso all’acqua potabile, perché ciò significa negare ad essi il diritto alla vita radicato nella loro inalienabile dignità» (n. 30). 

La seconda opera di misericordia corporale invita a sopperire a questa necessità. Circa un terzo della popolazione mondiale deve fare i conti giornalmente con la difficoltà di utilizzare l’acqua, e un’acqua qualitativa­mente adeguata all’or­ganismo, con importanti conseguenze igienico-sa­ni­tarie. Infatti, si devono fare i conti anche con l’inquinamento e con gli interessi delle grandi imprese mondiali, che proprio sulla gestione di questo bene primario potrebbero scatenare gravi conflitti.

Sono questioni che riguardano la politica internazionale e alle quali la dottrina sociale della Chiesa dà una ben precisa risposta, soprattutto nelle citate encicliche Caritas in veritate e Laudato si’, che ci permettono di non cedere alle ideologizzazioni degli ambientalisti — che spesso falsano anche i dati della problematica — e di non piegarci agli interessi dei potentati economici.

Alle famiglie, e in particolar modo a quelle cristiane, forse ancor prima di pensare ai problemi lontani del Terzo Mondo, tocca l’esercizio di un’educazione all’utilizzo del dono del creato, acqua compresa. Non spadroneggiare, ma usare nell’ottica della custodia: l’uso dell’acqua è uno degli strumenti che ci permette di far tornare una certa sensibilità, anche nei confronti delle grandi questioni che hanno una ricaduta globale.

Certamente non si deve dimenticare che l’uomo ha bisogno sì di acqua potabile, ma, proprio per essere misericordioso, deve anche assaggiare quell’«acqua viva» che è Gesù stesso. Fino a quando un cristiano ragionerà semplicemente secondo criteri filantropici, difficilmente potrà rivolgere uno sguardo di misericordia al prossimo. Forse risolverà problemi immediati sfamando e dissetando, ma non consegnerà al prossimo il dono più grande, cioè l’incontro con Gesù Cristo: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: “Dammi da bere!”, tu stessa gliene avresti chiesto ed egli ti avrebbe dato acqua viva» (Gv. 4,10). 

Mons. Saro Vella, vescovo salesiano di Ambanja in Madagascar, uno dei Paesi più poveri al mondo, in un’intervista ha voluto ricordare che «i più poveri sono quelli che non hanno Dio, perché se non hanno Dio non hanno niente, hanno il cuore completamente vuoto e la loro vita è senza significato» (6).

L’acqua, per la sua importanza, diventa anche simbolo della nuova vita. La liturgia della Veglia di Pasqua, nei testi della benedizione del­l’acqua battesimale, così fa pregare: «Degnati di benedire quest’acqua, che hai creato perché dia fertilità alla terra, freschezza e sollievo ai nostri corpi […]. Infine, nell’acqua del Giordano, santificata dal Cristo, hai inaugurato il sacramento della rinascita, che segna l’inizio dell’umanità nuova libera dalla corruzione del peccato» (7).

Nella liturgia attraverso il segno sacramentale dell’acqua nel Battesimo si accede alla vita nuova dei figli di Dio. Noi sappiamo che in coloro che hanno sete materiale si nasconde Gesù che vuole essere dissetato. Il Signore in più ha promesso che chiunque dà un bicchiere d’acqua a uno dei suoi discepoli non sarà dimenticato, anzi avrà la loro stessa ricompensa (cfr. Mt. 10,42; Mc. 9,41), ma sappiamo anche — come molti mistici insegnano — che l’esclamazione di Gesù dalla croce: «Ho sete!» (Gv. 19,28) significa che il Redentore ha tanta sete di anime.

La «sete» di Dio è connaturata all’uomo. Anche in contesti secolarizzati persiste un’importante domanda religiosa (8). Che risposta è in grado di offrire il cristiano d’oggi? È una domanda che non si può evitare in quanto, se non si offre l’acqua viva, il prossimo si disseterà ad altre fonti, sicuramente inquinate e nocive.

Solo in Gesù si trova quell’acqua che disseta e solo in Lui vi è anche quel vino della festa che, se non serve primariamente a dissetare da un punto di vista biologico, può tuttavia rinfrancare l’anima e «aprire» alla dimensione spirituale dell’esistenza. 

2.3 Vestire gli ignudi

Se le prime due opere di misericordia corporale — dar da mangiare agli affamati e dar da bere agli assetati — riguardano la sussistenza fisica dell’uomo, con la terza ci troviamo innanzi a una necessità primaria altrettanto importante, che non solo inerisce alla protezione del corpo, ma costituisce anche un importante strumento per superare la vergogna insita nella nudità nella condizione di post peccatum. 

Dio creò l’uomo e la donna come sono in natura, ma il peccato ha introdotto la vergogna, ragion per cui Dio stesso fornì loro dei vestiti (cfr. Gn. 3,21). È un linguaggio che ci fa comprendere come dalle mani di Dio esca solo il bene, mentre l’uomo, istigato dal demonio, perverte questa bontà e illudendosi di essere più libero si riduce in schiavitù.

Vi sono nudità da coprire a causa dell’indigenza e della miseria, e non si tratta semplicemente di una camicia o di un paio di scarpe, ma della possibilità di poter vivere sotto un tetto, ovvero in una casa. In genere chi non ha vestiti o chi ne ha solo di logori non ha neanche un armadio dove custodirli e una stanza dove collocarlo. 

Suppliscono molti dormitori che in tutto il mondo sono gestiti da istituzioni caritatevoli, ma non si può essere indifferenti o pensare che riguardino realtà a noi lontane, perché gli effetti della crisi economica sono visibili anche nei nostri Paesi, dove incombono sfratti e rate di mutui insolute per mancanza improvvisa di lavoro. 

Bisogna educare allora a saper vedere — senza domande inopportune — i bisogni degli altri. Occorre un grande ritorno alla sobrietà, ricuperando il senso della misura. Non è necessario né di vitale importanza, per esempio, organizzare mega-feste a ogni ricorrenza. È bene sottolineare l’evento, ma lo si può fare con altro stile e con altre tipologie di regalo, che acquisterebbero un valore affettivo e morale maggiore, rispetto al valore meramente economico e consumistico. In questo clima i figli possono crescere guardando il compagno sfortunato — cioè, tanto per intenderci, quello con le scarpe logore o con la tuta rammendata — non «dal­l’alto in basso» ma con misericordia. E se, anziché pensare sempre ai lontani, per una volta si pensasse anche ai vicini e le «raccolte» che sovente si fanno fossero devolute per una nuova tuta o per un nuovo paio di scarpe del prossimo «più prossimo», l’opera di misericordia diventerebbe non solo immediatamente tangibile ma anche pedagogica. 

A tal proposito, non vi è da coprire solo la nudità frutto dell’indi­genza ma anche anche la nudità indotta, che non genera più vergogna. Dalle performance pubblicitarie, per cui si utilizza una donna nuda anche per promuovere una scatoletta di cibo per cani, alla mega-produzione di materiale pornografico — con l’aberrante dimensione della pedopornografia — le nostre società occidentali vivono sotto il diktat dell’erotizzazione. 

È una storia che esplode con la rivoluzione sessuale del 1968, la cui essenza è quella di porre a guida dell’uomo non più la ragione, ma gli istinti. Per cui la pornografia non può essere altro che progresso, addirittura arte e una forma estetica fondamentale. Herbert Marcuse (1898-1979), uno dei «cattivi maestri» del Sessantotto, scrive: «oscena non è la foto di una donna nuda […] bensì quella di un generale vestito di tutto punto» (9).

Ebbene, dopo anni di martellamento e di incitamento a essere disinibiti, ad abbandonare ogni morale, a praticare sesso libero, è stato evidenziato come la pornografia, al di là della gravità morale, crei dipendenza e non solo alteri i rapporti fra i coniugi o i fidanzati, ma anche muti la percezione della dignità della persona, riducendola a semplice oggetto di piacere stile «usa e getta» (10). Non è facile, ma la strada che porta dalla dipendenza da pornografia alla liberazione e all’integrità personale è percorribile (11).

La pornografia è uno degli esempi più evidenti di come la distruzione della famiglia si leghi agli interessi di grossi potentati economici che fanno business promuovendo ideologie che mirano alla distruzione dell’umano. A ciò possiamo aggiungere le tante modalità sbagliate con cui si impartisce l’educazione sessuale nelle scuole, dove non si comunica la bellezza del dono reciproco fra le persone, l’uni­cità dell’amore, l’impor­tanza del rispetto dell’altro come persona a partire dalla sua intimità fisica, ma si predica l’importan­za del piacere sessuale e s’in­segna come evitare le «sgradevoli conseguenze», ovvero la gravidan­za. 

La misericordia rigenera il mondo, ma ci accorgiamo sempre di più di come essa chiami a un impegno integrale, a una visione completa delle necessità dell’uomo, che tenga conto anche delle sue cadute e del crinale su cui continuamente cammina rischiando di precipitare nell’a­bisso.

Gli operatori di misericordia non possono ridurre la loro azione a una dimensione semplicemente filantropica, ma davanti a una coperta da regalare o da condividere con chi ha freddo — tenendo sempre presente l’esempio di san Martino di Tours (316 ca.-397) — vi sarà sempre un impegno di rigenerazione dell’ambiente culturale in cui il cristiano vive.

Vestire gli ignudi, allora, è un’opera di misericordia che riguarda anche l’aspetto educativo dei più giovani, che facilmente finiscono nelle trame della dipendenza dalla pornografia, nonché l’attenta vigilanza e il contrasto di proposte culturali e legislative che mistificano l’uma­no riducendolo al proprio istinto e ai propri capricci.

Tutte le «nudità» vanno coperte, come fecero i figli buoni di Noè con il padre: «Noè […] s’inebriò e si denudò in mezzo alla sua tenda. Cam […] vide la nudità di suo padre e andò a dirlo, fuori, ai suoi fratelli. Ma Sem e Iafet presero il suo mantello, se lo misero insieme sulle spalle e, camminando all’indietro, coprirono la nudità del loro padre» (Gn. 9,20-23). 

2.4 Accogliere i forestieri

Fra le categorie protette nell’Antico Israele — assieme all’orfano e alla vedova — vi sono gli stranieri. Accogliendo forestieri diverse volte, gli antichi Padri hanno accolto angeli, così come scrive l’autore della Lettera agli Ebrei (cfr. Eb. 13,2). È il caso di Abramo alle Querce di Mamre, che fa imbandire un banchetto per i tre sconosciuti che vengono alla sua tenda (Gn. 18) o ancora il caso di Lot che vide giungere due uomini a Sodoma e si premurò di accoglierli in casa (Gn. 19), gesto che la comunità invece non fece, cercando addirittura di abusare di loro. 

È emblematica anche la narrazione del Libro di Rut in cui Booz accoglie la straniera e vedova Rut che non aveva voluto lasciare Noemi, la suocera israelita, anch’ella vedova, quando decise di tornarsene in patria. Dal nuovo matrimonio fra Booz e Rut nascerà il nonno del re Davide. 

Il popolo di Israele aveva sperimentato lo status di straniero in un Paese che gli era divenuto sempre più ostile fino a ridurlo in schiavitù; lo stesso Figlio di Dio fece l’esperienza egiziana per sfuggire dalla mano del­l’assassino Erode (73 a.C.-4), ed è così che può ben dire che ogni qualvolta che si ac­coglie uno straniero si accoglie Lui stesso.

Anche la cultura greca nei suoi miti è pervasa da profondo rispetto verso lo straniero, tanto da far percepire che l’ospite è sacro. L’ospitalità è ammantata da una ritualità e sono molti i racconti in cui gli dei assumono le vesti di forestieri: la stessa Odissea può essere letta come una dialettica fra il dovere di ospitalità e la sua profanazione, così come troviamo ospiti che onorano l’accoglienza e ospiti che la profanano, quale Paride alla corte di Menelao. 

Al tempo della cristianità i pellegrinaggi verso le mete di grande significato religioso, come Roma, Gerusalemme e Santiago di Compostella, mettevano in movimento una quantità straordinaria di persone, che avevano bisogno, nelle varie tappe del tragitto, di ospitalità e di cure. A ciò sopperivano strutture gratuite predisposte allo scopo e gestite da confraternite dedicate. La carità concreta, per tutto il Medioevo, fu la spinta anche allo sviluppo della stessa medicina. La motivazione religiosa sosteneva così l’impulso a beneficare il prossimo nelle sue necessità. I ricoveri dei pellegrini divenivano anche una zona franca in cui si curavano le malattie contratte durante i tragitti e sulle grandi vie dei pellegrinaggi nascevano ospizi, specializzati soprattutto nelle patologie infettive (12).

Tuttavia, se oggi i pellegrini godono di migliori condizioni, dato il progresso nell’ambito dei trasporti e dell’accoglienza, l’opera di misericordia che raccomanda di «accogliere i forestieri» non è meno importante, in quanto viviamo in un tempo di grandi flussi migratori. Forse, come mai nella storia, interi popoli si muovono verso luoghi di vita ritenuti migliori, scappando dalle guerre, dalle persecuzioni religiose e dalla miseria. Queste realtà ci interrogano, ma non si può loro rispondere solo come singoli o come enti e associazioni caritative o umanitarie, in quanto il problema investe innanzitutto la politica nazionale e quella internazionale. Né tantomeno si può rispondere loro commettendo errori di segno diverso: il «cattivismo» di coloro che superano, sic et simpliciter, la questione pensando a respingimenti colossali, e il «buonismo» — ebbro di ideologia terzomondista — di chi pensa che tutto ciò che viene da fuori è buono e giusto.

Se al singolo, alle comunità cristiane e agli uomini di buona volontà viene chiesto di chinarsi su questo dramma e di accogliere uomini e donne disperati, soddisfacendo per quanto possibile i loro bisogni primari, alla politica viene chiesto di affrontare il problema in maniera seria ed equilibrata, senza facili escamotage che non fanno bene né alle nazioni ospitanti, né agli stessi immigrati.

Il Catechismo della Chiesa Cattolica, nella sua essenzialità, fa comprendere i contorni della problematica: «Le nazioni più ricche sono tenute ad accogliere, nella misura del possibile, lo straniero alla ricerca della sicurezza e delle risorse necessarie alla vita, che non gli è possibile trovare nel proprio paese di origine. I pubblici poteri avranno cura che venga rispettato il diritto naturale, che pone l’ospite sotto la protezione di coloro che lo accolgono. Le autorità politiche, in vista del bene comune, di cui sono responsabili, possono subordinare l’esercizio del diritto di immigrazione a diverse condizioni giuridiche, in particolare al rispetto dei doveri dei migranti nei confronti del paese che li accoglie. L’immigrato è tenuto a rispettare con riconoscenza il patrimonio materiale e spirituale del paese che lo ospita, ad obbedire alle sue leggi, a contribuire ai suoi oneri» (n. 2241). 

I due capisaldi sono il dovere dell’accoglienza e il dovere del bene comune delle nazioni ospitanti. Su questa scia, parole illuminanti sono giunte da Papa Francesco. In uno dei discorsi «più politici» che un Papa svolge durante l’anno, ovvero quello al Corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede, nel 2016 (13), il Santo Padre ha innanzitutto invitato a non assuefarsi alla «cultura dello scarto», di cui il fenomeno migratorio, in qualche modo, è una dimensione, in quanto interi popoli sono vittime di conflitti e soggetti a persecuzione, miseria e fame. Proprio per queste cause disumane scatta l’unica speranza, ovvero l’abbandono della propria terra — che solo pochi in condizioni normali attuerebbero — nella speranza di un avvenire migliore. 

E, tuttavia, «i migranti sono spesso costretti a scegliere di rivolgersi a chi pratica la tratta o il contrabbando di esseri umani, pur essendo in gran parte coscienti del pericolo di perdere durante il viaggio i beni, la dignità e perfino la vita. In questa prospettiva, rinnovo ancora l’appello a fermare il traffico di persone, che mercifica gli esseri umani, specialmente i più deboli e indifesi […]. Chi poi sopravvive e approda ad un Paese che lo accoglie porta indelebilmente le cicatrici profonde di queste esperienze, oltre a quelle legate agli orrori che sempre accompagnano guerre e violenze». 

Il Papa, inoltre, ricorda che se non ci fossero tali condizioni disuma­ne molti migranti non lascerebbero mai il proprio Paese e che molti di questi agognano di ritornarvi qualora cambiasse il clima sociale e politico. Fra costoro «vi sono numerosi cristiani che sempre più massicciamente hanno abbandonato nel corso degli ultimi anni le proprie terre, che pure hanno abitato fin dalle origini del cristianesimo». Tante cose si potrebbero fare — ricorda Francesco — per evitare molti di questi drammi, ma anche tante cose si possono ancora fare per non farli continuare, come per esempio la risoluzione delle questioni «[…] connesse al commercio degli armamenti, al problema dell’ap­provvigionamento di materie prime e di energia, agli investimenti, alle politiche finanziarie e di sostegno allo sviluppo, fino alla grave piaga della corruzione». 

I progetti legati alle migrazioni non devono per niente considerare solo il momento dell’emergenza, ma avere uno sguardo a medio e lungo termine che consenta da un lato di «aiutare effettivamente l’integrazione dei migranti nei Paesi di accoglienza e, nel contempo, favorire lo sviluppo dei Paesi di provenienza con politiche solidali, che però non sottomettano gli aiuti a strategie e pratiche ideologicamente estranee o contrarie alle culture dei popoli cui sono indirizzate».

Per quanto riguarda i Paesi ospitanti — e soprattutto in relazione all’Europa — il Papa, data l’enormità del fenomeno che spesso pone seri interrogativi a fronte anche delle non poche minacce terroristiche, ricorda che «non ci si può permettere di perdere i valori e i principi di umanità, di rispetto per la dignità di ogni persona, di sussidiarietà e di solidarietà reciproca, quantunque essi possano costituire, in alcuni momenti della storia, un fardello difficile da portare. Desidero, dunque, ribadire il mio convincimento che l’Europa, aiutata dal suo grande patrimonio culturale e religioso, abbia gli strumenti per difendere la centralità della persona umana e per trovare il giusto equilibrio fra il duplice dovere morale di tutelare i diritti dei propri cittadini e quello di garantire l’assistenza e l’accoglienza dei migranti».

La questione migratoria, insiste il Pontefice, non può essere affrontata solo da singoli Stati, ma va gestita con azioni concordate e comuni fra gli Stati di destinazione dei migranti e quelli da cui costoro partono, in modo da approntare «soluzioni nuove e sostenibili». 

Infine, il Santo Padre ricorda che chi «è accolto ha il dovere di rispettare i valori, le tradizioni e le leggi della comunità che lo ospita» e questa d’altro canto è «chiamata a valorizzare quanto ogni immigrato può offrire a vantaggio di tutta la comunità».

2.5 Visitare gli infermi

Struttura fondamentale dell’esistenza per Martin Heidegger (1889-1976), uno dei più importanti filosofi del Novecento, è la cura. Heidegger aveva abbandonato gli studi teologici e con essi anche la fede cattolica e, tuttavia, in questo ci ricorda, anche se in termini secolarizzati, una grande verità della tradizione cristiana. 

Se la cura è il rapporto che si deve instaurare fra gli uomini vuol dire che necessitiamo, proprio da un punto di vista ontologico — anche nei migliori casi — di un aiuto reciproco. Ciò indica anche un limite insito nella stessa natura umana, che emerge particolarmente negli stati di malattia, che restringono le piene potenzialità umane, fino a condurre la persona alla fine dei suoi giorni terreni.

Visitare gli ammalati, allora, è un’opera di misericordia in quanto declinazione concreta dell’ingiunzione evangelica: «ama il prossimo tuo come te stesso» (Mt. 22,39). Si comprende in questo caso il «come te stesso», in quanto — anche se non direttamente affetti da qualche malattia — l’esperienza del limite viene riscontrata da ogni uomo quasi quotidianamente. Il grande mistero della sofferenza accompagna l’uomo, ponendolo davanti a un bivio: o l’accettazione e la trasformazione del dolore in amore, sull’e­sempio del Redentore, o la disperazione che però non toglie la sofferenza, ma la esaspera. San Giovanni Paolo II (1978-2005) ha dedicato a tale mistero la lettera apostolica Salvifici doloris, del 1984, che a oggi costituisce un grande orientamento all’interno della dinamica e dell’in­contro fra l’uomo e il dolore, che evidentemente non è solo di natura fisica. 

La visita agli ammalati, per i cristiani, non è semplicemente, però, un mero segno di cortesia, ma deve tendere — davanti alla sofferenza — ad aiutare il prossimo a contemplare la croce di Cristo nel mistero che lo tocca da vicino. Ogni malato è diverso dall’altro e quindi non vi può essere una ricetta unica. Tuttavia, rinunciare a intavolare un rapporto di sostegno spirituale significa aver negato al malato stesso il tesoro più grande che un cristiano può mediare: l’incontro con Dio che, anche nella sofferenza, non abbandona i suoi figli, perché Egli stesso ha voluto sperimentarla — possiamo dire in corpore vivo — in Gesù Cristo.

Non è un caso che uno dei sette sacramenti, l’unzione degli infermi, sia propriamente riservato ai malati in condizione di particolare gravità al fine di dare sollievo allo spirito e al corpo e che questo uso risalga direttamente alla prima comunità apostolica. Si può leggere, infatti, nella Sacra Scrittura: «Chi è malato, chiami a sé i presbiteri della Chiesa e preghino su di lui, dopo averlo unto con olio, nel nome del Signore. E la preghiera fatta con fede salverà il malato: il Signore lo rialzerà e se ha commesso peccati, gli saranno perdonati» (Gc. 4,14-15). 

Più che rassicurazioni, più o meno vere, o tentativi di spiegazione — come erroneamente tentavano di fare gli amici di Giobbe, malato e caduto in disgrazia, per consolarlo — ciò che serve è accostare senza invadenza e imprudenze il malato. È meglio tacere che dire frasi inutili o di circostanza; è meglio invitare alla preghiera, anche breve, che atteggiarsi a tuttologi nel tentativo di spiegare eventi che la nostra mente limitata non sa minimamente comprendere; è meglio accarezzare e stringere le mani, che dare false rassicurazioni stucchevolmente ottimistiche. Il filosofo francese Fabrice Hadjadj, ripercorrendo e «attualizzando» la vicenda biblica di Giobbe e focalizzando l’attenzione sul rapporto con i suoi amici, mette in bocca a un Giobbe, malato da anni e giacente con la fleboclisi al braccio in una moderna camera di ospedale, queste parole rivolte al primo amico che lo visita e che lo invita entusiasticamente a pensare positivo: «Non potresti essere qui e basta? Tu mi saresti veramente d’aiuto, amico mio, non cercando di venire in mio soccorso, ma stando qui, proprio qui, accanto, a tenermi la mano» (14).

Bisogna considerare che la persona umana non è solo il suo corpo, e che quindi salute non significa semplicemente prestanza fisica, ma soprattutto salvezza. E la salvezza spesso passa dall’accettazione di ciò che l’uomo non ha il potere di mutare e all’abbandono fiducioso a Dio. Cosa molto facile a dirsi, ma molto difficile da attuare (15).

La cura, allora, è quell’intervento con cui ci si deve sforzare di mutare situazioni in cui si è sul precipizio della disperazione e di introdurre in esse elementi di speranza — che ci apre all’eternità — che possano illuminare e inondare il cuore dei malati. 

La misericordia ha una dimensione anche sociale e il cristianesimo, fin da quando fu messo in condizione di poter agire pubblicamente, ha sempre generato strutture di assistenza. Il primo ospedale occidentale fu fondato da santa Fabiola di Roma (†399), nel 390 d.C.; di esso e dell’o­pera della sua fondatrice ci dà testimonianza san Girolamo (347-420), che narra: «quante volte ha lavato il pus da piaghe che altri non riuscivano neanche a guardare. Nutriva i pazienti con le sue stesse mani e, anche quando una persona non era altro che un povero corpo scosso dal respiro, lei ne rinfrescava le labbra, con alcune gocce d’acqua» (16). L’o­spedale è stata la risposta al dolore di chi è capace di vedere Cristo negli ultimi e nei disagiati. I medioevali amavano dire Pauper tamquam Christus, Infirmus tamquam Christus. Molti dedicavano l’intera loro vita al servizio dei malati e, quindi, possiamo dire che i primi ospedali furono costruiti da quello che oggi definiremmo il volontariato. Uno dei nomi più utilizzati fu Hospitale sive domus Dei, ospedale ossia casa di Dio.

Anche la forma della struttura ospedaliera non era lasciata al caso, ma doveva essere architettonicamente bella. Per questo venivano chiamati ad affrescarla i pittori più famosi dell’epoca, che vi lavoravano spesso gratuitamente. Una testimonianza tuttora visibile è il complesso monumentale di Santo Spirito in Sassia a Roma, risalente al secolo XIII, la cui architettura e i cui affreschi sono veramente suggestivi: e tutto ciò per dei malati. Ma a costoro venivano riservati anche momenti di arte musicale: così come i pittori più famosi, anche i musicisti più bravi passavano qualche ora del giorno ad allietare i «signori malati». L’ospedale cristiano fu così un’opera grandiosa, mai vista prima nella storia e che ha saputo sapientemente guardare — e l’impiego del­l’arte ne è una prova — alla cura della persona intera e non della semplice malattia o di una parte del corpo solamente. 

Non bisogna nascondere che la salute non può risiedere semplicemente in un corpo sano, così come la sanità della persona non è legata semplicemente a uno stato di normale salute fisica e psichica. Una visione parziale dell’uo­mo che lega la salute a un fatto meramente fisico e la salvezza a un fatto esclusivamente spirituale, vietando la comunicazione fra i due ambiti, finirà anche per smarrire l’obiettivo della cura della persona nella sua interezza. 

La separazione della scienza dalla fede, da questo punto di vista, ha fatto sì che gradualmente la persona venisse considerata semplicemente come corpo, come oggetto difettoso da aggiustare, producendo a sua volta infinite parcellizzazioni e dimenticando che quando si cura un organo sono in gioco tutti gli altri organi e in ultima istanza l’intero organismo, animato da un principio spirituale: la persona è più della semplice somma delle sue parti. La frase paradossale, «operazione perfettamente riuscita, paziente morto», dice relazione a una scienza che non tratta con uomini, ma semplicemente con macchine da riparare. 

Se l’uomo è persona e non una mera aggregazione di materia, non può diventare un numero o un codice come talora avviene nelle corsie degli ospedali: se l’uomo è persona e non un mero corpo biologico, non può esser parcellizzato nelle cure mediche; se l’uomo è persona e non oggetto, il medico deve instaurare un’al­leanza terapeutica che implica una relazione, un cum-patire, con il malato e non deve assumere un semplice approccio burocratico nelle cure. Il rapporto fra il medico e il paziente è innanzitutto un rapporto fra persone, che ne coinvolge altre, così come la malattia di una persona non è mai un fatto isolato, ma coinvolge tutta la sua famiglia e coloro che a diverso titolo le sono vicini. 

Gli effetti del secolarismo sono palesemente visibili anche in questi ambiti. Il mondo dell’efficienza odierno, infatti, tende a nascondere, fino al punto di eliminarle, le situazioni di malattia o di deficit perché coltiva un falso mito del progresso: «quale grande menzogna invece si nasconde dietro certe espressioni che insistono tanto sulla “qualità della vita”, per indurre a credere che le vite gravemente affette da malattia non sarebbero degne di essere vissute!» (17).

La riduzione dell’uomo a mero meccanismo ha convertito la scienza medica in potenzialità non più di curare, ma addirittura di dare la morte, contravvenendo all’antico Codice di Ippocrate (460-377 a.C.). Da un lato, il progresso scientifico e tecnologico ha portato alla sconfitta di numerose malattie, dall’altro questo stesso progresso, non essendo accompagnato da una visione etica spesso ideologicamente rifiutata, diventa il pretesto della distruzione dell’uomo. Quello che si può fare, ciò che la tecnica è in grado di offrirci, diventa ciò che s’impone come eticamente giusto.

Tuttavia, perdere di vista la prospettiva della persona, corpore et anima unus, significa ridurre l’uomo a un composto di cellule. Addirittura la «cultura dello scarto» del nostro tempo copre tutto ciò con un falso pietismo, il cui sbocco è l’eutanasia, un atto che non cura o accompagna il malato, ma lo uccide o lo «lascia morire»: «“onorare” oggi potrebbe essere tradotto pure come il dovere di avere estremo rispetto e prendersi cura di chi, per la sua condizione fisica o sociale, potrebbe essere lasciato morire o “fatto morire”. Tutta la medicina ha un ruolo speciale all’in­terno della società come testimone dell’onore che si deve alla persona anziana e ad ogni essere umano. Evidenza ed efficienza non possono essere gli unici criteri a governare l’agire dei medici, né lo sono le regole dei sistemi sanitari e il profitto economico. Uno Stato non può pensare di guadagnare con la medicina. Al contrario, non vi è dovere più importante per una società di quello di custodire la persona umana» (18).

Le questioni della salute e della malattia, del dolore e della morte, possono trovare luce a partire dal senso della vita. Ora, un tale senso viene dal di fuori della vita stessa, può essere o non essere accolto, la stessa malattia e la morte comunque sono delle tracce, delle ferite attraverso cui può entrare la luce del senso. Tocchiamo indubbiamente qui il mistero e siamo spinti a considerare la trascendenza ultima cui la persona può giungere. La magna quaestio che è l’uomo stesso si potrà risolvere solo in parte su questa terra, ma troverà nell’aldilà il suo svelamento a contatto e nella luce di Dio, delle Persone della Santissima Trinità. 

2.6 Visitare i carcerati

Fra le opere di misericordia corporale è inserita anche la visita a coloro che espiano una pena in un istituto carcerario per un reato commesso o che sono in attesa di un giudizio definitivo circa un’imputazione formulata nei loro confronti. 

I cristiani da sempre sperimentano questa vicinanza con i carcerati in quanto fin dall’inizio hanno sperimentato arresti e incarcerazioni ingiuste perché perseguitati per la loro fede, perché all’interno dell’impero romano la nuova religione predicata dai seguaci di Cristo era illegale. 

Tuttora, proprio per gli stessi motivi, tanti fratelli cristiani in molte parti del mondo sono costretti in carcere perché non vogliono abiurare alla loro fede e, quindi, vengono colpiti da leggi ingiuste e negatrici della libertà religiosa, come quelle, per esempio, sulla blasfemia che vigono in molti Paesi islamici. 

La vicenda di Asia Bibi, cristiana pakistana, in prigione perché accusata di blasfemia e poi finalmente scarcerata dopo nove anni, è abbastanza nota ed esemplare. Ricordiamoci che Gesù stesso è stato arrestato e incarcerato, prima della condanna a morte come un malfattore (cfr. Mt. 26,48), ed è proprio per questo che può dire ero «carcerato e siete venuti a trovarmi» (Mt. 25,36). Anche gli apostoli sperimentarono la carcerazione, per esempio Pietro, così come testimonia la Sacra Scrittura: «Pietro dunque era tenuto in prigione, mentre una preghiera saliva incessantemente a Dio dalla Chiesa per lui» (At. 12,5).

Però, questa opera di misericordia non riguarda soltanto coloro che sono in carcere ingiustamente, ma anche il carcerato tout court. Ogni uomo, infatti, è stato creato a immagine e somiglianza di Dio ed è proprio in ciò che risiede la sua alta dignità, che non viene meno neanche se egli — o ella — è stato autore dei più tremendi reati. L’attenzione al carcerato — l’eventuale visita in carcere a determinate condizioni previste dall’ordina­mento giuridico dei vari Stati — non vuol dire affatto giustificare il reato, ma significa che la misericordia deve colmare ciò che la legge, anche quando è giusta, non può colmare. 

Se, infatti, ci fermassimo semplicemente all’applicazione di un codice che reprime i reati con delle sanzioni, non sarebbe considerata affatto la possibilità di riscatto in una vita buona e soprattutto nell’ottica della vita e­terna dello stesso carcerato. 

I pontefici hanno dato degli esempi importanti. San Giovanni XXIII (1958-1963) volle visitare il carcere romano di Rebibbia il 26 dicembre 1958; anche san Giovanni Paolo II e Benedetto XVI hanno visitato istituti penitenziari e Papa Francesco ha voluto celebrare la Messa In Coena Domini in alcune carceri. 

Giustizia e misericordia non si contraddicono, ma devono poter convivere assieme. Il Catechismo della Chiesa Cattolica insegna, infatti, che «la legittima autorità pubblica ha il diritto ed il dovere di infliggere pene proporzionate alla gravità del delitto. La pena ha innanzi tutto lo scopo di riparare il disordine introdotto dalla colpa. Quando è volontariamente accettata dal colpevole, essa assume valore di espiazione. La pena poi, oltre che a difendere l’ordine pubblico e a tutelare la sicurezza delle persone, mira ad uno scopo medicinale: nella misura del possibile, essa deve contribuire alla correzione del colpevole» (n. 2266). Aspetto sanzionatorio e aspetto rieducativo della pena devono compenetrarsi senza escludersi a vicenda, e del resto già la stessa restrizione della libertà è l’inizio di un cammino di rieducazione. Ogni discorso sul valore sociale della pena e sulla riforma del sistema carcerario, perché non sia ideologico, deve tener ben fermi questi due punti, che rappresentano un orientamento di morale sociale da declinarsi, da parte di giuristi e legislatori, in norme precise (19).

La nostra opera di misericordia s’inserisce sul versante del valore medicinale della pena. Non è semplice, tuttavia, entrare in un istituto penitenziario, né tanto meno probabilmente un cristiano sa come rapportarsi nei confronti di un carcerato, tuttavia sono ben presenti e attive pastorali per i carcerati che hanno il compito esplicito di portare il messaggio evangelico, con tutte le sue conseguenze, anche in questi luoghi. 

Il cristiano, inoltre, può ricordare i carcerati nella sua preghiera e guardare alle loro famiglie, che potranno essere visitate, accostate e non colpevolizzate per gli eventuali reati del loro familiare. Soprattutto, se il carcerato ha figli, questi vanno accolti e inseriti nei percorsi normali di catechesi e di animazione cristiana senza ingiuste discriminazioni. 

Per tutti vi è salvezza qualora si mostri interesse e volontà di apertura al Signore e questa salvezza non può essere ostacolata da nessuno. Sono tanti gli esempi di pene che sono state non semplicemente restrittive, ma anche rigenerative. Quello che passa alla storia come il buon ladrone del Vangelo — crocifisso insieme a Gesù — riconosce la propria colpa, afferma che ciò che egli sta patendo in quanto colpevole è giusto e si affida alla misericordia di Gesù. Ne ottiene in cambio la salvezza: «in verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso» (Lc. 23,43). 

2.7 Seppellire i morti

Quest’ultima opera di misericordia corporale non compare direttamente nel Vangelo di Matteo. Tuttavia, secondo quanto insegna san Tommaso d’Aquino, «il seppellimento dei morti non giova loro rispetto alla sensibilità, che il corpo ha perduto dopo la morte. E in questo senso il Signore afferma che chi uccide il corpo dopo non può fare altro. Ed è ancora per questo che il Signore non menziona il seppellimento tra le altre opere di misericordia, poiché si limita a quelle che sono di più evidente necessità. Tuttavia il defunto è interessato a ciò che viene fatto del suo corpo, sia per il ricordo che di lui si conserva nella memoria degli uomini, e che invece è compromesso qualora rimanga insepolto, sia per l’affetto che egli aveva per il suo corpo mentre era in vita, affetto al quale deve conformarsi quello dei buoni dopo la sua morte. Per questo motivo dunque, come dice S. Agostino [De cura pro mortuis 3], alcuni vengono elogiati per avere seppellito i morti, come Tobia e coloro che seppellirono il Signore» (20).

Nella grande «storia dell’umanità», tracciata dal filosofo napoletano Giambattista Vico (1668-1744), sono individuati tre princìpi-cardine che segnano il passaggio dallo stato di «bestialità» all’humanitas: «osserviamo tutte le nazioni […] custodire questi tre umani costumi: che tutti hanno qualche religione, tutte contraggono matrimoni solenni, tutti seppelliscono i loro morti» (21).

Già nell’Antica Grecia Sofocle (496-406 a.C.), nella tragedia Antigone, fa emergere il valore dell’atto della sepoltura, anche contro il divieto delle leggi dello Stato. Proprio Antigone, infatti, contro le disposizioni del re di Tebe Creonte, dà sepoltura al fratello Polinice incorrendo nella condanna. Il tragediografo greco porta qui all’attenzione dello spettatore il contrasto fra il diritto positivo e le leggi insite nel cuore dell’uomo, costanti della propria natura, che si stagliano al di sopra delle leggi dello Stato. Fra queste, l’onore da rendere ai morti con la sepoltura.

Nel mondo biblico veterotestamentario Tobi narra: «se vedevo qualcuno dei miei connazionali morto e gettato dietro le mura di Ninive, io lo seppellivo. Seppellii anche quelli che aveva uccisi Sennàcherib, quando tornò fuggendo dalla Giudea, al tempo del castigo mandato dal re del cielo sui bestemmiatori. Nella sua collera egli ne uccise molti; io sottrae­vo i loro corpi per la sepoltura e Sennàcherib invano li cercava. Ma un cittadino di Ninive andò ad informare il re che io li seppellivo di nascosto. Quando seppi che il re conosceva il fatto e che mi si cercava per essere messo a morte, colto da paura, mi diedi alla fuga» (Tb. 1,17-19). 

Le grandi civiltà antiche, dunque, hanno reso culto ai morti primariamente attraverso l’atto della sepoltura, ovvero della custodia del corpo dopo l’evento della morte, considerando che la vita — come dice un passo della liturgia romana — «non viene tolta ma trasformata» (22).

A maggior ragione i cristiani, che non oppongono spirito e materia ma considerano l’unità vitale della persona umana, hanno grande apprez­zamento per il corpo dell’uomo. Ciò per un motivo prettamente teologico: Dio stesso ha preso nel Figlio un corpo umano, tramite il quale si è presentato al mondo anche come Figlio dell’uomo e soprattutto ha elevato il suo corpo alla gloria facendolo risorgere. 

Seppellire i morti, dunque, non può che essere l’ultima opera di misericordia corporale, perché i cristiani sanno che il corpo deve essere rispettato e conservato per la futura resurrezione. In più quel corpo, soprattutto con il battesimo, è diventato «tempio dello Spirito Santo» (1 Cor. 6,19) e come tale ha assunto la dignità propria dei figli di Dio. Mentre l’anima lascia il corpo, in quanto immortale, questo attende di ricongiungersi a essa nell’ultimo giorno. 

In un contesto culturale ancora pienamente cristiano il dramma della morte non veniva estromesso, nascosto o allontanato dalla vita dell’uomo e delle comunità. I morti venivano sepolti nelle cripte delle chiese o intorno a esse. Coloro che avevano raggiunto l’altra vita erano così in qualche modo presenti accanto ai vivi in una coesistenza armonica e non necrofila, come forse qualcuno oggi potrebbe pensare. 

Il progredire del processo di scristianizzazione ha reso la morte sempre più lontana dalla normale vita dell’uomo e delle comunità, quale evento che ormai non viene più a trovare il suo senso nella fede nella Resurrezione. Napoleone Bonaparte (1769-1821) nel 1804 ordinerà la costruzione di cimiteri fuori dai centri abitati e la loro completa laicizzazione. Tuttavia, i cristiani continuano ad accompagnare nell’e­stremo saluto i corpi dei defunti attraverso riti funebri che hanno la dimensione della consolazione, ma che soprattutto aprono al grande mistero dell’immor­talità dell’anima, alla prospettiva del giudizio particolare oltre la morte e alle condizioni della vita ultraterrena, nonché alla grande speranza che un giorno — grazie alla resurrezione della carne — potremo di nuovo rivedere i nostri cari defunti. Ciò addirittura si fa esplicito nella meditazione dei credenti il 2 novembre, giorno in cui la Chiesa chiama tutti alla commemorazione dei fedeli defunti. 

Seppellire i morti, allora, significa rendere l’ultimo atto d’amore verso il nostro prossimo, che viene raccomandato alla misericordia di Dio. Anche questo il Redentore volle provare: «Giuseppe d’Arimatèa, che era discepolo di Gesù, ma di nascosto per timore dei Giudei, chiese a Pilato di prendere il corpo di Gesù. Pilato lo concesse. Allora egli andò e prese il corpo di Gesù. Vi andò anche Nicodèmo, quello che in precedenza era andato da lui di notte, e portò una mistura di mirra e di aloe di circa cento libbre. Essi presero allora il corpo di Gesù, e lo avvolsero in bende insieme con oli aromatici, com’è usanza seppellire per i Giudei. Ora, nel luogo dove era stato crocifisso, vi era un giardino e nel giardino un sepolcro nuovo, nel quale nessuno era stato ancora deposto. Là dunque deposero Gesù, a motivo della Preparazione dei Giudei, poiché quel sepolcro era vicino» (Gv. 19, 38-42). 

Il funerale, pertanto, deve essere un momento di tutta la comunità cristiana. Le tombe, segno della presenza corporale del defunto, ci ricordano la preghiera di suffragio che gli dobbiamo e la fine cui tutti i vivi non possono sfuggire. Ricordiamo, tuttavia, come san Francesco d’Assisi (1182 ca.-1226) abbia insegnato sulla scorta del Vangelo che non è da temere la morte del corpo, bensì quella dello spirito: «Laudato si’ mi’ Signore per sora nostra morte corporale, da la quale nullu homo vivente pò skappare: guai a quelli ke morrano ne le peccata mortali; beati quelli ke trovarà ne le tue santissime voluntati, ka la morte secunda no ‘l farrà male» (23).

2.8 La «cura della casa comune», ottava opera di misericordia 

Papa Francesco, in occasione del Messaggio per la Giornata Mondiale di preghiera per la cura del creato, del 2016, ha voluto legare la tematica della salvaguardia del creato con la misericordia, proponendo l’aggiunta al settenario delle opere spirituali e corporali di un’ottava opera, la «cura della casa comune». Tale opera — fa notare il Pontefice — assume sia un valore spirituale, sia una dimensione d’impegno concreto. Di tale prospettiva — certamente da sottrarre all’impostazione ideologica di certo ecologismo — ho già parlato nell’articolo dedicato alle opere di misericordia spirituale. Bisogna, infatti, comprendere come la tematica della salvaguardia del creato, che il Magistero ha messo a tema da tempo, è il tentativo di impostare una risposta corretta al problema ambientale secondo i princìpi naturali e cristiani. Come Papa Leone XIII (1878-1903) si sforzò si comprendere e di rispondere alla questione sociale del suo tempo, orientando il Magistero in alternativa alle risposte sia di natura socialista, sia di natura liberali, oggi la Chiesa sente il bisogno, sottraendosi alle mode ideologiche ambientaliste, di presentare un’ecologia integrale che sappia coniugare il rispetto e la difesa della vita umana con la salvaguardia delle condizioni in cui la vita umana può fiorire e vivere stabilmente. Vita umana e ambiente in cui essa sboccia, infatti, non possono che essere strettamente legati. Davanti a una domanda, e specificatamente davanti alla necessità di salvaguardare il creato dall’intensivo sfruttamento da parte dell’uomo, tenuto conto dell’impianto tecnocratico che guida il potere politico, la sola via percorribile è quella di rispondere correttamente, evitando l’amplificazione del problema tipico delle risposte ideologiche. 

La modernità nasce sotto il segno della sostituzione di Dio con l’uomo: questa visione antropocentrica non solo è foriera di squilibri nei rapporti sociali, ma è visibilmente anche portatrice dello squilibrio nella relazione con il creato, divenuto spesso mero oggetto di sfruttamento e di dominio dell’uomo. Per quanto l’uomo sia il vertice del creato, ciò non deve far dimenticare che ne è anche il custode. Nella misura in cui l’uo­mo moderno ha disperso un uso legittimo e sapienziale del creato, ha posto un elemento di squilibrio in esso e, di conseguenza nella propria vita. La natura — e quindi anche la stessa natura dell’uomo — rischia di non essere più il luogo della comunicazione della volontà di Dio, ma un ambito da manipolare secondo le proprie esigenze, fino a giungere ai nostri giorni a un potere quasi assoluto sulle sorgenti della vita, sia essa umana, animale e vegetale. La salvaguardia della casa comune — spiega il Pontefice — «come opera di misericordia spirituale […] richiede la contemplazione riconoscente del mondo che ci permette di scoprire attraverso ogni cosa qualche insegnamento che Dio ci vuole comunicare. Come opera di misericordia corporale, la cura della casa comune richiede i semplici gesti quotidiani nei quali spezziamo la logica della violenza, dello sfruttamento, dell’egoismo […] e si manifesta in tutte le azioni che cercano di costruire un mondo migliore» (24).

La costruzione di un mondo migliore, dunque, passa anche attraverso una risposta adeguata a partire da nuovi stili di vita e buone pratiche inerenti al rispetto e alla salvaguardia della casa comune. In tal senso l’enciclica Laudato si’ è un testo da leggere integralmente e soprattutto da valorizzare nell’ambito di un sano aggiornamento — che prevede continuità e riforma — di quel grande corpus dottrinale rappresentato dal­l’insegnamento sociale della Chiesa, che appunto viene a svilupparsi nel corso della storia e in risposta alle sfide che ogni epoca presenta. Anche in questo ambito vi sono atti che sicuramente il singolo potrà svolgere, riconoscendosi quale custode del mondo e quindi responsabile primo. Occorre usare le risorse senza abusarne, trarre da quanto offerto dal creato un miglioramento di vita senza però negare alle generazioni future la possibilità di vivere e di contemplare la bellezza che nel presente viene goduta. Vi è anche qui, però, una dimensione socio-politica da non sottovalutare. Il problema ambientale, infatti, oggi è divenuto centrale fra le questioni politiche nazionali e sovranazionali. Al di là delle derive ideologiche, quindi, chi ha responsabilità politiche deve poter studiare e individuare delle leggi e delle prassi perché custodia del creato e legittimo progresso possano legarsi senza produrre uno squilibrio che incida negativamente sulla vita degli uomini. Anche in questo senso si difenderà e si promuoverà la vita dell’uomo.

3. Conclusione

Il cuore del Vangelo è la misericordia, ovvero l’annuncio e la realizzazione della salvezza che Dio ha operato nel suo Figlio, senza che l’uomo avesse alcun merito. La misericordia non si scontra con la verità, bensì trova con essa la giusta armonia. Chi separa le due dimensioni non ha recepito pienamente il messaggio di Cristo, così come chi separa Cristo pastore da Cristo maestro. Senza la verità la misericordia smarrisce la sua efficacia e senza la misericordia la verità diventa arida. Con la venuta di Cristo si inaugurano i tempi nuovi in cui, attraverso l’accoglienza della sua grazia santificante, l’uomo può trovare risposta ai suoi quesiti ultimi e iniziare un cammino di rigenerazione spirituale personale e anche di riforma delle comunità in cui vive. Sono due i poli fra i quali si muovono gli uomini e i consessi umani: amare Dio fino al disprezzo di sé o amare sé stessi fino al disprezzo di Dio (25). Nella misura in cui prevale il primo a discapito del­l’altro, attraverso la pratica della misericordia, sono mutati e possono mutare i rapporti fra gli uomini e quindi i volti delle comunità civili; nella misura in cui prevale il secondo polo, gli effetti saranno devastanti sia sui singoli che sulle comunità perché l’uomo perde il senso vero della sua esistenza: perdendo la grazia non comprende più pienamente neanche la natura. 

Tuttavia, ogni momento è buono per poter invertire la rotta e intraprendere il cammino della conversione, lasciandosi abbracciare dalla misericordia del Padre. Una tale dinamica non lascia il cristiano in uno stato passivo, ma fa sì che, sperimentata la misericordia di Dio, egli stesso possa portare misericordia al suo prossimo. E la misericordia — perché non resti una parola vuota — è incarnata in atti concreti: le opere di misericordia spirituale e le opere di misericordia corporale. Queste delineano l’impegno esistenziale di ogni cristiano sia nei rapporti interpersonali sia a un livello più alto che riguarda la rigenerazione sociale degli ambienti in cui si vive. Il Signore loda la vedova che con il suo obolo — con piena fiducia a Dio — dà al Tempio tutto quello che ha e non il superfluo (cfr Lc. 21). Nell’ambito della pratica della misericordia la dinamica è identica. Essa è l’impegno della vita del cristiano che — vivendo la fede in Dio — si mette al suo servizio nel mondo perché tutti possano incontrare Cristo, unico Salvatore. Lui stesso diceva ai discepoli: «Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli» (Mt. 5,16). 

In definitiva, allora, è bene ricordare che ogni e qualsiasi commento alle opere di misericordia deve essere preceduto, accompagnato e seguito dall’impegno pratico perché attraverso una sana creatività la carità possa raggiungere ogni essere umano: «la forza della testimonianza dei santi sta nel vivere le Beatitudini e la regola di comportamento del giudizio finale. Sono poche parole, semplici, ma pratiche e valide per tutti, perché il cristianesimo è fatto soprattutto per essere praticato, e se è anche oggetto di riflessione, ciò ha valore solo quando ci aiuta a vivere il Vangelo nella vita quotidiana. Raccomando vivamente di rileggere spesso questi grandi testi biblici, di ricordarli, di pregare con essi e tentare di incarnarli. Ci faranno bene, ci renderanno genuinamente felici» (26).

Daniele Fazio

 

Note:
(1) Cfr. il mio Le opere di misericordia spirituale, in Cristianità, anno XLVI, n. 392, luglio-agosto 2018, pp. 31-60.
(2) Cfr. Tommaso d’Aquino (1225-1274), Summa Theologiae, IIa IIae, q. 32 a. 3.
(3) Ibid., IIa IIae, q. 32 a. 6.
(4) «[…] le opere di misericordia corporale e spirituale costituiscono fino ai nostri giorni la verifica della grande e positiva incidenza della misericordia come valore sociale. Essa infatti spinge a rimboccarsi le maniche per restituire dignità a milioni di persone che sono nostri fratelli e sorelle, chiamati con noi a costruire una “città affidabile”» (Francesco, Lettera apostolica «Misericordia et misera», del 20-11-2016, n. 18).
(5) Cfr. Idem, Incontro con i poveri assistiti dalla Caritas, del 4-10-2013.
(6) Dalla Sicilia al Madagascar: monsignor Rosario Vella racconta la sua vita di missionario salesiano e vescovo in una periferia del mondo, intervista a cura di Luca Caruso, del 14-12-2015, consultabile nel sito web <https://it.zenit.org/­articles/i-piu-poveri-sono-quelli-che-non-hanno-dio-se-non-hai-dio-non-hai-niente> (gli in­dirizzi Internet dell’intero articolo sono stati consultati l’11-2-2019).
(7) Orazione del Rito per l’aspersione domenicale dell’acqua benedetta nel Tempo di Pasqua, Messale Romano, secunda editio typica (1975), trad. it. a cura della Conferenza Episcopale Italiana.
(8) Cfr. Rodney Stark e Massimo Introvigne, Dio è tornato. Indagine sulla rivincita delle religioni in Occidente, Piemme, Casale Monferrato (Alessandria) 2003.
(9) Herbert Marcuse, La dimensione estetica. Un’educazione politica tra rivolta e trascendenza, trad. it., Guerini e Associati, Milano 2002, p. 109.
(10) Cfr. Daniele Di Luciano, Quello che non ci viene detto sull’uso della pornografia, nel sito web <http://www.disinformazione.it/­pornografia.htm>.
(11) Cfr. Peter C. Kleponis, Uscire dal tunnel. Dalla dipendenza da pornografia all’integrità, D’Ettoris, Crotone 2018.
(12) Cfr. Francesco Agnoli, La grande storia della carità, Cantagalli, Siena 2013.
(13) Francesco, Discorso in occasione degli auguri del corpo diplomatico presso la Santa Sede, dell’11-1-2016.
(14) Fabrice Hadjadj, Giobbe o la tortura degli amici, trad. it., Marietti 1820, Genova-Milano 2011, p. 36.
(15) Cfr. Ermanno Pavesi (a cura di), Salute e salvezza. Prospettive interdisciplinari, Di Giovanni, San Giuliano Milanese (Milano) 1994.
(16) Citato in F. Agnoli, Ospedali: grazie al cristianesimo, in Il Timone. Mensile di informazione e formazione apologetica, anno XIII, Milano dicembre 2011, n. 108, p. 26. Sull’influsso del cristianesimo sulla nascita dell’ospedale, cfr. Idem, Case di Dio e Ospedali degli uomini. Perché, come e dove sono nati gli ospedali, Fede&Cultura, Verona 2011; e Giorgio Cosmacini, L’arte lunga. Storia della medicina dall’Antichità ad oggi, Laterza, Roma-Bari 2009.
(17) Francesco, Discorso ai partecipanti al Convegno commemorativo dell’As­sociazione Medici Cattolici italiani in occasione del 70° della Fondazione, del 15-11-2014.
(18) Idem, Discorso ai partecipanti alla plenaria della Pontifica Accademia per la vita, del 5-3-2015.
(19) Cfr. Alfredo Mantovano, Cinque osservazioni sull’universo che ruota intorno alle sbarre, in Tempi, Roma settembre 2018, p. 19.
(20) Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae, IIa IIae, q. 32 a. 2.
(21) Giambattista Vico, La Scienza nuova, introduzione e note di Paolo Rossi Monti (1923-2012), Rizzoli, Milano 1998, p. 232.
(22) Prefazio della Messa dei Defunti I, Messale Romano, secunda editio typica (1975), trad. it. a cura della Conferenza Episcopale Italiana.
(23) Cfr. Francesco d’Assisi, Il Cantico di Frate Sole.
(24) Francesco, Messaggio per la celebrazione della Giornata Mondiale di Preghiera per la cura del Creato, del 1°-9-2016, n. 1.
(25) Cfr. Agostino d’Ippona, De Civitate Dei, 14, 28.
(26) Francesco, Esortazione apostolica «Gaudete et exsultate» sulla chiamata alla santità nel mondo contemporaneo, del 19-3-2018, n. 109.

 

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 Daniele Fazio

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Daniele Fazio è nato a Sant'Agata di Militello (Messina) nel 1983. Dopo gli studi classici, ha conseguito la laurea di primo livello in filosofia con una tesi su "Verità e Persona nel pensiero filosofico di Karol Wojtyla". Ha poi conseguito la laurea specialistica in Filosofia contemporanea con una tesi su "Ontologia ed etica della Persona. Prospettive contemporanee". Entrambe le tesi sono state discusse presso l'Ateneo di Messina con la professoressa Paola Ricci Sindoni, ordinario di Filosofia morale. Dal 2009 al 2012 è stato borsista del Centro Universitario Cattolico, con progetto Robert Spaemann: cristianesimo e filosofia nella modernità. Dottore di ricerca in Metodologie della Filosofia (2015) ha curato una ricerca sul pensiero di Étienne Gilson. E' cultore della materia presso la Cattedra di Filosofia morale del Dipartimento Civiltà Antiche e Moderne di Messina, con cui regolarmente collabora sin dal 2009. Ha frequentato i corsi del Tirocinio Formativo Attivo per l’abilitazione all’insegnamento negli Istituti di Istruzione Secondaria per la classe ex A037 – Filosofia e Storia. Militante di Alleanza Cattolica, tra le sue pubblicazioni, oltre agli articoli su riviste scientifiche, sono da rilevare la monografia Étienne Gilson. Metafisica dell’actus essendi e modernità, ed. Orthotes, Napoli 2018 e il saggio Eric Voegelin, un maitre à penser del Novecento in E. Voegelin, Politica, storia e filosofia, a cura di Oscar Sanguinetti, D’Ettoris Editori, Crotone 2018. Facebook - Instangram - Europa Mediterraneo