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L’epistola di Clemente Romano ai Corinzi

23 Maggio 2026 by Leonardo Gallotta

PRIMO TESTO DELLA LETTERATURA GRECA CRISTIANA

I rapporti nella comunità cristiana devono ispirarsi all’armonia su cui si regge l’universo. Dio che ha creato l’ordine della natura, richiede alle sue creature ordine, obbedienza e la mutua cooperazione nel servizio reciproco.  

di Leonardo Gallotta

Al di fuori degli scritti neotestamentari, le prime testimonianze di letteratura cristiana in lingua greca appartengono al genere epistolare. Il primo e più antico testo è costituito dalla Lettera ai Corinzi di Clemente Romano, quarto Vescovo di Roma e quindi quarto Papa secondo la cronologia ufficiale dei Pontefici della Chiesa Cattolica. Clemente I dovrebbe quindi essere chiamato. Invece dagli studiosi posteriori è quasi sempre detto Clemente Romano o Clemente di Roma per non confonderlo con il teologo e apologeta cristiano Clemente Alessandrino vissuto però un secolo dopo, mentre Clemente Romano visse nel primo secolo d.C., alla fine del quale (90 circa – 99 d.C.) esercitò il suo ministero in qualità di pontefice. Va pure detto che è venerato come santo dalla Chiesa cattolica ed anche dalle Chiese ortodosse.

Veniamo alla Lettera ai Corinzi. Essa è scritta in greco sia perché per lungo tempo fu questa la lingua ufficiale delle comunità cristiane anche in ambito latino sia perché era la lingua della Chiesa di Corinto a cui si rivolgeva Clemente Romano. La Lettera rispondeva alla richiesta di dirimere una questione originata dalla ribellione di alcuni fedeli corinzi che avevano destituito i loro presbiteri e ne avevano nominati altri. Occorre dire che questa Lettera, databile all’incirca all’anno 96, è molto importante perché, oltre a fornire preziose informazioni sulla vita delle prime comunità cristiane, attesta che già a quei tempi la Chiesa di Roma godeva di una particolare autorità rispetto alle altre comunità cristiane, dal momento che Corinto, Chiesa tra le prime fondate, si rivolgeva a Roma per dirimere una questione interna. Diversi studiosi, tuttavia, ritengono che non vi sia stata una richiesta ufficiale e che il Vescovo di Roma sia stato informato da alcuni cittadini romani presenti a Corinto e testimoni delle divisioni in quella Chiesa locale.

La Lettera si estende per sessantacinque capitoli ed ha come oggetto la “rivolta empia e sacrilega” verificatasi nella Chiesa di Corinto a causa di un piccolo numero di agitatori che avevano così gettato discredito sulla comunità cristiana.

Clemente, che si esprime al plurale a nome della comunità cristiana di Roma, si propone con questa lettera di sedare i dissidi sorti nella comunità di Corinto, rivolgendo ad essa un forte richiamo al senso di unità e fratellanza che dovrà regnare fra i cristiani di tale Chiesa.

Due sono le sezioni in cui si divide la Lettera. Nella prima viene individuata l’origine dei mali che hanno colpito la Chiesa di Corinto, vale a dire l’invidia e la discordia da essa generata. Il discorso poi si amplia dimostrando con numerosi esempi tratti dall’Antico Testamento e con riferimento all’insegnamento di Cristo, che Dio gradisce il pentimento, l’obbedienza, la fede, l’umiltà e la mitezza. All’armonia su cui si regge l’universo si dovrebbe quindi guardare per stabilire i rapporti all’interno della comunità cristiana. I modelli di comportamento sono Abramo, Isacco e Giacobbe, gratificati dal Signore e giustificati per la loro fede; ma alla fede, continua Clemente, devono seguire le opere: si deve servire Dio e lottare per i suoi doni, ricordandosi sempre che è solo Gesù la Via della salvezza.

Nella seconda parte della Lettera si torna sui problemi della Chiesa di Corinto: Dio che ha creato l’ordine della natura, richiede alle sue creature ordine e obbedienza. La mutua cooperazione delle membra del corpo dimostra l’esigenza di disciplina e di sottomissione necessarie al servizio reciproco. Dio ha stabilito la gerarchia sacerdotale nell’Antico Testamento e ha inviato il Cristo che a sua volta ha istituito la missione degli Apostoli i quali hanno designato vescovi, presbiteri e diaconi, stabilendo come dovesse avvenire la successione nei vari ministeri.

Essendo stati deposti i presbiteri, si è così lacerata l’unità della Chiesa di Corinto, per cui sarà bene anche in futuro evitare fratture di questo genere che già Paolo di Tarso aveva duramente criticato. Per sanare comunque l’attuale situazione i responsabili della sedizione dovrebbero andare in esilio e si dovrebbe pregare perché i fedeli che li hanno seguiti cedano alla volontà di Dio, sottomettendosi ai presbiteri precedentemente designati e incamminandosi in tal modo sulla via della pace.

Così termina la Lettera, scritta con stile semplice, ma che rivela la buona cultura dell’autore, attento alla correttezza linguistica e ad una certa eleganza del dettato. Occorre dire, infine, che la Lettera ha anche un particolare interesse storico, dato che ci fornisce notizie sul martirio di Pietro e di Paolo ed anche sulle persecuzioni di Nerone.

Sabato, 23 maggio 2026

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