L’Insorgenza come categoria politica nell’intuizione e nel pensiero di Giovanni Cantoni

Francesco Pappalardo 1 anno fa
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Francesco Pappalardo, Cristianità n. 395 (2019)

 

L’Insorgenza come categoria politica nell’intuizione e nel pensiero di Giovanni Cantoni

 

Il contributo di Giovanni Cantoni allo studio dei movimenti di popolo contro la Rivoluzione francese e contro Napoleone Bonaparte (1769-1821) — che possono essere ricompresi, data la loro omogeneità e la loro epocalità, nella categoria generale dell’Insorgenza — non può essere illustrato in modo soddisfacente senza una presentazione dell’iti­nerario culturale compiuto dal fondatore e reggente nazionale onorario di Alleanza Cattolica, fra i primi a sollevare il velo su quel gigantesco fenomeno storico e a fornirne un’interpretazione soddisfacente.

1. Per una biografia intellettuale di Giovanni Cantoni

1.1 Nato a Piacenza nel 1938 (1), Cantoni aderisce nel 1960 al Movimento per l’Ordine Civile, sorto per reagire all’apertura a sinistra, vale a dire il coinvolgimento del partito socialista nell’area di governo, e — in occasione del centenario dell’unità d’Italia — pubblica, con un altro piacentino, lo storico Carlo Emanuele Manfredi, una raccolta di scritti del gesuita Luigi — al secolo Prospero — Taparelli d’Azeglio (1793-1862), dal titolo La libertà tirannia. Saggi sul liberalismo risorgimentale, per le Edizioni di Restaurazione Spirituale, da lui stesso, con altri, promosse (2). Prende così posizione contro il Risorgimento — inteso come Rivoluzione culturale, la versione italiana della Rivoluzione francese — e in particolare contro le modalità — giudicate inaccettabili — con cui è avvenuta l’unifi­cazione nazionale. 

L’opera segna l’inizio della storia di Alleanza Cattolica — pur essendo più appropriato parlare di «preistoria», prima del debutto ufficiale avvenuto nel 1968 (3) — ed esprime il taglio d’interesse originario dell’associa­zione nascente, che mostra un’attenzione particolare al momento politico-so­ciale nonché al Risorgimento, un tema che rimarrà sempre centrale nella riflessione associativa (4).

La sua pubblicazione, inoltre, favorisce l’incontro di Cantoni con il mondo conservatore e tradizionalista americano. In occasione di una presentazione dell’opera ad Alessandria, in quello stesso 1960, conosce il saggista Mario Marcolla (1929-2003) (5), che nel 1962 porterà a Piacenza Russell Kirk (1918-1994) (6), storico statunitense delle idee e «padre» del conservatorismo nordamericano nella seconda metà del Novecento. La pubblicazione degli scritti taparelliani attira, inoltre, l’attenzione della Sociedade Brasileira de Defesa da Tradição, Família e Propriedade, costituita proprio nel 1960 dal pensatore e uomo politico brasiliano Plinio Corrêa de Oliveira (1908-1995) (7), la cui opera principale, Rivoluzione e Contro-Rivoluzione, del 1959, viene letta da Cantoni nell’edizione brasiliana in francese nel 1961. 

Il 26 maggio 1962, Cantoni partecipa al 1° Convegno Tradizionalista Italiano promosso dal periodico L’Alfiere. Pubblicazione napoletana tradizionalista — iniziato dal giornalista, saggista e uomo politico Silvio Vitale (1928-2005) (8) pure nel 1960 —, con un intervento su I Compiti delle pubblicazioni tradizionaliste, a «conferma — scriverà molti anni dopo — di una vocazione da operatore culturale» (9).

Questa vocazione si manifesta innanzitutto con una feconda attività editoriale: dal 1962 al 1966 dirige la collana di saggistica delle torinesi Edizioni dell’Albero, di cui è uno dei fondatori e che lascia in seguito al tralignamento dell’iniziativa. Con questo strumento introduce in Italia scritti — fra altri — dello storico e politologo statunitense di origini ungheresi Thomas Molnar (1921-2010), del teologo domenicano francese Roger-Tho­mas Calmel (1914-1975), dello storico e giurista spagnolo Francisco Elías de Tejada y Spínola (1917-1978) (10) e soprattutto di Corrêa de Oliveira (11).

De Tejada, a sua volta, attira l’attenzione di Cantoni sul mondo ispanico. Ma sarà il contatto con il giurista e storico del diritto spagnolo Estanislao Cantero Núñez — incontrato da Cantoni, nel 1972 o nel 1973, in uno dei congressi internazionali organizzati a Losanna dall’esponente della destra cattolica francese Jean Ousset (1914-1994) e poi nel giugno del 1973, in occasione di un ritiro dottrinale tenuto da Alleanza Cattolica a Rho, in Lombardia — ad aprire la strada alla conoscenza, e alla futura collaborazione, con il giurista Juan Berchmans Vallet de Goytisolo (1917-2011) (12) e con l’associazione tradizionalista La Ciudad Católica, da lui fondata, centro di studio e diffusione in Europa e nell’Iberoamerica della dottrina sociale della Chiesa. Accademico di Spagna e giurista cattolico di grande valore, direttore della rivista madrilena Verbo, iniziata con altri nel 1960, e presidente della Fondazione Francisco Elías de Tejada, Vallet de Goytisolo guarderà con amicizia e con condivisione ad Alleanza Cattolica e alla sue iniziative, invitandone più volte i soci alle riunioni annuali degli amici della Ciudad Católica (13).

1.2 La pubblicazione de La libertà tirannia è l’inizio di una lunga meditazione sulla storia dell’Italia moderna, inizialmente compendiata nel saggio introduttivo di Cantoni alla nuova edizione italiana dell’opera Rivoluzione e Contro-Rivoluzione (14), L’Italia fra Rivoluzione e Contro-Ri­voluzione, che nel 1972 inaugura l’attività dell’editrice Cristianità. 

Nel suo saggio Cantoni ripercorre sinteticamente la storia italiana degli ultimi due secoli e ne analizza gli avvenimenti alla luce del pensiero cattolico contro-rivoluzionario: partendo dalla «favola risorgimentale», giunge alle insorgenze — anche se il nome ancora non ricorre — e a una loro prima descrizione. «Tale “lettura” ha costituito e continua a co­stituire il quadro di fondo del­l’attività di Alleanza Cattolica nel suo apostolato culturale contro-rivoluzionario. Naturalmente con tutte le revi­sioni rese necessarie dal passare del tempo e dal suo esser esposta ai mutamenti che de­rivano dalla conoscenza stori­ca, sia mia che della cultura storica italiana ed europea, dal momento che il “revisionismo”, intrinseco alla scienza storica, non va solo pre­teso, ma anche praticato» (15). Da allora l’attenzione al tema delle insorgenze non verrà meno.

Alla casa editrice Cristianità si affianca, a partire dal 1973, l’omo­nima rivista, organo ufficiale di Alleanza Cattolica, sulla quale l’anno seguente viene pubblicato un saggio sull’insorgenza anti-napoleonica degli anni 1805 e 1806 nel ducato di Piacenza (16). Nello stesso anno Oscar Sanguinetti si laurea in Scienze Politiche all’Università degli Studi di Milano con una tesi in Storia Moderna — suggerita da Cantoni — dal titolo Premesse e lineamenti storici dei moti popolari antifrancesi in Lombardia alla fine del secolo XVIII, relatore il professor Gianluigi Barni (1909-1981), che in occasione del bicentenario delle insorgenze darà origine a un volume (17).

Però maiora premunt — soprattutto la crisi nella Chiesa post-con­ci­liare e l’espansione minacciosa del socialcomunismo — e bisogna aspettare dieci anni perché il tema venga riproposto. Il 2 giugno 1984, nel 175° anniversario dell’insor­genza tirolese e trentina contro gli eserciti rivoluzionari guidati da Napoleone, militanti di Alleanza Cattolica e amici di Cristianità partecipano alle cerimonie in ricordo di quel­l’insurrezione popolare, svoltesi nel santuario di San Romedio, in Val di Non, dove Andreas Hofer (1767-1810) (18), valoroso popolano della Val Passiria, in provincia di Bolzano, e anima della resistenza cattolica, si era recato il 7 luglio 1809 con seicento volontari a implorare la benedizione di Dio e del santo eremita sulla guerra di liberazione da poco intrapresa (19). L’anno seguente — sempre su sollecitazione di Cantoni — escono due miei saggi sulle insorgenze nell’Italia meridionale, l’epopea della Santa Fede nel Regno di Napoli (20) e il cosiddetto brigantaggio postunitario (21).

1.3 La riflessione si amplia a partire dal 1989, in occasione sia del bicentenario della Rivoluzione francese, con la comparsa dei primi studi privi degli stereotipi consueti sui movimenti popolari contro-rivolu­zio­nari (22), sia dell’implosione del sistema imperiale socialcomunista (23), che incrina le certezze dell’ideologia e apre profonde crepe nel bastione della storiografia di parte. 

Sulla Rivoluzione francese — che, come il Risorgimento che ne è «figlio», è sempre stata al centro della riflessione culturale di Alleanza Cattolica, nata dalla volontà di comprendere le cause della crisi dell’uo­mo e del mondo contemporanei per contribuire a porvi adeguato rimedio — l’associazione organizza a Roma, il 25 e 26 febbraio 1989, il convegno internazionale Contro l’Ottantanove. Miti, interpretazioni e prospettive (24) e una serie di iniziative locali sull’insorgenza della Vandea, grazie anche al coinvolgimento dello storico francese Reynald Secher, autore di studi pionieristici al riguardo (25). Sul carattere di svolta epocale della Rivoluzione del 1789 e sui suoi aspetti più significativi Cantoni interviene con due saggi (26), che aprono la strada a ulteriori approfondimenti di carattere storico-politico, anche in relazione al tema delle insorgenze. 

In quell’occasione Russell Kirk è protagonista di due cicli di conferenze in alcune città italiane, nel 1989 e nel 1991, in cui tratta rispettivamente delle analogie e delle differenze fra le rivoluzioni americana e francese e dell’attualità politico-culturale del suo Paese (27).

L’attenzione alla Vandea consente di allargare lo sguardo anche ad altri contesti: nel 1993, infatti, lo scrittore russo Aleksandr Solženicyn (1918-2008), rievocando la resistenza dei vandeani alla Rivoluzione, fa riferimento alle «grandi insorgenze contadine, quella di Tambov nel 1920-1921, della Siberia occidentale nel 1921» (28). Pochi conoscono la storia drammatica della reazione popolare contro la sovietizzazione delle campagne russe, di cui solo attraverso brevi cenni è possibile cogliere uno sparuto brandello (29), ma che può rientrare a pieno titolo nell’ambito delle grandi insurrezioni anti-rivoluzionarie. 

1.4 In questo percorso cresce l’attenzione verso il mondo iberoamericano, anche grazie alle riflessioni sul cinquecentenario dell’impresa colombiana, che apportano nuova linfa agli studi sulle insorgenze, dilatando il quadro generale, ormai non più solo italiano ed europeo ma anche «magnoeuropeo», cioè comprendente il mondo occidentale europeo e le sue propaggini extra territoriali, secondo le suggestioni dello storico olandese della cultura Hendrik Brugmans (1906-1997) (30).

Un contributo peculiare viene dal filosofo cattolico argentino Alberto Caturelli (1927-2016) (31), con un’opera sulla scoperta, la co­nquista e l’evangelizzazione dell’America in cui invita i lettori a percorrere un suggestivo itinerario, il «quinto viaggio di Colombo» (32), termine con il quale indica il contributo che la «riserva» americana può dare al Vecchio Mondo perché ritrovi — e rielabori — i caratteri della propria identità culturale grazie al conservatorismo «coloniale» del Nuovo Mondo. Anche il mondo lusoamericano è presente con gli studi del filosofo del diritto e giurista brasiliano José Pedro Galvão de Sousa (1912-1992) (33), con cui Alleanza Cattolica aveva relazione dai primi anni Settanta del secolo scorso, e di cui viene pubblicato, nel 1993, Brasilianità lusitana e ispanica (34).

La riflessione si amplia con la pubblicazione di una delle opere fondamentali di Russell Kirk, Le radici dell’ordine americano. La tradizione europea nei valori del Nuovo Mondo (35), frutto di un grande sforzo compiuto per descrivere la civiltà cristiana americana — in particolare quella statunitense — come figlia della civiltà cristiana europea.

A domanda sul perché dell’interesse verso quegli autori, Cantoni risponde «[…] con un verso di Thomas Moore [1779-1852], poeta irlandese vissuto a cavallo dei secoli XVIII e XIX: “Puoi rompere, puoi distrug­gere il vaso, se vuoi, / ma il profumo delle rose continuerà a restare nell’a­ria”. Ho sentito in quei “vasi”, in quegli autori, il profumo della cultura e della civiltà cristiane “rotte” da cinque secoli di Rivoluzione, e ho pensato di aiutarli a compiere il “quinto viaggio di Colombo” riportandoli a modello dove i loro antenati erano partiti cinque secoli fa» (36).

2. L’Insorgenza come categoria politica

2.1 Nel mese di novembre del 1995, in previsione del bicentenario delle rivolte anti-napoleoniche italiane iniziate nel 1796 e a conclusione del lungo iter descritto, viene fondato a Milano da militanti e amici di Alleanza Cattolica l’Istituto Storico delle Insorgenze (ISIN). L’in­tuizione dalla quale sorge l’ISIN è legata alle lunghe e frequenti conversazioni durante le riunioni dei gruppi di Alleanza Cattolica, ma ha anche un’origine specifica nel saggio di Cantoni L’I­talia tra Rivoluzione e Contro-Rivoluzione. L’I­stitu­to si trasformerà cinque anni dopo nell’Istituto Storico dell’Insorgen­za e per l’Identità Nazionale (ISIIN), introducendo il nuovo elemento del­l’identità per ampliare il proprio interesse a tutta la storia moderna e contemporanea.

Il punto di partenza, già chiaro dal 1972, è il superamento dell’inter­pretazione nazionalistica: «Così dunque, rappresentato dai “branda” piemontesi e dai lazzari meridionali, dai montanari valtellinesi e dai “Viva maria” aretini, dagli animatori delle Pasque veronesi e da quelli delle resistenze sull’Appennino emiliano, il popolo italiano prova il suo attaccamento alla tradizione religiosa e civile e la sua avversione alla Rivoluzione» (37).

Le insorgenze sono state una reazione armata non contro lo straniero, ma contro un potere estraneo al sentire e al vivere popolari, identificato con la volontà di mutare radicalmentele antiche tradizioni civili e religiose. Pur manifestandosi in modo frammentario, si ispiravano a un motivo unitario, cioè la difesa della religione e delle tradizioni civili. Sono, dunque, rivelatrici dei caratteri propri della storia dei popoli italiani e rappresentano un momento importante per comprendere le contraddittorie vicende degli ultimi duecento anni e oltre, caratterizzati dalla volontà d’imporre modelli statuali estranei a un corpo sociale che li rifiutava.

L’Insorgenza ha caratteristiche atte a far «saltare» i rigidi schemi interpretativi della storia italiana, perché sul finire del secolo XVIII, rifiutando una concezione del mondo contraria alle proprie radici culturali e politiche, gli italiani hanno mostrato di essere una nazione. L’Insorgen­za ha avuto la funzione di rivelare nitidamente, anche se in negativo, come una cartina al tornasole, la realtà e la profondità delle radici nazionali.

La nazione italiana, in conformità con il suo grande patrimonio di tradizioni storiche e con le sue ricchezze culturali, anche di cul­tura politica, si è organizzata nel tempo in più strutture statuali, caratterizzate da una mirabile varietà istituzionale — dallo Stato municipale al grande regno, dal prin­cipato regionale alla repubblica aristo­cratica —, che ha fatto dell’Italia — secondo l’analogia suggerita da Cantoni — un «campionario» di Stati e, nella misura in cui questi possono essere considerati gli «abiti» delle società storiche, cioè delle nazioni, destinati soprattutto a proteggerne il retaggio spirituale e culturale, un «guardaroba di abiti politici» (38), il guardaroba politico delle società storiche affermatesi nella Penisola.

«Quindi la nazione — osserva lo stesso Cantoni — è società storica caratterizzata da unità di cultura e da una consapevolezza di questa cultura unitaria che trova espressione anche linguistica, quando non letteraria. Il grado di questa consapevolezza e il modo di viverla e di proteggerla sono esposti all’uso e all’abuso, sì che contrastano la “coscienza nazionale”, consapevole accettazione, conservazione ed elaborazione dell’eredità ricevuta dai padri, e l’esaltazione ideologica — pars pro toto — di questa eredità e della consapevolezza di essa» (39).

Anche sotto il profilo istituzionale le formazioni politiche italiane erano altamente omogenee fra loro perché tutte «[…] organizzate politicamente sulla base di una cultura politica e in seguito a eventi storici non radicali, cioè da forme-Stato in cui “Stato” si potrebbe scrivere con la minuscola, non perché spregevoli — è vero piuttosto il contrario —, ma in quanto di bassa incidenza sulla società e non totalizzanti, monarchie e/o aristocrazie popolari» (40). Esse rispettavano la vitalità e l’autono­mia della società civile, che per molti secoli è riuscita a salvaguarda­re la propria identità — al di là dei continui muta­menti politici o dinastici, cioè dei cambiamenti di «abito» — grazie alla presenza di complesse e articolate reti di rapporti umani, familiari, di clientela e di patronato, che fungevano da ca­nali reali di un potere politico esercitato in forme più diffuse e variegate di quelle oggi conosciute e che davano vita a una molteplicità di ordinamenti e di consuetudini (41).

2.2 Il 12 maggio 1996 si tiene a Milano il primo convegno dell’I­SIN, dal titolo 1796-1996. Triennio giacobino, Insorgenze popolari e dominazione napoleonica in Italia. Dagli «albori» alla «riscoperta» dell’i­dentità nazionale. 

In quell’occasione, partendo dalla polemica culturale allora in corso sul concetto di nazione, Giovanni Cantoni coglie nelle insorgenze — con riferimento agli studi del politologo di orientamento federalistico Mario Al­bertini (1919-1997) — l’espressione di una «nazionalità spontanea» (42), che non coincide con le nazioni nel sen­so corrente del termine e non ha bisogno di un potere politico per conservarsi.

Preesistente all’unificazione politica, la «nazionalità spontanea» è sostanziata da unità di lingua e/o di costume, elementi che si sono «[…] sviluppati spontaneamente seguendo l’evoluzione dei rapporti religiosi, sociali e culturali senza l’intervento coattivo del potere politico centrale […], cioè [sono] relativamente indipendenti da un potere politico centrale» (43).

Ciò conferma che l’unità di una nazione nasce dall’adesione popolare a un insieme di princìpi, a una tradizione, a un destino da affrontare insieme — oppure dall’iniziativa di una realtà politica, come una monarchia, rispettosa del sentire comune —, e non da un’imposizione violenta da parte di uno Stato. La dimensione nazionale era considerata, quindi, solo uno degli aspetti della vita associata e gli uomini, prima ancora di sentirsi appartenenti a una nazione, si sentivano legati — secondo lo schema dei cerchi concentrici teorizzato dal filosofo e sociologo tedesco Georg Simmel (1858-1918) nel 1908 (44) — alla famiglia e al vicinato, alla dimensione locale e regionale, alla Chiesa e alla Cristianità, sulla base di una vera e propria «scala dei lea­lismi» (45).

A nazionalità spontanee corrispondevano in un certo senso «supernazionalità spontanee», come la res publica christiana, che legava le persone oltre le frontiere statali. 

Eredi dell’universalismo romano e cristiano, e nello stesso tempo consapevoli della ricchezza della loro storia sociale e politica, gli italiani oscilleranno sempre fra l’apertura all’universale e l’attenzione al particolare, fra il senso dell’appartenenza nazionale e l’attaccamento alla comunità locale, in una tensione inevitabile ma feconda, finché vissuta con sereno equilibrio. I grandi e i piccoli tasselli del mosaico italiano avranno sì una logica autonoma di sviluppo, caratterizzata da vicende che non vanno concepite semplicemente come un lungo prologo a un’inevitabile unità politica, ma daranno anche vita a una comunanza di cultura e di civiltà che trascendeva i singoli Stati. L’ethos italiano, che affonda le sue radici in un’eredità cristiana consapevolmente vissuta e responsabilmente accolta, si dimostrerà capace di governare le transizioni del Paese anche nell’e­po­ca della modernità senza senza distaccarsi dalle tradizioni delle diverse Italie.

2.3 Il secondo convegno nazionale dell’ISIN — al quale partecipa anche lo storico marchigiano Sandro Petrucci (1959-2017), già allora uno dei principali studiosi della materia (46) — è organizzato il 26 ottobre 1997 a Milano su Le insorgenze anti-giacobine, il problema dell’i­dentità nazionale e la «morte della patria». Spunti per una rinascita della «nazione spontanea».

Cantoni in quell’occasione, mediante «una pedestre explicatio terminorum» (47), ricostruisce le nozioni corrette di «popolo» — l’ambiente u­mano definito dall’orga­nizzazione politica della società, ossia dallo «stato» della società —, di «nazione» — un ambiente umano caratterizzato essenzialmente dal senso della propria individualità storica —, di «Stato» — organizzazione della società, cioè di un popolo, di una nazione, su un determinato territorio — e, infine, di «patria», il territorio su cui si svolge e si è svolta la vita di un popolo, di una nazione.

È l’avvio di una serie di proficue riflessioni sulla nazione e sullo Stato. Grazie anche agl’insegnamenti dello storico e pensatore svizzero Gonzague de Reynold (48) — alla cui produzione storica e letteraria si è accostato già nel 1969 —, Cantoni distingue fra la società e il suo ordinamento politico o Stato: la società deriva direttamente dalla natura umana, lo Stato solo indirettamente, attraverso la mediazione di procedure più o meno evidentemente pattizie. Oggi si estende erroneamente il momento pattizio dallo Stato alla società, e di questa estensione è espressione inequivoca il co­siddetto «contratto sociale». In termini semplici ma non banali, la società nasce dal rapporto che lega padri e figli, mentre lo Stato è costituito da quello che può legare uomini adulti e liberi.

Lo Stato, come lo conosciamo noi — osserva Cantoni —, non è sempre stato (49): l’omoge­neità culturalmente tale non si costituiva quindi in Stato com’è oggi, ma in elementi istituzionali pluriformi, perciò è difficile parlare di Spagna, d’Italia e così via, nel senso di Stato-nazionale. Dal matrimonio fra la regina Isabella di Castiglia (1451-1504) e il re Ferdinando d’Aragona (1452-1516), i Re Cattolici, non nasce il «regno di Spagna», bensì un’unione personale fra regni, che deve riconoscere ai popoli che ne fanno parte le loro libertà, le loro franchigie, le loro condizioni storiche (50). Il passaggio dal sistema di dominio feudale a quello per ceti, quindi a quello signorile, poi assolutistico e finalmente allo Stato moderno è l’espressio­ne di nuovi rapporti fra la società e la sua organizzazione prima che di relazioni fra gli Stati, così permettendo anche ai cosiddetti «piccoli Stati» (51) di vivere, e talvolta di sopravvivere. Ma, nella misura in cui il processo si compie e, nel suo genere, si perfeziona, lo Stato si rende indipendente non solo dal sistema degli Stati — un passaggio nodale è costituito dai Trattati di Vestfalia del 1648, al termine della Guerra dei Trent’anni (1618-1648) — e dai suoi riferimenti autoritativi e morali, ma anche dai legami familiari delle dinastie. 

Con la locuzione «Stato moderno», dunque, non si indica semplice­mente l’organizzazione della società nel mondo contemporaneo — anche se la gran parte degli Stati contemporanei è costituita da «Stati moderni» —, ma un organismo dotato di alcune caratteristiche — «unificazione e continuità delle operazioni di dominio, loro accentuata istituzionalizzazione» (52) — che si presentano per la prima volta in Occidente; una forma centralizzata di gestione del potere politico, che si afferma come ordinamento giuridico esclu­sivo e come unica fonte del diritto, secondo il principio della sovranità assoluta della legge.

Si tratta, infatti, di un sistema di potere molto diverso da quelli che l’hanno preceduto, affermatosi secondo i caratteri dominanti della centralizzazione e della razionalizzazione politica e amministrativa, come «concentratore» (53) di un’ampia facoltà decisionale, presto designata con il termine di «sovranità» — cioè «contemporaneamente unicità e unitarietà di potere» (54) —, attraverso un processo accidentato e frutto di contrattazione e di compromessi con gli altri poteri della società. Tale denominazione è stata estesa, impropriamente, «[…] a ogni forma passata di organizzazione del potere, sì da costringere ad aggiungere l’aggettivo “moderno” per ribadire l’assoluta peculiarità della forma specifica di organizzazione del potere» (55) e per definire lo Stato come «“sistema politico” della modernità» (56).

2.4 L’itinerario di sviluppo dello Stato moderno s’incrocia, però, con le reazioni a tale sviluppo, generalmente sotto forma di rivolte.

Infatti, mentre emergono i caratteri fondamentali dello Stato centralista — l’unificazione giuridica, la limitazione delle autonomie locali e del ruolo dei parlamenti, l’aumento della fiscalità, sempre meno subordinata all’approvazione dei soggetti su cui grava —, fondamentali sono «gli ostacoli sul suo cammino, vestigia delle libertà medievali un tempo più complete, rappresentati da immunità, privilegi, diritti prescrittivi e istituzioni indipendenti quali il clero e i parlamenti» (57).

Lo strumento per risolvere pacificamente i conflitti fra principi, corpi e comunità era rappresentato innanzitutto dal sistema delle suppliche e delle petizioni (58). Il mancato rispetto dei patti e le azioni considerate ingiuste perché lesive di diritti particolari giustificavano la resistenza o la ribellione all’autorità, che potevano essere attuate sia mediante strumenti legali, sia con azioni di disubbidienza, come il bracconaggio e gli attentati a danno della proprietà, sia, infine, con vere e proprie rivolte. Un genus ibrido è rappresentato dal cosiddetto banditismo — non più opposizione passiva e non ancora sollevazione popolare — in cui confluiscono fra i secoli XVI e XVII soldati disoccupati, disobbedienti fiscali, fuorusciti, protagonisti di conflitti tra fazioni e nobili impoveriti o preoccupati per la crescente invadenza statale (59).

Le migliaia di rivolte verificatesi fra i secoli XIV e XIX in tutta l’Eu­ropa mostrano l’attaccamento del popolo e dell’aristocrazia ai propri diritti, tanto da potersi affermare che «[…] i moderni diritti fondamentali e i diritti dell’uomo […] non sono affatto alla base dello stato moderno, ma al contrario emersero proprio dalla resistenza nei confronti della sua ascesa» (60).

Lo storico francese delle istituzioni Roland Mousnier (1907-1993), a proposito di rivolte contadine del secolo XVII, precisa che i protagonisti insorgevano appunto contro le novità e le deviazioni, chiedendo al re la soppressione dei nuovi editti e dei nuovi oneri: «Erano furiosi, ma non rivoluzionari» (61). Parimenti, lo storico inglese sir John Elliott ritiene anacronistico parlare di «rivoluzioni» durante l’Antico Regime, applicando le nozioni d’ideologia o di lotta di classe, inadeguate a descrivere i conflitti all’interno di una società divisa non in classi ma in ordini e tenuta insieme verticalmente da solidi legami di parentela e di patronage: gli uomini di quel tempo, infatti, non erano ossessionati dalla ricerca dell’in­novazione ma «[…] dal desiderio di ritornare a vecchi costumi e privilegi, e ad un antico ordine sociale» (62).

Le rivolte sono, quindi, manifestazioni d’insofferenza del corpo sociale nei confronti d’ingiustizie imputate a singoli e non sono volte a modificare strutture; le rivoluzioni, invece, anche formalmente prendono di mira persone, nella sostanza vogliono sovvertire le strutture e costruire un nuovo ordine sulla base di un programma ideologico (63).

Vera sollevazione popolare è, invece, l’Insorgenza, fenomeno composito che presenta, tuttavia, caratteri di unitarietà — non derivanti «[…] dal­l’u­nità dell’avversario, dall’unità del processo rivoluzionario, ma dal­l’unità del mondo difeso e della sua cultura» (64) — che suggeriscono una concettualizzazione, cioè l’elevazione a categoria di tale processo.

2.5 All’inizio del secolo XXI, dopo circa trent’anni di riflessioni, Cantoni giunge a un inquadramento complessivo dell’Insorgenza come categoria politica (65), a sua volta chiave interpretativa di un fenomeno ben determinato, cioè il rifiuto da parte del corpo sociale delle imposizioni di una minoranza ideologica al potere.

Essa è la manifestazione di una sorta di disagio popolare «dentro» la modernità, originato in particolare dal tentativo dello Stato moderno di costruire ideologicamente una società nuova e radicalmente difforme da quella pre-moderna. «Mi pare lecito ipotizzare — scrive Cantoni — l’esi­stenza di una “legge” storica — meglio, di un “ritmo” storico — per cui la società, cioè ogni società storica, dopo aver resistito all’inverosimile, reagisce all’imposi­zione di un abito organizzativo e istituzionale inadeguato e/o al tentativo di snaturarla per renderla docile a tale imposizione. Come pure ipotizzare, quindi, che l’Insorgenza sia l’espressione incarnata, socio-politica, quasi motus primo primus, “moto primo primo”, del corpo sociale, del­l’“eterno ritorno del diritto naturale”, un “eterno ritorno” da intendersi non come periodica ripresentazione ciclica, ma come potenziale, permanente reattività di un “diritto naturale”, che non può essere trascurato, compresso oltre un determinato limite» (66).

Lungo questo itinerario sono venuti prima gl’insorgenti, con una rea­zione irriflessa e talvolta confusa, la cui spontaneità non ne esclude però la ragionevolezza; e in un secondo momento gl’in­tellettuali, che hanno elaborato il senso della reazione contro-rivoluzionaria e rappresentano la fase della consapevolezza. Ma entrambi i momenti sono talora preceduti dal­l’in­tui­zione di soggetti ad alta sensibilità spirituale, che coglievano in certe tendenze dello spirito e del costume i mali venturi, e con la loro predicazione preparavano la reazione, operativa e intellettuale. Come modello Cantoni indica la rivolta della Vandea, con epicentro fra il 1793 e il 1796, seguita dalle riflessioni dei maestri del pensiero contro-rivoluzionario francofono — fra i quali soprattutto il savoiardo conte Joseph de Maistre (1753-1821) e il visconte Louis-Gabriel-Ambroise de Bonald (1754-1840) — ma preceduta dalle missioni popolari di san Luigi Maria Grignion de Montfort (1673-1716).

L’Insorgenza, considerata come categoria storiografica — perciò è lecito scriverla con l’iniziale maiuscola —, nell’ottica suesposta di reazione contro il processo dello Stato moderno può ricomprendere anche le rivolte pre-rivoluzionarie, inclusi i «fatti d’armi nel Brasile Settentrionale di soldati napoletani contro anglicani inglesi e contro calvinisti olandesi nella prima metà del secolo XVII» (67), la Fronda in Francia (1648-1652/­1653) e le sollevazioni contro le politiche giurisdizionalistiche e giansenistiche in materia ecclesiastica, definibili, «per un certo verso, pre-insor­genze non contro lo Stato moderno nella sua maturità […] bensì contro ogni fase di formazione di tale Stato moderno» (68). Allo stesso modo rientrano nella categoria dell’Insorgenza pure la Guerra d’Indipendenza nord-americana e i moti indipendentistici iberoamericani (69), che non sono rivoluzioni, ma la reazione di parti consistenti del corpo sociale di fronte al malessere indotto dal modo in cui si viene articolando il mondo moderno dopo il 1789; le rivolte anticomuniste dal 1917 a oggi, la guerra dei cristeros in Messico (1926-1929) e la Guerra di Spagna (1936-1939).

E in Italia, dopo la grande insorgenza contro la Rivoluzione francese, si possono annoverare, sotto il profilo militare, le reazioni contro il Risorgimento; e sotto quello politico, ossia come insorgenze non cruente, le elezioni politiche del 18 aprile 1948; la «maggioranza silenziosa» — quel movimento di reazione a base popolare contro la Rivoluzione culturale del Sessantotto e i suoi strascichi violenti, che nel 1971 porta in piazza a Milano decine di migliaia di persone —, la riemersione di un’opinione pubblica conservatrice a partire dalle elezioni politiche del 1994 — che l’on. Silvio Berlusconi ha il merito di non aver ostacolato, ma non certo quello di averla causata —; le tre manifestazioni del Family Day nel 2007, 2015 e 2016; e l’affermazione di nuovi attori politici cosiddetti «populisti» (70). Sono tutte reazioni caratterizzate da princìpi ispiratori molto identitari, benché avvenute all’inter­no di società già segnate dal pluralismo ideologico: «cose diversissime fra loro, ma esprimono tutte un idem sentire popolare, che si esprime in forma rudimentale nel rifiuto, che nasce dentro il Paese profondo, di ogni tentativo d’imposizione, da parte dello Stato o di un’auto­rità superiore, di un modo di concepire la vita pubblica ideologico e radicalmente ostile alle radici storiche del Bel Paese» (71).

Francesco Pappalardo

 

Note:
(1) Per una scheda autobiografica, cfr. Giovanni Cantoni, in Ci presentiamo… noi impresentabili, in Lo Stato delle Idee, anno III, n. 7, Roma 17-2-1999, pp. 9-16 (p. 12); cfr. anche Notizie sull’autore, in Giovanni Cantoni, Per una civiltà cristiana nel terzo millennio. La coscienza della Magna Europa e il quinto viaggio di Colombo, Sugarco, Milano 2008, pp. 249-250.
(2) Cfr. Luigi Taparelli d’Azeglio S.J., La libertà tirannia. Saggi sul liberalismo risorgimentale, a cura di Carlo Emanuele Manfredi e G. Cantoni, Edizioni di Restaurazione Spirituale, Piacenza 1960. Su di lui, cfr., fra l’altro, la voce a mia cura Luigi Taparelli d’Azeglio (1793-1862), in IDIS. Istituto per la Dottrina e l’Informazione Sociale (a cura di), Dizionario del pensiero forte, nel sito web <https://alleanzacattolica.org/luigi-taparelli-d%C2%92azeglio-1793-1862/> (gl’indirizzi Internet dell’intero articolo sono stati consultati l’11-2-2019); di lui, cfr. L. Taparelli d’Azeglio, La nazione «alternativa». La naziona­lità nel pensiero di un sociologo cattolico dell’età del Risorgimento, versione in italiano corrente, revisione e integrazione dell’apparato critico dell’autore e del primo editore a cura di Oscar Sanguinetti, D’Ettoris, Crotone 2016.
(3) Cfr. Marco Invernizzi, Alleanza Cattolica dal Sessantotto alla nuova evangelizzazione. Una piccola storia per grandi desideri, Presentazione di mons. Luigi Negri, Piemme, Casale Monferrato (Alessandria) 2004.
(4) Cfr. 1861-2011. A centocinquant’anni dall’Unità d’Italia. Quale identità?, a cura mia e di O. Sanguinetti, Atti del Convegno organizzato da Alleanza Cattolica a Roma il 12-2-2011, Cantagalli, Siena 2011.
(5) Su di lui, cfr. l’in memoriam Mario Marcolla, in Cristianità, anno XXXI, n. 320, novembre-dicembre 2003, p. 14.
(6) Su di lui, cfr. almeno, di Marco Respinti, la «voce» Russell Amos Kirk (1918-1994), in IDIS. Istituto per la Dottrina e l’Informazione Sociale (a cura di), Dizionario del pensiero forte, nel sito web <https://alleanzacattolica.org/­russell-amos-kirk-1918-1994/>, e il ricordo in Cristianità, anno XXII, n. 229, maggio 1994, p. 13.
(7) Su di lui, cfr. l’in memoriam Plinio Corrêa de Oliveira, in Cristianità, anno XXIII, n. 247-248, novembre-dicembre 1995, pp. 5-7; nonché G. Cantoni, Plinio Corrêa de Oliveira (1908-1995), in IDIS. Istituto per la Dottrina e l’Informazione Sociale, Voci per un «Dizionario del Pensiero Forte», a cura e con Un «Dizionario del Pensiero Forte» di G. Cantoni e con Presentazione di Gennaro Malgieri, Cristianità, Piacenza 1997, pp. 113-118.
(8) Su di lui, cfr. l’in memoriam Silvio Vitale, in Cristianità, anno XXXIII, n. 329, maggio-giugno 2005, p. 14.
(9) Cfr. G. Cantoni, Il mio Silvio Vitale, in L’Alfiere. Pubblicazione napoletana tradizionalista, anno XLI, n. 2, fasc. 41, Napoli dicembre 2005, p. 17.
(10) Cfr. Francisco Elías de Tejada y Spínola, La monarchia tradizionale, trad. it., Edizioni dell’Albero, Torino 1966.
(11) Cfr. la prima traduzione in italiano di P. Corrêa de Oliveira, Rivoluzione e Contro-Rivoluzione, trad. it., con Lettera-prefazione di S. E. mons. Romolo Carboni (1911-1999), nunzio apostolico in Perù, Edizioni dell’Albero, Torino 1964.
(12) Su di lui, cfr. l’in memoriam Juan Berchmans Vallet de Goytisolo, in Cristianità, anno XXXVIII, n. 361, luglio-settembre 2011, pp. 72-73.
(13) Alleanza Cattolica vi partecipa per la prima volta, con una propria delegazione guidata da Cantoni, in occasione della XXIV riunione della Ciudad Católica — tenutasi a Barcellona, nella residenza Mater Salvatoris del Tibidabo, il 2 e 3 novembre 1985 — su La verdadera liberación. Nella sessione pomeridiana del 2 novembre, da lui presieduta, Cantoni presenta la prospettiva civico-culturale di Alleanza Cattolica e le caratteristiche del suo apostolato (cfr. la cronaca in Cristianità, anno XIII, n. 127-128, novembre-dicembre 1985, p. 14).
(14) Cfr. G. Cantoni, L’Italia tra Rivoluzione e Contro-Rivoluzione, Saggio introduttivo a P. Corrêa de Oliveira, Rivoluzione e Contro-Rivoluzione, Cristianità, Piacenza 1977, pp. 7-50. «[…] dopo l’edizione del 1964 per i tipi delle Edizioni dell’Albero di Torino, la cui traduzione era stata preparata in Brasile e da me riveduta solo per l’indispensabile — precisa Cantoni —, ho studiato il portoghese necessario a ritradurre il testo e ho promosso una seconda edizione nel 1972 e una terza nel 1977, in entrambi i casi presso l’editrice Cristianità di Piacenza» («Rivoluzione e Contro-Rivoluzione» quarant’anni dopo, intervista a cura di Juan Miguel Montes Cousiño, in Cristianità, anno XXVII, n. 289, maggio 1999, pp. 17-20, ora in G. Cantoni, Per una civiltà cristiana nel terzo millennio. La coscienza della Magna Europa e il quinto viaggio di Colombo, cit., pp. 169-177 [p. 170]). Vi è stata, inoltre, una quarta e più complessiva edizione: Rivoluzione e Contro-Rivoluzione. Edizione del cinquantenario (1959-2009) con materiali della «fabbrica» del testo e documenti integrativi, con presentazione e cura di G. Cantoni, Sugarco, Milano 2009.
(15) Idem, «Rivoluzione e Contro-Rivoluzione» quarant’anni dopo, cit., p. 171.
(16) Cfr. C. E. Manfredi, Un episodio di contro-rivoluzione nel ducato di Piacenza (1805-1806), in Cristianità, anno II, n. 7, settembre-ottobre 1974, pp. 5-6; e n. 8, novembre-dicembre 1974, pp. 7-9.
(17) Cfr. O. Sanguinetti, Le insorgenze contro-rivoluzionarie in Lombardia nel primo anno della dominazione napoleonica. 1796, con Prefazione di Marco Tangheroni (1946-2004), Cristianità, Piacenza 1996. A Sanguinetti si devono anche alcune sintesi: cfr. Idem, La Chiesa e le insorgenze popolari controrivolu­ziona­rie, in Franco Cardini (a cura di), Processi alla Chiesa. Mistificazione e apologia, Piemme, Casale Monferrato (Alessandria) 1994, pp. 373-407; Idem e F. Pap­palardo, Insorgenti e sanfedisti: dalla parte del popolo. Storia e ragioni delle Insorgenze anti-napoleoniche in Italia, Tekna, Potenza 2000; Idem, L’Italia contro Napoleone (1796-1814), Quaderno de il Timone, Edizioni Art, Novara 2011.
(18) Cfr. Francesco Mario Agnoli, Andreas Hofer, eroe cristiano, con Prefazione di M. Tangheroni, Res, Milano 1979.
(19) Cfr. la cronaca in Impegno rinnovato per Tirolo e Trentino liberi e cattolici, in Cristianità, anno XII, n. 112-113, agosto-settembre 1984, pp. 15-16.
(20) Cfr. il mio 1799: la crociata della Santa Fede, in Quaderni di «Cristianità», anno I, n. 3, Piacenza inverno 1985, pp. 34-50.
(21) Cfr. il mio Brigantaggio lealismo repressione nel Mezzogiorno. 1860-1870, in Cristianità, anno XIII, n. 117, gennaio 1985, pp. 14-15, da cui sono nati i miei Perché «briganti». La guerriglia legittimista e il brigantaggio nel Mezzogiorno d’Italia dopo l’Unità (1860-1870), Tekna, Potenza 2000; e Il brigantaggio postunitario. Il Mezzogiorno fra resistenza e reazione, D’Ettoris, Crotone 2004 [3a ed. 2014].
(22) Cfr., fra gli altri, François Furet (1927-1997), Critica della Rivoluzione francese, trad. it., Laterza, Bari-Roma 1980, e Jean Dumont (1923-2001), I falsi miti della Rivoluzione francese, traduzione di Pourquoi nous ne célèbrerons pas 1789, con prefazione di G. Cantoni, Effedieffe, Milano 1989.
(23) Cfr. G. Cantoni, L’impero socialcomunista fra crisi e «ristrutturazione», in Cristianità, anno XVIII, n. 177, gennaio 1990, pp. 3-6 e 12.
(24) Cfr. la cronaca, in Cristianità, anno XVII, n. 167-168, marzo-aprile 1989, pp. 11-13.
(25) Cfr. Reynald Secher, II genocidio vandeano, prefazione di Jean Mayer, presentazione di Pierre Chaunu (1923-2009), trad. it., Effedieffe, Milano 1991.
(26) Cfr. G. Cantoni, La Rivoluzione francese nel processo rivoluzionario (testo della relazione al citato convegno del 1989) e L’abolizione del «regime feudale» come specifico politico della Rivoluzione francese (testo dell’intervento al 6° Convivio della Società Italiana di Studi Araldici, Agazzano [Piacenza] 17 giugno 1989), entrambi in O. Sanguinetti (a cura di), Insorgenze antigiacobine in Italia (1796-1799). Saggi per un bicentenario, Istituto per la Storia delle Insorgenze, Milano 2001, rispettivamente pp. 61-74 e pp. 75-79.
(27) Cfr. Russell Amos Kirk, Le due anime dell’America, intervista a cura di M. Invernizzi, in Cristianità, anno XVII, n. 170, giugno 1989, pp. 9-11, e Dove vanno gli Stati Uniti? La politica estera nordamericana e il «Nuovo Ordine Mondiale», a cura di M. Respinti, ibid., anno XIX, n. 195-196, luglio-agosto 1991, pp. 12-16.
(28) Cfr. Aleksandr Isaevič Solženicyn, Onore alla memoria della resistenza e del sacrificio degl’insorti vandeani del 1793 contro la Rivoluzione, ibid., anno XXI, n. 222, ottobre 1993, pp. 13-14 (p. 14).
(29) Cfr. Idem, Ego, trad. it., Einaudi, Torino 1996, e O. Sanguinetti, L’insorgen­za anticomunista di Tambov (1920-1921), in IDIS. Istituto per la Dottrina e l’Infor­mazione Sociale, Voci per un «Dizionario del Pensiero Forte», consultabile nel sito web <http://www.alleanzacattolica.org/idis_dpf/voci/t_insorgenza_­tambov.htm>.
(30) Cfr. Hendrik Brugmans, Magna Europa, in Les Cahiers de Bruges. Recherches européennes, anno 5°, I, Bruges marzo 1955, pp. 108-115, soprattutto p. 115; e lo sviluppo del concetto in G. Cantoni e F. Pappalardo (a cura di), Magna Europa. L’Europa fuori dall’Europa, D’Ettoris, Crotone 2007.
(31) Su di lui, cfr. il ricordo in Cristianità, anno XLIV, n. 382, ottobre-dicembre 2016, pp. 47-48.
(32) Cfr. Alberto Caturelli, Il Nuovo Mondo riscoperto. La scoperta, la conquista, l’evangelizzazione dell’America e la cultura occidentale, trad. it., con Prefazione di Pier Paolo Ottonello, Edizioni Ares, Milano 1992, pp. 368-370.
(33) Cfr. l’in memoriam, in Cristianità, anno XXI, n. 213-214, gennaio-febbraio 1993, p. 10.
(34) Cfr. José Pedro Galvão de Sousa, Brasilianità lusitana e ispanica, trad. it., in Cristianità, anno XXI, n. 222, ottobre 1993, pp. 19-22. Del medesimo autore è stata anche tradotta e pubblicata, fra il 1992 e il 1993, l’opera Sulla rappresentanza politica (cfr. Cristianità, nn. 204, pp. 5-8; 205-206, pp. 5-11; 207-208, pp. 5-12; 209-210, pp. 15-22; 211, pp. 19-23; 212, pp. 15-22, e 213-214, pp. 11-19). La stessa opera è stata poi data alle stampe, a cura e con una Introduzione di Giovanni Turco (Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli 2009).
(35) Cfr. R. Kirk, Le radici dell’ordine americano. La tradizione europea nei valori del Nuovo Mondo, con un Epilogo di Frank Joseph Shakespeare Jr., trad. it., con Introduzione di M. Respinti, Mondadori, Milano 1996.
(36) Valerio Pece (intervista a cura di), La Chiesa, la storia e la Contro-Rivolu­zione, comparsa con il titolo Giovanni Cantoni, in Tempi. Settimanale di cronaca, giudizio, libera circolazione di idee, anno 16, n. 2, Milano 20-1-2010, pp. 42-44; trascritta in Cristianità, n. 355, gennaio-marzo 2010, pp. 65-70 (pp. 65-66).
(37) G. Cantoni, L’Italia tra Rivoluzione e Contro-Rivoluzione, cit., p. 13.
(38) F. Pappalardo, Gli Stati Indipendenti d’Italia (568-1860), del 1997, in IDIS. Istituto per la Dottrina e l’Informazione Sociale (a cura di), Dizionario del pensiero forte, nel sito web <https://alleanzacattolica.org/gli-stati-indipendenti-d%C2%92italia-568-1860/>; e L’identità nazionale italiana nel pensiero di Giovanni Cantoni, in PierLuigi Zoccatelli e Ignazio Cantoni (a cura di), A maggior gloria di Dio, anche sociale. Scritti in onore di Giovanni Cantoni nel suo settantesimo compleanno, Cantagalli, Siena 2008, pp. 201-213 (p. 203).
(39) G. Cantoni, «Nazione, Nazionalismo, Realtà Locali, Risorgimento», in L’Al­fiere. Pubblicazione napoletana tradizionalista, n. 8, maggio 1992, p. 9, poi in Cristianità, anno XX, settembre-ottobre 1992, n. 209-210, p. 23.
(40) Idem, La memoria storica degli italiani in questione, in Cristianità, anno XXIV, n. 252-253, aprile-maggio 1996, pp. 3-4 e 30 (p. 4). Cfr. anche Idem, Per la purificazione della memoria storica del popolo italiano, ibid., anno XXXV, n. 320, novembre-dicembre 2003, pp. 3-6.
(41) Cfr. il mio Italia: «ritardo» o diversità?, in Annali Italiani. Rivista di studi storici, anno I, n. 2, Milano luglio-dicembre 2002, pp. 86-116.
(42) Sul concetto di «nazionalità spontanea», cfr. Mario Albertini, Idea nazionale e ideali di unità supernazionali in Italia dal 1815 al 1918, 1961, ora, con il titolo Il Risorgimento e l’unità europea, in Idem, Lo Stato nazionale, il Mulino, Bologna 1997, pp. 147-220 (pp. 149-161).
(43) Ibid., p. 154.
(44) Cfr. Georg Simmel, Sociologia, con un’introduzione di Alessandro Cavalli, cap. VI, L’intersezione di cerchie sociali, trad. it., Comunità, Milano 1989, pp. 347-391. Lo stesso schema è stato utilizzato nel 1943 da Gonzague de Reynold (1880-1970) in Cercles concentriques. Études et morceaux sur la Suisse, Les Éditions du Chandelier, Bienne 1943.
(45) Francesco Rossolillo (1937-2005), voce Nazione, in Dizionario di politica, diretto da Norberto Bobbio (1909-2004), Nicola Matteucci (1926-2006) e Gianfranco Pasquino, 3a ed. riveduta e ampliata, UTET, Torino 2004, pp. 687-691 (p. 688).
(46) Con una relazione intitolata 1797-1798: le insorgenze dell’Italia Centrale nel Triennio Giacobino. Di lui cfr., fra l’altro, Insorgenti marchigiani. Il trattato di Tolentino e i moti antifrancesi del 1797, con Prefazione di M. Tangheroni (SICO, Macerata 1998), e Le insorgenze antifrancesi nelle Marche (1797-1799), con Prefazione di O. Sanguinetti (QuattroVenti, Pesaro-Urbino 2003), nonché la messa a punto sistematica su Le insorgenze: linee interpretative, in 1861-2011. A centocinquant’anni dall’Unità d’Italia. Quale identità?, cit., pp. 37-69; e su di lui l’in memoriam, in Cristianità, anno XLV, n. 385, maggio-giugno 2017, pp. 65-66.
(47) Cit. in O. Sanguinetti, Le insorgenze anti-giacobine, il problema dell’i­den­tità nazionale e la «morte della patria». Spunti per una rinascita della «nazione spontanea», in Cristianità, anno XXV, n. 271-272, novembre-dicembre 1997, pp. 7-16 (p. 11).
(48) Su di lui, cfr. G. Cantoni, Presentazione a G. de Reynold, La Casa Europa. Costruzione, unità, dramma e necessità, trad. it., a cura dello stesso Cantoni, D’Ettoris, Crotone 2015, pp. 9-30.
(49) Cfr. Emilio Bussi (1904-1997), Evoluzione storica dei tipi di Stato, ristampa della 3a ed., con Introduzione di Pietro Giuseppe Grasso, Giuffrè, Milano 2002.
(50) Cfr. John Huxtable Elliott, A Europe of Composite Monarchies, 1992, trad. it., con il titolo L’Europa delle monarchie composite, in Annali Italiani. Rivista di studi storici, anno I, n. 2, Milano luglio-dicembre 2002, pp. 33-60. È molto efficace l’affermazione di sir Elliott secondo cui «la Spagna dei Re Cattolici continuò ad essere la Castiglia più l’Aragona più la Catalogna e più Valenza» (Idem, La Spagna imperiale. 1469-1716, trad. it., il Mulino, Bologna 1982, p. 91).
(51) Cfr. Werner Kaegi (1901-1979), Il piccolo Stato nel pensiero europeo, in Idem, Meditazioni storiche, trad. it., con Presentazione di Delio Cantimori (1904-1966), Laterza, Bari 1960, pp. 33-90.
(52) Gianfranco Poggi, La vicenda dello stato moderno. Profilo sociologico, il Mulino, Bologna 1986, p. 18, nota 12.
(53) Pierangelo Schiera, Stato (1987), in Idem, Lo Stato moderno. Origini e degenerazioni, CLUEB. Cooperativa Libraria Universitaria Editrice Bologna, Bologna 2004, pp. 107-115 (p. 110).
(54) Idem, Dalla concentrazione del potere alla partecipazione. Possibili risposte in termini di crisi di risorse (1983), in Idem, Profili di storia costituzionale, 3 voll., Morcelliana, Brescia 2012, vol. II, Potere e legittimità, pp. 39-55 (p. 39).
(55) Ettore Rotelli e P. Schiera, Introduzione a Iidem (a cura di), Lo Stato moderno, 3 voll., il Mulino, Bologna 1974, vol. III, Accentramento e rivolte, pp. 7-20 (p. 11).
(56) P. Schiera, Il problema dello «stato» e della sua «modernità». Gianfranco Miglio dalla storia alla scienza della politica, in Gianfranco Miglio (1918-2001), Genesi e trasformazioni del termine-concetto «Stato», 1981, a cura dello stesso Schiera, Morcelliana, Brescia 2007, pp. 5-38 (p. 11).
(57) William Doyle, L’antico regime, 1986, trad. it., con un’introduzione di Cesare Mozzarelli (1947-2004), Antico regime e nuove prospettive, Sansoni, Firenze 1988, p. 15.
(58) Cfr. un inquadramento generale in Cecilia Nubola e Andreas Würgler (a cura di), Operare la resistenza. Suppliche, «gravamina» e rivolte in Europa (secoli XV-XIX), Atti dell’omonimo convegno tenuto a Trento il 23/25-1-2003, il Mulino, Bologna 2006.
(59) Cfr. il mio Dal banditismo al brigantaggio. La resistenza allo Stato moderno nel Mezzogiorno d’Italia, D’Ettoris, Crotone 2014.
(60) Wolfgang Reinhard, Storia dello stato moderno, trad. it., il Mulino, Bologna 2010, pp. 57-58.
(61) Roland Mousnier. Furori contadini. I contadini nelle rivolte del XVII secolo (Francia, Russia, Cina), trad. it., Rubbettino, Soveria Mannelli (Catanzaro) 1984, p. 13.
(62) J. H. Elliott, Rivoluzione e continuità agli albori dell’Europa moderna, in Past and Present. A Journal of Historical Studies, 1969, trad. it. in Mario Rosa (a cura di), Le origini dell’Europa moderna. Rivoluzione e continuità. Saggi da «Past and Present», De Donato, Bari 1977, pp. 33-62 (p. 45).
(63) Cfr., per apprezzare la differenza fra rivolte e rivoluzioni, Alberto Tenenti (1924-2002), Dalle rivolte alle rivoluzioni, il Mulino, Bologna 1997, pp. 125-148.
(64) G. Cantoni, Prefazione a Angelo Ruggiero, La leggenda nera del Principe di Canosa. La guerra perduta della Controrivoluzione napoletana, Terziaria, Milano 1999, pp. XI-XIV (p. XII).
(65) Cfr. G. Cantoni, L’insorgenza come categoria storico-politica, in Cristianità, anno XXXIV, n. 337-338, settembre-dicembre 2006, pp. 15-28.
(66) Ibid., p. 28.
(67) G. Cantoni, Prefazione a A. Ruggiero, cit., p. XII. Sui «fatti d’armi», cfr. il mio «Il declino di una tradizione militare. Aristocratici italiani e guerre europee. 1560-1800», in Cristianità, anno XXX, n. 310, marzo-aprile 2002, pp. 11-19.
(68) G. Cantoni, L’insorgenza come categoria storico-politica, cit., p. 19.
(69) Cfr. Paolo Mazzeranghi, Gli Stati Uniti d’America: la Guerra d’Indipen­denza (1776-1783) e la Guerra Civile (1861-1865), in G. Cantoni e F. Pappalardo (a cura di), Magna Europa. L’Europa fuori dall’Europa, cit., pp. 213-242, e G. Cantoni, L’Indipendenza politica iberoamericana (1808-1826): dalla «reazione istituzionale» alla guerra civile, ibid., pp. 383-430.
(70) Cfr. Alfredo Mantovano, Europa: vincere la crisi di identità, in Cristianità, anno XLV, n. 384, marzo-aprile 2017, pp. 15-27 (pp. 19-20).
(71) M. Invernizzi, Il Popolo della Libertà: un nuovo partito al di fuori e contro le ideologie, ibid., anno XXXVII, n. 353, luglio-settembre 2009, pp. 21-44 (p. 31).

 

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 Francesco Pappalardo

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