L’Italia ha fatto i conti con il comunismo?

Alleanza Cattolica 9 anni fa
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Sen. Gaetano Quagliariello

 

Nel periodo che ha preceduto la designazione dei vertici dell’Unione, Massimo D’Alema è stato candidato alla carica di ministro degli Affari esteri europeo. Non mi pronuncio sul merito di quella ipotesi: sarebbe anacronistico, e comunque non è questa la sede per farlo. C’è un aspetto della vicenda, però, che introduce il tema di questa relazione. Tra gli ostacoli che si sono frapposti alla nomina, vi sarebbero state le perplessità per il passato comunista di D’Alema.

Per gli italiani si tratta di un fatto inconcepibile. E’ possibile ancora avere remore per chi ha alle spalle un passato fascista, ma non è stato mai sanzionata l’appartenenza al comunismo. Ciò, si dirà, dipende dalla particolare vicenda storica dell’Italia. Si tratta di una risposta non certo priva di una dose di verità ma debole e provinciale, che non tiene conto di cosa sia stato il Novecento e cosa siano stati i totalitarismi che lo hanno caratterizzato.

Io penso che la ragione vera della incapacità di comprendere quelle remore (e comprendere non significa per forza condividerle) è che, per l’appunto, in Italia non si siano mai fatti i conti fino in fondo con il comunismo anche perché quello italiano è stato considerato “diverso”, dotato di eccezionali quarti di nobiltà. Di seguito proverò a esporre sei ragioni storiche per le quali tutto ciò è avvenuto, senza per questo illudermi di essere esauriente e di passarle in rassegna tutte.

 

Prima ragione: le origini del partito

La prima si riferisce al momento di fondazione del partito, il 1921, venti mesi prima dell’avvento del fascismo. Il Pcd’i, per questo, è stato poco più di una setta con una scarsa presenza parlamentare, passato quasi senza soluzione di continuità dallo stato embrionale alla clandestinità. Ciò ha comportato due conseguenze: una di natura interna e l’altra, invece, legata all’incidenza che il partito ha avuto sulla storia nazionale.

Il Pcd’i, così come tutti gli altri partiti comunisti europei, nei suoi primi anni di vita è stato attraversato da lotte fratricide di incredibile violenza. Per averne un’idea basterà andarsi a rileggere il carteggio tra Togliatti e Gramsci. E non è peregrina l’idea che quel conflitto abbia inciso in maniera decisiva sulle sorti anche biografiche di colui il quale ha offerto il contributo intellettuale più importante alla storia del comunismo italiano: Antonio Gramsci.
Ma quei conflitti si svolsero nel corso del regime fascista, al riparo dai riflettori e dalle platee che il sistema democratico garantisce, assai spesso attraverso corrispondenze asimmetriche tra Mosca e le patrie galere italiane. Il fascismo, in qualche modo, è stato il cuscinetto che ha attutito la comprensione esterna della portata di quei conflitti, della loro violenza, della visione profondamente illiberale dei rapporti umani di cui erano la conseguenza.

Un documento emblematico, in tal senso, è rappresentato dai ricordi da Umberto Terracini, che pure al confino era stato espulso dal partito perché accusato di deviazionismo. Non aveva condiviso né la linea del social-fascismo né il patto tra l’Urss e la Germania nazista che aveva rappresentato il prologo della II guerra mondiale . In quell’espulsione, che Terracini condivise con Camilla Ravera, magna pars ebbe Togliatti, il quale, all’indomani della guerra, tornato Terracini dal confino, lo ricevette a Botteghe Oscure riconsegnandogli l’onore e un posto nel partito. Quel che ha dell’incredibile è che poté farlo senza una sola parola di spiegazione, come se, assieme al fascismo, anche i conflitti tra comunisti fossero finiti tra parentesi. In nessun altro grande partito comunista d’Europa ciò sarebbe stato possibile.

 

Seconda ragione: i comunisti e la guerra

La storia, a volte, propone dei paradossi. Tra questi vi è anche la circostanza per la quale una debolezza in un determinato momento storico può, in prospettiva, tramutarsi in ragione di forza. E’ quanto è accaduto al Pcd’i al momento dell’abbandono della linea dei fronti popolari e, ancor più, al momento dello scoppio della seconda guerra mondiale.
Per comprendere fino in fondo il paradosso, può tornare utile una essenziale comparazione con il caso francese. Negli anni Trenta e nei prima anni Quaranta il Pcf, a differenza del Pcd’i, era un partito di massa, radicato nella società francese, forte, protagonista dello scontro politico in una grande democrazia, e che nella stagione dei fronti aveva conosciuto persino l’esperienza di governo.

Questa realtà lo portò, come si è già implicitamente detto, a non poter usufruire di nessuno sconto allorquando, al cambiamento di linea deciso a Mosca, si aprì la stagione della polemica intera. Le purghe, le espulsioni, gli scontri fratricidi si svolsero al cospetto di tutto il Paese e lasciarono una traccia profonda non solo nella vita del partito ma anche presso quella che oggi si definisce la pubblica opinione.

Andò ancor peggio al Pcf al momento nel quale Stalin decise di allearsi con Hitler, siglando il patto Molotov-Ribbentrov. Quel patto metteva l’esercito tedesco nella condizione di invadere la Francia, cosa che fece dividendola in due e sottoponendone una parte a un regime di occupazione, mentre nell’altra si formava un governo amico presieduto dal maresciallo Petain.
I militanti del Pcf, dunque, vennero a trovarsi nella drammatica situazione di dover scegliere tra la loro fedeltà internazionale e la loro condizione di cittadini francesi. Questa lacerante contraddizione si sarebbe iscritta nel dna del partito, al punto che la resistenza si inaugurò sotto l’egida di un generale di destra e nel nome della nazione anziché, come in Italia, nel nome dell’ideologia.

E il collaborazionismo dei comunisti con l’invasore consentì che, all’indomani della guerra, nella polemica politica essi fossero definiti senza scandalo “separatisti”. Nemmeno il debito di sangue pagato nel corso della resistenza li avrebbe riconciliati del tutto con la nazione. La contraddizione tra fedeltà internazionale e fedeltà nazionale, d’altro canto, si sarebbe rinnovata al momento dell’occupazione tedesca da parte della Francia e ancor più quando scoppiò la guerra di Indocina.

Nulla di tutto ciò è accaduto, invece, al comunismo italiano. Innanzi tutto la sua debolezza, al momento dello scoppio della guerra – un’avanguardia, per lo più emigrata all’estero, con una rete clandestina in gran parte sgominata dalla polizia del regime -, lo mise al riparo dal dramma storico vissuto dai confratelli francesi.

Proseguendo nel paradosso, va inoltre considerato come il patto Molotov-Ribbentrop in Italia – per la particolare situazione geopolitica del Paese e ancor più per il regime vigente – poteva essere interpretato addirittura come momento di conciliazione tra la contingente vicenda nazionale e l’esperienza del socialismo internazionale. Così lo interpretarono eminenti esponenti del regime ma, quel che è più significativo, così lo vissero quei comunisti che avevano aderito al regime fascista, il più famoso dei quali rispondeva al nome di Nicola Bombacci. Sul loro giornale “La Verità” (traduzione dal russo di “Pravda”) inneggiarono all’avvenimento evidenziando come esso chiarisse definitivamente che in Italia la rivoluzione nazionale era la sola rivoluzione socialista possibile. Ma anche negli scritti diaristici di Giorgio Amendola si può rintracciare questa medesima tentazione.

Fuoruscendo poi dal paradosso, va notato come furono anche la debolezza del partito nel corso del fascismo e il particolare contesto geopolitico dell’Italia che consentirono al Pci, nel ’43, di assumere la guida della resistenza senza scontare il peccato originale del quale, invece, si erano macchiati i comunisti francesi.

 

Terza ragione: il mito dell’italianità del Pci

Questo retroterra è fondamentale anche per spiegare la persistenza di un ulteriore mito storico che ha alimentato la leggenda della “italianità” del Partito comunista e, dunque, della sua diversità nello scenario del comunismo europeo. Questo mito ha un evento di fondazione, che è la cosiddetta “svolta di Salerno”. Oggi, grazie all’apertura degli archivi sovietici, è noto che quella scelta fu dettata da Stalin a Togliatti prima della sua partenza per l’Italia, e che essa rientrava a pieno nel realismo stalinista governato dalla categoria del  “contemperamento delle forze”.

Oggi si sa anche che Togliatti falsificò la data del suo viaggio di ritorno in Italia per accreditare la vulgata che la decisione di operare una tregua con la monarchia in vista della liberazione del territorio nazionale fu scelta autonoma della dirigenza italiana, dettata dall’aver voluto rendere autonomi e prevalenti gli interessi nazionali rispetto agli interessi dell’Internazionale comunista.

Quel mito, però, ha resistito molto a lungo. Ancora dopo la caduta del Muro vi erano fior di storici pronti a giurare sull’autonomia della scelta di Togliatti. E questo è potuto accadere anche perché il Pci non si è trovato di fronte ai conflitti tra la dimensione nazionale e la dimensione internazionale che hanno caratterizzato il dopoguerra di altri Paesi, come si è visto analizzando il caso francese.

Qualcosa che riguarda l’Italia e che propone lo stesso dirompente conflitto tra interesse nazionale e fedeltà internazionale provocato in Francia dalla guerra di Indocina o dall’occupazione della Germania è la questione di Trieste: non a caso, uno dei pochi terreni seri sui quali rischiò di incrinarsi il rapporto tra i comunisti e Nenni. Ma durò poco, perché la rottura tra Tito e Stalin nel 1948 portò addirittura i comunisti a ribaltare l’accusa di anti-italianità sulle forze di governo e, precipuamente, sul povero De Gasperi.
Un mito così resistente, per essere sostenuto, oltre a un evento di fondazione ha bisogno anche di una sua ideologia di riferimento. A questo si provvide attraverso un recupero del pensiero di Gramsci, opportunamente depurato dei suoi tratti più revisionistici, quelli che gli erano valsi l’accusa di cripto-trockismo. L’operazione di innesto di questo pensiero su una fedeltà terzinternazionalista mai posta in discussione, andava incontro a due evidenti falsificazioni: da un canto si sosteneva la naturale e scontata complementarietà tra sistemi di idee che, nella realtà delle cose, si erano invece scontrati in modo drammatico. E questa operazione fu agevolata dall’utilizzo cinico del martirio, al quale il rivoluzionario sardo era andato incontro scampando a una più che probabile espulsione dal partito. Dall’altro canto, si accreditava il gramscismo come rottura compatibile della ideologia stalinista in senso democratico quando non addirittura, in tempi recenti, persino liberale, omettendo il fatto che, per quanto in alcuni tratti in contrasto con lo stalinismo, non per questo il pensiero di Gramsci ha una cifra meno organicista e totalitaria. Per certi versi manca in quel pensiero quella “laicità” che allo stalinismo è assicurata dalla considerazione realistica della politica di potenza e dei rapporti di forza.

Inutile aggiungere, infine, come tutto ciò sia stato possibile anche grazie agli intellettuali che nel frattempo si erano trasformati in chierici della rivoluzione.

 

Quarta ragione: la debolezza del socialismo italiano

Altro motivo che ha contribuito a evitare che l’Italia facesse i conti con il comunismo è stata la debolezza politica del socialismo italiano. Debolezza numerica ma, soprattutto, debolezza ideale.

Dal punto di vista dei numeri, c’è da notare come nel ’48, al momento del grande referendum tra libertà e asservimento al comunismo, Togliatti perse la partita principale, ma vinse la partita a sinistra. Il Pci uscì da quelle elezioni egemone nel suo campo. Dopo aver aggiogato il socialismo italiano al fronte popolare, con la sola eccezione di Saragat e dei suoi, ne assorbì gran parte della forza all’interno delle urne.

A questa egemonia numerica corrisponde, d’altra parte, anche una egemonia politico-culturale. Mentre in altri Paesi erano, in alcuni casi, i primi ministri socialisti a cacciare i comunisti dal governo e la scissione del sindacato giungeva a sancire la divisione del movimento dei lavoratori, in Italia Nenni assicurò l’asservimento a Mosca, annullando così di fatto una delle principali fonti della polemica anti-comunista, tanto più credibile perché proveniente da sinistra.

E non bastò nemmeno la svolta al momento della crisi ungherese a sanare del tutto la situazione. Basterà a tal riguardo ricordare le ombre della stagione demartiniana, ben condensate nella formula degli «equilibri più avanzati» per la quale il centrosinistra era unicamente immaginato come tappa di avvicinamento a una reintroduzione del Pci nell’area di governo.
Bisognerà attendere Craxi e gli anni Ottanta perché questa debolezza originaria del socialismo italiano fosse definitivamente sanata. Ed è da qui che discende, innanzi tutto, l’odio nei confronti del leader socialista che non è estraneo alla terribile sorte che gli venne riservata prima con l’esilio e poi con il rifiuto di poter tornare in patria a curarsi.

 

Quinta ragione: la vittoria del partito.

L’elenco dei motivi fin qui citati si espone a una contestazione. Si potrebbe dire: quasi tutto ciò vale fino al ’53 e alla morte di Stalin, periodo nel quale è ormai difficile dubitare anche per i più tetragoni, che vi sia stato un collegamento fra il Pci e Mosca. Ma da allora in poi, privati dell’approdo alla rivoluzione internazionale, per i comunisti italiani sarebbe iniziata una nuova storia.

L’obiezione va presa in considerazione. Ma, d’altro canto, non si può omettere che proprio nel ’53, pochi mesi dopo la morte del dittatore georgiano, il Pci conseguiva la sua più importante vittoria sul sistema politico italiano. L’essere riusciti a far fallire la legge elettorale voluta da De Gasperi, con la quale si sarebbe inserito un esplicito per quanto limitato collegamento tra la sovranità popolare e l’esecutivo, metteva fine alla stagione degasperiana e stabilizzava la centralità del partito di integrazione sociale nell’equilibrio tra i poteri.

Si fissava in questo momento un’anomalia italiana destinata a durare fino agli anni Ottanta. Mentre lo sviluppo sociale indotto dai processi di crescita economica nel resto d’Europa concedeva autonomia a settori sempre più ampi della società e favoriva la revisione degli assetti istituzionali (vedi la nascita della Quinta Repubblica in Francia), in Italia si fissava la centralità del modello di partito del Pci, e questo diveniva il fulcro per provare ad imporre uno sviluppo organicistico al sistema politico e, in fondo, allo sviluppo stesso della società italiana.

E’ proprio nel ‘53, insomma, che si pongono le premesse istituzionali per quella che, con termine polemico, è stata definita “partitocrazia”, e che può essere intesa come una formula concisa che indica un regime retto da una regola consociativa. Lo sbocco più maturo di questa formula va rintracciato nel compromesso storico prima e poi nella cosiddetta stagione della solidarietà nazionale.

 

Sesta ragione: l’occultamento della radice anti-sistema del Pci

Queste strategie fondate sulla persistente centralità del partito, tendevano ad annullare – o quantomeno deprimere -, la conflittualità propria dei sistemi liberal-democratici. Esse però, piegando il parlamentarismo a scopi impropri, hanno avuto l’effetto di occultare la persistente natura anti-liberale e anti-occidentale del comunismo italiano. Ma quella persistenza è attestata, assai più che dalle affermazioni esplicite di Berlinguer sulla “terza via” e dalle teorizzazioni dell’eurocomunismo come un sistema che mirasse a superare la società capitalistica e l’economia di mercato, dalla sconfitta stessa di quel tentativo.

Fallita infatti la strategia del compromesso storico a causa del contesto internazionale e ancor più della sua incompatibilità con gli equilibri interni di una moderna democrazia capitalistica, il Pci non intraprende la via di un revisionismo di stampo socialdemocratico. Ritrova, piuttosto, la purezza della sua radice anti-sistemica che aveva edulcorato e dissimulato all’interno di strategie più complesse, tutte tendenti però alla presa del potere attraverso il noto percorso delle “casematte”.

Infatti, la nuova svolta di Salerno voluta da Berlinguer al momento del terremoto in Irpinia, è una fuga verso l’alternativa morale. Da qui il rilancio del mito della diversità, l’antisocialismo esasperato, il definitivo sdoganamento della giustizia come arma di lotta politica.

E da qui deriva anche il successivo tentativo di occultare sotto le macerie di una presunta crisi morale di regime – in realtà la ragione prima del collasso va ricercata nella persistente volontà di controllare una società civile non più disposta a farsi sottomettere dai partiti – la portata storica della caduta del Muro.

In Italia non solo abbiamo assistito alle mobilitazioni di massa per festeggiare lo storico avvenimento da parte di coloro i quali, nella realtà dei fatti, quel muro lo avevano ricevuto in testa, ma abbiamo anche compreso poco di quanto quest’evento abbia pesato sugli sviluppi del nostro sistema politico perché ad esso si è cronologicamente sovrapposto quella crisi sviluppatasi a partire dal ’92 che va sotto il nome di Tangentopoli. Sicché, ancor oggi, molti ritengono che l’Italia sia cambiata grazie a Tangentopoli e non già per la fine del comunismo.

In quest’equivoco, d’altra parte, risiede la ragione principale per la quale i comunisti veramente pensavano di poter arrivare al potere in Italia e gestire gli effetti della loro sconfitta storica. Sarebbe stato non solo un paradosso ma un destino beffardo, che avrebbe definitivamente avvalorato il mito della diversità del comunismo italiano.

Ribadiamolo, dunque, in conclusione: il comunismo italiano è stato diverso per contingenze storiche e geopolitiche, nonché per l’abilità politica dei suoi dirigenti e di uno in particolare. Ma non per questo è stato meno illiberale e anti-occidentale.

Il non aver voluto fare i conti fino in fondo con questa semplice verità è alla base dei tanti problemi che dal ’92 in poi affliggono la nostra democrazia: il non aver accettato la vittoria di Berlusconi e nemmeno la sua presenza in politica. Il non aver chiuso i conti definitivamente con la pretesa di vincere in nome di una superiore moralità, magari attestata da un tribunale. Il non saper prendere distacco da minoranze giacobine che incarnano una volontà di sovvertimento rivoluzionario da perseguire attraverso le sentenze, moderni strumenti della rivoluzione.

Così si è allungato, ed è divenuto più difficile, il percorso dell’Italia verso la conquista di una democrazia compiuta. Mentre per altri Paesi l’esser stato comunista è, se non una colpa, quantomeno una responsabilità storica, in Italia gli eredi di quella grande e terribile storia sembrano annaspare tra un democraticismo che occhieggia all’America senza riuscire a cogliere la sostanza di quel grande Paese e una opzione socialdemocratica fuori tempo.

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