Due morti, due visioni della vita, una lezione: dalle crepe entra la luce

In queste ore drammatiche, in cui la nostra patria è stata “caricata” da una sentenza della Corte costituzionale di una nuova grave offesa alla sacralità della vita dopo quelle su aborto e disposizioni anticipate di trattamento, ci piace riportare queste parole del vescovo di Ventimiglia-Sanremo che testimoniano coi fatti come anche nel dolore e nella morte possano emergere la bellezza e la sacralità della vita.
Alleanza Cattolica 10 mesi fa
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Lettera di S.E. Antonio Suetta, Vescovo di Ventimiglia-San Remo, pubblicata sul quotidiano Avvenire del 26/09/2019. Foto redazionale

Caro direttore, ho letto con grande coinvolgimento la lettera che Remo Cerato, un piemontese 58enne di Germagnano, pochi giorni fa ha pubblicato poco prima della sua morte.

Non desidero entrare in questo contesto nell’affannato dibattito sull’eutanasia, sulle specifiche mediche, sulle differenze tra sedazione continua e profonda e suicidio assistito, di nuovo così acceso in questi mesi. Soprattutto in forza della mia esperienza familiare, mi ha colpito un passaggio particolare del suo messaggio in cui scrive: «Me ne andrò incompiuto e arrabbiato, assolutamente non in pace perché subisco la mia morte come un’intollerabile ingiustizia. Lascio figli da crescere, lascio progetti incompiuti…

Nessuna compensazione di nessun’altra vita, compresa quella eventuale ‘eterna’, potrà mai risarcirmi di quanto sono obbligato a lasciare in questa!!!». Lo scorso anno ho perso mia cognata, Ilaria, deceduta a soli 40 anni dopo una lunga malattia, lasciando mio fratello con due figli da crescere.

Sempre e in qualunque modo o tempo la morte giunga a spegnere la vita dell’uomo e della donna, noi la consideriamo un’ingiustizia, la peggiore ingiustizia, di fronte alla quale non riusciamo a trattenere il grido del nostro cuore che invano vorrebbe capire un mistero insondabile, e non riusciamo a tacitare l’angoscia della domanda che affiora dal profondo: perché? C’è un disegno dietro a tutto questo? E può essere un disegno buono? E può essere considerato compiuto in questo modo? Come scrive un poeta del nostro tempo: «C’è una crepa in ogni cosa. Ed è da lì che entra la luce». È grande infatti la ferita, ma è altrettanto rassicurante quello che Gesù ci ha detto. E io lo ripeto non perché l’ho studiato nei libri di teologia o perché devo predicarlo per il ruolo che rivesto, ma perché l’ho visto, sperimentato e toccato con mano tante volte, come anche nella vita di Ilaria.

Ilaria ha amato la vita e ha desiderato e pregato per la sua guarigione. Potremmo dire che la sua forza di vita non è giovata a nulla? E invece Ilaria, ne sono certo – anche per le confidenze che ho ricevuto da lei – ha camminato davvero nella fede, che l’ha sostenuta nella fatica della malattia, non solo nel far fronte alla sofferenza fisica, ma soprattutto nel travaglio delle domande, dei dubbi e delle paure. Nei lunghi otto anni di malattia se da una parte non si è mai spenta la speranza di un esito positivo, dall’altra, lentamente e profondamente, è maturata in lei una capacità di ‘consegna’, che non si improvvisa ma che è frutto di una straordinaria grazia accolta con fede obbediente e completo abbandono.

Si è fidata di Dio fino in fondo, senza esitazioni e senza riserve. E anche se i segni pesanti della malattia ne hanno fiaccato il corpo e deturpato il volto, l’abbiamo vista sempre più bella in un sorriso e in una dolcezza che lasciavano intravvedere un cuore abitato da Dio. E in quelle situazioni non si può fingere!

Ilaria ha lasciato delle lettere a mio fratello e ai miei nipoti, che sono state ritrovate dopo la sua morte. Cito brevemente un passaggio dalla lettera al marito: «Non so perché sia andata così, ma sappi, e ne sono certa, che io adesso sto benissimo perché sono tra le braccia di Gesù, il nostro Gesù che amiamo tanto… grazie per i tuoi sacrifici ma soprattutto grazie per avermi amata sempre, per avermi amata ancora di più nella mia malattia, che è durata tanti anni, ma non ti sei mai stancato di spronarmi, di starmi accanto, di sostenermi, di rincuorarmi, di sopportarmi mentre dentro di te soffrivi enormemente sentendoti impotente per non riuscire a trovare una soluzione. E invece ti dico che se non mi fossi ammalata non avrei provato la stessa sensazione, quell’amore vero e incondizionato, senza pretendere nulla in cambio». E uno dalla lettera a un figlio: «So che adesso penserai che Gesù non ha ascoltato le tue preghiere, ma non è così… ricordati che Lui fa sempre la cosa giusta, anche se la maggior parte delle volte non capiamo i suoi progetti, i suoi progetti sono perfetti, Lui agisce per il nostro bene, Lui fa le cose meglio di noi, Lui ci ha creati, ci ama e non farebbe mai qualcosa contro di noi. Non allontanarti mai da Gesù, pregalo sempre, cercalo, amalo!».

Remo e Ilaria, due modi diversi di vivere un’esperienza di grande dolore. Ma soprattutto due diverse concezioni della vita e di ciò per cui vale la pena vivere. Ho voluto condividere queste riflessioni non per esprimere giudizi o entrare in questioni etiche, ma per testimoniare anche ai parenti e agli amici del signor Remo che pure la sua vita non è incompiuta: nessuna vita infatti è incompiuta se è vissuta nella logica del dono e dell’offerta. C’è un modo di vivere che può insegnarci anche a morire. Vorrei tanto, come Pastore della Chiesa, poter avere sempre di più l’opportunità di dare alla gente ragioni per vivere, anche nel travaglio della sofferenza più atroce, invece che aiutarli a morire.

Antonio Suetta

Vescovo di Ventimiglia-San Remo

Giovedì, 26 settembre 2019

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