“Magna Europa. L’Europa fuori dall’Europa”: lettura e bilancio di “un’opera che fa pensare”

Alleanza Cattolica 13 anni fa
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Alberto Caturelli, Cristianità n. 341-342 (2007)

Nel 2006, da D’Ettoris Editori in Crotone, è stata pubblicata l’opera Magna Europa. L’Europa fuori dall’Europa, a cura di Giovanni Cantoni e di Francesco Pappalardo (cfr. la recensione di Massimo Introvigne in Cristianità, anno XXXIV, n. 335, maggio-giugno 2006, pp. 19-22). Nel 2007 il filosofo argentino Alberto Caturelli ha dedicato al volume un’ampia nota bibliografica sulla rivista Gladius. Biblioteca del Pensamiento Católico (anno 25, n. 68, Buenos Aires, Pasqua 2007, pp. 235-239). La traduzione è redazionale.

 

 

Lettura dell’opera

Ecco un libro fondamentale, di grande interesse storico-dottrinale. Dieci relatori riuniti in un seminario organizzato dall’italiana Alleanza Cattolica, nel quale ha parte significativa chi la dirige, Giovanni Cantoni; l’opera si dispiega in tre parti: l’Europa che parte (fuori dall’Europa geografica), l’Europa fuori dall’Europa (in Asia, in Africa, in America e in Oceania) e l’Europa nella sua struttura attuale.

La presentazione di Cantoni anticipa la tesi essenziale che anima tutta l’opera: l’Europa non è un continente geografico, ma una nozione culturale (quanto sono solito chiamare l’Europa dello spirito); la Grande Europa è il mondo nato dall’espansione degli europei (come i greci della Magna Grecia nel mondo antico) (cfr. p. 10), il cui principio di unità era l’impero e quello di diversità il feudalesimo. Facendo riferimento a Gonzague de Reynold possiamo parlare di un duplice movimento storico: uno di trasferimento dell’Europa in America e un altro di attrazione dell’Europa sull’America (siamo tutti europei); il mare nostrum esiste sempre, ma adesso è l’Atlantico, così che, oltre le diversità nazionali, vi è l’unità di fondo occidentale; questa unità suppone la distinzione fra governo, come visione organica del mondo, e Stato, che ne comporta una visione meccanica; perciò l’”impero” è in antagonismo rispetto allo Stato perché è “egemonia politica senza dominio” (p. 21), unità spirituale (come quella della Cristianità), il contrario di uno “Stato universale” pragmatico.

Quando parliamo di “impero” supponiamo l’unità della Cristianità soggiacente alla Grande Europa: […] la prospettiva imperiale — conclude Cantoni —, non solo sovranazionale ma anche sovrastatuale, è implicita, latente nella visione cristiana del mondo” (p. 25).

Il primo studio è di Luciano Benassi sullo Sviluppo tecnologico e conoscenza scientifica nel Medioevo (pp. 33-57). Si tratta di uno studio molto opportuno perché distrugge la falsa immagine del Medioevo refrattario a ogni sviluppo tecnologico e scientifico. Al contrario, in quest’epoca s’incrementò l’uso dell’aratro che smuove la terra, del cavallo, del nuovo sistema di coltivazione a rotazione triennale, dell’energia idraulica, della tecnologia metallurgica di cui furono maestri, in genere, i benedettini e, infine, vennero poste le radici della scienza moderna (cfr. pp. 48 ss.) grazie all’apporto essenziale delle università.

Ivo Musajo Somma si occupa de L’Europa di Carlo V e di Filippo II d’Asburgo (pp. 59-80); mostra come un sovrano autenticamente europeo proiettò e realizzò l’idea dell’Europa sovranazionale, multiculturale e cristiano-cattolica insieme al primato dell’ordine soprannaturale: adoretur Eucharistia in orbe universo. Incoronato Imperatore da Clemente VII il 24 febbraio 1530, Carlo V, rispettando le autonomie locali, pensa alla monarchia universale e, mentre il luteranesimo lacera l’unità religiosa, porta a termine la conquista del Nuovo Mondo. Suo figlio Filippo II lotta per conservare l’armonia della Cristianità, convinto che il sovrano esiste per i popoli non solo della Spagna ma anche di fuori dalla Spagna, come testimonia la vittoria di Lepanto il 7 ottobre 1571. L’autore passa in rassegna le guerre di Fiandra e d’Inghilterra, l’assenza della Francia e l’immenso sforzo di Filippo II e delle Spagne contro il protestantesimo e l’Islam, per consolidare la Cristianità con un ordine civile fondato sulle libertà concrete (cfr. p. 79).

Ignazio e Ugo Cantoni chiudono questa prima parte; il primo con uno studio sulla Ratio studiorum della Compagnia di Gesù (cfr. pp. 81-92) e il secondo con un saggio sulle regole del jus in bello in relazione al tipo di armamento (cfr. pp. 93-99). Nel caso della guerra moderna, il numero di vittime di quest’ultima aumenta in modo esponenziale (cfr. p. 98).

Passiamo così alla seconda parte sull’Europa fuori dall’Europa, che comincia con l’eccellente studio dello storico Francesco Pappalardo su L’espansione europea dal secolo XIV al secolo XIX (pp. 103-138). Nell’ampio percorso l’autore descrive […] il passaggio da un mondo composto da realtà chiuse a un universo in cui grandi aree geografiche, numerosissime popolazioni e civiltà diverse prima isolate entrano in comunicazione” (p. 104); per certo si tratta de “l’esplosione […] su scala mondiale della Cristianità latina” (Pierre Chaunu, p. 106) con momenti chiave come la presa di Granada (2-1-1492), l’esplorazione dell’Oceano Indiano da parte dei portoghesi, la scoperta dell’America (12-10-1492), l’epopea missionaria fino al viaggio di Magellano concluso da Juan Sebastián de Elcano, la coscienza dell’esistenza di un Nuovo Mondo come continente autonomo separato dall’Asia, come mostrato dalla carta di Giacomo Gastaldi (1565) (cfr. p. 129). Con vivacità trascinante vengono descritti i viaggi degli spagnoli, degli olandesi, dell’inglese Cook e del francese Bougainville (cfr. pp. 130-136), che illustrano l’espansione non solo geografica ed economica ma anche religiosa e culturale dell’Europa nel mondo.

Giovanni Cantoni espone il tema La conquista dell’Iberoamerica (1493-1573): i protagonisti, le modalità e i problemi (pp. 139-185). Si tratta di una sintesi eccellente che inizia dal 722 con la battaglia di Covadonga, dalla riconquista della Penisola Iberica portata a termine nel 1492 alla Conquista ed evangelizzazione dell’Iberoamerica (1493-­1573). Indugia sull’opera dei Re Cattolici, sul carattere del conquistador e sulla missionarietà cattolica dell’impresa; dedica pagine sintetiche ed esemplari alle comunità precolombiane (i conquistati), ai “capitolati” attraverso i quali si trasferiva nel Nuovo Mondo […] quel particolarismo medioevale che nella madrepatria si sta tentando di superare” (p. 165) e alla encomienda, simile al feudo medioevale e alla signoria castigliana, nella quale si realizzava […] una protezione della proprietà degli Indiani che va al di là dei limitati diritti riconosciuti ai contadini nell’Europa medioevale” (J. Dumont, pp. 167-168). Ma l’elemento essenziale fu l’evangelizzazione che Cantoni descrive con maestria servendosi di una bibliografia di autori da noi meno noti (come Chaunu, Powell, Dumont) e altri più familiari (come Corrêa de Oliveira, García Morente, Eyzaguirre, Morales Padrón); mi fa pure l’onore di citare la traduzione italiana (1992) del mio libro Il Nuovo Mondo riscoperto. L’approfondimento storico-dottrinale non può essere migliore.

Paolo Mazzeranghi si occupa de Le tre colonizzazioni dell’America Settentrionale (pp. 187-212). L’autore inizia con un breve ma preciso riferimento ai gruppi indigeni preesistenti e affronta le tre “colonizzazioni” europee: la spagnola — e la messicana fino alla conquista del Messico da parte degli Stati Uniti nel 1848 —, e la francese, che iniziò cercando l’inesistente passaggio a Nord-Ovest in quello che oggi è il Canada. Senza entrare nei dettagli ci pare molto giusto sottolineare il lavoro evangelizzatore di francescani e di gesuiti e, soprattutto, l’opera del beato François de Laval de Montmorency, che fu vicario apostolico in Canada nel 1658 (cfr. p. 197). Dopo la Guerra dei Sette Anni e la caduta di Québec e di Montréal in mani britanniche (1758 e 1760), cessò la presenza francese nell’America del Nord. La terza colonizzazione fu quella britannica, che l’autore fa risalire alla probabile esplorazione di Caboto nel 1497. Senza entrare nei particolari, i futuri Stati Uniti furono dominati culturalmente dal puritanesismo (presbiteriani e congregazionalisti) (cfr. pp. 203-208); i caratteri di questo influsso furono indicati dal grande pensatore irlandese Edmund Burke che Mazzeranghi cita: “Ogni forma di Protestantesimo, anche la più fredda e passiva, è una forma di dissenso. Ma la religione prevalente nelle nostre colonie settentrionali è un raffinamento del principio di resistenza: è la dissidenza del dissenso e la protesta della stessa religione protestante” (p. 206; discorso del 22-3-1775). Questo spirito determina la politica britannica nei confronti degl’indiani (cfr. pp. 208-211).

Lo stesso Paolo Mazzeranghi traccia la storia della Guerra d’Indipendenza degli Stati Uniti (1776-1793) e della Guerra Civile (1861-1865) (pp. 213-242). È di grande interesse la sua critica all’opinione corrente sulla Guerra Civile: il Nord, centralista, detesta un Sud agrario e cavalleresco, che, a sua volta, detesta il Nord adoratore degli affari e della industrializzazione. Ha girato il mondo una campagna propagandistica che fa del Sud un mondo schiavista; Mazzeranghi rettifica e ricorda anche l’accettabile modus vivendi dei sudisti con i pellirosse e non dimentica che proprio lì iniziò ad applicarsi la disumana concezione della “guerra totale”. Così fece il Nord, come spiegava il generale Sheridan in un testo trascritto da Mazzeranghi: “È difficile piegare un popolo di combattenti risoluti e coraggiosi; ma mettete alla fame le loro donne e i loro bambini e vedrete i fucili cadere dalle mani dei soldati” (p. 238).

È eccellente la minuziosa esposizione di Sandro Petrucci su L’Asia portoghese (pp. 243-291), dall’arrivo di Vasco da Gama e dal riconoscimento dei cristiani dell’Apostolo san Tommaso (cfr. pp. 246 ss.) fino alle grandi figure come Francisco de Almeida e Alfonso de Albuquerque, fondatori dell’”impero” in Asia; Goa non fu soltanto la capitale (cfr. pp. 273 ss.) ma il centro d’irradiazione missionaria; l’autore mette in risalto la mirabile opera di san Francesco Saverio, del padre Matteo Ricci e di Johann von Bell, e studia tutti i particolari fino al nostro tempo.

Incontriamo di nuovo Paolo Mazzeranghi per seguire con lui la storia de Il Sudafrica: l’incontro in Africa Australe di due frammenti d’Europa (pp. 293-312). Raccomando al lettore di fissare l’attenzione sulle differenze essenziali fra i boeri, la cui fedeltà letterale alla Scrittura almeno non lasciava spazio al razzismo, e il carattere britannico che porta alla guerra totale e ai primi campi di concentramento (cfr. pp. 304, 310-311). L’Unione Sudafricana comprende le due repubbliche boere e le due antiche colonie britanniche (Capo e Natal).

Della storia appassionante de Le Filippine spagnole “Estremo Occidente” (pp. 313-360) si occupa Sandro Petrucci, dall’arrivo di Magellano (1521) fino alla perdita delle Filippine dopo la guerra della Spagna con gli Stati Uniti nel 1898. Prima Cebú (1565), poi Manila (1571) e il Pacifico come il lago spagnolo la cui rotta di ritorno al Messico (Acapulco) fu scoperta da Andrés de Urdaneta nel 1565. Petrucci descrive l’enorme e bella opera della Spagna a partire dalla Nuova Spagna: l’organizzazione municipale, come la diocesi di Manila, dipese da quella del Messico fino al 1595. L’opera missionaria fece delle Filippine il più bel fiore della Cristianità Orientale. La Spagna si dedicò tutta all’opera più importante della Chiesa in Oriente; qui, non più “estremo Oriente” ma “estremo Occidente”.

Torniamo a leggere Paolo Mazzeranghi che studia un mondo diametralmente diverso: Australia: l’uomo europeo alla conquista di un “mondo vuoto” (pp. 361­381). Dopo la scoperta geografica, bisogna attendere il 1780, anno nel quale l’Australia interessa a qualche potenza europea; la prima popolazione formata da deportati dall’Inghilterra (fra il 1788 e il 1868) fu di 162.000 persone; s’incontrarono due civiltà: […] da una parte una civiltà dell’Età della Pietra, dall’altra una civiltà europea moderna in piena Rivoluzione Scientifica e Industriale” (p. 368); questa “società di frontiera” (p. 375) che si sviluppa dal nulla è forse il più lontano trapianto dell’Europa.

Da ultimo Giovanni Cantoni dedica quarantasette belle pagine a L’Indipendenza politica iberoamericana (1808-1826): dalla “reazione istituzionale” alla guerra civile (pp. 383-430). L’autore mostra una grande conoscenza e condivisione della migliore bibliografia a partire da L’America e le Americhe di Pierre Chaunu e da quella di tanti autori iberoamericani come Icaza Tigerino; non è consueto trovare in ricercatori dell’Europa geografica questa comprensione intelligente, che rompe con lo schema convenzionale e falso dell’Indipendenza; sulla base della distinzione di Morales Padrón fra “emancipazione”, “indipendenza” e “rivoluzione”, si deve parlare di “indipendenza politica” (p. 385) forgiata sulla base dei princìpi del Sacro Ispanico Impero animato dalle istituzioni medioevali. Come noi, Cantoni distingue anche una “storia ufficiale” da una “storia vera” (p. 387), che mostra l’impresa indiana come la figlia postuma del nostro Medioevo fondatore di un “feudalesimo amerindo” (p. 396), le cui fondamenta sono poste dalla Chiesa Cattolica. Soprattutto in istituzioni basilari como il cabildo autonomo, l’encomienda e l’universalità, che non distrugge ma che alimenta quanto è tipico e locale. L’Indipendenza del Nuovo Mondo transatlantico, così ben descritto dal mio caro amico José Pedro Galvão de Sousa, composto dai “regni di oltremare” (Levene) si realizza come una grande guerra civile. La crisi della Monarchia, che con i Borboni diventa dispotica e illuminista, spiega l’indipendenza perché, come sono solito ripetere, i regni di oltremare, nel secolo XVIII, rimasero più ispanici della Spagna. In questo senso, l’esposizione di Cantoni è esemplare e ci conforta e incoraggia.

L’opera si conclude con la descrizione attuale della Magna Europa e dei suoi vincoli istituzionali formali e informali: Ilario Favro si occupa degli Organismi politico-militari dell’Europa Continentale (pp. 433-443) e Mario Vitali di Organismi economico-finanziari nella Grande Europa (pp. 445-455).

Bilancio della lettura

Ecco l’idea essenziale: Magna Europa, cioè l’Europa fuori dall’Europa. L’Europa piccola (piccola solo fisicamente) è l’Europa “classica” fondata dalle tre penisole madri: Grecia, Italia, Iberia. Quell’Europa classica si è espansa nel nord dell’Africa, in Egitto, nell’Asia Minore e, con Alessandro, fino all’India. Il mare nostrum è chiuso a Oriente e aperto in Occidente oltre le Colonne d’Ercole. Perciò le isole Canarie furono per la Castiglia la piattaforma di lancio verso l’immenso secondo Mediterraneo. L’Europa classica, trasfigurata dall’implantazione del Vangelo, fu la Cristianità che soffrì la prima rottura con la Riforma protestante nel secolo XVI. Ora la Magna Europa suppone l’Europa minor, ma minor solamente per la dimensione, maior per la sua intrinseca nobiltà. Non vi è Magna Europa senza l’Europa della Cristianità: mi riferisco all’Europa cristiano-cattolica, il cui ideale è instaurare l’imperium cattolico nel mondo. Come bene insegnano gli autori del libro che commento, fu l’ideale dei Re Cattolici, di Carlo V e di Filippo II. È molto importante che un gruppo di europei (dell’Europa geografica) lo capiscano in questi termini e lo diffondano come la maturità dello spirito europeo (l’Europa dello spirito).

Dopo la lettura meditata di quest’opera, credo che si possano accettare le distinzioni formulate dagli autori, anche se con alcune osservazioni dottrinali. L’Europa fuori dall’Europa vuol dire fuori dall’Europa geografica; perché, una volta stabilito lo spirito europeo in diverse parti e continenti del pianeta, in un certo modo è ora Europa dentro l’Europa. Personalmente noi americani siamo figli dell’Europa dello spirito; assolutamente americani e, per ciò stesso, essenzialmente europei, non “europeisti” bastardi che hanno solamente sovrapposto o sommato estrinsecamente all’America quanto credono “europeo”.

Se identifichiamo l’europeo essenziale con l’Europa classica e l’Europa cristiano-cattolica, esiste un’Europa essenziale e un’Europa sminuita; in questo senso, il Portogallo è più Europa della Finlandia. Analogamente, se seguiamo lo svolgimento appassionante del libro Magna Europa, è possibile fare alcune distinzioni: l’Europa dello spirito “fuori” dall’Europa o meglio, che va fuori dall’Europa geografica, fonda la Magna Europa nella quale possiamo distinguere: a) l’Iberoamerica (che naturalmente include il Brasile), le Filippine, Goa… sono Europa fuori dall’Europa geografica. Così come nella peninsola luso-ispanica, dopo la Reconquista si parlava de “le Spagne”, gl’immensi paesi iberoamericani erano le Spagne di oltremare, “i regni delle Indie”. Questo spirito medioevale e cattolico fà delle Filippine una sorta di provincia del regno della Nuova Spagna: un messicano, un malese, un centro o sudamericano erano tanto sudditi della Corona spagnola come un abitante di Cadice o un aragonese. Questa Europa è di diritto proprio un’Europa maior.

b) Sudafrica, Stati Uniti, Canada britannico, Australia, nati dall’Europa già ferita dalla Riforma e degradata dall’illuminismo pragmatista, sono sì Europa, ma è Europa minor. In quei territori non è stato possibile il processo evangelizzatore pieno che, nello stesso tempo, ha de-mitizzato la cultura primitiva e, conservandola, l’ha trasfigurata nell’essere nuovo del suo essere cristiano. Questa Europa minor è già vittima del processo di secolarizzazione dell’Europa essenziale.

Oggi siamo protagonisti di un’immensa tragedia: l’apostasia dell’Europa dello spirito, che equivale a un suicidio storico, lascia come orfani gli europei di “fuori” dall’Europa e gli europei della Magna Europa pensano che, forse, la Provvidenza vuole che parta dall’Europa “di fuori” (dal punto di vista geografico) la nuova evangelizzazione del Vecchio Mondo. Pare necessario un quinto viaggio di Cristoforo Colombo, che porti missionari della fede di Cristo al Vecchio Mondo affinché l’Europa sia nuovamente sé stessa.

Dobbiamo ringraziare questo gruppo di ricercatori italiani, e specialmente Giovanni Cantoni, per un’opera che ha la somma delicatezza dello spirito: ci fa pensare.

Alberto Caturelli

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