«Marcia dei Contribuenti»

Alleanza Cattolica 34 anni fa
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Marco Albera, Cristianità n. 139-140 (1986)

 

Si è svolta a Torino il 23 novembre 1986, organizzata dal Movimento di Liberazione Fiscale.

 

Un episodio di reazione antistatalistìca 

«Marcia dei Contribuenti»

 

Oltre trentacinquemila persone hanno preso parte, domenica 23 novembre 1986 a Torino, alla Marcia dei Contribuenti contro quella nuova forma di schiavitù costituita dall’eccessiva fiscalità.

La manifestazione ha avuto inizio in un grande locale pubblico, il cinema Lux, dove, davanti a persone attente e composte, hanno preso la parola alcuni fra i più prestigiosi economisti italiani. D’esordio il professor Sergio Ricossa, dell’Università di Torino, ha duramente replicato alle illazioni di quanti, specialmente fra politici e sindacalisti, nei giorni precedenti la riunione avevano accusato l’iniziativa di essere semplicemente una manovra di copertura degli evasori fiscali e dei loro interessi. Domandandosi quale fosse il maggior evasore d’Italia, il professor Ricossa ha così risposto: «Ne faccio qui nome e cognome: è lo Stato italiano, che sottrae immensi valori economici, proprietario di migliaia di industrie che non danno profitti ma perdite che siamo noi a pagare»; e ancora: «[…] eversore […] è il fisco, che viola la Costituzione e poi aggira le sentenze della Corte Costituzionale» (1). Subito dopo Antonio Martino, professore nell’Università di Roma e direttore del CREA, il Centro di Ricerche Economiche Applicate, ha ricordato che le più recenti analisi dell’imposizione tributaria in Italia evidenziano come la maggior parte della fiscalità sia costituita dall’imposizione indiretta, meno facilmente rilevabile di quella diretta. Secondo l’illustre economista, a ogni milione di lire che il contribuente sa di pagare allo Stato se ne aggiungono altri quattro, che corrisponde inconsapevolmente. Per esemplificare l’oratore si è chiesto quanti italiani sanno che, quando acquistano diecimila lire di carburante, il prezzo della benzina è di sole duemila lire, mentre le rimanenti ottomila vengono fagocitate dal fisco. Particolare entusiasmo ha suscitato il professor Martino quando, al termine del suo intervento, ha dichiarato che «ridurre la fiscalità è il metodo più efficace per ridurre la spesa» (2). La manifestazione all’interno del locale cinematografico è stata conclusa dal professor Gianni Marongiu, dell’università di Genova, che ha ribadito tesi di cui si fa da tempo assertore, relative al principio di «autosocialità»: ha cioè riaffermato che una minore pressione fiscale non comporta lo smantellamento del cosiddetto «Stato sociale» ma che, al contrario, la socialità non coincide con la statualità e che, quindi, si rende necessario innescare meccanismi, appunto, di «autosocialità» (3).

Dopo gli interventi, che hanno esposto le ragioni di fatto della manifestazione, un imponente corteo si è snodato per le vie del centro cittadino e si è concluso in piazza Carignano dove, in una grande urna, sono state depositate migliaia di copie dei modelli 101 e 740 con sovrastampata la scritta «Meno fisco = più libertà».

La manifestazione torinese è stata ideata e curata interamente dal Movimento di Liberazione Fiscale, costituitosi nella primavera del 1986 attorno al periodico d’opinione Controstampa e al suo direttore Sergio Gaddi. Quando, nel mese di settembre, i responsabili di tale movimento hanno pensato a un’iniziativa di risonanza nazionale, si sono rivolti anche ad Alleanza Cattolica, che fin dal 1983 dibatte al suo interno e in pubbliche manifestazioni il tema della fiscalità. E Alleanza Cattolica, aderendo alla manifestazione, ha da parte sua diffuso un documento in cui si ricorda come l’argomento dell’imposizione fiscale «debba necessariamente coniugarsi con «i più generali principi della dottrina sociale e della filosofia politica», considerando che «non è […] possibile comprendere come si sia potuti pervenire ai livelli di imposizione oggi denunciati, se non si hanno presenti le cause che li hanno determinati, e che sono, tra le principali, l’oblio del principio di sussidiarietà e l’errata convinzione che l’intervento pubblico rappresenti una soluzione dei problemi sociali superiore a quella offerta dal libero mercato» (4).

La piena riuscita della manifestazione — dovuta all’indubbia capacità degli organizzatori come alla certa drammaticità del problema — deve costituire occasione per ricordare che la soluzione di tale problema va serenamente ricercata nei princìpi della dottrina sociale della Chiesa e del diritto naturale nonché nel rispetto, sul punto, del dettato costituzionale, e che richiede l’impegno di tutti in una prospettiva di partecipazione attiva e diretta alla vita della società civile.

Se è indubbiamente prematuro parlare di conseguenze politiche sia della Marcia dei Contribuenti che dell’intera vicenda legata all’eccessiva pressione fiscale, si può fin da ora rilevare come si sia manifestata una considerevole capacità di reazione del corpo sociale, che ha visibilmente disorientato e indispettito sindacati e partiti politici, e come sia stata evocata almeno l’idea di un più equilibrato rapporto fra Stato e cittadini. Ma il lavoro propagandistico deve continuare indefessamente, perché — purtroppo — non basta un gesto, per quanto significativo e riuscito, a far comprendere e al «Palazzo» e alla pubblica opinione che per il perseguimento della giustizia sociale occorrono «tanta libertà quanta è possibile, tanto Stato quanto è necessario».

Marco Albera

 

Note:

(1) il Giornale del lunedì, 24-11-1986.

(2) Ibidem.

(3) Cfr. Il Sole 24 Ore, 6-11-1986.

(4) ALLEANZA CATTOLICA, Lettera agli amici, del 10-11-1986, per propagandare la manifestazione torinese.

 

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