Meditazione sul «flagello fiscale»

Giovanni Cantoni 36 anni fa
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Giovanni Cantoni, Cristianità n. 94 (1983)

 

L’errore socialistico, che privilegia lo Stato e la società rispetto ai diritti dei singoli e dei corpi intermedi, alla origine della «persecuzione fiscale» in atto nel nostro paese. Una organizzazione sociale sempre più totalitaria come conseguenza dell’abbandono, da parte dello Stato, della funzione principalmente sussidiaria nei confronti delle comunità minori. La soluzione: la salutare predicazione e l’attuazione della dottrina sociale della Chiesa, senza omissioni né compromessi; ma chi ne ha il potere e la relativa responsabilità, la saprà e la vorrà fare?

 

Natura e limiti della imposizione tributaria

Meditazione sul «flagello fiscale»

 

Il «flagello fiscale» che si sta abbattendo sul nostro paese, al punto che si è potuto parlare di una «fiscalità della giornata, da leggersi ogni mattina sui quotidiani» (1), contiene in sé uno straordinario potenziale pedagogico, capace, se «liberato» e adeguatamente utilizzato, di contribuire al risveglio della nazione.

Quali sono i termini del problema? Come si possono descrivere ed evidenziare?

Il primo passaggio, la prima indispensabile manovra consiste nel sottoporre la situazione presente a un esame razionale, coerente e proporzionato al fatto, e teso a mettere in luce e a distinguere accuratamente che cosa, nel «flagello fiscale», è «naturale» – quindi, sostanzialmente inevitabile e, a ben considerare, opportuno e fecondo -, e che cosa, in esso, è invece «storico», cioè frutto di comportamenti umani che potevano, possono e potranno essere diversi.

Comincio da ciò che è naturale. Tale è la socialità dell’uomo, che si esprime nella società, e nella società storica, cioè nella nazione, e che organizza questa società nello Stato. Scopo dello Stato è il perseguimento del bene comune, sia spirituale che materiale, della società e degli individui che organizza, con funzione di surroga delle manchevolezze naturali oppure storiche di tutte le possibili aggregazioni sociali tra il singolo e lo Stato stesso, ma assolutamente senza programmatica intenzione di sostituirsi a esse.

Dal momento che lo Stato non è una realtà indipendente dalla società, essendone di fatto la organizzazione; dal momento che la società non è, a sua volta, realtà indipendente dall’uomo, essendo infatti espressione della naturale socialità di quest’ultimo, le forze spirituali e materiali sia della società che dello Stato sono le forze degli uomini che ne fanno rispettivamente parte e che vi sono organizzati, distratte dall’immediato uso individuale e che, dislocate rispetto alla loro fruizione soggettiva, vengono moltiplicate dal conferimento sociale e statuale e ritornano, elaborate, a ridondare a vantaggio dei singoli e dei corpi sociali intermedi.

Questo «sistema» e il suo funzionamento necessitano della massima chiarezza quanto al fine per cui sono costituiti e ai mezzi con i quali lo perseguono; ma, in presenza di tale chiarezza, rappresentano anche il modo attraverso il quale verificare ogni singola operazione, che non deve disperdere le energie conferite socialmente e statualmente, ma, piuttosto, restituirle integrate e capitalizzate dal fatto stesso della loro elaborazione sociale e statuale. Il «sistema», cioè, è almeno conservativo, e ogni perdita di energia è sintomo di disfunzione, da individuare e da curare.

Dalla descrizione concettuale del «sistema» emergono con evidenza i termini del nostro problema – di uno dei nostri problemi -, e le categorie per un giudizio radicale sulla situazione, nonché per un altrettanto radicale intervento. 

Infatti, il perseguimento del bene comune nei suoi aspetti materiali di sicurezza e di benessere, se non può certamente essere ridotto alla somma dei perseguimenti individuali – e non solo per comprensibili necessita di giustizia, relative alle difficoltà di convivenza tra i singoli -, deve però essere visto come integrazione di questa somma, prodotta attraverso gli indispensabili e doverosi conferimenti individuali, e orientata dai bisogni comuni ai vari corpi sociali aggregati, dalla famiglia allo Stato.

Su questo scenario, ecco dunque comparire le imposte, prelievo statuale e societario di «energie» economiche dei singoli oppure delle comunità minori, di cui lo Stato si serve per garantire la organizzazione della società, per supplire alle sue naturali manchevolezze e per sovvenire, se del caso, alle necessità emergenti di parti disagiate della società stessa, sempre e comunque nella prospettiva del bene comune.

Come dicevo, il «ciclo» si può descrivere e si deve rappresentare con la massima chiarezza attraverso i passaggi che, senza ulteriori specificazioni – in tesi indefinite, grazie alla fantasia sociale -, sono riducibili ai rapporti tra individuo, società e Stato. Ma questo «ciclo», se storicamente può essere incontrato in qualsiasi suo momento, ha una componente logicamente e sostanzialmente più rilevante, dal momento che gli altri due termini non ne sono che conseguenze ed espressioni: questa componente è l’individuo. Da lui, come causa seconda, e per lui, come fine prossimo, sono sia la società che lo Stato.

Perciò lo Stato è per la società e la società è per l’uomo, e la bontà dello Stato e della società si misurano dalla loro capacità di favorire lo sviluppo delle realtà cui sono sussidiari, rispettandole, aiutandole, integrandole, mai sostituendosi a esse per principio.

Quindi, e coerentemente con quanto affermato e premesso, la imposizione fiscale trova il suo limite oggettivo nel suo fine, che è sussidiario. Non ha senso spogliare il cittadino allo scopo di garantirgli, almeno in tesi, un servizio perfetto per un pasto che – essendo stato spogliato – non potrà più imbandirsi né consumare!

Quando il quadro si approssima a quello che ho paradossalmente descritto, si rende indispensabile riesaminare accuratamente l’intero «sistema» e il suo «ciclo», per scoprire come mai ciò che è stato predisposto dalla natura – cioè da Dio, creatore della natura – per aiutare il singolo, ridondi a suo danno evidente; e, quindi, per porvi rimedio. 

A questo punto, purtroppo, non posso fare a meno di notare che, mentre abbondano – sarei tentato di dire: si sprecano! – i moralisti capaci di individuare le colpe degli «evasori fiscali», è praticamente assente chi denunci quelle dei gestori dello Stato e dei suoi organi, «ingiusti aggressori» del privato e della società e malversatori dei beni comuni – materializzazione del bene comune -, non solamente attraverso interessi privati in atti di ufficio o cattiva amministrazione – mali di sempre -, ma, soprattutto, attraverso la predicazione e la pratica confessa di un peccato sociale, il socialismo, che «dis-organizza», cioè «organizza male» il «sistema» e il suo «ciclo», perché privilegia società e Stato, a seconda delle forme in cui si esprime, e ne fa realtà eminenti rispetto all’uomo che dovrebbero servire.

Né posso fare a meno di notare, ancora, come gli stessi propugnatori di una «morale della situazione» dimentichino, nel caso della «evasione fiscale», ogni attenuante che deriva dal danno emergente, mentre di ben minore drasticità, per dire il meno, danno prova relativamente alla morale sessuale e matrimoniale, come se le infrazioni in tali campi della morale non avessero conseguenze sociali, o come se il rispetto per la società dovesse avere la meglio sul rispetto per la legge di Dio.

Non immagino né auspico, evidentemente, interventi fiscali «tecnici» da parte dell’autorità spirituale e degli specialisti in materia morale, ma, piuttosto, l’uso delle categorie della morale sociale cristiana – alias, dottrina sociale della Chiesa -, che, se certamente non indica nè il regime societario nè quello statuale migliori per un determinato popolo, lasciandone la scelta alla industria degli uomini, in modo ugualmente certo esclude tutte le modalità organizzative e societarie che facciano apertamente oppure surrettiziamente coincidere il bene comune sia, anzitutto, con il puro benessere materiale di un popolo, sia, in secondo luogo, con il bene della società e dello Stato, considerati esenti da ogni responsabilità morale e concepiti come «immacolati».

So che una simile richiesta suscita reazioni immediate, e viene denunciata come proposta di intervento «confessionale» in ciò che è «laico», e così via.

Rispondo subito che «laico» significa semplicemente «cattolico che non ha abbracciato né lo stato sacerdotale né quello religioso», ma che non per questo è meno cattolico. E che «laico» non va assolutamente confuso con «laicista», cioè con propugnatore di una società non soltanto libera da improprie interferenze «clericali», ma anche da ogni influenza «religiosa», e quindi partigiano della «secolarizzazione», parziale o totale che sia.

E per i «laicisti», «cristiani» o no, che oggi gemono sotto il torchio della «persecuzione fiscale» (2), trascrivo, offrendolo alla loro attenta meditazione, un brano di Juan Donoso Cortés: «Il mondo cammina con passi rapidissimi alla costituzione di un despotismo, il più gigantesco ed assoluto che sia mai esistito a memoria d’uomo. Verso tale traguardo cammina la civiltà, cammina il mondo.

«Per annunciare tali cose non mi è necessario esser profeta; mi basta considerare il pauroso insieme degli avvenimenti umani dal loro unico, vero punto di vista, dall’altezza cattolica. 

«[…] non vi sono che due forze possibili, una interna, l’altra esterna, una religiosa, l’altra politica. Sono di natura tale che quando il termometro religioso sale, quello politico scende; quando il termometro religioso è basso, la temperatura politica, la forza politica, la tirannia salgono. Questa è una legge dell’umanità, della storia» (3).

Se dalla meditazione di questo brano spero che qualche «laicista», soprattutto «cristiano», tragga motivo per diventare, o ridiventare, semplicemente un laico cattolico, mi auguro di cuore che essa contribuisca anche alla correzione della prospettiva di qualcuno che – avendo, per così dire, responsabilità religiose professionali – venga a considerare come nessuno chieda o invochi un suo diretto impegno politico o sociale, anzi, ma come sia nell’interesse di tutti la proclamazione da parte sua della verità intera, senza prudenze politiche e sociali.

È troppo «integralistico» ricordare che non pochi continuano ostinatamente a credere, con san Giovanni, nella efficacia liberatrice della verità (4)?

Giovanni Cantoni

 

Note:

(1) CESARE ZAPPULLI, Attenti a Kurbatov, in il Giornale, 3-2-1983.

(2) Cfr. ALLEANZA CATTOLICA, Basta con la «persecuzione fiscale»!, manifesto del gennaio 1983, in Cristianità, anno XI, n. 93, gennaio 1983.

(3) JUAN DONOSO CORTES, Il potere cristiano, trad. it., Morcelliana, Brescia 1964, p. 49.

(4) Cfr. Gv. 8, 32.

 

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