Né Argentina né Inghilterra ma solidarietà internazionale contro il socialcomunismo

Giovanni Cantoni 38 anni fa
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Giovanni Cantoni, Cristianità n. 86-87 (1982)

 

Dalla guerra per le isole Malvine una grave lezione per tutti i governi non comunisti, affinché trovino il coraggio di anteporre la difesa di ciò che rimane della civiltà cristiana nelle rispettive nazioni a qualsiasi avventura politico-militare, sostanzialmente funzionale alle mire egemoniche sovietiche.

 

Per una pace fondata sulla libertà e sulla verità

Né Argentina né Inghilterra ma solidarietà internazionale contro il socialcomunismo

 

Scoperte nel secolo XVI, e conquistate dagli inglesi nel 1833 – approfittando della debolezza dell’Argentina, da poco resasi indipendente e trasformatasi in repubblica, da viceregno spagnolo del Río de la Plata che era -, le isole Malvine sembrano destinate ad avere dalla storia quella noterietà che la geografia ha a esse sostanzialmente negata, e pour cause, anche se a questo rilancio qualcuno afferma non essere estranea la geologia!

Infatti, dopo la battaglia che presso di esse combatterono forze inglesi e tedesche l’8 dicembre 1914 – in uno dei più importanti scontri navali della prima guerra mondiale, vinto dalla flotta del Regno Unito -, dalla primavera di quest’anno sono oggetto di una contesa che agli inglesi, questa volta, oppone gli argentini, mentre la opinione pubblica mondiale attende l’esito militare, e le sue conseguenze diplomatiche e politiche, con fondata ansia.

Infatti, ancora, mentre sui vari «teatri» mondiali la forza militare dell’imperialismo socialcomunista si fa sempre più incombente e sostanzialmente minacciosa, la sua capacità di suscitare discordie, di «dialettizzare» ogni contrasto, ogni «contraddizione» storica, continua a esercitarsi e a praticarsi in tutto il mondo.

In questo momento, una delle aree privilegiate dal «nemico» nella sua indefessa, diabolica seminagione di zizzania, (1), cioè di insidie e di inganni, è certamente l’America Latina, e allo scopo esso si serve – o misteriosamente serve, come non senza argomenti vogliono alcuni – della partnership degli uomini della Commissione Trilaterale – si potrebbe dire, di «tutti gli uomini del re David [Rockefeller]» – e dei loro adepti, sparsi e infiltrati nella amministrazione degli Stati Uniti.

Così, la soluzione manu militari di una pendenza più che secolare – resa forse più attuale da qualche giacimento petrolifero sommerso, ma non per questo più tempestiva e più prudente – apre uno squarcio di dimensioni straordinarie in tutto il mondo non comunista, là dove si scontrano e si azzuffano rigurgiti peronisti, cioè nazionalsocialisti, e revival di imperialismo protestantico, così arrendevole, per altro, quando la controparte non è cattolica, come prova ad abundantiam, per esempio, il caso rhodesiano. E mentre il mondo assiste con stupore al «ritorno di Astrea» – impersonata, al momento, piuttosto dalla signora Margaret Thatcher che dalla regina Elisabetta II -, il nemico principale della civiltà cristiana, la forza nella quale si concentra la materialità della Rivoluzione, cioè l’imperialismo socialcomunista sovietico, non perde occasione per inserire cunei nel mondo che non dipende ancora direttamente da esso.

In questo panorama apocalittico si levano le voci di chi, pure emotivamente e geograficamente coinvolto nella vicenda relativa al possesso delle isole Malvine, ha la forza, prima intellettuale e poi morale, di elevarsi al di sopra delle contingenze e delle mozioni degli affetti, e di prendere dolorosamente partito, facendosi coraggiosamente carico di quel comune patrimonio di residua civiltà cristiana, che i contendenti – presi dalla spartizione di miserabili spoglie storiche, o ingolositi da scarsi «piatti di lenticchie» – sembrano avere dimenticato o volere trascurare, con maggiore o minore responsabilità e consapevolezza.

Facendo eco a queste voci – che vengono ampiamente riportate in questo stesso numero di Cristianità -, mi sembra indispensabile richiamare allo scontro più importante, quello che vede di fronte comunismo e anticomunismo, nel quale si incarna – benché non sempre con perfetta aderenza e in modo letterale, ma con il pregio di una vasta comprensibilità e udienza -, in questa fine del secondo millennio cristiano, la lotta tra la Rivoluzione e la Contro-Rivoluzione, la battaglia tra le «due citta». E mi sembra non meno doveroso ricordare, con le parole del poeta – uniche parole umane all’altezza della situazione e della gravità dell’ora – i sempre validi ammonimenti della sapienza: «Siate, Cristiani, a muovervi più gravi:/[…]/Se la mala cupidigia altro vi grida,/ uomini siate, e non pecore matte,/sì che ‘l Giudeo di voi tra voi non rida!» (2).

All’appello e alla esortazione a una solidarietà internazionale contro il socialcomunismo, che comprenda anche una adeguata attenzione alla sua seminagione di zizzania, non solo alla violenza e alla menzogna, mi pare si debbano affiancare due osservazioni. La prima, minore, si può riassumere in un interrogativo: considerata la posizione apertamente favorevole all’Argentina assunta dall’on. Craxi, nella evenienza di una sua andata al governo, e nell’«aura» instaurata dall’«anno di Garibaldi», dobbiamo aspettarci che, per «coniugare» il socialismo e il tricolore, rivendichi presso il compagno Mintoff Malta, presso il compagno Mitterrand la Corsica o Nizza, presso il compagno Kreisky terre tirolesi, presso i compagni jugoslavi terre istriane, oppure, perché no, il Ticino alla Svizzera?

La seconda osservazione – di peso enormemente superiore – riguarda il tentativo in atto di arruolare il Pontefice nelle file dei «pacifisti», piuttosto che in quelle dei «pacifici». L’operazione non di rado si nasconde dietro la inevitabile necessità di condensare per il grande pubblico i pronunciamenti pontifici, anche se, evidentemente, tale necessità non autorizza a tradire il testo e il contesto, sopravvalutando le occasioni e «dosando» abilmente le citazioni: il tutto allo scopo di propagandare un presunto mutamento della dottrina cattolica sulla guerra. Ebbene, abusando del brano dell’omelia tenuta da Giovanni Paolo II a Coventry, se ne cita una parte che suona così: «Oggi la portata e l’orrore della guerra moderna – sia essa nucleare o convenzionale – rendono questa guerra totalmente inaccettabile come mezzo per comporre dispute e vertenze tra nazioni» (3). Nell’uso della affermazione pontificia si tralascia spesso di segnalare che, immediatamente prima, il Papa ha sentenziato che «la pace non è semplicemente assenza di guerra», come opina ogni pacifista; e che parla di un inaccettabile uso della guerra «come mezzo per comporre dispute e vertenze tra nazioni», cioè come strumento di regolazione di rapporti internazionali. Ma, per esempio, è una «disputa» o una «vertenza tra nazioni, quella che oppone il popolo afgano all’esercito sovietico? O non è «guerra» quanto si svolge in Afghanistan? Oppure è anch’essa «totalmente inaccettabile»?

Ad ogni buon conto, mi pare di indubbia utilità trascrivere parte del messaggio del Papa in occasione della XV giornata mondiale della pace: «L’ottimismo cristiano, fondato sulla croce gloriosa del Cristo e sull’effusione dello Spirito Santo, non giustifica in realtà alcuna illusione. Per il cristiano la pace sulla terra è sempre una sfida, a motivo della presenza del peccato nel cuore dell’uomo. […]

«Perciò, pur spendendosi con ardore per prevenire la guerra o per porvi termine, il cristiano non si illude né sulla sua capacità di far trionfare la pace, né sulla portata delle iniziative da lui intraprese a questo scopo. Di conseguenza, egli si interessa a tutte le realizzazioni umane in favore della pace, vi prende parte molto spesso, considerandole con realismo ed umiltà. Si potrebbe quasi dire che le «relativizza» doppiamente, mettendole in relazione con la condizione peccatrice dell’uomo e ponendole in rapporto al disegno salvifico di Dio. Anzitutto, il cristiano, non ignorando che disegni di aggressività, di egemonia e di manipolazione degli altri sono latenti nel cuore degli uomini e talvolta, anzi, nutrono segretamente le loro intenzioni, nonostante certe dichiarazioni o manifestazioni di segno pacifista, sa che sulla terra una società umana totalmente e per sempre pacificata è purtroppo un’utopia, e che le ideologie che la riflettono, come se potesse essere facilmente raggiunta, alimentano speranze irrealizzabili, quali che siano le ragioni del loro atteggiamento: visione erronea della condizione umana, mancanza di applicazione nel considerare nel suo insieme il problema, evasione per attenuare la paura, o, in altri, calcolo interessato. Il cristiano è pure persuaso – non fosse altro per averne fatto la dolorosa esperienza – che queste speranze fallaci conducono direttamente alla pseudo-pace dei regimi totalitari. Ma questa considerazione realistica non trattiene affatto i cristiani dal loro impegno per la pace; essa stimola, anzi, il loro ardore, perché sanno che la vittoria di Cristo sulla menzogna, sull’odio e sulla morte, apporta agli uomini pensosi della pace una motivazione ad agire più decisa di quella offerta dalle antropologie più generose e una speranza più fondata di quella che brilla nei sogni più audaci.

«È questa la ragione per cui il cristiano, anche quando fortemente si impegna a contrastare e a prevenire tutte le forme di guerra, non esita a ricordare, in nome di una elementare esigenza di giustizia, che i popoli hanno il diritto ed anche il dovere di proteggere, con l’uso di mezzi proporzionati, la loro esistenza e la loro libertà contro un ingiusto aggressore (cfr. Gaudium et spes, n. 79). Tuttavia, tenuto conto della differenza, per così dire, di natura, tra le guerre classiche e le guerre nucleari e batteriologiche, tenuto conto anche dello scandalo della corsa agli armamenti di fronte alle necessità del Terzo Mondo, questo diritto, ben fondato nel suo principio, non fa che sottolineare per la società mondiale l’urgenza di darsi dei mezzi efficaci di negoziato. Così il terrore nucleare, che invade il nostro tempo, può spingere gli uomini ad arricchire il loro comune patrimonio di questa scoperta assai semplice che è alla loro portata, e cioè che la guerra è il mezzo più barbaro e più inefficace per risolvere i conflitti. Oggi più che mai, dunque, la società umana è costretta a dotarsi degli strumenti di contrattazione e di dialogo, di cui ha bisogno per sopravvivere e, dunque, delle istituzioni indispensabili per la costruzione della giustizia e della pace» (4).

Credo opportuno chiudere la lunga citazione – che, se letta con attenzione, si commenta da sola – con i versi danteschi che avevo saltato, e che si adattano perfettamente alla situazione: «Siate, Cristiani, a muovervi più gravi:/non siate come penna ad ogni vento,/e non crediate ch’ogni acqua vi lavi./Avete il novo e ‘l vecchio Testamento,/e ‘l pastor della Chiesa che vi guida:/questo vi basti a vostro salvamento» (5).

Giovanni Cantoni

 

Note:

(1) Cfr. Mt. 13, 25.

(2) DANTE ALIGHIERI, La Divina Commedia. Paradiso, canto V, vv.73-81.

(3) GIOVANNI PAOLO II, Omelia all’aeroporto di Coventry, del 30-5-1982, in L’Osservatore Romano, 31-5/1-6-1982.

(4) IDEM, Messaggio in occasione della XV Giornata Mondiale della Pace, dell’8-12-1981, ibid., 21/22-12-1981.

(5) DANTE ALIGHIERI, op. cit., ibidem.

 

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