Nel cinquantesimo anniversario della «Veterum sapientia»

Alleanza Cattolica 8 anni fa
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Roberto Spataro S.D.B., Cristianità n. 366 (2012)

 

Versione, rivista e annotata, della conferenza tenuta l’11-6-2012 presso l’Università degli Studi di Bari dall’autore, segretario della Pontificia Accademia “Latinitas”, istituita da Papa Benedetto XVI il 10-11-2012.

 

Nel cinquantesimo anniversario della «Veterum sapientia»

“Una lingua amica di tutti i popoli”; con queste parole la Veterum sapientia (VS), documento emanato dal Papa beato Giovanni XXIII (1958-1963) il 22 febbraio 1962, definisce la lingua latina. In questo solenne atto del magistero pontificio viene tracciato un tale encomio del latino e della cultura che nei secoli si è espressa in questa lingua che tutti coloro che ne hanno a cuore la custodia e la promozione non possono che apprezzare le ragioni e le argomentazioni addotte in questo documento.

1. Che cos’è la “Veterum sapientia” e qual è il suo contenuto?

La VS è una costituzione apostolica. Nel linguaggio tecnico degli atti del magistero ecclesiastico indica un intervento in cui il Papa esercita in grado notevole la sua autorità in materie che riguardano la vita della Chiesa. Quando nel 1992 è stato pubblicato il Catechismo della Chiesa Cattolica, e, dunque, uno strumento importantissimo nel vissuto ecclesiale, esso è stato introdotto da una costituzione apostolica. E così, quando nel 1969 è stato presentato il Messale Romano, che ha cambiato profondamente il modo di celebrare la Messa, cioè qualcosa di sostanziale nella vita della Chiesa, è sempre stata una Costituzione apostolica a dare autorità a questo libro liturgico.

La VS si occupa dell’importanza della lingua latina nella vita della Chiesa, soprattutto nella formazione dei sacerdoti. Esprimendo questo concetto in una costituzione apostolica, il Pontefice ha voluto dire: la lingua latina non è un elemento decorativo di scarso interesse per la Chiesa Cattolica. Al contrario, essa ha un grande valore e, perciò, va curata, insegnata, adoperata, protetta come un grande tesoro, senza il quale la Chiesa intera s’impoverisce.

Dopo aver rilevato, dunque, che la scelta di pubblicare una costituzione apostolica è già un messaggio, consideriamo quali sono i contenuti di questo documento, abbastanza breve. Esso è composto fondamentalmente da due parti. La prima, la più importante, di natura teorica, spiega perché la lingua latina è importante per la vita della Chiesa. Nella seconda, di natura pratica, si danno delle regole per l’insegnamento del latino e del greco nelle scuole cattoliche destinate alla formazione dei sacerdoti. Occupiamoci della prima parte.

Anzitutto, il titolo, Veterum sapientia. Nei documenti ecclesiastici il titolo è già una sintesi di tutto il messaggio. Chi sono i veteres di cui si parla? Sono gli autori antichi, latini e greci, non cristiani. Essi, secondo il documento, hanno elaborato un patrimonio di pensiero, una visione etica e antropologica, una sapientia, dunque, che viene definita “aurora” del cristianesimo. Mi pare che questa affermazione sia importantissima. Gli antichi hanno adoperato la ragione per elaborare la loro visione del mondo. Il cristianesimo non rinnega nulla di quanto la ragione propone di buono, di vero e di bello, ma lo accoglie con gioia, proprio come la luce del giorno che porta a pienezza e trasfigura i primi riverberi luminosi dei colori dell’aurora. Per accedere pienamente a questa sapientia, apprezzarla, gustarla e trasmetterla ad altri, è necessario possedere lo strumento linguistico in cui essa è stata formulata, cioè la lingua latina e, anche se il documento non si sofferma molto su questo punto, la lingua greca.

Noi viviamo in un tempo di smarrimento culturale. La crisi che l’umanità sta affrontando è crisi etica: che cos’è importante nella vita, quali sono le cose che valgono, dunque, i valori, per che cosa bisogna lottare, come occorre impostare la convivenza fra gli uomini, fra i popoli, differenti per storia e cultura, come organizzare la vita della civitas e quindi quali modelli politici adottare? Tutte queste domande sono state affrontate dai veteres. Essi hanno costruito una sapienza convincente, ricca di senso e di significato che ha aiutato l’umanità per secoli. Sono maestri che non conoscono tramonto: Publio Terenzio (185-184 a.C. ca. -159 a.C.) con il suo homo sum, Marco Tullio Cicerone (106-43 a.C.) con il suo concetto di humanitas e il suo ideale di res publica, Quinto Orazio Flacco (65 a.C.-8 a.C.) con la sua aurea mediocritas, Tito Livio (59 a.C.-17 d.C.) con i suoi esempi di virtus, Lucio Anneo Seneca (4 a.C.-65), il quale insegna che tutti gli esseri umani, anche gli schiavi, hanno la loro dignità inalienabile, e tutti gli altri della Latinitas classica, argentea, aurea, postclassica, cristiana, tardomediovale, medievale, umanistica e neolatina.

Questo documento della Chiesa Cattolica di cinquant’anni fa dice: la veterum sapientia, e il suo proseguimento nelle età più recenti da parte degli autori che a essa si sono ispirati, è in perfetta armonia con la rivelazione del Vangelo e con la fede cristiana, ed è un bene inestimabile, è patrimonio dell’umanità. Conoscere il latino e il greco significa salvare questo patrimonio.

Poi, il documento ricorda che nella Chiesa Cattolica, da sempre, sono state adoperate tutte le lingue dei credenti. Il latino, però, ha acquistato una sua eccellenza e un suo primato e si spiega che ciò è avvenuto per le proprietà intrinseche di questa lingua. Esse, dunque, in quanto intrinseche, sono apprezzabili da parte di tutti, cattolici e non. Ne vengono menzionate tre che costituiscono un elogio immortale della grandezza di questa lingua.

 

1.1 Lingua internazionale

La prima caratteristica: il latino è un idioma universale. In altri termini, è una lingua internazionale e sovranazionale. È questa un’evidenza diacronica e sincronica. In altri termini, il latino è una lingua letta, scritta e parlata da persone che hanno altre lingue madri ma che in essa si trovano sempre a proprio agio. L’universalità del latino è diacronica. Cioè, anche dopo il crollo dell’Impero romano d’Occidente, nel 476, in cui era la lingua ufficiale dei suoi abitanti, dal Nord Europa al Nord Africa, dalla Penisola Iberica ai popoli dei Balcani, esso è stato usato ancora per molti secoli, come una lingua viva per scrivere e parlare. E quanti capolavori di natura letteraria, filosofica, teologica, giuridica, scientifica, matematica, biologica sono stati composti in questa lingua fino al secolo XIX. E perfino nell’ambito politico: il latino, per esempio, era la lingua dei parlamenti, come quello croato e quello ungherese fino al secolo XIX, o la lingua della corrispondenza di uomini dotti, mercanti, esploratori, missionari; un enorme patrimonio, davvero universale nel tempo e nello spazio.

1.2 Lingua immutabile

Seconda proprietà: il latino è definito dalla VS una lingua immutabile. Infatti, più o meno con la caduta dell’Impero romano d’Occidente il processo di trasformazione che caratterizza le lingue si è sostanzialmente arrestato e il latino, pur essendo stato usato in modo vivo per molti secoli e da tantissime persone, in contesti e ambiti diversi, come accennato sopra, ha raggiunto una fisionomia sintattica e morfologica stabile, mentre continuava a registrare un sobrio arricchimento lessicale e un certo sviluppo fonetico. Questa fissazione della lingua in registri ben definiti e sottratti alla mutevolezza delle lingue nazionali ha conferito al latino la possibilità di esprimere i concetti con chiarezza e con solidità di pensiero. Il latino si è rivelato perciò una lingua validissima per tutti quegli ambiti del sapere e della comunicazione umana ove si richiedono certezza, forza, precisione e ricchezza di sfumature. Ecco perché è la lingua prediletta per secoli da teologi e filosofi, da scienziati e giuristi, da filologi e musicisti e, nell’ambito della Chiesa Cattolica, come sottolineato vigorosamente dalla VS, la lingua del magistero, soprattutto in materia dogmatica, ove non si ammettono ambiguità, e della liturgia, ove terra e Cielo s’incontrano, e le res humanae, di per sé transeunti, sono immerse nelle res divinae, eterne e immutabili nella loro perfezione.

Con l’inarrestabile processo di globalizzazione in atto, con la riduzione del totus orbis terrarum a un villaggio globale, gli uomini, resi sempre più vicini gli uni agli altri grazie allo straordinario sviluppo della tecnologia della comunicazione, hanno bisogno d’idiomi comuni. Fino a pochi decenni fa, il francese era la lingua parlata da tutte le persone colte, in Europa e fuori di Europa. Poi, con il primato dell’economia di mercato del modello statunitense, si è diffuso l’inglese, che è simbolicamente la lingua adoperata in tutti gli aeroporti del mondo.

Ben venga l’apprendimento e l’uso delle lingue moderne, soprattutto di quelle che consentono più facilmente la comunicazione. E, tuttavia, esse hanno un limite: proprio perché mutevoli — l’inglese ogni anno riceve un numero notevole di new entries, e, fra l’altro, è una lingua lessicalmente neolatina, il cui fondo linguistico latino assomma a circa il settanta per cento del totale —, queste lingue sono meno adeguate a esprimere il pensiero con le caratteristiche di una “lingua immutabile” e nobilitata da una tradizione straordinariamente ricca, quale il latino e, soprattutto, veicolano una visione culturale specifica, propria del bacino geografico e culturale in cui nascono e si modificano. Si potrebbe affermare che le lingue moderne minacciano sempre un’operazione di colonizzazione linguistico-culturale, imponendo, con la lingua, quella Weltanschauung che esse veicolano, perché nessuna lingua è un semplice strumento neutrale, ma è sempre anche un contenitore culturale.

Pensiamo ai lunghi secoli del cosiddetto Medioevo, in cui sono nate le università, pensiamo all’Umanesimo. In queste epoche e ancora in quelle successive gli uomini colti, anche se nati in Paesi diversi e con usi culturali differenti, si sentivano appartenenti a una medesima res publica litterarum, dialogavano fra loro serenamente e proficuamente, usando il latino senza che il tedesco o il francese o l’italiano, che pure erano lingue vive e feconde, prevalessero imponendo la propria visione delle cose.

1.3 Lingua “non volgare”

La VS aggiunge una terza caratteristica peculiare della lingua latina: non vulgaris. È piena di maestà e di nobiltà. Chiunque abbia familiarità con il latino di tutte le epoche, non può non condividere questa affermazione. La lingua latina è artistica, è bella: come non essere ammirati dalla concinnitas ciceroniana e da quella, anche se più mobile, di Livio? Come non entusiasmarsi per il periodare di Seneca che c’invita a meditare con le sue frasi parattaticamente disposte, brevi e incalzanti? Come non sentire il brivido della bellezza di fronte allo scavo psicologico di sant’Agostino (354-430), espresso in quel suo stile inconfondibilmente classico e moderno, ove le figure retoriche danno un vigore originalissimo al pensiero? Come non paragonare a un’architettura possente e prestigiosa lo stile di Papa san Leone Magno (440-461)? E che cosa dire della poesia latina che narra i miti in cui i grandi significati dell’esistenza umana sono tutti racchiusi in versi metricamente sonori, un canto che culla tutti i moti dell’anima, tutti i sentimenti del cuore, gioie, dolori, speranze, sogni, malinconia, ebbrezze e amore?

Il contesto socio-culturale odierno non ha bisogno di reimparare a godere della bellezza e, con ciò, a meditare, a sostare dalle febbrili attività che sembrano avergli tolto un’anima, e perciò il gusto della vita? Sì, il latino, lingua non vulgaris, lingua colta, lingua artistica, lingua in cui lo spirito è spinto a pensieri alti e nobili, è una medicina per le “malattie” del nostro mondo. Propongo un solo esempio:

“Conticuere omnes intentique ora tenebant
inde toro pater Aeneas sic orsus ab alto:
Infandum, regina, iubes renovare dolorem,
Troianas ut opes et lamentabile regnum
eruerint Danai, quaeque ipse miserrima vidi
et quorum pars magna fui. Quis talia fando
Myrmidonum Dolopumve aut duri miles Ulixi
temperet a lacrimis? Et iam nox umida caelo
praecipitat suadentque cadentia sidera somnos” (1).

Chi, dunque, anche oggi, rileggendo questi celebri versi, che con musicalità dolce e suadente aprono il secondo libro dell’Eneide, mentre ricostruisce la scena descritta da Virgilio, non è pervaso da sentimenti di pietà e di solidarietà, non è indotto a una meditazione pensosa sul mistero delle umane vicende, non avverte il bisogno di raccoglimento e di silenzio perché il dolore dell’uomo è sempre “indicibile”?

Fin qui l’elogio del latino da parte della VS che, nella sezione che non presento, aggiungeva una serie di norme pratiche per impedire che l’insegnamento e l’apprendimento ne fossero trascurati all’interno delle istituzioni scolastiche della Chiesa Cattolica; norme che, occorre dirlo, sono state quasi del tutto disattese, con un crollo della conoscenza e dell’uso di questa lingua proprio all’interno della Chiesa, al punto che qualcuno ha paragonato la VS all’epicedio del latino.

2. Quali suggerimenti possiamo raccogliere da questo documento?

Mi permetto d’indicarne tre, che non sono, di per sé, legati alla vita della Chiesa, ove la VS più che suggerimenti prescrive degli obblighi che, come accennavo, non sono stati rispettati né nella lettera né nello spirito.

La VS sostiene che il latino va adoperato come una lingua per la comunicazione scritta e, in parte, orale. Ora, ciò è possibile se il metodo d’insegnamento e di apprendimento della lingua sia adeguato a questo scopo. Ci sono due metodi per insegnare e imparare il latino: quello grammaticale, filologico, nato in Germania nel secolo XIX, e quello, definito dai più “metodo-natura”, praticato per molti secoli, soprattutto dagli umanisti e poi dai collegi dei gesuiti che per almeno due secoli sono stati i maîtres à penser della didattica e i maestri delle classi dirigenti d’Europa. Il secondo sta riguadagnando sempre più terreno nel mondo, da quarant’anni a oggi. Oso pensare che gran parte del futuro del latino, come confermato dalle best practices, osservabili in diverse parti del mondo, soprattutto negli Stati Uniti e in Europa Settentrionale, è legato al ripristino, intelligente e ben applicato, di questo metodo. L’Italia, che ha una sua vocazione storica, per la conservazione e la diffusione del latino, appare in ritardo.

Perché studiare il latino? La VS dice, fra l’altro: per accedere alla veterum sapientia. Ossia, per leggere i grandi capolavori nella storia della letteratura universale, in cui sono poste le radici di ciò che di buono, di bello e di vero la civiltà europea ha prodotto e ha esportato anche fuori dell’Europa. Nessuna traduzione potrà consentire di percepire fino in fondo il messaggio di uno di questi testi, di uno di questi autori. Inoltre, occorre ricordare che esiste una letteratura mediae latinitatis, recentis latinitatis, recentissimae latinitatis che non è mai stata tradotta e che, per la maggior parte, mai è stata pubblicata.

La “causa” del latino e del greco non è un gingillo narcisistico di persone rinchiuse nella loro “torre di avorio”. È la causa della civiltà. Tagliando le radici che collegano a quel mondo che si è espresso in lingua latina, ritorneremo a essere tutti un po’ barbari, e i segnali sono già evidenti, privandoci di quell’humanitas che è stato giustamente il vanto della nostra civiltà.

 

Nota:

Publio Virgilio Marone (70-19 a. C.), Eneide, libro II, vv. 1-10, trad. it., con Introduzione di Rosa Calzecchi Onesti (1916-2011), Einaudi, Torino 2011, p. 43:

“Tacquero tutti e intenti il viso tendevano.
Dall’alta sponda il padre Enea cominciò:
“Dolore indicibile tu vuoi dunque ch’io rinnovi, o regina,
come la forza troiana e il misero regno
i Dànai distrussero, le cose tristi che io vidi
e ne fui parte grande. E chi raccontandole,
sia Mirmidone, o Dolopo, o del duro Ulisse soldato
può tenere le lagrime? E già l’umida notte dal cielo
precipita e invitano al sonno, cadendo, le stelle””.

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