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In un Medio Oriente in grande fermento, la notizia della morte del Sultano dell’Oman è passata quasi inosservata
Silvia Scaranari 6 mesi fa
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di Silvia Scaranari

L’Oman ha una posizione strategica importantissima: a sud-est della penisola arabica, si affaccia sul Golfo di Oman (ultimo tratto del Golfo Persico) e sull’Oceano indiano, confina con Yemen, Arabia e Emirati Arabi Uniti ma, soprattutto, la sua regione a nord, il Masadam (senza continuità territoriale perché separata da una striscia di Emirati Arabi) controlla lo Stretto di Ormuz, passaggio obbligato verso l’Oceano indiano per navi commerciali ma anche militari ed oggi posto sotto l’attenzione del mondo intero dopo le tensioni tra Iran e Usa.

E’ uno stato anomalo nel panorama del mondo islamico da molti punti di vista: benessere diffuso fra la popolazione (negli altri Paesi normalmente si nota grande divario sociale), livello scolastico alto per tutti, tolleranza religiosa che si avvicina molto ad una vera libertà religiosa, stabilità politica senza essere una dittatura, relazioni politiche distese con tutti i Paesi islamici e non come si cercherà di mettere in evidenza più sotto.

I recenti anni di recessione hanno accentuato la tradizionale politica omanita di non allienamento rispetto alle altre nazioni della penisola arabica: non ha appoggiato in alcun modo la guerra saudita nel vicino Yemen, ha mantenuto un canale aperto con l’Iran sciita e, nel 2017, è stato il primo paese del Golfo a sottoscrivere un prestito con la Cina nell’ambito del programma delle Nuove Vie della Seta, destinato a costruire sul suolo omanita infrastrutture portuali, tecnologiche e la nuova, enorme, zona economica speciale di Duqm.

Il Sultano Qaboos bin Said al Said è morto a 79 anni dopo un lungo periodo di malattia causata da un tumore al colon e la sua successione apre molti interrogativi sul futuro di questo Paese e di tutta l’area del Golfo.

Nato il 18 novembre 1940 in Oman, aveva ricevuto una accurata educazione prima in patria e poi in India. A 16 anni era stato mandato a completare la sua formazione in Inghilterra ed era entrato a far parte della Royal Military Accademy presso cui aveva prestato servizio come ufficiale fino ai 20 anni. Terminata la sua formazione era tornato in patria per una più approfondita educazione islamica. A 39 anni la grande svolta: con un colpo di stato obbliga il padre, Sa’id bin Taymur, all’esilio in Gran Bretagna e lo sostituisce come Sultano.

L’Oman era indipendente dal 1951, dopo un periodo di protettorato inglese, ma il Sultano Sa’id bin Taymur aveva blindato il paese da qualsiasi influenza esterna, mantenendo un’economia di basso profilo come modesto estrattore di petrolio.

Negli anni ’70 contestazioni interne erano state represse con una certa durezza ma si erano sollevate intere regioni tanto che il contesto, diventato insostenibile, aveva convinto il figlio Qaboos a prendere in mano la situazione.

Qaboos, salito al potere, opta per un cambiamento radicale: unificazione totale della regione dell’Oman con quella di Muscat, fino a quel momento solo federate, allontanamento delle bande di miliziani comunisti che combattevano nella regione del Dhofar – costrette manu militari a passare il confine con il vicino Yemen -, introduzione di un sistema scolastico obbligatorio sia per maschi che per femmine con la costruzione di 1103 scuole in 20 anni, apertura di relazioni diplomatiche con tutto il mondo arabo ma anche con il mondo occidentale, avvio di un progetto sanitario che ha portato l’OMS a riconoscere la sanità omanita come la migliore di tutto il Medio Oriente, costruzione di una rete di strade e autostrade che passa dai 10 km del 1970 agli attuali 15.000 km e collega le principali città del paese, tre aeroporti internazionali, un intenso programma di sviluppo del turismo.

In 49 anni il paese ha cambiato volto e adesso si presenta moderno, ad alto livello tecnologico, con un introito pro capite tale da essere classificato fra le nazioni a reddito medio-alto.

L’estrazione del petrolio fino al 1970 era in mano al Petroleum Development Oman che aveva un 85% danese, un 10% francese e un 5% della Petrex (sud americana). Nel 1974 il Sultanato dell’Oman acquisisce il 60% della compagnia ed oggi esporta 700.000 barili al giorno ed è l’unico paese produttore che non fa parte dell’Opec ma è membro della Word Trade Organization.

A parte i dati socio-economici, quello che sorprende è l’unione di modernità e tradizione. Intensa tecnologia, economia dinamica (1 ryal vale poco più di 2 euro), ma allo stesso tempo grande rispetto per la prospettiva religiosa dell’esistenza. La frequenza regolare alla preghiera in moschea si aggira sul 90% e nella sola Muscat ci sono più di mille luoghi di preghiera su cui troneggia la Grande Moschea, inaugurata nel 2001 nel quartiere di Bowshar a 10 km dall’aeroporto, dono personale del sultano al suo popolo, la più grande del mondo dopo la Mecca (o almeno così dicono), tutta marmo e cristalli di Swarovski, fiori e piante all’esterno e aria condizionata all’interno.

Modernità e tradizione: basta allontanarsi di pochi km dalla capitale per incontrare il deserto e le tribù dei beduini che continuano ad allevare cammelli e capre, ad indossare gli abiti tradizionali, coloratissimi con le tipiche maschere nere per le donne – che non sono un portato dell’islam ma della cultura locale -, bianchi e con il khanjar (pugnale ricurvo con fodero) legato a vita per gli uomini. Ma nello stesso tempo ai bordi del deserto sorgono nuovissimi villaggi con tante casette mono o bifamiliari dotate di aria condizionata  e una rete internet molto potente: sono le dimore dei beduini per i mesi più caldi!

Per rispettare la cultura, nelle città i palazzi non possono superare i sette piani di altezza (è stato necessario un decreto regio per autorizzare la costruzione della torre di controllo del nuovo aeroporto internazionale di Muscat), nessun grattacielo in vetro e metallo, le nuove costruzioni devono rispettare la tradizione araba anche nei colori e nei materiali.

Ma allora, è un paradiso in terra? No, a guardar bene qualche problema c’è anche in Oman. Primo di tutti lo sviluppo economico eccessivamente basato sul petrolio che rappresenta la maggioranza delle entrate. Ultimamente si sono cercate altre fonti ed in effetti sono stati trovati ingenti depositi di gas naturale e si è dato grande impulso al turismo che ha visto un incremento del 77% dal 2011, ma non si può dire che il problema sia superato.

Altra nota dolente, la popolazione: 4 milioni di abitanti su una superficie identica a quella dell’Italia, e con un milione di immigrati provenienti da India, Pakistan, Filippine, Bangladesh, etc., circa il 48% della popolazione ha meno di 20 anni e la crisi globale ha portato il tasso di disoccupazione al 14%.Un Paese con 1 abitante su 4 straniero può diventare una polveriera sociale.

Ma, abituati a pensare alla penisola arabica come un luogo di rigorismo islamico, qui si respira una grande apertura. L’islam, nella sua versione ibadita, è la religione ufficiale, alcune regole devono essere rispettate: non si gira in città con pantaloncini corti o canottiere, i costumi da bagno – anche bikini – sono ammessi ma solo sulle spiagge o nelle piscine degli hotel, gli alcolici sono vietati (ma esistono luoghi riservati dove poter bere qualsiasi cosa e gli alberghi e i ristoranti prevedono sempre la carte dei vini), nel mese di ramadan è proibito andare in giro mangiando e bevendo in luoghi pubblici, il turista deve togliersi le scarpe e, se donna, velarsi quando entra in una moschea ma la pratica delle religioni diverse dall’islam è ampiamente permessa. Nel centro di Muscat ci sono due parrocchie cattoliche, altre due si trovano a Salalah e a Khassab sulla penisola di Musandam. Accanto alle chiese cattoliche ben più diffuse le chiese protestanti per seguire i molti indiani e filippini residenti nel paese e fa capolino persino qualche nuova religione. Nessuna pratica clandestina, come talora si sente dire dell’Arabia Saudita o dello Yemen, tutto alla luce del sole, con le chiese affollate alla messa domenicale o le piazze occupate dalla processione penitenziale il mercoledì delle ceneri. Anzi, a Muscat l’ex sultano aveva donato il terreno, fatto costruire le chiese cattoliche a proprie spese e donato alla parrocchia l’organo. I cristiani possono possedere e gestire scuole e costituire organizzazioni culturali e sociali. Non proprio missione pubblica ma certamente presenza pubblica lecita.

Il segreto di tutto questo? Forse un sultano particolarmente lungimirante ed oggi si aprono diversi interrogativi sul futuro.

Qaboos, sposato nel 1976 con la cugina Kamila da cui aveva divorziato nel ’79, non ha mai avuto figli. Gli sopravvivono tre sorelle ed alcuni zii e cugini. La legge omanita non prevede una chiara linea di successione. Secondo la tradizione gli sarebbe dovuto succedere il primo tra i cugini paterni, il principe Ṭariq ibn Taymur al Saʿid ma senza vincoli precisi. Infatti negli ultimi tempi aveva espresso desiderio che il suo successore fosse un altro cugino, Haitham bin Tariq al Sai‘id già ministro della cultura. La famiglia, riunita subito dopo la morte del Sultano, ha dato parere favorevole e così il nuovo Sultano ha già prestato giuramento. Questo cambio al trono si colloca in un contesto di rinnovamento generazionale che ha coinvolto o coinvolgerà molti Paesi dell’area mediorientale (stante l’età avanzata di molti sultani attuali) lasciando aperte nuovo prospettive per il futuro.

Ora si apre una nuova epoca in cui l’Oman può continuare ad essere un elemento di stabilità ed equilibrio nell’area e le prime dichiarazioni di Haitham bin Tariq lasciano ben sperare in quanto pare voglia porsi nella linea tenuta dal defunto sultano basata sulla convivenza pacifica fra i popoli e le nazioni e, speriamo, nella soluzione dei non pochi problemi sociali interni.

Lunedì, 13 gennaio 2020

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 Silvia Scaranari

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