Papa Francesco in Corea e in Albania. L’esempio dei martiri contro le «sabbie mobili» del relativismo

Massimo Introvigne 6 anni fa
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Massimo Introvigne, Cristianità n. 374 (2014)

 

I. Il Papa in Corea

Papa Francesco ha compiuto dal 14 al 18 agosto 2014 un viaggio apostolico in Corea del Sud, con lo sguardo rivolto alla Corea del Nord — il Paese più anticristiano del mondo, che lo ha «salutato» all’arrivo con un lancio di missili nello spazio aereo sudcoreano —, ma anche a problemi globali del mondo e della Chiesa. Nel corso del suo viaggio — e prescindendo, in questa sede, dall’intervista concessa ai giornalisti sull’aereo che lo riportava a Roma, dedicata soprattutto all’attualità internazionale — il Pontefice ha affrontato principalmente quattro temi: l’esempio dei martiri coreani, il ruolo dei laici nella Chiesa, la minaccia del relativismo e il sogno di una società riconciliata.

1. L’esempio dei martiri

Il centro simbolico del viaggio di Papa Francesco in Corea è stata la terza giornata della sua visita al Paese asiatico, il 16 agosto 2014, che ha avuto al suo centro la beatificazione, presso la Porta di Gwanghwamun a Seoul, di fronte a un milione di persone, di Paul Yun Ji-Chung (1759-1791) e di 123 compagni martiri, uccisi tra il 1791 e il 1888 nel corso delle persecuzioni contro i cristiani. Altri 103 martiri coreani erano già stati canonizzati da san Giovanni Paolo II (1978-2005) nel corso del suo viaggio a Seoul il 6 maggio 1984.

I martiri coreani, ha detto il Pontefice nell’omelia della Messa di beatificazione, «[…] vissero e morirono per Cristo ed ora regnano con Lui nella gioia e nella gloria. Con san Paolo ci dicono che, nella morte e risurrezione del suo Figlio, Dio ci ha donato la vittoria più grande di tutte» (1). Morirono per la loro «rettitudine nella ricerca della verità, la loro fedeltà ai sommi principi della religione» (2) e per la loro intransigenza nel proporre un modo di vita alternativo, conforme ai valori del Vangelo e alla carità cristiana, in una società dove non mancavano le crudeltà e le ingiustizie.

La Chiesa coreana sperimentò la persecuzione e il martirio poco dopo la sua nascita. «Qualche tempo dopo che i primi semi della fede furono piantati in questa terra, i martiri e la comunità cristiana dovettero scegliere tra seguire Gesù o il mondo. Avevano udito l’avvertimento del Signore, e cioè che il mondo li avrebbe odiati a causa sua (Gv17,14); sapevano il prezzo dell’essere discepoli. Per molti ciò significò la persecuzione e, più tardi, la fuga sulle montagne, dove formarono villaggi cattolici» (3). I martiri coreani erano pronti «[…] a grandi sacrifici e a lasciarsi spogliare di quanto li potesse allontanare da Cristo: i beni e la terra, il prestigio e l’onore, poiché sapevano che solo Cristo era il loro vero tesoro» (4).

È una grande storia da tramandare, raccontare, far conoscere. Ma è anche una lezione che non ha perso di attualità per il presente. Le persecuzioni, in diverse forme, ci sono ancora. «Oggi molto spesso sperimentiamo che la nostra fede viene messa alla prova dal mondo, e in moltissimi modi ci vien chiesto di scendere a compromessi sulla fede, di diluire le esigenze radicali del Vangelo e conformarci allo spirito del tempo. E tuttavia i martiri ci richiamano a mettere Cristo al di sopra di tutto e a vedere tutto il resto in questo mondo in relazione a Lui e al suo Regno eterno» (5). I martiri, ha affermato Papa Francesco, «[…] ci provocano a domandarci se vi sia qualcosa per cui saremmo disposti a morire» (6).

La prima comunità cristiana coreana, che produsse santi e martiri, assomigliava molto alle comunità cristiane dei tempi apostolici e proprio per questo dava fastidio a una società ricca di beni ma anche di corruzione e d’ingiustizia. La prima Chiesa coreana sperimentava«[…] una forma di vita fraterna che sfidava le rigide strutture sociali del loro tempo» (7). Anche questo esempio non è solo storia: «ha molto da dire a noi, che viviamo in società dove, accanto ad immense ricchezze, cresce in modo silenzioso la più abbietta povertà; dove raramente viene ascoltato il grido dei poveri; e dove Cristo continua a chiamare, ci chiede di amarlo e servirlo tendendo la mano ai nostri fratelli e sorelle bisognosi» (8).

La morte ci fa paura. Ma, se crediamo alle promesse di Gesù Cristo, diventiamo capaci di capire «[…] la sublime libertà e la gioia con la quale essi andarono incontro alla morte. Inoltre vedremo che la celebrazione odierna abbraccia gli innumerevoli martiri anonimi, in questo Paese e nel resto del mondo, i quali, specie nell’ultimo secolo, hanno offerto la propria vita per Cristo o hanno sofferto pesanti persecuzioni a causa del suo nome» (9).

Il Papa ha invitato i religiosi e le religiose, incontrate nel pomeriggio del 16 agosto a Kkottongnae, a testimoniare la stessa libertà e la stessa gioia dei martiri. Ma «[…] tale gioia — ha detto — è un dono che si nutre di una vita di preghiera, di meditazione della Parola di Dio, della celebrazione dei Sacramenti e della vita comunitaria, che è molto importante. Quando queste mancano, emergeranno le debolezze e le difficoltà che oscureranno la gioia conosciuta così intimamente all’inizio del nostro cammino» (10). Ai consacrati Papa Francesco ha ricordato che per loro «[…] la povertà è sia un “muro” che una “madre”»: «è un “muro” perché protegge la vita consacrata, e una “madre” perché la aiuta a crescere e la conduce nel giusto cammino» (11).

Vi sono però diverse tentazioni da vincere: «l’ipocrisia di quegli uomini e donne consacrati che professano il voto di povertà e tuttavia vivono da ricchi» (12), «[…] la tentazione di adottare una mentalità puramente funzionale e mondana, che induce a riporre la nostra speranza soltanto nei mezzi umani» (13), «la globalizzazione e il consumismo» (14) che influenzano anche i conventi e inducono a cercare «scorciatoie» (15). Ma per chi vuole imitare i santi e i martiri, ha detto il Papa, «non ci sono scorciatoie» (16): «Dio desidera i nostri cuori completamente» (17), e per le persone consacrate ciò implica anche una scrupolosa osservanza della castità, che è il segno della«donazione esclusiva all’amore di Dio» (18).

Gl’interventi del Pontefice nei giorni precedenti al 16 agosto convergono idealmente verso il grande evento della beatificazione. Il 14, salutando le autorità al Palazzo Presidenziale di Seoul, Papa Francesco aveva iniziato la sua visita in Corea, la «terra del calmo mattino» (19) che però, ha ricordato, è stata «messa alla prova nel corso degli anni dalla violenza, dalla persecuzione e dalla guerra» (20). Ma in queste gravi prove, ha aggiunto, i coreani non hanno perso la speranza e dalle distruzioni della guerra sono riemersi come una nazione grande e prospera. Il Papa ha ricordato i due scopi del suo viaggio, che «[…] si completano a vicenda» (21): beatificare i martiri e concludere la VI Giornata Asiatica della Gioventù.

La cultura coreana, ha affermato il Pontefice, capisce bene che si onorino gli antenati. «Noi cattolici rendiamo onore agli antenati che hanno subito il martirio per la fede, perché sono stati pronti a donare la vita per la verità» (22). Un filo d’oro, la tradizione di un popolo, lega gli antenati — e fra questi i santi e i martiri — e i giovani, cui si tratta«[…] di trasmettere l’eredità del passato e di applicarla alle sfide del tempo presente» (23). Tutte le volte che i giovani si riuniscono, «siamo anche chiamati a riflettere sull’adeguatezza del modo di trasmettere i nostri valori alle future generazioni» (24).

Sempre il 14 agosto, incontrando i vescovi cattolici coreani, il Papa aveva insistito sul nesso — testimoniato così eloquentemente dai martiri — fra memoria e speranza, tornando sul tema di come debba essere intesa nella Chiesa la Tradizione. «Voi, ha detto ai vescovi,siete i discendenti dei martiri» (25) e i custodi e testimoni della«Tradizione» (26) per i coreani. Questa custodia, ha affermato il Papa, è necessaria per rimanere «nella fedeltà» (27) e nella verità. Ma nel contempo «la nostra memoria dei martiri e delle generazioni passate di cristiani deve essere realistica, non idealizzata e non “trionfalistica”. Guardare al passato senza ascoltare la chiamata di Dio alla conversione nel presente non ci aiuterà a proseguire il cammino; al contrario frenerà o addirittura arresterà il nostro progresso spirituale»(28).

Per un vescovo cattolico essere custode della memoria significa certo«[…] ricordare e fare tesoro delle grazie del passato» (29), ma anche«[…] trarne le risorse spirituali per affrontare con lungimiranza e determinazione le speranze, le promesse e le sfide del futuro» (30). In pratica ciò significa essere insieme una chiesa fedele e radicata nella verità e «una Chiesa missionaria, una Chiesa costantemente in uscita verso il mondo e in particolare verso le periferie della società contemporanea» (31), senza dimenticare i poveri di tutti i tipi.

Verso chi è povero di beni, ha insistito il Pontefice, la missione non può ridursi «alla sola dimensione assistenziale, dimenticando la necessità di ognuno di crescere come persona» (32) e di ricevere il Vangelo. Ma è povero, se non di beni, di risposte ai grandi quesiti della vita anche chi vive immerso nella cultura «secolarizzata e materialistica» (33). Potrà essere ricco e sazio, ma sarà povero di verità e di valori. I vescovi talora sono vittime, magari senza rendersene conto, della stessa cultura. «Sono tentati di adottare non solo efficaci modelli di gestione, programmazione e organizzazione tratti dal mondo degli affari, ma anche uno stile di vita e una mentalità guidati più da criteri mondani di successo e persino di potere che dai criteri enunciati da Gesù nel Vangelo» (34). «Guai a noi — ha concluso il Papa — se la Croce viene svuotata del suo potere di giudicare la saggezza di questo mondo!» (35). La cultura della secolarizzazione e del materialismo non dev’essere imitata ma giudicata, sulla base di una memoria e di una speranza che possono nascere solo dal Vangelo.

Il 15 agosto Papa Francesco aveva continuato la sua visita affrontando i problemi di una società opulenta ma disperata, da anni studiata dai sociologi per il suo tasso di suicidi che è di gran lunga il più elevato del mondo: 36,6 suicidi ogni centomila abitanti, quasi sei volte di più dell’Italia, dove il tasso è 6,4 (36). La Corea del Sud conferma che non ci si suicida per povertà — i Paesi più poveri hanno di solito un tasso di suicidi molto basso — ma per disperazione. Quello della disperazione e del suicidio è un tema tabù, o riservato agli addetti ai lavori. Non se ne parla volentieri, perché si dovrebbe ammettere che una società ricca e secolarizzata è una società senza speranza. Papa Francesco ne ha parlato apertamente, collegando la disperazione a una cultura della morte che, in vari modi, oggi attacca la vita.

La giornata del 15 agosto del Papa si era aperta con la celebrazione della Messa per l’Assunzione di Maria nello stadio della città di Daejon. Ai fedeli coreani e a tutta la Chiesa il Papa ha ricordato che la Madonna è stata veramente assunta «in corpo e anima nella gloria del Paradiso»(37) — non si tratta di un semplice simbolo — e che questo evento ci riguarda. Mostra «il nostro destino» (38), indica che anche noi «[…]siamo chiamati a partecipare pienamente alla vittoria del Signore sul peccato e sulla morte e a regnare con Lui nel suo Regno eterno» (39).

La festa dell’Assunta, che i cattolici coreani da anni celebrano «[…]alla luce della loro esperienza storica, riconoscendo l’amorevole intercessione di Maria operante nella storia della nazione e nella vita del popolo» (40), è una festa di libertà. La Madonna ci fa vedere che«la vera libertà si trova nell’accoglienza amorosa della volontà del Padre. Da Maria, piena di grazia, impariamo che la libertà cristiana è qualcosa di più della semplice liberazione dal peccato. È la libertà che apre ad un nuovo modo spirituale di considerare le realtà terrene, la libertà di amare Dio e i fratelli e le sorelle con un cuore puro e di vivere nella gioiosa speranza della venuta del Regno di Cristo» (41).

La libertà cristiana è la capacità di vedere tutte le cose in modo nuovo, riferendole a Dio, e non rimane un puro stato d’animo: spinge a «[…]trasformare il mondo secondo il piano di Dio» (42). Oggi questa trasformazione richiede cristiani che «[…] combattano il fascino di un materialismo che soffoca gli autentici valori spirituali e culturali» (43) e sappiano rifiutare sia «[…] modelli economici disumani che creano nuove forme di povertà» (44) sia «[…] la cultura della morte che svaluta l’immagine di Dio, il Dio della vita, e viola la dignità di ogni uomo, donna e bambino» (45). Questo invito è rivolto ai cattolici della ricca Corea, che ha però uno dei più bassi tassi di natalità del mondo — riesce a fare peggio quasi solo l’Italia —, la già citata percentuale-record mondiale di suicidi e una discussione in corso promossa dalobby che vorrebbero allargare le maglie della legge sull’aborto, teoricamente restrittiva ma in pratica ben poco rispettata. Maria però«[…] ci mostra che la nostra speranza è reale» (46): «la speranza offerta dal Vangelo, è l’antidoto contro lo spirito di disperazione che sembra crescere come un cancro in mezzo alla società che è esteriormente ricca, ma tuttavia spesso sperimenta interiore amarezza e vuoto» (47). «A quanti nostri giovani tale disperazione ha fatto pagare il suo tributo!» (48), ha esclamato il Pontefice alludendo a un dramma nel dramma del suicidio, l’epidemia coreana di suicidi giovanili. Ma Maria, ha detto, libera dalla disperazione e offre «[…] la grazia di essere gioiosi nella libertà dei figli di Dio [e] di usare tale libertà in modo saggio» (49).

L’appello alla libertà è stato consegnato dal Papa in particolare ai giovani della Giornata Asiatica della Gioventù, che Francesco ha incontrato il 15 agosto presso il santuario di Solmoe, rispondendo alle loro domande. A una ragazza cambogiana che ricordava i martiri trucidati dal regime comunista di Saloth Sar «Pol Pot» (1925-1998) il Pontefice ha promesso un personale interessamento per la loro beatificazione. A un’altra ragazza, incerta fra vita di famiglia e vocazione religiosa, ha detto che non è lei a dover scegliere: il Signore ha già scelto e si tratta di ascoltare la sua voce. Il Pontefice non ha eluso la domanda più attesa e delicata: che cosa possono fare i giovani coreani del Sud per i loro coetanei che vivono sotto il duro totalitarismo comunista della Corea del Nord. «Prima di tutto — ha detto Papa Francesco — il consiglio: pregare; pregare per i nostri fratelli del Nord» (50). «Ci sono tante speranze — ha aggiunto —, ma ce n’è una bella: la Corea è una, è una famiglia. Ma, voi parlate la stessa lingua, la lingua di famiglia; voi siete fratelli che parlate la stessa lingua […]. Pensate ai vostri fratelli del Nord: loro parlano la stessa lingua e quando in famiglia si parla la stessa lingua, c’è anche una speranza umana» (51).

Insieme all’invito alla preghiera il Papa non ha fatto mancare quello alla confessione, così tipico del suo pontificato: «Nessuno di noi sa cosa ci aspetta nella vita. E voi giovani: “Ma, cosa mi aspetta? ”. Noi possiamo fare cose brutte, bruttissime, ma per favore non disperare, sempre c’è il Padre che ci aspetta! Tornare! Tornare! Questa è la parola. Come back! Tornare a casa, perché mi aspetta il Padre. E se io sono molto peccatore, farà una grande festa» (52). La confessione apre percorsi di libertà: quelli di cui è modello Maria e che sono l’unico antidoto realistico alla cultura della morte, della disperazione e del suicidio: una cultura che rende oggi i cristiani non meno perseguitati — anche se in modo diverso — di quanto lo furono i martiri di altri secoli.

2. Una Chiesa fondata sui laici

Dopo una breve ma significativa preghiera nel Giardino dei Bambini Abortiti, dove tante croci bianche che spiccano sul verde dell’erba ricordano le piccole vittime, Papa Francesco ha concluso la giornata del 16 agosto, dedicata ai martiri, incontrando i leader dei movimenti laicali, ancora a Kkottongnae. Come i religiosi, ha detto il Pontefice, anche i laici coreani sono chiamati a rivolgere lo sguardo ai martiri appena beatificati. «Essi diedero testimonianza alla fede non soltanto mediante le loro sofferenze e la morte, ma anche con la loro vita di amorevole solidarietà l’uno verso l’altro nelle comunità cristiane, caratterizzate da esemplare carità» (53). Oggi la «preziosa eredità»(54) di tanti laici morti eroicamente per la fede si prolunga nella testimonianza laicale «alla verità salvifica del Vangelo, al suo potere di purificare e trasformare il cuore umano, e alla sua fecondità nell’edificare la famiglia umana in unità, giustizia e pace» (55).

Certo, «[…] vi è un’unica missione della Chiesa di Dio» (56), ma ai laici spetta fare sì «[…] che l’ordine temporale sia permeato e perfezionato dallo Spirito di Cristo e ordinato alla venuta del suo Regno» (57). Il laicato cattolico coreano gode della stima della nazione per le sue molte opere caritative. Però «assistere i poveri è cosa buona e necessaria, ma non è sufficiente» (58). È anche necessario ordinare l’economia e la politica alle esigenze della giustizia e, in questo contesto, difendere particolarmente la famiglia «in un’epoca di crisi della vita familiare. […] La famiglia rimane l’unità basilare della società e la prima scuola nella quale i bambini imparano i valori umani, spirituali e morali che li rendono capaci di essere dei fari di bontà, di integrità e di giustizia nelle nostre comunità» (59). Questi temi sono parte necessaria di quell’opera di evangelizzazione e di missione che è il modo con cui tutti noi, oggi, possiamo continuare la grande opera dei martiri e dei santi. Nella stessa omelia della beatificazione, con un excursus storico, il Papa è voluto «[…] ritornare ai primi momenti, agli albori della Chiesa in Corea» (60). La storia del cattolicesimo in Corea è infatti unica e per molti versi straordinaria. In molti Paesi dell’Africa e dell’Asia alle origini della Chiesa locale vi è lo sbarco di missionari venuti dall’Europa. In Corea non fu così. «Nella misteriosa provvidenza di Dio, la fede cristiana non giunse ai lidi della Corea attraverso missionari; vi entrò attraverso i cuori e le menti dellagente coreana stessa. Essa fu stimolata dalla curiosità intellettuale, dalla ricerca della verità religiosa» (61).

Prima che in Corea giungessero i missionari, intellettuali e riformatori religiosi — fin dagli inizi del secolo XVII — cominciarono a interessarsi al cristianesimo. «Attraverso un iniziale incontro con il Vangelo, i primi cristiani coreani aprirono le loro menti a Gesù. Volevano conoscere di più su questo Cristo che ha sofferto, è morto ed è risorto dai morti. L’apprendere qualcosa su Gesù condusse presto ad un incontro con il Signore stesso, ai primi battesimi, al desiderio di una vita sacramentale ed ecclesiale piena, e agli inizi di un impegno missionario. […] Questa storia ci dice molto sull’importanza, la dignità e la bellezza della vocazione dei laici!» (62). L’esempio della Corea dimostra che essi possono davvero essere «lievito di santità e di verità nel mondo: il sale della terra, la luce del mondo» (63). Una lezione che non vale solo per la Corea o per i Paesi di missione ad gentes, ma anche per la nuova evangelizzazione di terre, come quelle europee, che stanno perdendo la loro eredità cristiana.

3. Contro le «sabbie mobili» del relativismo

Il 17 agosto 2014, quarto giorno del viaggio, Papa Francesco ha incontrato prima i vescovi dell’Asia nel santuario di Haemi, dedicato al «martire ignoto», cioè ai tanti martiri cristiani coreani di cui non si conosce il nome, quindi i giovani della Giornata Asiatica della Gioventù. Il Papa ha preso come sua guida un documento fondamentale sull’Asia, di san Giovanni Paolo II, l’esortazione apostolica Ecclesia in Asia del 1999 (64): l’ha citata spesso — come già aveva fatto in precedenza nel corso del viaggio —, ha invitato a rileggerla e ha mostrato come s’inserisca nel complessivo magistero di san Giovanni Paolo II, con particolare riferimento alla precedente enciclica Veritatis splendor del 1993 (65) e alla critica del relativismo. La denuncia del relativismo è stata al centro del discorso ai vescovi, uno dei più importanti finora pronunciati nel pontificato, che prende posto in una sequenza organica d’interventi sul tema dei suoi due predecessori, dopo che già nel suo primo incontro con il corpo diplomatico Papa Francesco aveva citato e fatta sua la nozione di Benedetto XVI (2005-2013) di «dittatura del relativismo». (66) In seguito, nell’esortazione apostolica Evangelii gaudium, Papa Francesco aveva affermato che il relativismo, con la sua «tremenda superficialità» (67) soprattutto nelle «questioni morali»(68), non danneggia solo la religione «ma la vita sociale in genere»(69).

L’esortazione Ecclesia in Asia, ha detto il Papa ai vescovi dell’Asia, partiva dall’ovvia constatazione che i cristiani nel continente asiatico sono minoranza in regioni dove predominano altre grandi religioni, e indicava la strada del dialogo interreligioso non solo come una scelta irreversibile di tutta la Chiesa, ma come un cammino in cui i cattolici asiatici hanno un ruolo speciale. «Ma — si è chiesto il Pontefice —nell’intraprendere il cammino del dialogo con individui e culture, quale dev’essere il nostro punto di partenza e il punto di riferimento fondamentale che ci guida alla nostra meta? Certamente esso è la nostra identità propria, la nostra identità di cristiani. Non possiamo impegnarci in un vero dialogo se non siamo consapevoli della nostra identità» (70). San Giovanni Paolo II sapeva bene che il contatto con altre grandi religioni, se può essere affascinante e fecondo, espone anche i cattolici asiatici al rischio del sincretismo e del relativismo.

Senza una chiara consapevolezza della nostra identità, non siamo neanche capaci di vero dialogo. È un punto-chiave del magistero di san Giovanni Paolo II — e di Benedetto XVI — che Francesco ha ripreso con forza: «Se vogliamo comunicare in maniera libera, aperta e fruttuosa con gli altri, dobbiamo avere ben chiaro ciò che siamo» (71). Oggi questo non è facile, perché «lo spirito del mondo» (72) ci tenta con«[…] l’abbaglio ingannevole del relativismo, che oscura lo splendore della verità e, scuotendo la terra sotto i nostri piedi, ci spinge verso sabbie mobili, le sabbie mobili della confusione e della disperazione»(73). Il riferimento all’enciclica Veritatis splendor offre al Papa l’occasione per ribadire che il relativismo non riguarda solo gli altri, i non cattolici, ma «è una tentazione che nel mondo di oggi colpisce anche le comunità cristiane, portando la gente a dimenticare che “al di là di tutto ciò che muta stanno realtà immutabili; esse trovano il loro ultimo fondamento in Cristo, che è sempre lo stesso: ieri, oggi e nei secoli” (Gaudium et spes, 10; cfr Eb 13,8)» (74). E non si tratta solo del relativismo «inteso come un sistema di pensiero» (75): vi è anche un «[…] relativismo pratico quotidiano che, in maniera quasi impercettibile, indebolisce qualsiasi identità» (76).

Nasce qui una seconda «minaccia alla nostra identità cristiana» (77), che è «la superficialità: la tendenza a giocherellare con le cose di moda, gli aggeggi e le distrazioni, piuttosto che dedicarsi alle cose che realmente contano» (78). «In una cultura che esalta l’effimero e offre numerosi luoghi di evasione e di fuga» (79), la superficialità che nasce dal relativismo «[…] può anche manifestarsi nell’essere affascinati dai programmi pastorali e dalle teorie» (80), che qualche volta tendono a sostituire anziché a favorire «[…] una solida catechesi e una sicura guida spirituale. Senza un radicamento in Cristo, le verità per le quali viviamo finiscono per incrinarsi, la pratica delle virtù diventa formalistica e il dialogo viene ridotto ad una forma di negoziato, o all’accordo sul disaccordo» (81).

Può sembrare una reazione al relativismo, ma è in realtà un suo frutto, anche una terza tentazione, «l’apparente sicurezza di nascondersi dietro risposte facili, frasi fatte, leggi e regolamenti» (82). Quando ripetiamo stancamente formule e regole non siamo più «sempre pronti a rispondere a chiunque ci domandi ragione della speranza che è in noi (cfr 1 Pt 3,15)» (83) e a declinare con intelligenza «la nostra identità più profonda» (84) di cristiani, traducendola in evangelizzazione e in risposta alle sfide sempre diverse che la società e la storia ci propongono.

Vi è infatti «[…] un ulteriore elemento della nostra identità di cristiani:essa è feconda» (85). Senza identità non si può dialogare con l’altro, ma è anche vero che «[…] assieme ad un chiaro senso della nostra propria identità di cristiani, il dialogo autentico richiede anche una capacità di empatia. La sfida che ci si pone è quella di non limitarci al ascoltare le parole che gli altri pronunciano, ma di cogliere la comunicazione non detta delle loro esperienze, speranze e aspirazioni, delle loro difficoltà e di ciò che sta loro più a cuore» (86). Ancora l’esortazione Ecclesia in Asia insegna che il vero dialogo «[…] si fonda sulla logica stessa dell’incarnazione: in Gesù, Dio stesso è diventato uno di noi, ha condiviso la nostra esistenza e ci ha parlato con la nostra lingua» (87). Alle comunità cristiane in Asia, che hanno una speciale vocazione al dialogo interreligioso, «[…] è stata affidata la missione di portare la luce del Vangelo fino ai confini della terra» (88): anche a quei Paesi — ha detto Papa Francesco — che non hanno relazioni diplomatiche con la Santa Sede, un’allusione alla Corea del Nord e alla Cina. Dialogo con tutti sì, ma senza relativismi o sincretismi, e per portare a ciascuno il Vangelo.

Nel piazzale del Castello di Haemi il Papa ha poi chiuso nel pomeriggio del 17 agosto la Sesta Giornata Asiatica della Gioventù, tornando sul tema della verità in relazione ai martiri. «I martiri della Corea — ha detto —, e innumerevoli altri in tutta l’Asia, hanno consegnato i propri corpi ai persecutori; a noi invece hanno consegnato una testimonianza perenne del fatto che la luce della verità di Cristo scaccia ogni tenebra» (89). Anche ai giovani il Pontefice ha parlato del ruolo particolare e delicato dei cattolici in Asia. «Il Continente asiatico, imbevuto di ricche tradizioni filosofiche e religiose, rimane una grande frontiera per la vostra testimonianza a Cristo, “via, verità e vita” (Gv14,6)» (90). Il compito di «[…] portare la sapienza della fede in ogni ambito della vita sociale» (91) richiede anche ai giovani un discernimento del contesto asiatico lontano da ogni relativismo. Voi, ha detto il Papa, «[…] vedete e amate dal di dentro tutto ciò che è bello, nobile e vero nelle vostre culture e tradizioni. Al tempo stesso, come cristiani, sapete anche che il Vangelo ha la forza di purificare, elevare e perfezionare questo patrimonio» (92), il che significa «[…]discernere ciò che è incompatibile con la vostra fede cattolica, ciò che è contrario alla vita di grazia innestata in voi col Battesimo, e quali aspetti della cultura contemporanea sono peccaminosi, corrotti e conducono alla morte» (93).

Vi è infatti un aspetto del contesto contemporaneo «[…] che minaccia la speranza, la virtù e l’amore nella vostra vita e nella vostra cultura»(94). Vi è anche la tentazione, immersi in una cultura opulenta ma priva di valori, «[…] di allontanare lo straniero, il bisognoso, il povero e chi ha il cuore spezzato» (95), di chiudere le orecchie per non ascoltare «[…] il gemito di tante persone nelle nostre città anonime, la supplica di moltissimi vostri contemporanei, e la preghiera di tutti quei martiri che ancora oggi soffrono persecuzione e morte nel nome di Gesù» (96).

Vivere nella verità e nell’amore, ha detto il Pontefice ai giovani, comporta «[…] il dovere di essere vigilanti per non lasciare che le pressioni, le tentazioni e i nostri peccati o quelli di altri intorpidiscano la nostra sensibilità per la bellezza della santità, per la gioia del Vangelo» (97). «Non è bene — ha concluso — quando vedo i giovani che dormono … no! Alzati! Vai avanti!» (98): servi Gesù «con fedeltà»(99) sull’esempio di Maria, resisti alle tentazioni del relativismo, che nelle proposte che ogni giorno ci raggiungono non è capace di discernere e rifiutare quanto è «incompatibile con la fede cattolica»(100) e finisce pure per chiudere il cuore al grido dei perseguitati e dei disperati che chiedono aiuto e verità.

4. Il sogno di una società riconciliata

Nell’incontro con le autorità del 14 agosto il Papa ha voluto soprattutto riflettere su come si possa trasmettere alle nuove generazioni «[…] il dono della pace. 

«Questo appello ha un significato del tutto speciale qui in Corea, una terra che ha sofferto lungamente a causa della mancanza di pace»(101). Quella della pace e della riconciliazione nella penisola coreana, ha detto, «[…] è una causa che ci sta particolarmente a cuore perché influenza la stabilità dell’intera area e del mondo intero, stanco della guerra» (102).

Francesco ha voluto insistere — parlando della Corea, ma alludendo anche ad altri scenari di crisi — sul ruolo della diplomazia, che talora oggi è ingiustamente criticata o sottovalutata. Invece «la diplomazia, come arte del possibile, è basata sulla ferma e perseverante convinzione che la pace può essere raggiunta mediante il dialogo e l’ascolto attento e discreto, piuttosto che attraverso reciproche recriminazioni, critiche inutili e dimostrazioni di forza» (103). Certo, la Chiesa sa che «la pace non è semplicemente assenza di guerra, ma opera della giustizia (cfr Is 32,17)» (104). Una pace senza giustizia non è vera pace. Però «[…] la giustizia, come virtù, fa appello alla tenacia della pazienza; essa non ci chiede di dimenticare le ingiustizie del passato, ma di superarle attraverso il perdono, la tolleranza e la cooperazione. Essa esige la volontà di discernere e di raggiungere obiettivi reciprocamente vantaggiosi» (105), il che è proprio il lavoro della diplomazia.

La ricca Corea è caratterizzata da forti disuguaglianze e da aree di povertà disperata. Il Papa ha chiesto che «[…] sia data speciale attenzione ai poveri, a coloro che sono vulnerabili e a quelli che non hanno voce, non soltanto venendo incontro alle loro immediate necessità, ma pure per promuoverli nella loro crescita umana e spirituale. Nutro la speranza che la democrazia coreana continuerà a rafforzarsi e che questa nazione dimostrerà di primeggiare anche in quella “globalizzazione della solidarietà” che è oggi particolarmente necessaria» (106).

Le scuole cattoliche, fiorenti in Corea, hanno un ruolo speciale nell’educare alla solidarietà. «La Chiesa desidera contribuire all’educazione dei giovani, alla crescita di uno spirito di solidarietà verso i poveri e i disagiati e contribuire alla formazione di giovani generazioni di cittadini, pronti ad offrire la saggezza e la lungimiranza ereditate dai loro antenati e nate dalla loro fede, per affrontare le grandi questioni politiche e sociali della nazione» (107).

Il 18 agosto Papa Francesco — dopo aver incontrato i leader delle religioni presenti in Corea, invitandoli a «camminare insieme» (108) per il bene comune del Paese, e prima d’imbarcarsi sul volo che lo ha riportato in Italia — ha concluso il suo viaggio con una Messa nella cattedrale di Myeong-dong a Seoul, offerta per la pace e la riconciliazione del popolo coreano. Se nei giorni precedenti il Papa aveva denunciato energicamente il relativismo, ricordato i martiri ignoti che continuano a morire ai nostri giorni e lodato il lavoro oscuro e paziente della diplomazia, nell’omelia conclusiva si è posto su un piano diverso, chiedendosi che cosa può fare ogni fedele coreano — che non è né un politico né un diplomatico — per favorire la soluzione della drammatica divisione fra le due Coree. E che cosa possiamo fare tutti noi di fronte ai tanti drammi che insanguinano il mondo.

Il Pontefice, nella sua importante omelia, è andato alle radici spirituali e teologiche della dottrina sociale della Chiesa — che non è solo morale sociale, ma comprende anche un’ascetica e una mistica sociali —, affermando che l’obbedienza alla legge di Dio permette di conseguire nella storia risultati che umanamente sembrerebbero impossibili e di creare, anche nelle condizioni più difficili, una società riconciliata che annuncia sulla Terra il Regno di Dio.

Il Papa ha proposto alla Corea anzitutto una grande «[…] preghiera per la riconciliazione in questa famiglia coreana. Nel Vangelo, Gesù ci dice quanto potente sia la nostra preghiera quando due o tre sono uniti nel suo nome per chiedere qualcosa (cfr Mt 18,19-20). Quanto più quando un intero popolo innalza la sua accorata supplica al cielo!» (109). Può sembrare che la preghiera non serva o sia una fuga dai problemi reali. Ma è il contrario. La Scrittura ci presenta «la promessa di Dio di restaurare nell’unità e nella prosperità un popolo disperso dalla sciagura e dalla divisione» (110). È una promessa consolante, che però non si realizzerà se non ci convertiamo. Infatti «[…] questa promessa è inseparabilmente legata ad un comando: il comando di ritornare a Dio e di obbedire con tutto il cuore alla sua legge (cfr Dt 30,2-3). Il dono divino della riconciliazione, dell’unità e della pace è inseparabilmente legato alla grazia della conversione» (111). Senza conversione alla legge di Dio non vi sarà salvezza dalla sciagura e dal dramma. Invece, «[…] la trasformazione del cuore può cambiare il corso della nostra vita e della nostra storia, come individui e come popolo» (112).

Come applicare questo «pressante invito di Dio alla conversione» (113) all’«[…] esperienza storica del popolo coreano, un’esperienza di divisione e di conflitto che dura da oltre sessant’anni» (114)? I comuni fedeli della Corea del Sud non possono risolvere il problema pluridecennale della divisione, ma intanto possono mostrare a tutti un«impegno evangelico per i disagiati, per gli emarginati, per quanti non hanno lavoro o sono esclusi dalla prosperità di molti» (115). Possono«[…] respingere con fermezza una mentalità fondata sul sospetto, sulcontrasto e sulla competizione, e favorire piuttosto una cultura plasmata dall’insegnamento del Vangelo e dai più nobili valori tradizionali del popolo coreano» (116). Possono soprattutto vivere una cultura della riconciliazione e del perdono.

Noi cristiani «[…] chiediamo quotidianamente al nostro Padre celeste di perdonare i nostri peccati, “come noi li rimettiamo ai nostri debitori”. Se non fossimo pronti a fare altrettanto, come potremmo onestamente pregare per la pace e la riconciliazione?» (117). Gesù ci chiede di credere, contro ogni evidenza puramente umana, che «[…] il perdono è la porta che conduce alla riconciliazione. Nel comandare a noi di perdonare i nostri fratelli senza alcuna riserva, Egli ci chiede di fare qualcosa di totalmente radicale, ma ci dona anche la grazia per farlo. Quanto, da una prospettiva umana, sembra essere impossibile, impercorribile e perfino talvolta ripugnante, Gesù lo rende possibile e fruttuoso attraverso l’infinita potenza della sua croce» (118).

Il Papa ha concluso il suo viaggio in Corea invitandoci, per così dire, a sognare in grande. Noi cristiani crediamo nel «[…] potere di Dio di colmare ogni divisione, di sanare ogni ferita e di ristabilire gli originali legami di amore fraterno» (119) e perfino di far sorgere una società riconciliata che preannuncia e manifesta il «Regno di Dio» (120). In Corea, come in ogni altro Paese, «[…] Dio ci chiama a ritornare a Lui e ad ascoltare la sua voce e promette di stabilirci sulla terra in una pace e prosperità maggiori di quanto i nostri antenati abbiano maiconosciuto» (121). A uno sguardo soltanto umano tutto ciò può suonare come utopia o come millenarismo. Ma si tratta invece del realismo cristiano e delle promesse di Dio, testimoniate come credibili dai martiri e di cui Papa Francesco ha indicato in questo viaggio in Corea le condizioni di realizzazione: rifiuto del relativismo, conversione, penitenza, carità e fedeltà alla legge che il Signore ci ha dato.

II. Il Papa in Albania. Nella terra di un comunismo «ateo e disumano»

Il 21 settembre 2014 Papa Francesco ha compiuto la sua attesa visita pastorale in Albania, dedicata — come aveva anticipato — alla celebrazione dei martiri uccisi dalla sanguinosa persecuzione comunista e alla messa in valore della coesistenza fra islam e cristianesimo, negli ultimi secoli più pacifica in terra albanese che altrove. Caduta la dittatura comunista, ha detto il Papa nella visita, conclusa con un commovente incontro con i bambini in difficoltà al Centro Betania di Bubq, presso Durazzo, oggi siamo tutti minacciati dalle dittature del fondamentalismo, del relativismo e di nuove ideologie persino «più subdole» (122) delle precedenti, cui potremo resistere solo guardando ai martiri e riflettendo su quanto il martirio sia cruciale nella storia e nella vita della Chiesa.

Ritornando sul viaggio in Albania nell’udienza generale del 24 settembre 2014, il Pontefice ha definito quello albanese un «regime ateo e disumano» e non ha temuto di fare il nome dell’ideologia che lo ha ispirato nella sua furia omicida: il comunismo. «Percorrendo il viale principale di Tirana che dall’aeroporto porta alla grande piazza centrale— ha raccontato Papa Francesco —, ho potuto scorgere i ritratti dei quaranta sacerdoti assassinati durante la dittatura comunista e per i quali è stata avviata la causa di beatificazione. Questi si sommano alle centinaia di religiosi cristiani e musulmani assassinati, torturati, incarcerati e deportati solo perché credevano in Dio. Sono stati anni bui, durante i quali è stata rasa al suolo la libertà religiosa ed era proibito credere in Dio, migliaia di chiese e moschee furono distrutte, trasformate in magazzini e cinema che propagavano l’ideologia marxista, i libri religiosi furono bruciati e ai genitori si proibì di mettere ai figli i nomi religiosi degli antenati» (123).

Il sangue dei martiri «[…] non è stato versato invano» (124) e «[…] i martiri non sono degli sconfitti, ma dei vincitori: nella loro eroica testimonianza risplende l’onnipotenza di Dio» (125). Una Chiesa che non si lascia provocare dai martiri, che non capisce come l’esperienza del martirio sia costitutiva per la sua testimonianza alla verità, s’isterilisce nella routine. «Anche oggi, come ieri, la forza della Chiesa non è data tanto dalle capacità organizzative o dalle strutture, che pure sono necessarie: la sua forza la Chiesa non la trova lì. La nostra forza è l’amore di Cristo!» (126).

In Albania, intervenendo a braccio durante i vespri celebrati nella cattedrale di Tirana, il Pontefice ha confidato che «in questi due mesi, mi sono preparato per questa visita, leggendo la storia della persecuzione in Albania. E per me è stata una sorpresa: io non sapevo che il vostro popolo avesse sofferto tanto! Poi, oggi, nella strada dall’aeroporto fino alla piazza, tutte queste fotografie dei martiri: si vede che questo popolo ancora ha memoria dei suoi martiri, di quelli che hanno sofferto tanto! Un popolo di martiri…» (127). «Hanno sofferto fisicamente, psichicamente, e anche quell’angoscia dell’incertezza: se sarebbero stati fucilati o no, e vivevano così, con quell’angoscia» (128). Ma, mentre colpevolmente in altri Paesi tanti si disinteressavano dei martiri dell’Albania e di altri Paesi, il Signore«[…] li consolò perché c’era gente nella Chiesa, il popolo di Dio — le vecchiette sante e buone, tante suore di clausura… — che pregavano per loro» (129).

I martiri — ha detto Papa Francesco rivolgendosi anzitutto ai sacerdoti — «[…] ci dicono qualcosa! Ci dicono che per noi, che siamo stati chiamati dal Signore per seguirlo da vicino, l’unica consolazione viene da Lui. Guai a noi se cerchiamo un’altra consolazione! Guai ai preti, ai sacerdoti, ai religiosi, alle suore, alle novizie, ai consacrati quando cercano consolazione lontano dal Signore! Io non voglio “bastonarvi”, oggi, non voglio diventare il “boia”, qui; ma sappiate bene: se voi cercate consolazione altrove, non sarete felici! Di più: non potrai consolare nessuno, perché il tuo cuore non è stato aperto alla consolazione del Signore. E finirai, come dice il grande Elia al popolo di Israele, “zoppicando con le due gambe”» (130).

Fin dal primo incontro con le autorità nel Palazzo Presidenziale di Tirana, il Papa ha celebrato l’Albania come «[…] terra di eroi, che hanno sacrificato la vita per l’indipendenza del Paese, e terra di martiri, che hanno testimoniato la loro fede nei tempi difficili della persecuzione» (131). Nell’omelia a Tirana in Piazza Madre Teresa, Francesco ha detto agli albanesi che per lunghi decenni «[…] la porta del vostro Paese è stata chiusa, serrata con il catenaccio delle proibizioni e prescrizioni di un sistema che negava Dio e impediva la libertà religiosa. Coloro che avevano paura della verità e della libertà facevano di tutto per bandire Dio dal cuore dell’uomo ed escludere Cristo e la Chiesa dalla storia del vostro Paese, anche se esso era stato tra i primi a ricevere la luce del Vangelo» (132).

«Ripensando a quei decenni di atroci sofferenze e di durissime persecuzioni contro cattolici, ortodossi e musulmani — ha detto ancora il Pontefice nell’omelia — possiamo dire che l’Albania è stata una terra di martiri: molti vescovi, sacerdoti, religiosi e fedeli laici, ministri di altre religioni, hanno pagato con la vita la loro fedeltà. Non sono mancate prove di grande coraggio e coerenza nella professione della fede. Quanti cristiani non si sono piegati davanti alle minacce, ma hanno proseguito senza tentennamenti sulla strada intrapresa!» (133). Anche se non ha potuto farlo di persona, il Papa ha affermato di volersi recare «spiritualmente a quel muro del cimitero di Scutari, luogo-simbolo del martirio dei cattolici dove si eseguivano le fucilazioni, e con commozione depongo il fiore della preghiera e del ricordo grato e imperituro» (134). «[…] non dimenticate le piaghe — ha affermato Francesco —, ma non vendicatevi» (135): il sangue dei martiri sia piuttosto seme di evangelizzazione.

Sviluppando uno spunto già presentato da Benedetto XVI nell’enciclicaCaritas in veritate, nel discorso alle autorità il Pontefice ha fatto notare che quando la libertà religiosa è negata non ne soffre solo il tessuto morale della società ma anche l’economia. In Albania «l’inverno dell’isolamento e delle persecuzioni» (136) ha reso il Paese insieme culturalmente desolato e poverissimo. Al contrario, «il rispetto dei diritti umani tra cui spicca la libertà religiosa e di espressione del pensiero, è […] condizione preliminare per lo stesso sviluppo sociale ed economico di un Paese» (137).

La libertà politica non risolve tutti i problemi e all’Angelus il Papa ha criticato una «falsa libertà individualista» (138). Nel discorso preparato per i vespri, ha affermato senza mezzi termini che oggi la Chiesa è chiamata a opporsi a «[…] nuove forme di “dittatura” che rischiano di tenere schiave le persone e le comunità. Se il regime ateo cercava di soffocare la fede, queste dittature, più subdole, possono soffocare la carità» (139).

Parlando alle autorità ha affermato che in Albania, dopo la caduta del comunismo, «molti, specialmente all’inizio, mossi dalla ricerca di lavoro e di migliori condizioni di vita, hanno preso la via dell’emigrazione e contribuiscono a loro modo al progresso della società albanese. Molti altri hanno riscoperto le ragioni per rimanere in patria e costruirla dall’interno» (140). Se la libertà ha favorito la prosperità, non sono certo scomparsi i poveri. Come sapeva una grande albanese, la beata Madre Teresa di Calcutta (1910-1997) — ha detto il Papa —, «alla globalizzazione dei mercati è necessario che corrisponda una globalizzazione della solidarietà; […] insieme ai diritti individuali vanno tutelati quelli delle realtà intermedie tra l’individuo e lo Stato, prima fra tutte la famiglia» (141).

La religione è essenziale per questo cammino e qui il Papa è passato al secondo motivo del suo viaggio: valorizzare «una felice caratteristica dell’Albania, che va preservata con ogni cura e attenzione: mi riferisco alla pacifica convivenza e alla collaborazione tra gli appartenenti a diverse religioni. Il clima di rispetto e fiducia reciproca tra cattolici, ortodossi e musulmani è un bene prezioso per il Paese» (142). È anche un bene fragile «in questo nostro tempo nel quale, da parte di gruppi estremisti, viene travisato l’autentico senso religioso e vengono distorte e strumentalizzate le differenze tra le diverse confessioni, facendone però un pericoloso fattore di scontro e di violenza, anziché occasione di dialogo aperto e rispettoso e di riflessione comune su ciò che significa credere in Dio e seguire la sua legge» (143). Anche il fondamentalismo è una delle nuove «dittature» ideologiche che minacciano le persone e le società dopo la caduta del comunismo.«Nessuno — ha ammonito il Pontefice — pensi di poter farsi scudo di Dio mentre progetta e compie atti di violenza e di sopraffazione! Nessuno prenda a pretesto la religione per le proprie azioni contrarie alla dignità dell’uomo e ai suoi diritti fondamentali, in primo luogo quello alla vita ed alla libertà religiosa di tutti!» (144).

Come già aveva fatto in Corea — il Papa insiste sempre di più su questo punto, smentendo chi pensava che la critica del relativismo fosse andata in pensione insieme a Benedetto XVI — Francesco, anche nell’udienza del 24 settembre, si è preoccupato di precisare che «un dialogo autentico e fruttuoso rifugge dal relativismo e tiene conto delle identità di ciascuno. Ciò che accomuna le varie espressioni religiose, infatti, è il cammino della vita, la buona volontà di fare del bene al prossimo, non rinnegando o sminuendo le rispettive identità» (145).

«Pace nelle vostre case, pace nei vostri cuori, pace nella vostra Nazione! Pace!» (146), ha invocato il Papa nell’omelia citando ancora Madre Teresa. E ha ricordato che il simbolo dell’Albania, la «terra delle aquile» (147), è appunto l’aquila. «Non dimenticatevi l’aquila. L’aquila non dimentica il nido, ma vola alto. Volate alto! Andate su! Sono venuto a coinvolgere le nuove generazioni; a nutrirvi assiduamente della Parola di Dio aprendo i vostri cuori a Cristo, a Dio, al Vangelo»(148).

Massimo Introvigne

Note:

(1) Francesco, Omelia nella Santa Messa di beatificazione di Paul Yun Ji-Chung e 123 compagni martiri alla Porta di Gwanghwamun, Seoul, del 16-8-2014, in L’Osservatore Romano. Giornale quotidiano politico religioso, Città del Vaticano 18/19-8-2014.

(2) Ibidem.

(3) Ibidem.

(4) Ibidem.

(5) Ibidem.

(6) Ibidem.

(7) Ibidem.

(8) Ibidem.

(9) Ibidem.

(10) Idem, Incontro con le comunità religiose in Corea al Training Center «School of Love» a Kkottongnae, del 16-8-2014, ibidem.

(11) Ibidem.

(12) Ibidem.

(13) Ibidem.

(14) Ibidem.

(15) Ibidem.

(16) Ibidem.

(17) Ibidem.

(18) Ibidem.

(19) Idem, Incontro con le autorità nel Salone Chungmu della «Blue House» a Seoul, del 14-8-2014, ibidem.

(20) Ibidem.

(21) Ibidem.

(22) Ibidem.

(23) Ibidem.

(24) Ibidem.

(25) Idem, Incontro con i vescovi della Corea nella sede della Conferenza Episcopale Coreana a Seoul, del 14-8-2014, ibidem.

(26) Ibidem.

(27) Ibidem.

(28) Ibidem.

(29) Ibidem.

(30) Ibidem.

(31) Ibidem.

(32) Ibidem.

(33) Ibidem.

(34) Ibidem.

(35) Ibidem.

(36) Cfr. World Health Organization [Organizzazione Mondiale della Sanità], Preventing Suicide: A Global Imperative, World Health Organization, Ginevra 2014, pp. 80-87. Ponderando i dati secondo un diverso criterio di calcolo, la Guyana precederebbe la Corea del Sud. Questa, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, sarebbe in realtà comunque al secondo posto dopo la Corea del Nord, che avrebbe lo spaventoso tasso di 39,5, un tasso però stimato da osservatori esterni e contestato da quel governo.

(37) Francesco, Omelia nella Santa Messa nella solennità dell’Assunzione nel World Cup Stadium di Daejeon, del 15-8-2014, inL’Osservatore Romano. Giornale quotidiano politico religioso, Città del Vaticano 18/19-8-2014

(38) Ibidem.

(39) Ibidem.

(40) Ibidem.

(41) Ibidem.

(42) Ibidem.

(43) Ibidem.

(44) Ibidem.

(45) Ibidem.

(46) Ibidem.

(47) Ibidem.

(48) Ibidem.

(49) Ibidem.

(50) Idem, Incontro con i giovani dell’Asia presso il santuario di Solmoe, del 15-8-2014, ibidem.

(51) Ibidem.

(52) Ibidem.

(53) Idem, Incontro con i leader dell’apostolato laico al Centro di Spiritualità di Kkottongnae, del 16-8-2014, ibidem.

(54) Ibidem.

(55) Ibidem.

(56) Ibidem.

(57) Ibidem.

(58) Ibidem.

(59) Ibidem.

(60) Idem, Omelia nella Santa Messa di beatificazione di Paul Yun Ji-Chung e 123 compagni martiri alla Porta di Gwanghwamun, Seoul, cit.

(61) Ibidem.

(62) Ibidem.

(63) Ibidem.

(64) Cfr. Giovanni Paolo II, Esortazione apostolica post-sinodale «Ecclesia in Asia» circa Gesù Cristo, il Salvatore, e la sua missione di amore e di servizio in Asia «…perché abbiano la vita, e l’abbiano in abbondanza» (Gv 10,10), del 6-11-1999.

(65) Cfr. Idem, Lettera enciclica «Veritatis splendor» circa alcune questioni fondamentali dell’insegnamento morale della Chiesa, del 6-8-1993.

(66) Francesco, Udienza al Corpo Diplomatico accreditato presso la Santa Sede, del 22-3-2013, in L’Osservatore Romano. Giornale quotidiano politico religioso, Città del Vaticano 23-3-2013.

(67) Idem, Esortazione apostolica «Evangelii gaudium» sull’annuncio del Vangelo nel mondo attuale, del 24-11-2013, n. 64.

(68) Ibidem.

(69) Ibid., n. 61. Cfr. il mio L’esortazione apostolica «Evangelii gaudium». «La nostra tristezza infinita si cura soltanto con un infinito amore», in Cristianità, anno XLII, n. 371, gennaio-marzo 2014, pp. 1-30.

(70) Francesco, Incontro con i vescovi dell’Asia nel santuario di Haemi, del 17-8-2014, in L’Osservatore Romano. Giornale quotidiano politico religioso, Città del Vaticano 18/19-8-2014.

(71) Ibidem.

(72) Ibidem.

(73) Ibidem.

(74) Ibidem.

(75) Ibidem.

(76) Ibidem.

(77) Ibidem.

(78) Ibidem.

(79) Ibidem.

(80) Ibidem.

(81) Ibidem.

(82) Ibidem.

(83) Ibidem.

(84) Ibidem.

(85) Ibidem.

(86) Ibidem.

(87) Ibidem.

(88) Ibidem.

(89) Idem, Omelia della Santa Messa conclusiva della Sesta Giornata della Gioventù Asiatica sul piazzale del Castello di Haemi, del 17-8-2014, ibidem.

(90) Ibidem.

(91) Ibidem.

(92) Ibidem.

(93) Ibidem.

(94) Ibidem.

(95) Ibidem.

(96) Ibidem.

(97) Ibidem.

(98) Ibidem.

(99) Ibidem.

(100) Ibidem.

(101) Idem, Incontro con le autorità nel Salone Chungmu della «Blue House» a Seoul, cit.

(102) Ibidem.

(103) Ibidem.

(104) Ibidem.

(105) Ibidem.

(106) Ibidem.

(107) Ibidem.

(108) Idem, Incontro con i leader religiosi nel Palazzo della vecchia Curia dell’Arcidiocesi di Seoul, del 18-8-2014, ibidem.

(109) Idem, Omelia della Santa Messa per la pace e la riconciliazione nella cattedrale di Myeong-dong, Seoul, del 18-8-2014, ibidem.

(110) Ibidem.

(111) Ibidem.

(112) Ibidem.

(113) Ibidem.

(114) Ibidem.

(115) Ibidem.

(116) Ibidem.

(117) Ibidem.

(118) Ibidem.

(119) Ibidem.

(120) Ibidem.

(121) Ibidem.

(122) Idem, Celebrazione dei Vespri, con sacerdoti, religiose, religiosi, seminaristi e movimenti laicali nella cattedrale di Tirana, ibid. 22/23-9-2014.

(123) Idem, Udienza generale, del 24-9-2014, ibid. 25-9-2014.

(124) Ibidem.

(125) Ibidem.

(126) Ibidem.

(127) Idem, Celebrazione dei Vespri, con sacerdoti, religiose, religiosi, seminaristi e movimenti laicali nella cattedrale di Tirana, cit.

(128) Ibidem.

(129) Ibidem.

(130) Ibidem.

(131) Idem, Incontro con le autorità nel Salone dei ricevimenti del Palazzo Presidenziale, ibidem.

(132) Idem, Santa Messa in Piazza Madre Teresa a Tirana, ibidem.

(133) Ibidem.

(134) Ibidem.

(135) Ibidem.

(136) Idem, Incontro con le autorità nel Salone dei ricevimenti del Palazzo Presidenziale, cit.

(137) Ibidem.

(138) Idem, Preghiera dell’Angelus Domini, ibidem.

(139) Idem, Celebrazione dei Vespri, con sacerdoti, religiose, religiosi, seminaristi e movimenti laicali nella cattedrale di Tirana, cit.

(140) Idem, Incontro con le autorità nel Salone dei ricevimenti del Palazzo Presidenziale, cit.

(141) Ibidem.

(142) Ibidem.

(143) Ibidem.

(144) Ibidem.

(145) Idem, Udienza generale, del 24-9-2014, cit.

(146) Idem, Santa Messa in Piazza Madre Teresa a Tirana, cit.

(147) Idem, Incontro con le autorità nel Salone dei ricevimenti del Palazzo Presidenziale, cit.

(148) Idem, Santa Messa in Piazza Madre Teresa a Tirana, cit.

 

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