Per l’aborto, la Chiesa portoghese denuncia il governo socialista, che tenta di «scavalcarla» in Vaticano

Giovanni Cantoni 36 anni fa
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Giovanni Cantoni, Cristianità n. 109 (1984)

 

Per l’aborto, la Chiesa portoghese denuncia il governo socialista, che tenta di «scavalcarla» in Vaticano

 

«Con i voti del Partito Comunista e del Partito Socialista, l’Assemblea della Repubblica ha appena approvato, come si prevedeva, il progetto di legge del secondo partito sulla cosiddetta depenalizzazione dell’aborto, cioè la dichiarazione che l’aborto cessa di essere punibile e, in questo modo, potrà, con la protezione della legge, essere liberamente praticato.

«Certamente il progetto approvato permette l’aborto soltanto in determinate circostanze. Ma queste circostanze, oltre a essere ingannatrici, come ha sottolineato specificamente l’ordine dei Medici, rappresentano, persino per il modo nel quale si trovano formulate, una porta ampiamente aperta attraverso la quale passano tutte le altre. La esperienza è stata fatta in altri paesi, e si farà anche inevitabilmente in mezzo a noi, il che aiuta a spiegare la fretta con la quale il Partito Comunista ha accettato il progetto, considerandolo pubblicamente un primo passo. Si vedranno gli altri, se il popolo portoghese non riuscirà ad arrestare questa mostruosa escalation della morte.

«Infatti si tratta realmente della morte. Siano cinque, tre o solamente una, il numero delle circostanze pretestuosamente giustificative dell’aborto non muta la realtà. E la realtà, provata in modo assoluto e scientifico, è che nel seno materno, dal momento del concepimento, esiste una vita umana e che, di conseguenza, abortire significa ammazzare.

«L’aborto è, dunque, un delitto, delitto che purtroppo si commette, come d’altra parte si commettono il furto, l’omicidio, il traffico di droga e disgraziatamente tanti altri, senza escludere la corruzione dalla quale è convincimento generale che la pubblica amministrazione non sia esente. Però, invece di cercare di combattere le cause che portano alla pratica del delitto di aborto – la miseria, la disoccupazione, la mancanza di abitazioni adeguate, le crescenti difficoltà presentate alla famiglia, la inesistenza di un’autentica e sana regolazione delle nascite, l’azione diseducante di numerose scuole, l’imbastardimento culturale, la svalutazione dei valori morali e spirituali -, il Potere che ci governa ritiene più facile accettare e legalizzare il delitto, lasciando che persistano e si sviluppino le sue cause. Contro questo stato di cose i vescovi hanno sempre protestato, come si può vedere dai nostri documenti precedenti. Ma oggi, restaurata in Portogallo la pena di morte da parte della Assemblea della Repubblica, non diretta come in altri tempi contro i criminali, ma contro esseri umani innocenti e indifesi, la nostra protesta è più veemente e indignata.

«Posto che siamo contrari all’aborto clandestino, esigiamo che le autorità sì impegnino, con decisione e con onestà, alla restaurazione di una società e di una cultura in disfacimento, e non che ci vogliano. imporre una legge che consacra il diritto di ammazzare. In nessun paese del mondo, le leggi permissive dell’aborto hanno fatto scomparire la pratica dell’aborto clandestino. L’aborto è indice di civiltà decadenti ed è stato, legalizzato oppure no, una tragedia enorme, di cui le nazioni cominciano già a risentire. Ma, legalizzato, si riveste di una gravità molto particolare, perché, entrando nell’ordinamento giuridico, lo sovverte e lo squalifica, poiché considera come legittimo ciò che è intrinsecamente cattivo e priva tutto il sistema penale del fondamento primo su cui si basa, ossia il rispetto e la inviolabilità della vita.

«Il Partito Socialista, appoggiato e applaudito dal Partito Comunista, ha ovviamente assunto la responsabilità della iniziativa presa, dandoci così anche il diritto di indicarlo come responsabile davanti al popolo portoghese. Senza dimenticare che, poiché il capo dell’esecutivo è segretario generale del partito e poiché uno dei ministri, a quanto consta, è autore o ha avuto parte di rilievo nella elaborazione del progetto, il governo si trova coinvolto in tale responsabilità.

«Su un altro piano, giudichiamo inammissibile il comportamento degli organi statalizzati di comunicazione sociale e in particolare della televisione. Questa, abusando della condizione di privilegio derivante dal fatto di essere la sola, ha manifestato una servile e indecorosa mancanza di indipendenza, manipolando gli argomenti e le statistiche che a essa convenivano e turbando, mutilando oppure impedendo la illustrazione imparziale e completa del problema e perfino lo stesso semplice ristabilimento della verità. Attendiamo la urgente riparazione dovuta alla obiettività gravemente lesa in materia con così serie ripercussioni. Abbiamo inoltre il diritto di richiedere che i principali dirigenti della radiotelevisione portoghese diano reali garanzie di autonomia e di rispetto per tutti i portoghesi, compresi i milioni fra essi che sono cattolici e molti altri uomini e donne di coscienza retta, offesi dalla discriminazione di cui sono vittime. La manipolazione della pubblica opinione è a tale punto condannabile che, nel caso continui, ci costringerà a ritornare sull’argomento.

«Questa dolorosa questione è soltanto l’episodio più grave di una vasta e, pare, programmata campagna di laicizzazione della società portoghese. Da essa la coscienza nazionale esce profondamente lacerata. Nessuno si può quindi meravigliare del nostro atteggiamento di dispiacere e di rifiuto. Anche se accusata di essere oscurantista – parola che, dopo la fase più violentemente massonica della I Repubblica, non si era più sentita -, la Chiesa non si lascia intimorire da aggettivi, anche offensivi. Mantenendo viva la speranza che la legge non venga promulgata, frattanto continuerà a lottare contro di essa, perché, trattandosi di una legge iniqua, costituisce un obbligo morale il resistere a essa attivamente.

«La Chiesa non opera nel campo politico partitico, dove alcuni hanno voluto situarla calunniandola. Si muove nel campo di sua stretta competenza, religiosa e morale, perché difende un bene sacro – la vita -, anteriore e superiore a ogni e qualsiasi regime o azione politica e allo Stato stesso. Qui passa la linea di frontiera tra due concezioni antropologiche opposte, una di origine cristiana e umanistica, l’altra di natura marxistica e atea. Perciò se, come insegna la Scrittura, “è più importante ubbidire a Dio che agli uomini”, per noi è giunto il momento di dire, sempre con la Scrittura: “Non possiamo tacere”» (1).

Ho trascritto integralmente la nota del consiglio permanente dell’episcopato portoghese perché conferma con meridiana chiarezza e fondatezza che il male è unico e opera ovunque con le stesse tecniche e gli stessi ritmi, e che, di contro, non ovunque coloro che lo dovrebbero denunciare sono ugualmente chiari e fermi, sì che le sconfitte da essi subite sono in parte da attribuirsi certamente non solo a un eventuale maggiore potere del male, quanto almeno anche a una minore energia dei buoni che, avendo a disposizione una giustificazione teologica della sconfitta, se ne fanno spesso un alibi per non combattere e per non tentare di vincere.

Prova ulteriore di quanto asserito è costituita da un’altra presa di posizione degli stessi vescovi che, riuniti a Fatima il 17 febbraio scorso, affermano: «in unione con quanti hanno lottato e sono ancora disposti a lottare in difesa della vita, la nostra coscienza di Pastori, responsabili della incessante proclamazione della verità sull’uomo, ci obbliga ad alzare ancora una volta la voce per denunciare questa legge come iniqua e per riaffermare il dovere di resistere a essa con tutti i mezzi legittimi.

«Ricordiamo a tutti i cristiani e agli uomini di coscienza retta che la legalizzazione di un atto intrinsecamente cattivo non lo renderà mai moralmente accettabile, sia per la madre alle prese con una maternità difficile, sia per i professionisti della sanità oppure per coloro che in qualche modo intervengano o collaborino nell’atto di aborto. Infatti, quando uno dei più gravi disordini morali diventa legale, è la società a essere malata, nei valori ispiratori della vita collettiva, nelle istituzioni che la servono, nelle persone che la dirigono.

«Con questa legge il Parlamento, che per sua natura è una istituzione degna del rispetto della Chiesa, ha superato i limiti della democrazia stessa, il cui senso profondo sta nella affermazione e nella garanzia dei diritti e della dignità della persona umana. La democrazia si degrada e si corrompe dall’interno quando i suoi organi e i suoi meccanismi si volgono contro la vita. I poteri della democrazia vengono meno tutte le volte che disprezzano i diritti dell’uomo.

«Non possiamo considerare la reiezione di questa legge come una questione riservata alla coscienza religiosa, né accettare la separazione dei campi della morale e della politica, né tralasciare di pronunciarsi su qualsiasi problema relativo alla comunità umana nel suo insieme, soprattutto quando sono in causa valori e diritti fondamentali.

«Benché la sua missione specifica sia di natura spirituale, la Chiesa, poiché è inserita nella società, è presente, per diritto e per dovere, con il suo contributo specifico e insostituibile, in tutte le dimensioni della vita comunitaria e sociale. Perciò, dopo questo momento doloroso nel quale è stata legalmente consacrata una offesa al diritto umano più elementare, mentre si è preteso di relegare la Chiesa in uno spazio di affermazione che la allontana dalla città degli uomini, siamo decisi a continuare a proporre ai cristiani, e alla società in generale, la dottrina cristiana sul diritto a nascere e su altre questioni scottanti della nostra società, come la salvaguardia e la promozione di una retta concezione dell’amore e della famiglia, la giusta distribuzione dei beni, l’accesso al lavoro e a una abitazione adeguata, la libertà di insegnamento e di comunicazione sociale e la moralizzazione dei costumi pubblici e privati» (2).

Dunque, non basta neppure la denuncia di un fatto gravissimo, ma necessita il suo articolato inserimento all’interno di un giudizio globale sulle strutture anche politiche, perché non vengano «superati i limiti della democrazia stessa». E se, poi, le persone che dirigono la società sulla via del processo di laicizzazione e di degradazione, approfittano del loro status di governanti e, facendosi ricevere dal Papa, mirano indirettamente o direttamente a coprire con un presunto avallo pontificio il loro operato e il loro operare, il cardinale Antonio Ribeiro, patriarca di Lisbona, emette una dichiarazione in cui, dopo avere fatto riferimento ai secolari legami che uniscono il Portogallo alla Sede di Pietro e al gradimento per tutto quanto si può fare per renderli più solidi, afferma senza mezzi termini: «È però indispensabile che gesti come quello che sta per compiere il signor primo ministro siano assolutamente trasparenti, nella purezza delle loro intenzioni, e non diano occasione a equivoci, né si prestino a interpretazioni dubbie. Fare visita al Papa per ottenere copertura morale di atti che la coscienza cristiana riprova o andare in Vaticano per cercare accreditamenti politici per future campagne elettorali costituirà un atteggiamento assolutamente condannabile, non soltanto per ciò che significa di puramente demagogico, ma anche per l’aspetto di una certa quale profanazione che comporta. La persona e la missione del Santo Padre non si prestano a coinvolgimenti politico-partitici.

«Da parte mia, confesso di non avere compreso la fretta che ha portato il signor primo ministro in Vaticano, quando non è ancora stata promulgata la legge sull’aborto, che l’Assemblea della Repubblica ha approvato. Ho capito ancora meno il significato della campagna propagandistica che ha preparato la visita e il tentativo di manipolazione della pubblica opinione al suo ritorno, al punto che il signor Nunzio Apostolico a Lisbona si è visto nella necessità di smentire notizie divulgate da organismi che mai avremmo dovuto essere costretti a considerare irresponsabili.

«Queste e altre cose simili non saranno state neanche colte dalla Santa Sede. Di questo, per altro, dà prova il comunicato stampa emesso dal Vaticano subito dopo la visita, nel quale si dice, implicitamente, che il Papa ha ricevuto il primo ministro portoghese come è solito ricevere tutti i governanti che gli chiedono udienza, indipendentemente dal fatto di essere o no cristiani e senza badare al merito oppure al demerito che li accredita. Ma il comunicato della Santa Sede aggiunge che la legge sull’aborto, recentemente approvata dalla Assemblea dalla Repubblica portoghese, è iniqua e retrograda: iniqua, perché contraria ai principi morali più elementari di un diritto umano fondamentale; retrograda, perché si oppone all’autentico progresso della cultura e della civiltà, i cui orizzonti sono quelli del rispetto e della protezione della vita, e non quelli dell’attentato a essa e del suo disprezzo.  

«Bastano queste considerazioni perché proseguiamo nella denuncia vigorosa della immoralità della legge sull’aborto e opponiamo a essa una resistenza attiva, con tutti i mezzi legittimi alla nostra portata. Il Papa e la Chiesa universale sono con noi. Sappiamo anche di essere uniti, nella stessa lotta per il riconoscimento della dignità della persona umana, con molti uomini e donne di coscienza retta. Con noi, anche loro credono nel trionfo del bene sul male e della vita sulla morte» (3).

È necessario attirare l’attenzione sulla qualità dei governanti italiani che visiteranno ufficialmente il Vaticano il prossimo 21 maggio? Quanto ad aborto, per tacere d’altro, siamo in «buone» condizioni, con qualche aggravante formale per l’on. Andreotti. Si deve ricordare che in giugno si svolgeranno delle elezioni, nelle quali il socialismo italiano aspira a un consenso che giustifichi il potere che è stato a esso affidato dai «padroni del vapore» internazionali? Serve sottolineare la «fretta» con la quale il primo governo italiano a guida socialistica ha concluso la revisione concordataria? A giudicare da come l’autorità ecclesiastica ha presentato ai fedeli l’apostasia formale del nostro Stato, ignorando assolutamente sia la dottrina cattolica tradizionale che la sua conferma conciliare, e non adducendo le motivazioni di fatto ed eventualmente pastorali che hanno causato l’arretramento su materia tanto grave, non ci si possono certo aspettare precisazioni accurate. Anche se sarebbero decisamente indispensabili, e per la visita ufficiale e per il cosiddetto «nuovo concordato».

Giovanni Cantoni

 

Note:

(1) Nota do Conselho Permanente do Episcopado Português sobre o projecto de lei de despenalização do aborto, del 31-1-1984, in Lumen. Revista de doutrinação e informação ecclesial, anno 45, serie II, n. 3, marzo 1984, pp. 3-5.

(2) Nota do Episcopado Português a propósito da aprovaçâo na especialidade da lei da despenalização do aborto, del 17-2-1984, ibid., p. 7.

(3) Visita do Primeiro-Ministro de Portugal ao Santo Padre – 5 de Março de 1984. 1. Declaração do Cardinal-Patriarca de Lisboa, ibid., anno 45, serie II, n. 4, aprile 1984, p. 21. Leggendo il comunicato emesso dalla sala stampa della Santa Sede e riportato a p. 22, non si può non notare come le affermazioni che ne ricava il cardinale patriarca di Lisbona siano veramente molto «implicite».

 

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