Pio XII (1939-1958), un Papa fra guerra totale e guerra «fredda» 

Oscar Sanguinetti 2 anni fa
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Oscar Sanguinetti, Cristianità n. 394 (2018)

 

Pio XII (1939-1958), un Papa fra guerra totale e guerra «fredda» 

 

Sono trascorsi sessant’anni dalla morte del venerabile Papa Pio XII, anni inquieti e densi di drammatici cambiamenti che hanno segnato più di una svolta nella storia dell’uma­ni­tà e della Chiesa. Vorrei rendere omaggio alla sua memoria, in questo 2018 che ha visto la canonizzazione di san Paolo VI (1963-1978) — il quale dedicò un memorabile discorso al suo predecessore (1) —, rievocandone la vicenda umana sullo sfondo del suo tempo travagliato e allegandovi qualche rapido cenno al suo magistero sociale. Rimarranno quindi esclusi da questa commemorazione l’indefes­sa e capillare azione pastorale da lui svolta, nonché gran parte del suo straordinario e ricco insegnamento — quarantatré encicliche e venti volumi di «discorsi e radiomessaggi», ben 1400 in totale (2) — in campo dogmatico, teologico e spirituale, per più di un aspetto eminente. 

Se vogliamo capire la vera statura di pontefice di Eugenio Pacelli dobbiamo per prima cosa collocare la sua figura in un continuum di eventi di cui possiamo fissare il terminus a quo negl’inizi dell’Ottocento e il terminus ad quem negli anni 1960, un periodo contrassegnato da una straordinaria accelerazione del processo di scri­stia­nizzazione della cultura e della società europea e mondiale, contrassegnato, per diametrum, dal­l’in­cessante sforzo di resistenza e di riconquista che la Chiesa cattolica — mentre si espande come non mai nei cinque continenti — intraprende soprattutto nel primo alveo della sua inculturazione più rilevante, il Vecchio Continente. I problemi e le sfide, le idee e i movimenti — massonismo, liberalismo, secolarismo, socialismo, comunismo, tecnocratismo: tutti «-ismi» esterni alla Chiesa, ma con il loro perenne pendant al suo interno — con cui egli deve confrontarsi hanno infatti origine nei ribollenti primi decenni del secolo XIX ed espandono senza interruzione la propria dinamica, intrecciandosi l’uno con l’altro, per più di un secolo fino alla vigilia del secondo conflitto mondiale. Anticipando le conclusioni, possia­mo dire che Pio XII chiude, in un certo senso, questa epoca di confronto e dopo la sua morte, la Chiesa e il mondo occidentale stesso — la sua fibra morale, la sua attenzione al trascendente, il suo ossequio implicito alla legge naturale — non saranno più quelli di prima.

Penso che oggi lo stuolo di quanti coltivano la figura di questo pontefice non sia sterminato. Coloro che vi si dedicano — più spesso per ragioni professionali —, anche quando bene intenzionati, non si esimono dal sotto­lineare la distanza di Papa Pacelli dai pontefici successivi, tutti, chi più chi meno, influenzati dal rinnovamento di cui è stato fulcro il Concilio Ecumenico Vaticano II (1962-1965). Da quelli invece che vi si accostano meno bene o male intenzionati, cattolici e non, Pio XII è visto tout court come l’emblema di un modo di concepire la Chiesa autoritario, conservatore, eurocentrico, poco ecume­nico: in breve, a simbolo di una Chiesa sorpassata e negativista, da cui oggi pare doveroso e scontato prendere le distanze. Anche per questo, non solo per l’ostilità di influenti ambienti ebraici — che tuttavia pare, alla luce di recenti acquisizioni documentarie, alquanto sopita — o per la mancanza del miracolo (3), la sua causa di bea­tificazione è avanzata a rilento ed è al momento ferma.

Tuttavia, se si guarda a lui con le lenti dello storico, non è così: se è vero che la figura di Pio XII non coincide, per più di un aspetto, con quella dei pontefici «del Vaticano II» — anche se, come si sa, anch’egli valutò concretamente l’eventualità di convocare un secondo Concilio Vaticano che chiudesse il primo, rimasto interrotto dopo il 20 settembre del 1870 —, per molte ragioni la differenza e la distanza si attenuano e, soprattutto, la sua statura non subisce alcuna menomazione, anzi, svetta come non mai nella vicenda del drammatico «secolo breve» (4), il «secolo dei genocidi» (5), il secolo delle ideologie e dei totalitarismi. 

1. Cenni biografici

La vita del futuro Pio XII si presenta quanto mai lineare e priva di eventi fuori dal comune: dà piuttosto l’impressione di una quieta, lenta e tenace crescita, di un ordinato progresso verso una meta di alta responsabilità nella Chiesa e nel mondo, fino a ricoprirne il ministero supremo. Non poche sono le somiglianze con l’iter personale e con il cursus hono­rum di Papa Leone XIII (1878-1903): una famiglia della piccola nobiltà laziale, dove vige l’antica consuetudine di servire la Chiesa di Roma; una profonda educazione religiosa e civica ricevuta da essa; una vocazione al sacerdozio nata precocemente e assecondata con ponderazione; un inizio di ministero ecclesiastico con compiti via via più importanti in seno alla Curia e alla diplomazia pontificie; quindi, in successione, l’epi­scopato, il cardinalato, la carica di camerlengo e, da ultimo, il pontificato. Di lui sotto il profilo della vita interiore e della vita personale sappiamo relativamente poco: non ha lasciato un diario come san Giovanni XXIII (1958-1963), né è disponibile un carteggio privato. Quel che di sé è noto è stato reso di dominio comune da Pacelli stesso nel corso della sua corposa comunicazione pubblica oppure nelle memorie di chi gli è stato vicino (6).

1.1 Eugenio Pacelli, l’ultimo pontefice romano «di Roma»

Eugenio Pacelli nasce a Roma nel palazzo di famiglia sito nella centrale via degli Orsini, il 2 marzo 1876. I Pacelli, originari di Onano, nel Viterbese, approdano a Roma all’inizio dell’Otto­cento: il nonno, Marcantonio (1804-1902), è chiamato a Roma dal cugino, nonché concittadino, cardinale Prospero Caterini (1795-1881), uno degli estensori del Sillabo del beato Pio IX (1846-1878), per diven­tare sacerdote e per completare i suoi studi di diritto in vista di un incarico nella magistratura ecclesiastica. Mar­cantonio Pacelli, tuttavia, non sarà ordinato prete, ma inizierà una rapida carriera di avvocato canonista. Avrà ripetutamente modo, nel corso delle dram­matiche peripezie subite dalla Santa Sede nel corso del secolo, di dimostrare la propria assoluta e intransigente fedeltà a Papa Gregorio XVI (1831-1846) e al beato Pio IX, il quale ultimo, nel 1853, quando ancora esiste lo Stato Pontificio, lo ricompenserà conferendogli il titolo di marchese. La Breccia di Porta Pia del 20 settembre 1870 lo trova vice-ministro degli Interni del Papa. Rifiutatosi di servire il nuovo regime, rimane esponente di spicco del ceto dirigente cittadino che colla­bora strettamente con la Curia ed è tra i fondatori, prima, e fra i dirigenti, poi, de L’Osservatore Romano, il quotidiano ufficioso della Santa Sede.

Anche il padre di Eugenio, Filippo Pacelli (1837-1916), cattolico fervente e terziario francescano, è avvocato ecclesiastico e impegnato politicamente, questa volta nel nuovo Regno d’Italia, ricoprendo a più riprese la carica di consigliere — due volte quella di assessore — al Comune di Roma. Il suo apostolato lo porta a collaborare alla catechesi delle classi popolari della capitale, a pubblicare a proprie spese e a diffondere in migliaia di copie le Massime Eterne di sant’Alfonso Maria de’ Liguori (1696-1787), nonché a organizzare opere caritative e a difenderne di già esistenti dalla statalizzazione della beneficenza portata avanti aggressivamente dal governo liberale. 

Nel 1871 Filippo sposa Virginia Graziosi (1844-1920), che gli dà quattro figli, due maschi e due femmine: Eugenio è il terzogenito; l’altro figlio maschio, Francesco (1874-1935), seguirà le orme del padre nell’av­vocatura ecclesiastica e ricoprirà incarichi di grande responsabilità per conto della Santa Sede, collaborando anche alla redazione dei Patti Lateranensi nel 1929. Nel corso dello stesso anno, Francesco riceverà da Papa Pio XI (1922-1939) il titolo di marchese, titolo recepito nel 1941 anche dalla Corona italiana.

1.2 Studia in un liceo «laico»

Compiuti gli studi di base, Eugenio Pacelli all’età di nove anni viene iscritto al nuovo ginnasio-liceo — che allora comprendeva le attuali scuole medie — Ennio Quirino Visconti di Roma, un istituto statale fondato nel 1871 e sito nell’edificio dell’antico Collegio Romano dei gesuiti, dall’orienta­mento decisamente laicistico: una scelta nettamente in controtendenza rispetto alle usanze separatistiche di un’epoca di forte contrapposizione fra le «due Italie», quella cattolica e quella liberale. E una scelta che si può leggere forse come un tentativo coraggioso, da parte dei genitori, di far familiarizzare fin da subito il loro Eugenio con il mondo, ovvero con le idee, ormai maggioritarie, e con le persone con le quali si sarebbe trovato a vivere da grande. Egli crescerà a contatto con i rampolli della nuova classe dirigente romana e spesso italiana. Un suo compagno di classe così lo descriverà molti anni dopo: «Una volontà ferrea, una austera integrità di costumi e di carattere: gentilissimo con tutti, socievole, anche se un po’ riservato. Era alto, per la sua età, magro, con gli occhiali. Studiosissimo, fornito di un’intelligenza vivida e equilibrata, ci sor­prendeva per la sua prontezza in greco e in latino […]. Amava tutti i compagni e ne serbò sempre vivo e grato il ricordo» (7). In questi anni, a causa della sua costituzione esile, incontra a più riprese problemi di salute, che gli impongono pause nella frequenza scolastica: si sforza tuttavia con tenacia di vincere questo handicap compiendo ripetuti esercizi fisici, soprattutto durante le vacanze estive.

La vocazione sacerdotale viene manifestata alla famiglia nell’estate del 1894 — l’anno della licenza liceale —, dopo un breve ritiro spirituale presso la chiesa romana di Sant’Agnese fuori le Mura, durante il quale Eugenio ha meditato sotto la guida degli Esercizi spirituali di sant’I­gna­zio di Loyola (1491-1556). Nell’ottobre dello stesso anno entra all’Almo Collegio Capranica di Roma e si iscrive a Teologia presso l’Università Gregoriana, dove si licenzierà nel 1901. Poco dopo si laurea in Teologia e in utroque iure, ossia in Diritto Civile e in Diritto Canonico, alla Lateranense. L’intenso impegno che mette negli studi gli causa rinnovate difficoltà di salute: un principio di esaurimento nervoso lo obbliga infatti a continuare il seminario come esterno. Superata la crisi, si iscrive a Teologia e a Diritto presso l’Istituto San­t’Apollinare dell’Università Lateranense, non­ché — anche qui in scarsa armonia con le consuetudini del tempo — a Filosofia, presso La Sapienza, sebbene per la durata di un solo anno accademico, il 1895-1896. 

Il 2 aprile 1899, domenica di Pasqua, ancora dopo essersi preparato con un ritiro spirituale, questa volta presso i padri sulpiziani, viene ordinato sacerdote e celebra la prima Messa il giorno successivo. Fa i suoi primi passi nel ministero spirituale presso la Chiesa Nuova, retta dai padri oratoriani, la parrocchia di famiglia. Opera altresì a sussidio del clero cittadino, collaborando alle liturgie, alla catechesi, all’assistenza spirituale alle comunità di religiose: non assume però impegni tanto gravosi da poterlo distogliere dallo studio. 

1.3 «Minutante» alla Segreteria di Stato

Durante il secondo anno di Giurisprudenza, introdottovi dal cardinale Vincenzo Vannutelli (1836-1930), inizia l’apprendistato come «minutante» — estensore di discorsi, lettere e documenti — presso gli uffici della Segreteria di Stato sotto Papa san Pio X (1903-1914). Sarà segretario della commissione per la codificazione del diritto canonico istituita dal Papa veneto: come ricorda Paolo VI, «[…] tutto il Codice passò per le sue mani» (8). Alla scuola dei grandi diplomatici ecclesiastici del tempo, il cardinale Pietro Gasparri (1852-1934) e il cardinale, nonché servo di Dio, Rafael Merry del Val y Zulueta (1865-1930), e della loro dottrina che privilegiava la prassi concordataria, Eugenio Pacelli si appassiona talmente e si dedica così intensamente al suo lavoro da «bruciare» in pochi anni le tappe della carriera diplomatica vaticana: sottosegretario della Con­gre­ga­zione per gli Affari Ecclesiastici Straordinari nel 1911, pro-se­gre­ta­rio l’anno seguente, segretario nel 1914, nunzio apostolico nel 1917. In coincidenza con questa ul­tima nomina, Papa Benedetto XV (1914-1922) eleva il giovane prelato romano — lo era divenuto nel 1905 — alla dignità episcopale, ordinandolo arci­vesco­vo titolare di Sardi, in partibus infidelium, il 13 maggio 1917, che coincide — da Papa lo rileverà più volte con commozione (9) — con la prima apparizione della Vergine a Fatima, in Portogallo.

Nell’ambiente vaticano mons. Pacelli si è già se­gnalato, oltre che per l’indefessa dedizione al suo lavoro, per i risultati conseguiti nel caso del Concordato fra la Santa Sede e il Regno di Serbia del giugno del 1914, a pochi giorni dallo scoppio del primo conflitto mondiale.

1.4 Nunzio apostolico in Germania

Nominato nunzio apostolico in Baviera — l’unica nunziatura allora esistente sul suolo germanico —, durante il lungo e sanguinoso scontro fra le potenze europee ricopre una posizione importante all’interno del più forte degli Imperi centrali, il che gli offrirà l’opportunità di cercare d’influire in qualche misura sull’andamento della guerra. Il futuro Pio XII si dedicherà con tutte le sue forze al compito di pacificatore e di questa sua vocazione farà in seguito la divisa — Opus justitiae pax — del suo pontificato. Fin dall’indomani del suo arrivo a Monaco, il giovane arcivescovo — di Sardi — si prodiga prima presso l’ultimo re di Baviera, Ludwig III di Wittelsbach (1845-1921), e poi presso il Kaiser Guglielmo II di Hohenzollern (1859-1941), per dimostrare l’insufficienza delle ra­gioni politiche che hanno scatenato il conflitto, per supplicare il ritorno alla negoziazione, sottolineando — nel 1917 se ne intravedono già i dram­matici segnali — come il protrarsi della guerra porterebbe alla sconfitta di tutti i belligeranti, dei vincitori come dei vinti. Nell’indirizzo a re Ludwig per la presentazione delle credenziali, mons. Pacelli esprime la sua idea di pace: «Forse mai, come in quest’ora tanto grave, si è sentito profonda­mente il bisogno di ricostruire l’umana società sulla solida base della giustizia cristiana, né mai, come in quest’ora colma di responsabilità, è apparso chiaro che una pace giusta e duratura può unicamente poggiare sulle solide basi del diritto cristiano» (10).

Tutte le iniziative per giungere a una sospensione dello scontro, tanto quelle vaticane, quanto quelle emerse a tratti anche in seno ai Paesi bell­i­geranti — i più intensi saranno quelli promossi dal beato Carlo d’Asburgo (1887-1922), giovane imperatore di Austria e re apostolico di Ungheria —, in quel fatidico 1917 che vede l’uscita dalla guerra della Russia neo-bol­scevica, la sconfitta italiana a Caporetto e l’entrata in guerra degli Stati Uniti d’America, non hanno però seguito e il conflitto consu­merà il suo corso di lutti e di distruzioni fino in fondo. Mons. Pacelli si troverà ben presto a dover affrontare a fianco del popolo bavarese il tumultuoso dopo­guerra, segnato dallo sconforto per l’ingiustizia patita a Versailles; punteggiato di tentativi insurrezionali bolscevichi, repressi sanguinosa­mente dallo Stato tedesco attraverso i «corpi fran­chi» (11); dove la gente patirà il disastro economico della Repubblica «di Weimar» — in realtà sempre il vecchio Reich, però con una costituzione democratico-presi­denziale — e assisterà all’a­scesa prepotente dell’astro hitleriano. Nominato nel 1920 nunzio presso la nuova «repubblica», mons. Pacelli nel 1925 si trasferisce a Berlino, la ex capitale prussiana, dove opera per la stipulazione di nuovi concordati: dopo quello con la Baviera (1924) — che pur non essendo più regno, ha conservato ampie autonomie politiche —, quello con la ex Prussia (1929) e quello con il Baden (1932) che sarà concluso quando egli non sarà più in Germania. La stagione tedesca del futuro pontefice — che conserverà sempre un affetto particolare per il popolo e per la cultura germanici — ha infatti termine nel 1929, allorché Pio XI lo richiama a Roma e lo insignisce della dignità cardinalizia (16 dicembre), nominandolo subito dopo, il 7 febbraio 1930, segretario di Stato.

1.5 Da segretario di Stato a successore di Pietro

Nei nove anni nei quali ricopre questa carica il cardinale Pacelli intrattiene un’intensa corrispondenza con i governi di tutto il mondo, imponendosi altresì una mobilità straordinaria per quei tempi, ricorrendo talora anche all’aeroplano, sì da meritarsi l’appellativo di «cardinale volante». Nel 1934 è cardinal legato di Pio XI al Congresso Eucaristico di Buenos Aires; l’anno successivo è invece a Lourdes per la chiusura del­l’Anno Santo straordinario, indetto nel diciannovesimo centenario della Redenzione, mentre nel 1936 effettua un lungo viaggio — in forma privata — attraverso gli Stati Uniti, dove ha modo di visitare un gran numero di co­munità e di istituzioni cattoliche, avendo pure l’opportunità di incontrare il presidente Franklin Delano Roosevelt (1882-1945); l’anno seguente è a Lisieux, in Francia, per la beatificazione di santa Teresa di Gesù Bambino (1873-1897); infine, nel 1938, si reca in Ungheria come rappresentante del Papa al Congresso Eucaristico Internazionale. 

Ma ecco che, proprio mentre si addensano via via più nere le nubi di un altro immane conflitto fra le nazioni europee, il 10 febbraio 1939, muore Pio XI. Il cardinale Eugenio Pacelli, che è dal 1935 camerlengo della Curia pontificia, ha il compito di celebrarne le esequie e di disporne la successione. Toccherà a lui uscire Papa dal conclave-lampo — tre soli scrutini — che riunisce in Vaticano sessantadue cardinali fra il 1° e il 2 marzo 1939.

2. Il pontificato 

Si apre così un pontificato ventennale, segnato indelebilmente dalla guerra mondiale — «calda» prima, «fredda» poi —, ma caratterizzato altresì da uno straordinario sforzo di pace, che vuole attestare così tangibilmente la presenza di Cristo nel mondo e nella vita delle nazioni. 

Esso avrà termine quando Pio XII, il Pastor angelicus — primo Papa romano autentico dopo due secoli, ma anche ultimo Papa romano —, dopo una lunga e dolorosa malattia, chiuderà gli occhi, all’alba del 9 ottobre 1958, presso la residenza estiva dei papi di Castelgandolfo, nei pressi di Roma.

2.1 Il quadro cronologico

Il pontificato di Pio XII, sotto il profilo della storia profana, si può dividere approssimativamente in tre periodi. 

Dapprima, i drammatici anni della Seconda Guerra Mondiale (1939-1945), che terminano con la scomparsa del regime fascista in Italia e del nazio­nalsocialismo in Germania. Quindi il dopoguerra, con la prepotente avanzata sovietica nell’Europa orientale, dalla Prussia all’Austria, e con l’inizio dell’«americanizzazione» del Vecchio Continente. Ma anche, fino all’incirca all’inizio degli anni Cinquanta, lo sforzo di ricostruzione non solo materiale bensì morale dei singoli Paesi devastati dalla guer­ra. Infine, lo scoppio della «terza guerra mondiale» — «fredda», ma non meno omicida —, negli anni 1950, quando si assiste alla sfida lanciata dal comunismo internazionale all’Occidente libero e in cui inizia a emergere il cosiddetto Terzo Mondo.

2.2 La Seconda Guerra Mondiale

Nello stesso mese della sua incoronazione, nel marzo 1939, il Terzo Reich invade la Cecoslovacchia e si annette, dopo un plebiscito, l’Au­stria, coronando così il sogno dei pangermanisti. Il Papa conosce bene la nazione tedesca, la sua cultura, il suo «spirito» e ha potuto osservare da vicino la nascita e l’affermarsi del movimento nazionalsocialista: egli è stato, anzi, uno dei principali estensori dell’enciclica Mit brennender Sorge, con la quale Pio XI ha condannato nel marzo di due anni prima il «neopaganesimo» del regime hitleriano. Inoltre, da segretario di Stato, ha continuato a mantenere stretti rapporti con i presuli tedeschi, sottoposti all’offensiva del regime totalitario e bersaglio prediletto delle campagne di calunnia scatenate dai fogli governativi. E la resistenza di eroici pastori come i cardinali Michael von Faulhaber (1869-1952) e beato Clemens August von Galen (1878-1946) contro il totalitarismo razzista ed eugenista del regime ha visto il costante sostegno del vescovo di Roma.

Nell’imminenza del conflitto, il 24 agosto 1939, Pio XII rivolge un appello ai Paesi che, per il meccanismo delle alleanze, stanno per scendere in campo. Al cancelliere tedesco, Adolf Hitler (1889-1945), del quale conosce bene le idee e l’animus, si ritiene egli abbia in particolare rivolto il passo più volte citato: «È con la forza della ragione, non con quella delle armi, che la Giustizia si fa strada. E gli imperi non fondati sulla Giustizia non sono benedetti da Dio. La politica emancipata dalla morale tradisce quelli stessi che così la vogliono. Imminente è il pericolo, ma è ancora tempo. Nulla è perduto con la pace. Tutto può esserlo con la guerra» (12).

Pio XII, come a suo tempo Benedetto XV, tenterà tutto quanto in suo potere, sia in veste di vicario di Cristo sia di capo di Stato, per impedire il nuovo, prevedibilmente apocalittico, dramma. Quando esso, poi, tragicamente scoppierà, il Papa si adopererà strenuamente per evitarne l’al­largamento a nuovi Paesi — come nel caso dell’Italia, quando si spinge persino a violare il plurisecolare protocollo vaticano, recandosi in visita ai reali d’Italia nella ex residenza dei papi, il palazzo del Qui­ri­na­le, nel dicembre del 1939 —, per mitigarne la violenza, per abbreviarne il corso, per dare sollie­vo alle sofferenze dei combattenti, dei prigionieri, della popolazione civile sempre più duramente coinvolta nel conflitto. Rimarrà famosa la sua uscita dal Vaticano per recarsi fra la popolazione romana colpita dai bombardamenti alleati nel luglio del 1943. È anche universalmente noto il ruolo da lui avuto dopo l’8 settembre 1943 nella difesa della città santa, della sua diocesi, del popolo di Roma — inclusa la comunità ebraica aggredita dai nazionalsocialisti — dalla rabbia dell’ex alleato tradito dell’Italia, sì da meritare l’appellativo di defensor Civitatis. Lo storico «laico» Federico Chabod (1901-1960) scriverà: «la popolazione volge il suo sguardo a San Pietro. Viene meno un’autorità, ma a Roma — città unica sotto quest’aspetto — ne esiste un’altra: e quale autorità!» (13).

Durante il conflitto Pio XII manterrà una rigida — e spesso per lui dolorosa — equanimità fra i belligeranti. Perfino quando le armate del Patto d’Acciaio invadono l’Unione Sovietica nell’estate del 1941, Pio XII evita di associarsi e di associare la Chiesa alla cosiddetta «crociata anti-bol­scevica» propagandata da Adolf Hitler e dai suoi alleati, dimostrando di giudicare con lo stesso metro il regime nazionalsocialista e quello staliniano.

Troppo lungo sarebbe enumerare tutti gli episodi che vedono pro­ta­go­nista o coinvolto Pio XII durante il conflitto mondiale. Oltre ai suoi ininterrotti appelli alla cessazione delle ostilità, ricordo i suoi aurei insegnamenti — che la radio riesce a far pervenire oltre i fronti e le frontiere — sulla «pace interna delle nazioni» e sulle condizioni per una autentica pace fra i popoli, con cui palesemente «prepara» il dopoguerra. Ricordo la sua vicinanza e il discreto appoggio alla resistenza anti-hitleriana in Germania, per lo più di stampo religioso e aristocratico. Ricordo la sua imparzialità nel prodigarsi per i soldati al fronte, per le vedove e gli orfani, per i prigionieri di ogni nazionalità. 

Quando poi le sorti della guerra volgono a favore degli Alleati e gli vengono rese note — da parte di Myron Taylor (1874-1959), rappresentante personale del presi­den­te Roosevelt presso la Santa Sede dal settembre del 1942 — le dure clausole del piano di pace alleato — resa incondizionata delle potenze dell’Asse, occupazione, divisione e riduzione territoriale della Germania, pesanti riparazioni di guerra —, il Papa si prodiga per farle attenuare. Negli anni successivi, quando ormai le armate anglo-ame­ri­cane e sovietiche stringono sempre più da presso il Reich, il Pontefice non si esime dal criticare l’eccessiva lentezza con la quale si svolge l’a­vanzata degli eserciti occidentali verso il Reno, con il rischio di allargare l’area di territorio tedesco occu­pato dalle truppe comuniste al termine del conflitto. Nell’immi­nenza, infine, della sconfitta hitleriana, prevedendo lucidamente lo scenario post­bellico e il dilatato peso della potenza sovietica nel mondo, non esita a sollecitare la democrazia statunitense a svolgere responsabilmente il ruolo di baluardo del mon­do libero e a «[…] neutra­lizzare le tentazioni al ritorno all’isolazionismo dopo la fine della guerra, parti­colarmente forti nell’amministra­zione Roosevelt» (14).

Come già avvenuto con Benedetto XV, nel deserto di rovine materiali e morali in cui è stato trasformato il Vecchio Continente, dopo la fine delle ostilità la figura del Pontefice «di tutti» si erge maestosa come autorità spirituale e, in certa misura — di sicuro nell’Italia crollata l’8 settembre e devastata dai bombardamenti e, al Nord, dalle stragi germaniche e dalla guerra partigiana —, anche come riferimento autori­tativo secolare. Forti saranno i lega­mi da lui intessuti, specialmente, dal 1953, attraverso l’amicizia con l’amba­sciatrice americana presso la Repubblica Italiana, la convertita Clare Boothe Luce (1903-1987), con il mondo americano, che dopo il 1945 «sbarca» massicciamente in Europa, determinandone sempre più i connotati culturali e i destini politici. Grazie all’accresciuto prestigio conseguito da Pio XII, la Chiesa di Roma si presenterà come l’a­nima della ricostruzione materiale e morale dei Paesi occidentali, nonché il motore della ripresa di slancio ricostruttivo di un tessuto ecclesiale lacerato o in alcuni Paesi sottoposto al regime dell’ateismo militante.

2.4 Il dopoguerra e il comunismo

2.4.1 La «Chiesa del silenzio»

Con la vittoria sovietica nella guerra mondiale una nuova grande calamità si abbatte sulle nazioni dell’Est europeo e minaccia quelle occi­dentali: il comunismo staliniano. Dall’immenso impero euro-asiatico degli zar, nel quale si è installata fin dall’ottobre del 1917, l’ideologia marxista-leninista, aggressivamente atea e materiali­stica, dilaga e penetra fin nel cuore dell’Europa. In sincronia con la conquista militare si attua la tragedia della persecuzione di Stato e dell’annientamento delle Chiese e delle comunità cristiane, della repressione violenta di ogni manifestazione religiosa pubblica e dell’incarceramento di presuli e clero. Ciò non più solo nelle terre dell’impero sovietico, dove maggiormente colpite erano state le chiese autocefale ortodosse, ma ora anche in popoli di tradizioni cattoliche e di libertà assai più antiche. In un breve volgere di tempo, fra il 1945 e il 1948, in Polonia, Ungheria, Cecoslovacchia, Romania, Bulgaria, Germania Orientale, Jugoslavia, Albania, Lituania, Lettonia, Estonia salgono al potere governi egemonizzati dai partiti comunisti, i quali instaurano regimi di «democrazia popolare» che in realtà sono totalitarismi e collettivismi di Stato, asserviti, più meno strettamente, all’URSS e al Cominform.

Anche fuori dall’Europa, negli anni di Pio XII, il socialismo ateo mette a segno nuove conquiste: nel 1949 cade l’immensa Cina, l’anno successivo una parte della Corea, nel 1954 il Vietnam settentrionale, mentre l’intera ex Indocina francese è esposta al rischio di una rapida comunistizzazione. E un solo anno dopo la sua morte conquisterà Cuba.

Lo scopo della persecuzione è ridurre la struttura ecclesiastica «al­l’osso», alla sola presenza degli ordinari e di qualche sparuto sacerdote, facendola a poco a poco estinguere per mancanza di nuova linfa. Parallelamente vengono dispiegate ovunque azioni volte a staccare le gerarchie locali da Roma e campagne di ateizzazione di massa. 

In questo doloroso periodo — protrattosi peraltro almeno fino al 1989 — la Chiesa cattolica sarà gravemente impedita nella sua missione e si presenterà non più come Chiesa dell’annuncio, bensì come una Chiesa «con le braccia legate, con le labbra chiuse, la “Chiesa del silenzio”» (15). Mentre questa resistenza dei credenti contribuirà a popolare massicciamente le prigioni e i campi di lavoro forzato in Siberia e nella zona artica, il mondo libero abbandonerà alla loro sorte — tranne lodevoli eccezioni, in genere di privati — i cristiani dell’Est, le resistenze anti-comuniste — che si protrarranno fino al 1958 —, i popoli privati della loro libertà. Anche quando essi insorgono con la forza della disperazione, come farà l’Un­gheria nel tragico ottobre del 1956, l’Occidente non muoverà un muscolo.

A questi cristiani e ai loro vescovi e preti non verrà mai meno l’ener­gico sostegno, il commosso conforto, l’illuminazione nell’oscuro e difficile frangente: il Santo Padre, opportune et importune, pregherà e leverà la sua voce di pastore e di vicario di Cristo in loro favore. Particolarmente veemente e appassionata si fa la parola del Papa al momento dei processi-farsa contro il primate di Ungheria, cardinale József Mindszenty (1892-1975), contro l’arcivescovo di Zagabria, il beato mons. Alojzije Viktor Stepinac (1898-1960), contro il vescovo ceco mons. Josef Beran (1888-1969), infine, contro l’arcivescovo di Varsavia e cardinale, il venerabile Stefan Wyszyński (1901-1981), ma anche a favore di tante altre figure meno note di eroici presuli, incarcerati e perseguitati. 

Il pontefice non esita a esternare la sua preoccupazione e la sua condanna per mezzo di encicliche, ossia lettere indirizzate alla gerarchia universale, fra le quali ricordo la Anni sacri e la Summi maeroris, entrambe del 1950, nonché tre lettere, dedicate alla persecuzione in Cina, la Evangelii praecones del giugno 1951, la Cupimus imprimis del gennaio 1952 e la Ad Sinarum gentes dell’ottobre 1954. All’insurrezione anti-comunista ungherese del 1956, condannandone la tragica repressione, dedicherà tre encicliche: la Luctuosissimi eventus del 28 ottobre, la Laetamur admodum del 1° novembre e la Datis nuperrime del 5 novembre.

2.4.2 Il 18 aprile 1948

Pio XII sarà anche l’anima della resistenza del popolo italiano contro la minaccia di un’ascesa al potere del socialcomunismo per via elettorale nelle prime elezioni politiche repubblicane, quelle del 1948. Alla vigilia del 18 aprile di quell’anno tutto lascia prevedere una clamorosa vittoria del Fronte Popolare, la coalizione dei partiti socialcomunisti «pilotata» da Mosca, il cui esito pronosticabile è l’entrata del Paese nell’orbita dell’URSS oppure uno scontro armato di proporzioni imprevedibili fra comunisti filo-sovietici e anti-comunisti «atlantici». Grazie alla grandiosa mobili­tazione dell’associazionismo cattolico promossa dal Papa, che creerà in extremis — l’8 febbraio 1948 — una struttura pre-politica ad hoc, tratta dagli Uomini di Azione Cattolica e diffusa capillarmente su tutto il territorio nazionale, i Comitati Civici, affidati alla guida del medico veneziano Luigi Gedda (1902-2000), il Fronte sarà pesantemente sconfitto e la Democrazia Cristiana (DC) — partito non ufficialmente catto­lico — otterrà la maggioranza assoluta dei seggi parla­mentari.

2.4.3 La scomunica ai comunisti

Non va dimenticato che, dopo la vittoria cattolica del 18 aprile, il Papa non cesserà da un lato di sostenere il confronto con un avversario socialcomunista sconfitto ma non domato e assai potente localmente e dal­l’altro di irrobustire il movimento laicale cattolico, allora in Italia al culmine della sua presenza come numeri e come «potenza di fuoco». Sotto il primo aspetto ricordo il decreto della Congregazione del Santo Uffizio che sanciva lo stato di scomunica degli iscritti al Partito Comunista Italiano, ateo e materialista, che incorreva pienamente nelle censure e nelle messe in guardia che Pio XI aveva posto in calce alla sua enciclica del 1937 Divini Redemptoris, e a chi cooperasse alle sue attività e campagne politiche. Dall’altro lato, gl’innumerevoli discorsi e messaggi inviati all’A­zione Cattolica e a tutte le altre organizzazioni cattoliche, chiarendone le prospettive e le mete, incoraggiandole all’azione e ravvivandone la vita interiore.

2.5 L’ultimo decennio

Negli anni della «guerra fredda» Pio XII mantiene un contegno rigorosamente filo-atlantista, mentre cerca di animare le nuove compagini statali a regime democratico a trarre il massimo bene dalle libertà politiche riconquistate, a non farsi trascinare verso il basso da concezioni appiattenti e volgari, a mantenere alto il tono rinforzando tutte quelle realtà di élite, umane e culturali in grado di elevare la qualità della vita pubblica nel nuovo contesto istituzionale. Così pure cerca di capire e di valutare correttamente la profluvie di novità che investe la vita quotidiana della gente comune, dai gesti più elementari e dalle pratiche più comuni — le riviste, il cinema, l’abbigliamento e il look — fino ai modelli che i nuovi stili «di rottura» affioranti fra i giovani iniziano a imporre. 

I suoi secondi e ultimi dieci anni di pontificato coincidono nella politica italiana con il periodo del cosiddetto centrismo, dominato dalla figura di Alcide De Gasperi (1881-1954) e dalle correnti più conservatrici della DC e, quindi, non dovrà affrontare la drastica accelerazione nella politica e nel costume subita dai suoi successori. Papa Pio XII comunque cercherà — sebbene con relativa difficoltà — di contenere le derive verso la sinistra che sa essere insite nel vasto mondo ideologico e associativo in cui si articola il partito democratico cristiano: anzi, critico verso il partito e il governo degasperiano, cercherà di dare l’appoggio del Vaticano a iniziative come, nel 1952, la cosiddetta «Operazione Sturzo» ispirata dal «partito romano» (16), per evitare che alle elezioni amministrative il Comune di Roma cada in mani non cattoliche.

3. Pio XII e gli ebrei

Un cenno a parte merita la questione della presunta corresponsabilità di Pio XII nella persecuzione degli ebrei europei.

All’inizio degli anni 1960 affiora — principalmente in una piéce del giovane drammaturgo tedesco dell’Est Rolf Hochhuth, Il Vicario (17), anda­to in scena nel 1963; nonché dai libri di uno storico ebreo, Guenter Lewy (18), e, infine, dallo storico ecclesiastico, ex sacerdote di orientamento anticlericale, Carlo Falconi (1915-1988) (19) — la tesi secondo cui Pio XII avrebbe taciuto davanti agli orrendi crimini commessi dai nazionalsociali­sti tedeschi contro gli ebrei, soprattutto negli anni della guerra.

La gravità dell’accusa, nonché la clamorosa campagna orchestrata dal­­la stampa liberal — allora in via di forte ascesa anche in Italia — contro l’operato del defunto pontefice, suscitano immediatamente reazioni in campo cattolico, fra le prime delle quali quella di monsignor Giovanni Battista Montini (1897-1978), il futuro Paolo VI, allora arcivescovo di Milano, che nel 1963, a pochi giorni dalla sua elezione al ponti­ficato, scrive una lettera di protesta contro Il Vicario al settimanale cattolico inglese The Tablet, sostenendo la tesi — che è poi quella più veritiera — della impossi­bilità di conver­tire i nazionalsocialisti, soprattutto di mutare la loro ideolo­gia radicalmente anti-semita, e del maggior danno che sarebbe derivato ai perseguitati ebrei da una presa di posizione esplicita da parte del Papa (20).

La smentita definitiva delle accuse contro Pio XII verrà dalla pubbli­cazione, fra il 1965 e il 1981, degli undici volumi degli Actes et documents du Saint-Siège relatifs à la Seconde Guerre Mondiale (21), curati degli storici gesuiti Pierre Blet (1918-2009), Angelo Martini (1913-1981) e Burkhart Schneider (1917-1976). In essi sono contenuti i documenti e le prese di posizione ufficiali della Santa Sede e di altri, in particolare, nel decimo volume, una raccolta di testimonianze di gratitudine nei confronti di Pio XII provenienti da singoli esponenti e da dirigenti di comunità e di associazioni ebraiche di tutti i Paesi del mondo. Da questi atti emerge in quale modo il Vaticano abbia mobilitato la sua diplomazia e ogni genere di comunità cristiana — diocesi, istituti religiosi, monasteri e conventi, sacerdoti, semplici religiosi e religiose, laici — nelle varie nazioni sotto il domi­nio hitleriano ordinando loro di prodigarsi per aiutare — basti pensare al contributo in oro offerto dalla Santa Sede nel 1943, agli esordi delle angherie commesse dalle SS contro la comunità israelitica romana — a sfuggire alla deportazione e ai campi di sterminio tanti fratelli in Abramo. 

Pio XII farà poco per nascondere la sua avversione verso il tiranno germanico (22), fino al punto da informare, tramite diplomatici presso la Santa Sede, i governi belga e olandese dell’imminente aggressione militare tedesca nel 1940. Ma anche, addi­rittura, da vedere di buon occhio e da appoggiare i tentativi di deporlo, anche a costo di e­liminarlo fisicamente, messi più volte in atto dall’op­posizione anti-nazionalsocialista. Tanto che il Führer, allorché viene a conoscenza dell’azione discreta di Pio XII — già noto al regime come estensore materiale della Mit brennender Sorge — a favore degli ebrei, giunge a concepire un piano per il suo rapimento e la sua deportazione in Germania, simile a quello attuato il 12 settembre 1943, dopo l’8 settembre, per liberare il Duce del fascismo Benito Mussolini (1883-1945) dalla prigionia sul Gran Sasso. 

Se Pio XII sceglie la via dell’aiuto discreto e non quella della condanna clamorosa ed esplicita — in realtà non sono infrequenti nelle sue esternazioni le occasioni in cui condanna le discriminazioni e le violenze per ragioni di «stirpe» (23) — della persecuzione contro gli ebrei, lo fa consapevolmente (24).

Nel 1942 avalla una pastorale dei vescovi dell’Olanda occupata contro la per­secuzione degl’israeliti: ma, una volta letta nelle chiese, le misure anti-ebraiche saranno inasprite ed estese a nuove comunità e condizioni. Il caso più clamoroso di questa nuova ondata persecutoria sarà la deportazione della religiosa carmelitana tedesca santa Teresa Benedetta della Croce, la filosofa ebrea convertita Edith Stein (1891-1942), che, esule nel carmelo di Echt in Olanda, finirà in un campo di sterminio insieme alla sorella Rosa (1883-1942), anch’el­la carmelitana, nonostante la loro nazionalità e il loro stato di vita. E, occorre dirlo, Pio XII mantiene la stessa linea dell’e­quidistanza anche davanti alla persecuzione di altre nazionalità e comunità religiose, inclusi i cattolici, come ricordano le vicende esemplari di padre san Massimiliano Maria Kolbe (1894-1941), del beato don Tito Bran­dsma (1881-1942) e di innumerevoli altri. La strategia vaticana di equidistanza è rivelata limpidamente da un dispaccio della Segreteria di Stato, del maggio del 1942, in cui monsignor Domenico Tardini (1888-1961), futuro segretario di Stato di Papa san Giovanni XXIII, scrive: «Non sembrerebbe […] opportuno un atto pubblico della S. Sede per condannare e protestare contro tante ingiustizie. Non già che manchi la materia; non già che non rientri, tale condanna, nei diritti e nei doveri della Santa Sede. […] ma ragioni pratiche sembrano imporre di astenersi […] da simile pubblica manifestazione. […] In definitiva, una pubblica dichiarazione della S. Sede verrebbe ad essere snaturata e sfruttata a finalità persecutive» (25).

Se fino al 1942 le attività di deportazione e di sterminio sono in com­plesso condotte a un ritmo «ridotto», quell’anno, il 20 gennaio, nella conferenza del Groβen Wannsee, un lago nei pressi di Berlino, in assenza di alternative «indolori» a causa della guerra (26), viene decisa la «soluzione finale» del «problema ebraico» e inizia lo sterminio su scala industriale (27), nei terribili Vernichtungslager, i campi di annientamento, allestiti ad hoc su territorio polacco e bielorusso — il più esteso e omicida dei quali fu il complesso di Auschwitz (Oświęcim)-Birkenau (Brzezinka)-Monowitz (Mo­nowice) —, degli ebrei residenti nei territori controllati dal Terzo Reich. Dopo l’occupazione dell’URSS, specialmente nell’Ucraina sovietizzata che ospitava numerosi insediamenti ebraici, comincia lo sterminio su larga scala con mezzi «tradizionali» attuato con l’impiego di reparti speciali, gli Einsatzgruppen. Formate da regolari, da militi delle SS e da poliziotti, che avanzano al seguito della Wehrmacht, queste unità sopprimono in massa e senza processo ebrei, zingari, commissari politici comu­nisti e partigiani. Questa escalation nel massacro, che non può non trapelare — anche se ne sfugge il terribile disegno complessivo e quindi la sua dimensione — oltre il fronte, e la politica di equidistanza, cui si aggiunge la materiale impotenza a intervenire in qualsiasi modo, si trasformano allora per il Papa in un’autentica croce. 

Le ricerche più aggiornate, specialmente sul fronte delle misure di aiu­to ai perseguitati, hanno fatto ormai impallidire l’immagine di un Pio XII filo-hitleriano, alteramente e cinicamente indifferente all’Olo­causto ebraico. Ciononostante, permane una sorda ostilità nei suoi confronti, in cui si intrecciano e si enfatizzano a vicenda focolai non ancora spenti di animosità anti-cristiana di alcuni ambienti ebraici e radicalismo progressista cattolico (28).

4. Il magistero sociale

Pio XII è il primo Papa a fare largo uso dei mezzi di comunicazione di massa. A lui risalgono i primi tentativi — anche se le prime immagini filmate di un papa sono addirittura quelle di Leone XIII (1878-1903) — di comunicare direttamente con il popolo attraverso i rotocalchi illustrati, la radio, le riprese televisive e il cinematografo (29). Le sue encicliche sono nume­rose, ma ancor più esteso è il numero delle allocuzioni pronunciate durante le udienze pubbliche, dei messaggi ai popoli, dei sermones ad statum — i discorsi indirizzati a vari ceti vocazionali e professionali —, quelli in occasione di commemorazioni, beatificazioni e canonizzazioni, fra cui ricordo solo quella di san Nicolao della Flüe (1417-1487), nel 1947, un eremita svizzero — nonché padre di dieci figli — che il Papa aveva particolarmente caro.

I suoi testi si segnalano per uno stile efficace che coniuga semplicità e concisione con una forma letteraria quanto mai pregnante e facile da me­morizzare (30). Papa Pacelli non tralascerà di affrontare alcun tema, né di rivolgersi ad alcun ambito, professione o stato di vita. Memorabili sono i suoi discorsi alle organizzazioni di apostolato laicale, ai giuristi, agli operatori sanitari e alle donne cattoliche. A quest’ultimo riguardo, consapevole della potenza delle sollecitazioni fuorvianti delle riviste femminili dilaganti e dei primi fotoromanzi sentimentali, spingerà i suoi commenti e i suoi suggerimenti fino a un dettaglio mai raggiunto prima da un pontefice.

Su quali punti l’insegnamento sociale di Pio XII insiste particolarmente? Egli avverte lucidamente i pericoli per la fede popolare insiti nei mutamenti della società occidentale nel cuore del secolo XX, tanto a livello delle microstrutture — il matrimonio, la famiglia, gli ambienti di lavoro e di studio —, quanto a livello di istituzioni statuali e sopranazionali. Egli cerca di affrontare e di illuminare ogni questione, elaborando per ciascuna una soluzione ex fide, ex ratione ed ex experientia. Talvolta la sua parola è ascoltata e accettata, ma più spesso, anche se più volte reiterata autorevolmente, non vale a conquistare il consenso degli intelletti e a smuovere le volontà, così che al pontefice non resta altra via, almeno per il gregge a lui affidato dalla Provvidenza, se non quella di una dolorosa, ma motivata, condanna: l’integrità della verità e della fede è più importante per la Chiesa che non la libertà di opinione dei ricercatori.

Vi è una frase, pronunciata da Pio XII a due anni circa dalla sua ascesa al soglio di Pietro — nel radiomessaggio di Pentecoste al mondo del 10 giugno 1941 —, che riassume e ci dà la chiave per cogliere il senso profondo della dottrina sociale cristiana: «Dalla forma data alla società, consona o no alle leggi divine, dipende e s’insinua anche il bene o il male nelle anime» (31). Nessuna prospettiva teocratica o tecnocratica, bensì pura con­sapevolezza, maturata nei secoli dalla Chiesa, che l’apostolato cristiano individuale deve estendersi — senza prevaricarne l’autonomia — alla sfera pubblica e quanto più il regime della società sarà illuminato dal Vangelo o, almeno, sano nelle sue radici, minore sarà lo sforzo per conservarsi cristiani e per evangelizzare.

Il suo magistero sociale è diverso da quello dei predecessori: mentre Leone XIII e Pio XI hanno emesso documenti di grande momento, inno­vativi nei concetti, organici nei contenuti e sistematici nell’esposi­zio­ne, nonché integrati organicamente con il restante magistero, Pio XII preferisce piuttosto interventi di minor portata e solennità: a lui non si può ascrivere alcuna enciclica a carattere strettamente sociale. Quasi avvertendo la crescente frantumazione culturale e ideologica della società occidentale e la sua diminuita recettività dei grandi discorsi, preferisce affrontare temi singoli e testi brevi, «sminuzzare il pane», proporre «pillole di saggezza»: richiami, messe a punto, chiarificazione di dubbi, appelli, applicandosi a casi e situazioni concrete. In fin dei conti quale dev’essere l’or­dine corretto della città è stato già descritto abbondantemente dai pontefici prima di lui: egli si preoccupa piuttosto di suggerire come tornare a instaurarlo — fin dove possibile — nel mutato contesto del mondo della prima metà del Novecento, lacerato da guerre e sconvolto da incessanti rivoluzioni. Il Leitmotiv del suo magistero è la persuasione, del tutto condivisibile, che dalla «pace interna delle nazioni» dipenda la risposta alla grande questione del suo tempo, ossia la pace fra i popoli: come esprime il suo motto pontificale, «Opus justitiae pax», non vi è pace senza giustizia e non vi è giustizia senza ordine.

La filosofia politica soggiacente alla sua visione e al suo sforzo magistrale è quella che si appoggia sulla dottrina del diritto naturale cristiano, che fa derivare la giustizia e il diritto dalla struttura antropologica della creatura umana e dal suo assenso al disegno eterno di Dio: un diritto, quindi, indipendente dalla volontà positiva di chi esercita il potere. Pio XII, di formazione e di mentalità eminentemente giuridiche, riprende, utilizza ed esalta nel suo magistero le categorie giusnaturalistiche elaborate dal pensiero cattolico classico, da san Tommaso d’Aquino (1225-1274) ai teorici spagnoli del secolo XVII, Francisco Suárez S.J. (1548-1617) e Francisco de Vitoria O.P. (1483/1486-1546).

Urgente, nello scenario post-bellico che vede il tramonto dell’Eu­ropa e l’emergere prepotente sulla scena internazionale delle superpotenze statunitense e sovietica, nonché il dominio delle ideologie di democrazia universale e di socialismo, è per lui, come detto, la ricostituzione o la rigenerazione di élite sociali cristiane. Solo con il contrappeso di gruppi dirigenti irraggianti virtù e competenze intellettuali e morali la democrazia sociale del dopoguerra può avere qualche chance di resistere alla massificazione della società e alla socializzazione dell’errore che potenti agenzie promuovono intorno alla metà del secolo XX. Questo appello alle élite si rileva particolarmente nelle ripetute allocuzioni indirizzate al patriziato romano: quattordici interventi con cadenza annuale pronunciati in occasione di udienze dal 1940 al 1952 e nel 1958 (32). Il Papa si rivolge ai nobili romani, ma in realtà il suo discorso si indirizza a tutti gli ambienti nei quali siano presenti poten­zialmente o realmente — anche allo stato residuale — élite cristiane o eccellenze. Il papa propone alle élite cristiane sopravviventi all’interno delle democrazie moderne il compito di organizzare o d’influenzare beneficamente gli altri gruppi sociali; di guidarne e stimolarne lo sviluppo, con attenzione particolare agli strati poveri della società; di custodirne i costumi e le tradizioni, creando ambiti di produzione e diffusione di una sana cultura e di dare, con il proprio esempio di vita austera e disinteressata — secondo il modello classico del­l’autorità cristiana —, il «tono» a tutta la società e allo Stato, creando così quella «democrazia delle élites», che papa Pacelli preconizza e della quale vede un valido esempio storico nella Confederazione Elvetica.

Critico della massificazione della società avviata dall’industriali­smo e dal socialismo e accelerata in maniera drastica dalla mobilitazione totale prodotta dai conflitti mondiali, memorabile e tuttora illuminante è la sua distinzione fra «popolo» e «massa». «Il popolo — egli dirà nel radio­messaggio natalizio del 24 dicembre 1944 — vive e si muove per vita propria; la massa è per sé inerte e non può essere mossa che dal di fuori. Il popolo vive della pienezza della vita degli uomini che lo compongono» (33). Purtroppo, pochi saranno i laici che, ai vari livelli di responsabilità sociale, specialmente i laici dediti in forma organizzata all’apo­stolato nella società e nella politica, sapranno fare tesoro di queste autentiche «perle» di sapienza e di preveggenza.

5. Conclusione

Pio XII muore nel 1958, a quattro anni di distanza dal Concilio Vaticano II, che segnerà una svolta nella vita della Chiesa e nei rapporti di questa con il mondo.

Alla fine degli anni 1950 la Chiesa si trova in una situazione apparentemente senza uscita: infatti, tanto nel mondo libero — fatte salve, come accennato, riprese parziali e locali —, quanto nel blocco sovietico, il processo di distacco dei popoli dal cristianesimo avanza e si acuisce sotto la spinta di forze apparentemente divergenti ma in realtà cospiranti: mentre il materialismo pratico si diffonde a Ovest — anche come reazione alle privazioni del tragico conflitto mondiale —, il materialismo teorico e ateistico opprime i popoli dell’Est, dalla Germania alla sterminata Russia. Nelle altre aree del mondo, mentre l’islam politico conosce i primi fermenti di risveglio culturale e politico, l’evangelizzazione missionaria — che ha fatto passi da gigante a riporto dell’espansione coloniale degli Stati europei e che sta particolarmente a cuore al pontefice romano — inizia a conoscere notevoli difficoltà di penetrazione e di conservazione a misura che si avvia in Africa e in Asia il processo di decolonizzazione. Ma è un fatto che il cristianesimo è uscito ormai dall’area eurocentrica e ha raggiunto masse enormi di uomini e di donne nei cinque continenti, come mai accaduto prima. Alla Chiesa si pone dunque con urgenza il problema di come fare per raggiungere queste masse, evangelizzandole. Il braccio di ferro che dall’Il­luminismo e dalla Rivoluzione francese ha contrapposto la Chiesa cattolica alla cultura della modernità, che ormai domina il pianeta, si è tradotto in un ostacolo in vista di questa meta. Certamente, come sempre e come ripetono tutti i pontefici in un modo assolutamente non convenzionale, la prima riforma inizia dagli uomini, dal loro maggior tendere alla santità assumendo l’insegna­mento evangelico in tutta la sua radicalità. Ciò non elimina, però, la necessità di adeguare la pastorale ai mutevoli bisogni dei tempi. E da qui nascerà l’intuizione di san Giovanni XXIII e la sua decisione di convocare un nuovo Concilio generale.

Il pontificato di Pio XII appartiene senza alcun dubbio alla fase della contrap­posizione e della sfida principalmente dottrinale con il mondo post-Rivoluzione francese e in un certo senso la chiude. Non che egli non si accorga del dispendio di energie e del logoramento che costa alla Chiesa il conflitto con la modernità, ma il suo atteggiamento non è ancora quello dei suoi successori. Egli sa che la Chiesa possiede la verità, la verità rivelata e la verità dell’ordine creato, e ritiene sia suo diritto, anzi suo dovere, inse­gnare, con mitezza ma con fermezza, questa verità al mondo, così come di ammonire e di combattere tutte quelle ideologie e quei movimenti che pretendono di costruire un mondo senza Dio e a misura di utopia, specialmente il comunismo.

Così, Pio XII non assisterà muto e inerte alle nefandezze del comunismo e alla nascita della «Chiesa del silenzio» in Europa, ma lancerà la Chiesa occidentale in un’autentica «crociata di preghiera» e di aiuti ai fratelli oppressi. Né ometterà di ricordare autorevolmente alle nazioni occidentali libere e democratiche che i princìpi della vera libertà e i cardini della democrazia affondano le loro radici nel diritto naturale e nel riconoscimento di uno spazio pubblico alla religione, indicando chiaramente loro i pericoli derivanti dall’abuso della libertà. Infine, applicando rettamente la virtù della prudenza politica e in conseguenza forse della sua predilezione per la spiritualità «antagonistica» ignaziana, non si chiuderà in uno sterile «terzaforzismo» fattuale — pur essendo il cattolicesimo per essenza un’al­tra forza fra liberalismo e socialismo —, ma, pur con tutti i distinguo del caso, sceglierà di schierarsi con l’Occi­dente a guida statunitense contro Mosca, con i partiti democratici-cristiani europei — in mancanza, peraltro a lui non imputabile, di altre élite politiche cattoliche — contro quelli socialcomunisti e radicali e con la teologia scolastica contro quegli aspetti della nouvelle theologie che, in quegli anni, la facevano assomigliare a una riedizione del modernismo (34).

Pio XII è lucidamente consapevole che la nuova res publica christiana, strumento di pacifico ordine nella giustizia, che sarà il sogno di tutta la sua vita, non sarebbe stata realizzabile se non per gradi, come riconquista quotidiana, partendo da ciò che di cristiano e naturale ancora persisteva.

Scrive uno storico cattolico: «Dietro i trasparenti inviti di Pio XII a optare per la civiltà occidentale, pur nella consapevolezza dei suoi limiti, soprattutto nella sua versione protestante e capitalistica, stava pur sempre una preoccupazione religiosa. Le scelte temporali proposte ai cattolici apparivano come la logica conseguenza della sollecitazione rivolta ai credenti, ma non solo ad essi, a riscoprire la profonda connessione tra civiltà europea e valori evangelici. La stessa presenza politica dei cattolici avrebbe dovuto essere finalizzata, nell’ottica di Pio XII, alla realizzazione di una nuova civiltà cristiana che prendesse il posto di quella medievale definitivamente conclusa» (35).

Il pontificato di Pio XII non va assolutamente letto con le lenti spesso deformanti della Chiesa «post-conciliare», ossia in confronto o in contrap­po­sizione con i pontificati successivi, né, d’altro canto, va visto in chiave nostalgica, come — specularmente al progressismo — l’emblema positivo di una Chiesa «rocciosa» e intransigente, tutta luci e niente ombre, come a taluni piace credere. Il suo insegnamento e la sua azione pastorale toccano una gamma infinita di questioni e di problemi relativi al mondo degli anni 1940-1950 che sono già in buona parte quelli delle generazioni successive. Così pure è un fatto che già con lui inizi quella smussatura degli spigoli e quella rimozione delle incrostazioni di ogni tipo, per esempio ecclesiologico — una delle sue encicliche principali è la Mystici corporis, del 19 giugno 1943 — e liturgico — cui dedica la importante Mediator Dei, del 10 novembre 1947 (36) —, accumulatesi nei secoli sull’organismo ecclesiastico e che pregiudicavano il rapporto con un mondo non poco mutato e in rapido mutamento. 

Né, tanto meno, infine, va ridotto, come purtroppo è accaduto nella storiografia e nella polemica recenti, al solo atteggiamento, pregiudizialmente bollato come connivente, tenuto nei confronti dell’Olocausto ebraico. 

Va invece interpretato dal suo interno, calandosi nei panni e assumendo le categorie di pensiero di coloro, in primo luogo il Papa stesso, che si sono trovati a viverlo da protagonisti o da semplici fedeli. «Rigido conservatore, accorto diplomatico, personaggio idolatrato dalle masse cattoliche… È difficile racchiudere questo papa in una definizione, soprattutto se troppo interna al linguaggio politologico […]. Indubbiamente autoritario, anche secondo lo stile dell’esercizio del potere d’una stagione storica, Pio XII non è un dittatore: su di lui e sul suo governo si riflettono i problemi e le condizioni del cattolicesimo contemporaneo, le spinte al mutamento, l’ansia di modernizzazione. Per certi aspetti, la sua biografia diviene, nei limiti d’una esistenza umana, anche lo specchio della realtà e delle contraddizioni del cattolicesimo della metà del secolo» (37).

Un’ultima annotazione: come gli altri suoi predecessori e successori, Pio XII ha avuto una profonda e filiale devozione per la Vergine Santissima di cui ha proclamato nell’Anno Santo 1950 il dogma dell’As­sunzione al cielo (38); cui, come richiesto a Fatima, ha consacrato diverse nazioni del mondo (39); della cui regalità ha istituito la festa con l’enciclica Ad caeli Reginam, dell’11 ottobre 1954; e alla quale, a vantaggio del popolo fedele, ha composto alcune delle preghiere più belle della devozione cristiana. 

L’auspicio è che la Vergine Maria aiuti a far sì che questo grande Papa, austero e timido, ieratico e giovanile, fermo e tenero, vissuto nel momento più «caldo» del Novecento, sia ammesso anch’egli, come Pio X, Giovanni XXIII, Paolo VI e Giovanni Paolo II, nell’albo dei santi che la Chiesa cattolica riconosce e onora, «ad majorem Dei gloriam».

Oscar Sanguinetti

 

Note:
(1) Paolo VI, Discorso in occasione del XXV anniversario dellincoronazione di Pio XII, del 12-3-1964.
(2) Papa Pacelli, nel maggio del 1957, in un’intervista a La Croix, dirà: «Noi ci chiediamo sovente se non parliamo troppo e se non vi sia inflazione della parola pontificia» (cit. in Philippe Chenaux, Pio XII. Diplomatico e pastore, trad. it., San Paolo, Cinisello Balsamo [Milano] 2004, p. 349).
(3) Il miracolo oggi richiesto dalle leggi canoniche per una beatificazione nel caso di Pio XII non è ancora stato accertato, anche se una guarigione inspiegabile di una madre di più figli, la signora Maria Esposito, di Castellammare di Stabia (Napoli), malata terminale, avvenuta nel 2005 dopo l’invocazione della sua in­tercessione, è in corso di esame da parte degli organi vaticani competenti.
(4) Cfr. Eric John Ernest Hobsbawm (1917-2012), Il secolo breve. 1914-1991, 1994, trad. it., Rizzoli, Milano 2016.
(5) Cfr. Bernard Bruneteau, Il secolo dei genocidi, 2004, trad. it., il Mulino, Bologna 2005.
(6) Cfr., per esempio, suor Pascalina Lehnert S.C.S.C. (1894-1983), Pio XII. Il privilegio di servirlo, trad. it., Rusconi, Milano 1984. Suor Pascalina fu la governante di Papa Pacelli fin dagli anni della sua nunziatura in Baviera.
(7) Lucio D’Orazi, Pio XII. Eugenio Pacelli. Attualità di un Papa inattuale, Conti, Bologna 1984, p. 48.
(8) Paolo VI, Discorso in occasione del XXV anniversario dellincoronazione di Pio XII, cit.
(9) Cfr. P. Chenaux, op. cit., p. 237.
(10) Ibid., p. 88.
(11) Sui Freikorps, i «corpi franchi», formazioni di volontari per lo più reduci di guer­ra, cfr., fra l’altro, in lingua italiana, Francesco M. Pitzus (a cura di), Freikorps. I Freiwilligen Freikorps in Germania, Alta Slesia e Paesi Baltici. 1918-1923, Effepi, Genova 2013; Dominique Venner (1935-2013), Baltikum. La storia dei corpi franchi in Germania, trad. it., Ciarrapico, Roma 1981; ed Ernst von Salomon (1902-1972), Freikorps. Saggio sullo spirito dei corpi franchi, trad. it., Ritter, Milano 2010.
(12) Pio XII, Radiomessaggio ai governanti e ai popoli nellimminente pericolo della guerra, del 24-8-1939.
(13) Federico Chabod, LItalia contemporanea. 1918-1948, Einaudi Scuola, Milano 1999, p. 125.
(14) Danilo Veneruso, Gli inutili appelli di Hitler, in I papi del ventesimo secolo. Cento anni di storia della Chiesa: protagonisti e problemi, Edizioni Paoline, Cinisello Balsamo (Milano) 1990, pp. 158-160 (p. 160).
(15) Pio XII, Radiomessaggio in occasione del Santo Natale, del 24-12- 1951.
(16) Sul cosiddetto «partito romano» cfr. l’ampia voce di Andrea Riccardi, Partito romano, nell’Enciclopedia Treccani online, nel sito web <http://www.­treccani.it/­enciclopedia/il-partito-romano_%28Cristiani-d%27Italia%29/>, con­sultato il 10-12-2018; sulla figura di mons. Roberto Ronca (1901-1977), protago­nista dell’«Opera­zione Sturzo» e animatore del «partito romano», cfr. Giu­­seppe Brienza, Identità cattolica e anticomunismo nell’Italia del dopo­guerra. La figura e l’opera di mons. Roberto Ronca, presentazione del card. Fiorenzo Angelini (1916-2014), prefazione di Marco Invernizzi, D’Ettoris, Crotone 2008.
(17) Cfr. Rolf Hochhuth, Il Vicario. Dramma in 5 atti, trad. it., con una pre­fa­zione di Carlo Bo (1911-2001), una nota di Erwin Piscator (1893-1966) e le delucidazioni storiche dell’autore, Feltrinelli, Milano 1967 [rist. Wizarts, Porto Sant’Elpidio (Ascoli Piceno) 2003].
(18) Guenter Lewy, I nazisti e la Chiesa, trad. it., Il Saggiatore, Milano 1965.
(19) Cfr. Carlo Falconi, Il silenzio di Pio XII, 1965, Kaos, Milano 2006.
(20) Sul discorso paolino e sulle origini della «leggenda nera» cfr. Giovanni Maria Vian, Il silenzio di Pio XII: alle origini della leggenda nera, in Archivum Historiae Pontificiae, vol. 42, Pontificia Università Gregoriana, Roma 2004, pp. 223-229.
(21) Cfr. Pierre Blet S.J. et Alii (a cura di), Actes et documents du Saint Siège relatifs à la seconde guerre mondiale, 11 voll., Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 1970 (consultabili sul sito web del Vaticano).
(22) In generale sui rapporti fra Pio XII e il nazionalsocialismo, cfr. Pier Luigi Guiducci, Il Terzo Reich contro Pio XII. Papa Pacelli nei documenti nazisti, prefazione di Peter Gumpel S.J., San Paolo, Cinisello Balsamo (Milano) 2013.
(23) Su questo punto cfr. fra l’altro, P. Chenaux, op. cit., passim (p. es. p. 267).
(24) Non va dimenticato altresì che il riserbo vaticano nasce anche dal fatto che la San­ta Sede e lo Stato della Città del Vaticano sono ubicati all’interno di uno Stato belligerante, l’Italia fascista, e che il Papa è quindi esposto all’intercetta­zione, allo spionaggio o anche al blocco delle comunicazioni con l’esterno, senza escludere possibili forme di ritorsione o di intimidazione — in realtà non esercitate, neppure durante l’occupazione tedesca di Roma, ma giustamente temute — o altre minacce da parte del regime e dell’Asse. In effetti, nella drammatica vicenda degli ebrei ungheresi, deportati a centinaia di migliaia, che si consuma nel 1944, dopo che Roma è stata liberata il 4 giugno, Papa Pacelli sembra — lo rivelano i carteggi diplomatici — uscire in parte dalla sua consueta cau­tela rivolgendosi a più riprese direttamente alle autorità di Budapest: su questa vicenda cfr. Idem, op. cit., p. 276; nonché il valido contributo di Alessandro Giorgi, Pio XII e gli ebrei: il caso dell’Ungheria, in nuova Storia Contemporanea, anno XIII, n. 5, Milano settembre-ottobre 2009, pp. 27-40.
(25) Notes de Mgr. Tardini, 22 maggio 1942, in P. Blet S.J. et Alii (a cura di), op. cit., vol. V, 1969, Le Saint Siège et la Guerre Mondiale. Juillet 1941-Octobre 1942, doc. 371, p. 574-577 (p. 575).
(26) Una delle letture — fra le innumerevoli —, a mio avviso più penetranti e meno convenzionali dell’Olocausto ebraico, che lo ricollega all’ideologia della modernità nella sua forma razionalistico-«industriale», è quella di Zygmunt Bauman (1925-2017), Modernità e olocausto, 1989, trad. it., il Mulino, Bologna 1992.
(27) Una delle letture — fra le innumerevoli —, a mio avviso più penetranti e meno convenzionali dell’Olocausto ebraico, che lo ricollega all’ideologia della modernità nella sua forma razionalistico-«industriale», è quella di Zygmunt Bauman (1925-2017), Modernità e olocausto, 1989, trad. it., il Mulino, Bologna 1992.
(28) La tesi di Pio XII antisemita sarà «tornita» allora da Saul Friedländer, Pio XII e il Terzo Reich. Documenti, Feltrinelli, Milano 1965; sarà poi ripresa e volgarizzata da John Cornwell, Il papa di Hitler. La storia segreta di Pio XII, 1999, trad. it., Garzanti, Milano 2000 — che pare abbia ritrattato: cfr. Antonio Carioti, John Cornwell: impossibile giudicare Pacelli, in Corriere della Sera, Milano 31-12-2004, anche se il suo libro è stato ristampato immutato nel 2013 —, nonché sistematizzata da Giovanni Miccoli (1933-2017), I dilemmi e i silenzi di Pio XII. Vaticano, seconda guerra mondiale e Shoah, Rizzoli, Milano 2000.
(29) Da Pastor Angelicus (1942) di Romolo Marcellini (1910-1999) fino a Der veruntreute Himmel (Un posto in paradiso) di Ernst Marischka (1883-1963) — il regista della serie di film dedicati all’imperatrice d’Austria Elisabetta di Baviera, «Sissi» (1837-1898) —, del 1958, a pochi mesi dalla morte.
(30) Papa Pacelli preparava ogni suo discorso con una cura «talora quasi ma­nia­cale» (P. Chenaux, op. cit., p. 350) e da solo: poi li pronunciava dopo averli imparati integralmente a memoria.
(31) Cfr. Pio XII, Radiomessaggio di Pentecoste nel 50° anniversario della «Rerum novarum», del 1°-6-1941.
(32) Sul tema cfr. la silloge e i lucidi commenti di Plinio Corrêa de Oliveira (1908-1995), Nobiltà ed élites tradizionali analoghe nelle allocuzioni di Pio XII al patriziato ed alla nobiltà romana, trad. it., Marzorati, Milano 1993.
(33) Pio XII, Radiomessaggio ai popoli del mondo intero, del 24-12-l944.
(34) Di cui tratterà, fra l’altro, nell’enciclica Enciclica «Humani generis» su false opinioni che minacciano la dottrina cattolica, del 12-8-1950.
(35) Cfr. Giorgio Campanini, Il difficile rapporto con i cattolici al governo, in I papi del ventesimo secolo. Cento anni di storia della Chiesa: protagonisti e problemi, Edizioni Paoline, Cinisello Balsamo (Milano) 1990, pp. 168-172 (p. 171).
(36) Sulla relativa «apertura» personale di Papa Pacelli in questi due ambiti, cfr. P. Chenaux, op. cit., p. 360.
(37) A. Riccardi, Introduzione, in Idem (a cura di), Pio XII, Laterza, Roma-Bari 1984, p. VIII.
(38) Cfr. Pio XII, Costituzione dogmatica «Munificentissimus Deus», del 1º-11- 1950.
(39) Il 31 ottobre 1942, nel venticinquesimo anniversario delle apparizioni della Madonna a Fatima e venticinquesimo della sua consacrazione episcopale, avve­nuta in piena guerra, Pio XII ha consacrato il mondo al Cuore Immacolato di Maria, invocandola «Rifugio del genere umano»; nel 1952, ha consacrato alla Madonna la Russia e nel 1954 la Spagna. 

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  Articoli e note firmate, Cristianità
Autore

 Oscar Sanguinetti

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Oscar Sanguinetti, milanese, già ricercatore del CNR e docente di materie storiche all’Università Europea di Roma; saggista e articolista; autore di diversi volumi di biografia e di storia; membro del direttivo nazionale di Alleanza Cattolica .