«Polonia docet»

Giovanni Cantoni 39 anni fa
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Giovanni Cantoni, Cristianità n. 80 (1981)

 

Dalla Polonia «normalizzata» manu militari l’ennesima conferma dell’impossibilità del «dialogo» con qualsiasi regime socialcomunista. La speranza che l’eroica testimonianza del popolo polacco faccia capire all’Occidente quanto sia utopistica e maliziosa l’ipotesi di riformare il socialismo.

 

Dopo sedici mesi di illusioni finite nel sangue

«Polonia docet»

 

1. Dall’agosto del 1980 al dicembre del 1981 il mondo intero ha vissuto un tempo che non mi pare eccessivo definire come caratterizzato da una «grande illusione». Credo che i termini di tale stato psicosociale si possano riassumere nel modo seguente: la storia, magistra vitae, insegna che, quando una nazione cade, con la violenza oppure con l’inganno, sotto il regime socialcomunista, non ne può uscire se non con la forza, dal momento che non si dà esempio di popolo che a esso si sia potuto sottrarre attraverso una pacifica espressione di rifiuto, con una incruenta manifestazione di dissenso. Anzi, molto spesso neppure la forza basta allo scopo. Ora però, a fronte di questa autentica costante storica – sulla via di diventare una tragica legge -, ecco presentarsi il «caso polacco», la cui essenza mi sembra possa essere adeguatamente espressa con la formula «erosione da dialogo». Una nazione cattolica, cioè, chiede piccoli spazi di libertà a un regime socialcomunista, inserito nel sistema imperialistico socialcomunista mondiale: ne nascono «graziose» concessioni che, in mezzo al generale stupore, sembrano destinate a trasformare il «caso polacco» in un vero e proprio «miracolo polacco», sul quale accanitamente e incessantemente si dibatte, per coglierne specificità e generalità, eccezionalità ed eventuale esportabilità, natura di privilegio – che qualcuno crede di interpretare come una captatio benevolentiae nei confronti del regnante Pontefice – oppure carattere di futura regola valida erga omnes. Infine, mentre il «caso» è in via di canonizzazione in «miracolo», la situazione precipita in «tragedia polacca». E la «grande illusione» si sgonfia miseramente contro l’asperità e la freddezza della realtà storica del regime social-comunista. 

2. Dalla storia – alla quale rapidamente assurge la sanguinosa cronaca di questi giorni – ecco emergere, ad abundantiam, una ennesima conferma della tesi cattolica secondo la quale «il comunismo è intrinsecamente perverso e non si può ammettere in nessun campo la collaborazione con lui da parte di chiunque voglia salvare la civilizzazione cristiana. E se taluni indotti in errore cooperassero alla vittoria del comunismo nel loro paese, cadranno per i primi come vittime del loro errore, e quanto più le regioni dove il comunismo riesce a penetrare si distinguono per l’antichità e la grandezza della loro civiltà cristiana, tanto più devastatore vi si manifesterà l’odio dei “senza Dio”» (1). Il divieto di collaborazione con il comunismo getta un’ombra anche su un certo «dialogo» con esso? Credo si possa affermare con sicurezza, dal momento che tale divieto non è pregiudiziale, ma si fonda sulla valutazione teorica e pratica relativa alla impossibilità di instaurare con i suoi adepti un dialogo proficuo, dal momento che essi negano preventivamente e apoditticamente ogni valore oggettivo agli strumenti ordinari di conoscenza – la retta ragione e i primi principi di ogni filosofia, cioè il principio di non contraddizione e quello di identità -, e quindi rifiutano la legge morale naturale. Stando così le cose, che altro dice l’emblematico episodio di cui siamo testimoni? Ribadisce che con il comunismo è possibile convivere solo «dimezzati» oppure schiavi. Fino a quando si avanzano esigenze di fede «dimezzata» – cioè esigenze solamente cultuali o devozionali, giudicate dai comunisti come «sovrastrutture» disimpegnanti e distraenti, espressioni di puro «fideismo» – si può, forse, persino ottenere qualcosa, almeno in certe condizioni di sopravvivente «superstizione religiosa». Ma quando le rivendicazioni si fanno integrali, sia dal punto di vista della sola umanità che secondo la prospettiva naturale illuminata dalla fede; quando dalle processioni e dalla liturgia si passa alla morale, e quindi dalla morale individuale a quella sociale, lo scontro si rivela inevitabile e si evidenziano i limiti di quel certo «dialogo» (2).

3. Nella tragedia polacca muore, dunque, ogni speranza di fuoriuscita dal socialcomunismo? Non mi sembra assolutamente. Muore, certamente, la infondata speranza in un «miracolo» naturale, cioè prodotto dalla evoluzione storica, senza conversione e senza intervento soprannaturale, dopo tanta «capitalizzazione» di male storico. Se la conversione e il sacramento della penitenza tolgono, la colpa, ma non la pena, non è forse da trattare in analogia il caso delle nazioni, che non hanno al di là, e che devono pagare nella storia, anche dopo la conversione e il pentimento? Per certo, comunque, non intendo assolutamente svalutare la speranza correttamente fondata e ricordo, anzi, che non di altro si sostanzia il messaggio della Madonna a Fatima. Insinuo, invece, che la sopravvalutazione di un certo «dialogo» mi appare sempre meno come il frutto di una fede straordinaria e sempre più come un pertinace, idealistico rifiuto della realtà storica, a meno che – con un linguaggio svaporato nell’allusione e svigorito dalla inflazione dl eufemismi – non si voglia ribattezzare «dialogo» anche il rapporto intercorso tra i martiri dei primi secoli e l’impero pagano. Ma il regnante Pontefice non ha forse esortato a «chiamare con il loro nome» (3) le cose?

4. Qualunque sia l’esito degli accadimenti polacchi – sia che chiudano ogni speranza umana, sia che si riallacci un dialogo tra le forze sociali, con Solidarnosc adeguatamente epurata – credo si debba temere, nei mesi a venire, una strumentale mitologizzazione del sindacato polacco, usato come veicolo di una tesi che potrebbe esprimersi in questi termini: «Il sindacato polacco, il cui massimo dirigente era ed è singolarmente protetto dal Pontefice, chiedeva al governo socialista del suo paese la introduzione dell’autogestione nelle imprese, quindi, sostanzialmente, la realizzazione di un socialismo autogestionario. Il governo del socialismo reale ha a esso rifiutato tale realizzazione: lo ha, anzi, violentemente e sanguinosamente epurato. In Occidente un simile risultato, con l’evidente imprimatur pontificio, si può ottenere senza spargimento di sangue: basta seguire le orme della Francia, e il gioco è fatto!» (4).

Ebbene, ogni elemento della tesi esposta – e soggiacente a tanto sospetto «tifo» polacco di queste ore – merita almeno un breve esame. Anzitutto, senza entrare nel merito di una particolare investitura pontificia a Lech Walesa, è dello stesso questa osservazione, nel corso di una recentissima intervista: «So benissimo che l’autogestione ha dato finora cattive prove. Ma pur sapendolo l’abbiamo dovuta proporre» (5). Ora, delle due l’una: o il «dovuta» è stato dettato implicitamente dalla situazione. che richiede che il dissenso oltre cortina sia sempre socialista, e il socialismo autogestionario è pur sempre socialista; o il «dovuta» si può imputare ai consulenti ideologici di Walesa e, quindi, al limite, al Pontefice stesso. In quest’ultimo caso, l’insegnamento del regnante Pontefice sarebbe, contrariamente a quanto da lui stesso continuamente e reiteratamente affermato, in contrasto con il Magistero costante dei suoi predecessori, per i quali sinteticamente Pio XI proclama «che il socialismo, sia considerato come dottrina, sia considerato come fatto storico, sia come “azione”, se resta veramente socialismo, anche dopo aver ceduto alla verità e alla giustizia su […] punti che abbiamo ricordato [cioè «nel caso che, rispetto alla lotta di classe e alla proprietà privata, […] sia così mitigato e corretto da non aver più nulla che gli si possa rimproverare su questi punti»], non può conciliarsi con gli insegnamenti della Chiesa cattolica. Giacché […] la società […], qual è immaginata dal socialismo, non può esistere né concepirsi disgiunta da una costrizione veramente eccessiva, e d’altra parte resta in balìa di una licenza non meno falsa, perché mancante di una vera autorità sociale; poiché questa non può fondarsi sui vantaggi temporali e materiali, ma solo può venire da Dio creatore e fine ultimo di tutte le cose (cfr. Leone XIII, Enciclica Diuturnum del 9-6-1881)» (6). Contro queste letture drammatiche dell’insegnamento pontificio – letture di cui qualcuno ha voluto trovare la fondazione e la espressione teorica nella recente enciclica sociale Laborem exercens (7) – penso militino precise affermazioni, tra l’altro, contenute nella esortazione apostolica Familiaris consortio, dalle quali si ricava che, secondo il Pontefice, non è totalitarismo soltanto la invadenza dello Stato, ma anche la invadenza della società, si che è lecito definire sia un socialismo «statale» che un socialismo «sociale», entrambi totalitari: «per questo la Chiesa difende apertamente e fortemente i diritti della famiglia dalle intollerabili usurpazioni della società e dello Stato»: «in effetti, […] in diversi Paesi […] la società, lungi dal porsi al servizio della famiglia, la aggredisce con violenza nei suoi valori e nelle sue esigenze fondamentali. E così la famiglia che, secondo il disegno di Dio, è cellula base della società, soggetto di diritti e di doveri prima dello Stato e di qualunque altra comunità, si trova ad essere vittima della società», mentre «la società, e più specificamente lo Stato, devono riconoscere che la famiglia è “una società che gode di un diritto proprio e primordiale” (Concilio Ecumenico Vaticano II, Dichiarazione sulla libertà religiosa Dignitatis humanae, n. 5), e quindi nelle loro relazioni con la famiglia sono gravemente obbligati ad attenersi al principio di sussidiarietà» (8).

Se le cose stanno così, credo che l’ideale autogestionario «cattolico» possa essere seriamente letto esclusivamente come espressione di un gradualismo desocialistizzante, oggi brutalmente stroncato dai fatti, non certo come proposizione di un ideale sociale. Non senza notare, di passaggio e a scanso di equivoci, che la condanna del socialismo non significa assolutamente apologia del liberalismo e neppure del regime capitalistico – che è da meno del regime liberale, in quanto in esso sopravvivono strutture residuali precapitalistiche ed elementi, come la proprietà privata e la iniziativa privata, che non si possono considerare specifiche del capitalismo liberale, se non falsificando la storia -, e che, comunque, ogni gradualismo desocialistizzante deve avere come ovvio scopo la desocialistizzazione, non la socialistizzazione di paesi ancora felicemente esenti, almeno formalmente, da tale morbo sociale.

5. Che ne è, dunque, del «modello polacco»? Mi pare che di esso rimanga solamente la prova che è stato tutto e – nella misura in cui sopravvive – è tutto, meno che un modello da imitare, sia come società socialistica realizzata cioè come incarnazione del socialismo reale, sia come società socialista autogestionaria da realizzare. Di esso rimane esclusivamente la testimonianza di un popolo vittima sia della intrinseca brutalità socialcomunista che dell’irenismo di quanti – di qua e di là della cortina di ferro, sotto specie di dernier cri del realismo – spacciano una utopistica possibilità di riformare il socialismo, elevando eventualmente a canone le dottrine e le rivendicazioni minimalistiche di un sindacato che opera in condizioni di assoluta illibertà, come i fatti dimostrano. Oppure qualcuno pensa che la richiesta di uno schiavo affinché gli vengano tolte le catene almeno alla gamba destra, trasformino quelle alla gamba sinistra in ciondoli che ogni uomo libero deve applicarsi, come simboli di libertà? L’evidenza, comunque, non deve fare sottovalutare il pericolo e deve, anzi, acuire l’attenzione, affinché la «grande illusione» or ora vanificata dai fatti non possa costituire materia per un pericolosissimo «grande inganno».

Giovanni Cantoni

 

Note:

(1) PIO XI, Enciclica Divini Redemptoris, del 19-3-1937, in Le grandi encicliche sociali dei Papi. Da Pio IX a Pio XII (1864-1956), a cura di Igino Giordani, 4ª ed. corretta e aumentata, Studium, Roma 1956, pp. 627-628.

(2) Cfr. PLINIO CORRÊA DE OLIVEIRA, La libertà della Chiesa nello Stato comunista. La Chiesa, il decalogo e il diritto di proprietà, trad. it., Cristianità, Piacenza 1978.

(3) GIOVANNI PAOLO II, Messaggio per la XIII Giornata Mondiale della Pace, del 18-12-1979, in Insegnamenti di Giovanni Paolo II, vol. II, 2, v. 1446 e passim.

(4) Per una profonda e articolata denuncia del socialismo autogestionario francese, cfr. PLINIO CORRÊA DE OLIVEIRA, Der Selbstverwaltete Sozialismus: gegenüber dem Kommunismus, eine Barriere? Oder ein Brückenkopf? in Frankfurter Allgemeine, 9-10-1981.

(5) Intervista raccolta da Mario Cervi, il Giornale nuovo, 29-11-1981.

(6) PIO XI, Enciclica Quadragesimo anno, del 15-5-1931, in Le grandi encicliche sociali dei Papi. Da Pio IX a Pio XII (1864-1956), cit., pp. 474-475.

(7) Cfr. PLINIO CORRÊA DE OLIVEIRA, Der Selbstverwaltete Sozialismus: gegenüber dem Kommunismus, eine Barriere? Oder ein Brückenkopf? in Frankfurter Allgemeine, cit. In questo documento – un messaggio di allarme lanciato da tredici Società di Difesa della Tradizione, Famiglia e Proprietà -, il noto pensatore brasiliano segnala di passaggio la esistenza di interpretazioni della Laborem exercens in opposizione al Magistero tradizionale della Chiesa. Per una lettura di continuità rimando al mio Dottrina sociale e lavoro umano nel messaggio della «Laborem exercens», in Cristianità, anno IX, n. 78-79, ottobre-novembre 1981; e JUAN VALLET DE GOYTISOLO, La encíclica «Laborem exercens» in la tradición de la dottrina social católica, in Verbo, anno XX, n. 199-200, ottobre-novembre-dicembre 1981, pp. 1097-1112.

(8) GIOVANNI PAOLO II, Esortazione apostolica Familiaris consortio, del 22-11-1981, nn. 45-46, in L’Osservatore Romano, 17-12-1981.

 

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