Premesse al voto e oltre

Giovanni Cantoni 37 anni fa
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Giovanni Cantoni, Cristianità n. 97 (1983)

 

Considerazioni e ipotesi sul possibile significato della fine anticipata della legislatura e note sull’«arte» di servirsi del test elettorale, sia che si tratti di uno scontro tra fazioni che di una manovra di portata europea per istituzionalizzare il «gioco delle parti», cioè per rinchiudere un intero continente in una gabbia in cui possa pendolare da destra a sinistra, e viceversa, ma non uscirne mai realmente.

 

In vista di domenica 26 giugno [1983]

Premesse al voto e oltre

 

Dunque, anche la ottava legislatura repubblicana è terminata prematuramente e i cittadini italiani sono di nuovo – come nel 1979, per ricordare solamente l’ultimo episodio analogo – chiamati anticipatamente alle urne. L’appello, anche se non in assoluto imprevisto – in considerazione della immagine «rissosa» che offre di sé la vita politica italiana -, si può dire inatteso, non soltanto perché incomprensibile dal punto di vista dell’uomo della strada e delle sue categorie logiche, ma anche perché privo delle motivazioni solitamente addotte dagli esponenti della attuale classe politica a giustificazione del loro operare. A prima vista le uniche «ragioni» emergenti, per chiamarle così, appaiono quelle legate alla pura bramosia di potere e, quindi, ancora una volta, «rissose».

Di fronte a questa situazione si potrebbero fare considerazioni di carattere istituzionale, se non di tecnica costituzionale, e rilevare ad abundantiam la evidente non rappresentatività – oppure scarsa rappresentatività – degli eletti dalla nazione. Però me ne astengo, almeno ora, perché non vorrei potessero essere confuse con un contributo alla problematica socialistica della Grande Riforma, che mira sostanzialmente al rafforzamento del potere dei partiti, principalmente attraverso un irrigidimento dell’esecutivo, sottratto il più possibile alla pure esigua verifica da parte del consenso popolare.

Se non mancano nei fatti gli stimoli a osservazioni di natura e di tecnica istituzionale, al momento è però prevalente la semplice rilevazione della non rappresentatività della attuale classe politica rispetto al corpo elettorale; non rappresentatività palesemente evidenziata anche dalle elevate percentuali di dissenso corrispondenti alle schede bianche e agli astenuti in occasione delle più recenti consultazioni.

Accanto alla non rappresentatività si situa – non meno rilevante – la chiara dipendenza dei protagonisti della vita politica nazionale da fattori esterni che – non sempre evidenti o, almeno, evidentemente attivi – contribuiscono a caricare il tono di incomprensibilità che ho già indicato: non battaglia di opinioni che si contendono il consenso elettorale nella prospettiva della realizzazione di coerenti strategie, ma puro scontro pubblico per la gestione del potere nella sua dimensione di sottogoverno.

A conferma della sostanziale non autonomia della nostra classe politica sta, per esempio, il brusco e inspiegato cambio di governo e di politica del novembre dello scorso 1982, verificatosi senza evidenti motivazioni, o senza ragioni plausibili. E nella stessa linea pare si situi quanto sta accadendo sotto i nostri occhi, sì che il quesito primo che si pone potrebbe essere formulato in questo modo: si tratta di un gesto compiuto dalla nostra classe politica «in libertà», oppure di un momento di una strategia che la supera? In questa ultima ipotesi, a cosa mira, almeno nelle sue grandi linee?

Credo si possa fondatamente sostenere che, se le elezioni imminenti hanno un significato più che contingente, esse paiono destinate a orientare la nostra vita politica – compatibilmente con le varietà partitiche nostrane – verso una sorta di bipolarismo, che si risolve nella istituzionalizzazione del «gioco delle parti», qualunque sia il nome che a esso si voglia attribuire: dal momento che si è rivelato impossibile portare l’Europa e l’Italia a sinistra, in modo definitivo e per via di consenso, non resta che chiuderle in una gabbia in cui il corpo elettorale possa pendolare da destra a sinistra e ritorno, senza mai uscirne, se non per orientarsi nella direzione di un «governo diverso»! Così, attorno al cardine del potere reale rivoluzionario, si dà spazio a una «destra» sempre più progressista e si organizza una ipotesi tecnocratica; così, ancora, la stessa politica viene fatta, di volta in volta, dalla sinistra, dalla «destra» o da cosiddetti «tecnici».

Sulla base di queste considerazioni, riesce spontaneo notare che, comunque, i nostri uomini politici più che governare amministrano, e che la loro azione amministrativa si va sempre più riducendo a interventi di natura fiscale.

Perciò rimangono da fare semplici considerazioni di fatto, e a breve, per mettere in risalto, a proposito delle elezioni imminenti, il loro carattere di occasione offerta al corpo elettorale per inviare un messaggio a chi detiene il potere, direttamente e attraverso scapigliati proconsoli.

In questa prospettiva, importa che il messaggio sia il più chiaro e il più perspicuo possibile.

Un esempio di messaggio chiaro è indubbiamente costituito dalla scheda bianca, anche se bisogna sottolinearne la straordinaria genericità, che la rende espressione di un qualunquismo spesso di buono spirito, ma contro il quale militano i proverbi secondo cui «chi tace acconsente» e «gli assenti hanno sempre torto».

Molto meno chiaro, ed esposto a maggior ragione alla stessa censura, è il messaggio costituito dalla astensione, inquinata, inoltre, dal disimpegno che, in una certa percentuale, caratterizza ogni corpo sociale nella sua espressione elettorale, e che, rispetto alla organizzazione civile, incarna o si confonde, al limite, con una latenza anarcoide.

Ugualmente chiaro – infine – è il messaggio costituito dal sostegno elettorale dato a chiunque – veramente oppure falsamente – si dichiari anti-socialcomunista, ed esprima propositi pubblici in questo senso. In tale caso, la debolezza del messaggio è relativa al buono spirito e alla sincerità non dell’elettore ma dell’eletto.

Ma la chiarezza di questi messaggi – che meritano tutti di essere tenuti in considerazioni e cumulati, in sede di esame dei risultati elettorali, come espressioni di avversione al regime attuale, che marcia verso un regime esplicitamente socialcomunista – non aggiunge nulla alla scarsa rilevanza della prova elettorale stessa. Essa è, infatti, tarata sia dal rapporto di non corrispondenza tra corpo elettorale ed eletti, che dalla natura dei partiti, che inquadrano gli eletti e li fanno dipendere da sollecitazioni diverse da quelle del consenso della pubblica opinione, che pare venga costantemente richiesto a copertura e quasi a complicità con una vita politica sostanzialmente eterodiretta.

Perciò, con l’uomo della strada credo si debba concludere che la tornata elettorale è destinata a non cambiare nulla, anche se non si può non considerarla un test molto interessante, al cui risultato, in quanto tesi, merita si contribuisca.

Infatti, se non cambia nulla, rimangono i problemi, la cui soluzione non può certo essere avviata con una consultazione elettorale, ma con un’opera di riorganizzazione del corpo sociale che sappia costringere il potere politico, diretto o mediato, a un patto ragionevole con il peso di una articolata presenza corporativa. Oppure, a fronte di una radicale non ragionevolezza della classe politica, si disponga a sostituirla con una nuova classe dirigente, nata dal corpo sociale stesso nel suo sforzo di resistenza alle pressioni storiche. E le elezioni sono pur sempre indagini demoscopiche gratuite per chi non ha né il potere né i suoi vantaggi di informazione. 

Giovanni Cantoni

 

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