Prospettive sulla «tragedia polacca»

Intervista a Jedrzej Giertych
Massimo Introvigne 39 anni fa
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Massimo Introvigne, Cristianità n. 72 (1981)

 

Una stimolante analisi dell’attuale situazione polacca da parte di un prestigioso esponente polacco in esilio. Nel suo giudizio, la Chiesa, costretta ad agire in un paese governato da forze anticattoliche, non idealizza – come invece tragicamente fanno molti occidentali -, ma semplicemente sopporta, cercando di sopravvivere, la propria condizione che la vede costretta a un rapporto di precario equilibrio con lo Stato. Solidarnosc – tra le varie organizzazioni che in qualche modo si oppongono al regime comunista – appare all’illustre storico polacco come la più legata alla tradizione cattolica nazionale. Il pericolo, secondo una prassi ormai consueta, dei tentativi di infiltrazione marxista nel sindacato libero di Lech Walesa. Il Comitato per la Difesa degli Operai, KOR, appare invece come antisovietico ma non antisocialista, fautore di una «via polacca al socialismo» di ispirazione trotzskista, e può essere considerato come un’alternativa nell’ambito della Rivoluzione socialcomunista, non come una forza sostanzialmente contraria alla Rivoluzione stessa.

 

Intervista a Jedrzej Giertych

Prospettive sulla «tragedia polacca»

 

Jedrzej Giertych, uomo politico e storico, è una delle figure più rappresentative dell’emigrazione polacca. Di formazione giuridica, si è interessato fin dagli anni Venti soprattutto di studi storici, militando nel contempo nel Partito Nazionale di Roman Dmowski, in cui vedeva l’espressione dell’anima nazionale e cattolica della Polonia, a cui si contrappose successivamente il governo di Pilsudski. Funzionario del ministero degli Esteri polacco, consigliere comunale di Varsavia, giornalista, Jedrzej Giertych partecipò alla prima guerra mondiale e fu ferito nella battaglia della Vistola nel 1920. Continuò poi la vita militare come ufficiale di marina, e partecipò ancora alla campagna del Baltico nel 1939; prigioniero di guerra in Germania, tentò per sei volte l’evasione. Dopo la guerra, per sfuggire al regime comunista si rifugiò a Londra, dove anima attualmente la rivista Opoka, una delle voci più prestigiose della nazione polacca in esilio. La sua produzione storica e politica si articola in una serie di 25 volumi, iniziata nel 1929 con l’opera La Nuova Generazione, volta a illustrare il carattere profondamente cattolico dell’autentica tradizione nazionale polacca, mettendo particolarmente in rilievo il ruolo che in questa tradizione occupano i valori della purezza e della castità, così sottolineati anche dal regnante Pontefice. Contemporaneamente, attraverso l’edizione di qualche numero a Londra, Jedrzej Giertych ha continuato la vita della Gazzetta di Varsavia, fondata nel 1774 dall’ex-gesuita padre Stefan Luskina, dopo la soppressione della Compagnia, con lo scopo dichiarato di combattere l’illuminismo e il massonismo, e che costituisce uno dei più antichi giornali del mondo. Jedrzej Giertych è padre di nove figli, fra i quali due suore e un religioso domenicano.

Abbiamo intervistato Jedrzej Giertych a Londra, ed egli ha cortesemente acconsentito a rispondere ad alcune domande sull’attuale situazione polacca. Come è evidente, le risposte riflettono l’opinione dell’illustre intervistato, che Cristianità ringrazia vivamente, e non corrispondono necessariamente agli orientamenti della nostra rivista. 

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D. Un uomo politico polacco, che dall’esilio segue le vicende della sua patria, come vede l’attuale situazione della Polonia?

R. Premetto che, benché abbia tuttora molti amici – anche giovani – in Polonia, e benché cerchi di seguire con la massima attenzione gli avvenimenti, in una certa misura le informazioni possono tuttavia sfuggirmi o pervenirmi con un certo ritardo. La mia analisi della situazione polacca deve, quindi, forzatamente basarsi spesso su ipotesi e non presentare i caratteri della certezza assoluta.

Vorrei anche premettere che è impossibile comprendere la situazione polacca se si prescinde dal carattere cattolico dominante della popolazione. Esiste da sempre in Polonia, o almeno da qualche secolo, una minoranza «liberale», che peraltro parla con rispetto della Chiesa: è un ceto di avvocati, di medici, di economisti che si concentra soprattutto a Varsavia. Ma la maggioranza della popolazione è veramente cattolica e profondamente attaccata alla tradizione nazionale.

D. In questo quadro, quale ruolo gioca, a suo avviso, la Chiesa polacca?

R. Pur vivendo in un paese comunista, la Chiesa in Polonia è riuscita a salvaguardare pressoché interamente la sua indipendenza, ed è guardata a ragione dalla popolazione come la sola istituzione polacca indipendente dall’Unione Sovietica. Tuttavia, tengo a precisare che la Chiesa polacca non pratica né la «terza via» né il «compromesso storico» proposto dai comunisti italiani. La Chiesa non è affatto contenta della sua situazione, e non la considera un ideale né un modello; si sforza semplicemente di sopravvivere, come una Chiesa in un paese occupato. Inoltre, benché (la grande maggioranza del clero polacco sia solidamente legata all’ortodossia cattolica, il clima esterno ha in qualche misura influito, ed è nato anche in Polonia il progressismo, raccolto soprattutto intorno alla rivista Tygodnik Powszechny.

D. In questo clima, come sono nati i fatti polacchi del 1980; quale è, a suo avviso, il ruolo di Solidarnosc?

R. Mi esprimerò così: non ho una risposta decisiva, ma questi avvenimenti danno l’impressione di essere in larga misura spontanei. Lech Walesa è certamente un cattolico autentico, e la maggior parte dei suoi amici sono veramente cattolici, patrioti e anticomunisti. In generale il carattere cattolico dei membri di Solidarnosc non sembra né superficiale né artificiale. Vi sono alcuni segni che giudico molto positivi, anche se la stampa occidentale non ha dato loro molto rilievo. Anzitutto, Lech Walesa e i suoi amici hanno delle idee morali molto precise, si sono pronunciati in modo duro contro il divorzio e contro l’aborto, e combattono realmente contro l’alcoolismo, che è una delle piaghe della Polonia moderna e uno dei mezzi di corruzione più potenti. Durante gli scioperi, Solidarnosc ha vietato rigorosamente gli alcoolici e coloro che cercavano di introdurre delle bottiglie venivano inesorabilmente allontanati.

Un altro segno che mi sembra positivo – e che la stampa occidentale ha occultato – è la posizione di Solidarnosc a favore dei contadini, e quindi dalla proprietà privata ancora sussistente in Polonia. L’economia polacca sopravvive grazie al fatto che è stata lasciata – per evitare, il collasso totale – un’isola di proprietà privata nell’agricoltura; tuttavia, di recente, il governo si è sentito abbastanza forte per cercare di allontanare i giovani dalle campagne e di ostacolare i contadini proprietari con ogni genere di pressione, compresa la negazione di macchine agricole e di fertilizzanti essenziali. Soprattutto, il governo cerca di indurre i giovani contadini ad andare in città e a fare gli operai, e questo è molto importante perché la legge dice che il padre contadino può lasciare in eredità il suo piccolo campo al figlio soltanto se questi è anch’egli un contadino, altrimenti il campo passa allo Stato. È interessante notare che vi è pure un fenomeno contrario, anche se interessa un numero limitato di persone: vi sono polacchi che tornano alla terra per idealismo, e, fra questi, membri dell’antica nobiltà rimasti in Polonia. Ora, Solidarnosc è a favore dei contadini e della proprietà privata, contro le vessazioni a cui il governo li sottopone; anche la Chiesa ha fatto delle dichiarazioni precise in questo senso.

In genere, tuttavia, bisogna considerare che le idee, anche economiche, di Solidarnosc costituiscono una massa non cristallizzata e spesso confusa, nella quale si infiltrano anche influenze e personaggi di tipo marxista.

D. Qual è, a suo avviso, il peso e il ruolo dell’infiltrazione marxista in Solidarnosc?

R. Naturalmente, non è facile dirlo e inoltre bisogna fare una distinzione importante. La mia impressione è che Solidarnosc non fosse infiltrata, agli inizi, da comunisti «governativi» russi o polacchi; questa infiltrazione, semmai, è cominciata successivamente, il che, in un certo senso, è inevitabile, conoscendo le tattiche del comunismo internazionale. Tuttavia, a mio avviso, non si deve perdere di vista il fatto che attualmente la Rivoluzione mondiale è divisa, e che esiste un vasto movimento di socialismo antirusso, che costituisce, forse, la versione più aggiornata dello spirito massonico, ha i suoi centri in Occidente piuttosto che in Oriente, e guarda ai socialisti detti utopisti o a Trotzskij piuttosto che a Lenin. Tutto questo mondo – che influenza largamente, per esempio, i laburisti inglesi e i socialisti italiani – esprime in Polonia il Comitato per la difesa degli operai, più noto come KOR, e il KOR è l’elemento di infiltrazione socialista, trotzkista nel senso che ho accennato, all’interno del dissenso polacco.

D. Può precisare maggiormente la posizione e il ruolo del KOR?

R. Descriverei il KOR come il pendant polacco del socialismo non filo-sovietico o trotzskista del quale parlavo. È un movimento composto quasi esclusivamente da persone che hanno restituito la tessera del partito comunista polacco. Non c’è nel KOR il motivo trotzskista della «rivoluzione tradita» (in verità la parola «rivoluzione» non è molto popolare in Polonia), ma piuttosto quello di una via «diversa», di una «via polacca al socialismo», una via dicono – che rispetti la Chiesa. Naturalmente, questa fraseologia – che rispecchia gli analoghi slogan dei socialisti baschi o dell’Irlanda del Nord – nasconde non tanto il rispetto per la Chiesa, quanto il tentativo di utilizzarla per i propri fini. Un elemento interessante è che i capi del KOR non sono di estrazione cattolica, ma in genere appaiono legati alla comunità ebraica polacca. Uno degli iniziatori del dissenso all’interno del partito comunista è stato un certo Schechter, i cui figli hanno mutato il cognome uno in Michnik (il noto leader del KOR), l’altro in Szwedowicz. Quest’ultimo è un ex magistrato comunista polacco, che ora vive in Svezia e anima la rivista Kultura, che si pubblica a Parigi e che rappresenta il portavoce delle idee del KOR verso l’Occidente. Anche Jacek Kuron ha sposato una ebrea e appare legato agli stessi ambienti; quanto a Lipinski è un vecchio professore, socialista di sinistra, che non è mai stato cattolico e che viene usato dal KOR per la sua fama di intellettuale piuttosto che essere politicamente attivo.

Personalmente, ho indirizzato e diffuso una lettera aperta al KOR e ai suoi amici in Occidente chiedendo la loro opinione sul divorzio e sull’aborto; naturalmente, non ho ricevuto alcuna risposta.

D. In realtà, quanto è importante il KOR nell’attuale situazione polacca?

R. Vi sono molti interrogativi ai quali è difficile rispondere. La mia ipotesi è che all’inizio il KOR sia riuscito a giocare un ruolo abbastanza importante; successivamente, il movimento si è esteso eccessivamente e il KOR non è più riuscito a controllarlo; attualmente, mi sembra che stia cercando di riguadagnare influenza. Sempre secondo me, Lech Walesa non è sottomesso al KOR e talora sembra che si renda conto di che cosa di tratta; ma è possibile che il KOR abbia mezzi e persone per influenzarlo. Nelle ultime settimane, tuttavia, la tensione ha reso forse più evidenti i contrasti ed è emerso chiaro un attacco del KOR contro Lech Walesa.

Inoltre, bisogna tenere conto del fatto che il KOR ha una grandissima influenza sulla presentazione dei fatti polacchi in Occidente. Quello che la stampa occidentale pubblica sul dissenso polacco è, in genere, veicolato e costruito dal KOR e dai suoi amici. Una rivista come Kultura rappresenta in realtà pochissimo nell’emigrazione polacca (l’emigrazione polacca si riconosce soprattutto nelle parrocchie e nelle chiese polacche all’estero, che sono molto numerose: soltanto qui a Londra ce ne sono sei), ma, al contrario, rappresenta molto nell’influenzare gli occidentali e nel presentare una certa versione degli avvenimenti polacchi. Anche i commentatori polacchi di Radio Europa Libera presentano costantemente la versione dei fatti del KOR: e Radio Europa Libera ha una grande influenza in Polonia, dove è pressoché l’unica voce occidentale che sia facile ascoltare.

D. Recentemente i giornali occidentali hanno menzionato, oltre a Solidarnosc e al KOR, un terzo gruppo, la Confederazione per una Polonia Indipendente, che è stata attaccata violentemente dalla Tass e il cui leader, Moczulski è stato arrestato…

R. La mia opinione sulla Confederazione di Moczulski non è positiva. Si tratta di un gruppo di tipo pilsudskista, istintivamente patriottico e che sembra nazionalista, ma che ha un atteggiamento rivoluzionario-romantico direttamente ispirato al romanticismo polacco del secolo XIX, tanto vicino al risorgimentalismo italiano e in particolare alla Carboneria. È un patriottismo sentimentale con scarse motivazioni dottrinali, che avversa i russi non perché rappresentano il comunismo ma semplicemente perché sono russi, stranieri e tradizionali nemici della Polonia. In una situazione carica di tensione come quella polacca, l’atteggiamento insurrezionalista sentimentale del gruppo di Moczulski è particolarmente pericoloso: i suoi slogan semplici possono sedurre i giovani, ma anche spingerli a comportamenti romantici o a cadere nelle provocazioni.

D. In generale, come vede le prospettive e il futuro della Polonia? È verosimile un intervento militare sovietico?

R. La situazione della Polonia è molto complessa: ci sono delle forze sub-coscienti che è veramente difficile interpretare. In generale, il movimento del dissenso è riuscito a strappare qualche cosa: si è ottenuto per la prima volta il permesso di costruire un numero adeguato di nuove chiese, si sono avuti, in vari settori, delle condizioni di vita un poco migliori. Tuttavia, la versione socialista del dissenso rappresentata dal KOR è un pericolo reale: il KOR è forte perché molta gente è ingenua; nelle scuole polacche si insegna pochissimo la storia, e l’ignoranza generale in materia di storia è notevole.

Tutto sommato, il conflitto fra la Polonia e l’Unione Sovietica non dispiacerebbe al KOR: questo tipo di trotzskisti si augura una tormenta mondiale, per poter pescare nel torbido e proporsi come gerarchia alternativa della Rivoluzione. Vi sono poi i fanatici pilsudskisti che vogliono la guerra e che si illudono che la Polonia possa realmente vincere un conflitto militare con la Russia. Credo, invece, che i patrioti cattolici polacchi vogliano evitare l’invasione sovietica, e francamente sono d’accordo con loro. Non si tratta né di timore né di compromesso, si tratta semplicemente della consapevolezza che per ragioni storiche e geografiche in Polonia non avverrebbe come in Cecoslovacchia, ma vi sarebbe una grande catastrofe dalla quale la nazione uscirebbe distrutta.

Comunque, è estremamente difficile fare delle previsioni. La situazione economica è letteralmente terribile; la situazione politica è incerta, non si può sapere oggi quel che succederà domani. Certamente, si deve pregare Dio perché salvi la Polonia: ogni più che mai, con un Pontefice polacco, la nostra nazione-cattolica ha una missione provvidenziale che interessa l’intera Cristianità.

a cura di Massimo Introvigne

 

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