«Rivoluzione e Contro-Rivoluzione» quarant’anni dopo

Intervista a Giovanni Cantoni
Alleanza Cattolica 21 anni fa
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Juan Miguel Montes Cousiño, Cristianità n. 289 (1999)

 

Testo originale delle risposte all’intervista Quatro prestigiosas edições de «Revolução e Contra-Revolução» na Itália, in Catolicismo. Portavoz da TFP, anno XLIX, n. 580, San Paolo (Brasile) aprile 1999, pp. 12-15; traduzione delle domande e del «cappello», e titolo redazionali.

 

«Rivoluzione e Contro-Rivoluzione» quarant’anni dopo

 

Giovanni Cantoni, di Piacenza, in Italia, nel 1972 ha fondato l’editrice Cristianità e, l’anno seguente, la rivista omonima. Si tratta dell’organo ufficiale del movimento Alleanza Cattolica, di cui è fondatore e reggente nazionale lo stesso intervistato.

Dal 1994 collabora al Secolo d’Italia. Quotidiano di Alleanza Nazionale come editorialista. E dal 1996 vi dirige la rubrica settimanale Dizionario del Pensiero Forte.

L’intervistato ha promosso il lancio di tre edizioni italiane di Rivoluzione e Contro-Rivoluzione, la prima attraverso le Edizioni dell’Albero, di Torino, la seconda e la terza attraverso l’editrice Cristianità, di Piacenza. È in corso di preparazione una quinta edizione del libro presso la stessa editrice, dopo una quarta promossa dall’associazione Luci sull’Est.

Giovanni Cantoni ha concesso un’intervista a Catolicismo nella sua abitazione, a Piacenza.

Lo ha intervistato il direttore dell’Ufficio Tradizione Famiglia Proprietà a Roma, Juan Miguel Montes Cousiño.

 

D. Quali ragioni l’hanno indotta a pubblicare Rivoluzione e Contro-Rivoluzione in Italia?

R. La risposta comporta alcune indicazioni di fatto e di carattere personale. Nel 1960 avevo aderito ai Centri per l’Ordine Civile, nati come reazione all’«apertura a sinistra», cioè all’ingresso dei socialisti nel governo della Repubblica Italiana. Nello stesso 1960 avevo pubblicato una raccolta di articoli del padre gesuita Luigi Taparelli d’Azeglio dal titolo La libertà tirannia. Saggi sul liberalismo risorgimentale, così prendendo posizione contro il Risorgimento, contro la Rivoluzione italiana, cioè la versione italiana della Rivoluzione detta francese. Questa pubblicazione attirò all’epoca l’attenzione dei «lettori» dell’appena costituita Sociedade Brasileira de Defesa da Tradição, Família e Propriedade ed è nato un rapporto che dura ancora. Quando ho incontrato Rivoluzione e Contro-Rivoluzione, nel 1961 e nell’ edizione brasiliana in francese, ho creduto d’identificare nell’opera una risposta utile ai miei personali problemi politico-religiosi e a quelli del mondo politico-culturale in cui vivevo: quindi, uno strumento per far chiarezza in una «confusione» ricca di buone intenzioni ma povera di orientamenti ragionevoli e ordinati. E mi ha colpito soprattutto il fatto che permettesse d’andare oltre la comprensione «politica» del passato e che, cogliendo anche aspetti esistenziali del processo rivoluzionario, ponesse nella seconda parte, La Contro-Rivoluzione, le premesse per un’opera di Restaurazione, sia all’interno del ciclo rivoluzionario in corso, sia dopo il suo eventuale compimento.

D. Che importanza ha avuto Rivoluzione e Contro-Rivoluzione nello svolgimento del pensiero contro-rivoluzionario italiano?

R. La semina di Rivoluzione e Contro-Rivoluzione in Italia è stata indubbiamente rilevante e feconda.
Dal punto di vista quantitativo, tale semina è stata reiterata: dopo l’edizione del 1964 per i tipi delle Edizioni dell’Albero di Torino, la cui traduzione era stata preparata in Brasile e da me riveduta solo per l’indispensabile, ho studiato il portoghese necessario a ritradurre il testo e ho promosso una seconda edizione nel 1972 e una terza nel 1977, in entrambi i casi presso l’editrice Cristianità di Piacenza; nel 1998 ne è stata fatta una quarta a opera dell’associazione Luci sull’Est, a Roma, e ne sto preparando una quinta per il 1999, sempre presso Cristianità, dopo la scomparsa dell’autore e nel quarantesimo anniversario della pubblicazione dell’opera.
Dal punto di vista qualitativo l’opera ha svolto e continua a svolgere la funzione che ho descritto: ha portato e continua a portare chiarezza sia in relazione alla comprensione del passato e del presente, sia all’azione da svolgere nel presente in vista del futuro. Evidentemente senza nessuna responsabilità per l’autore e senza far torto a nessuno, fra i frutti della semina ricordo il primo «frutto pubblico», che mi riguarda, cioè il saggio introduttivo da me premesso all’ edizione del 1972, L’Italia tra Rivoluzione e Contro-Rivoluzione, un tentativo di leggere gli ultimi duecento anni di storia italiana secondo le categorie esposte e proposte in Rivoluzione e Contro-Rivoluzione. Tale «lettura» ha costituito e continua a costituire il quadro di fondo dell’attività di Alleanza Cattolica nel suo apostolato culturale contro-rivoluzionario. Naturalmente con tutte le revisioni rese necessarie dal passare del tempo e dal suo esser esposta ai mutamenti che derivano dalla conoscenza storica, sia mia che della cultura storica italiana ed europea, dal momento che il «revisionismo», intrinseco alla scienza storica, non va solo preteso, ma anche praticato.

D. Per l’edizione italiana di Rivoluzione e Contro-Rivoluzione del 1977 l’autore ha aggiunto una terza parte denunciando la IV Rivoluzione. Qual’è l’attualità di tale analisi sulla IV Rivoluzione, soprattutto dopo lo smantellamento del blocco sovietico, che incarnava la III Rivoluzione?

R. Sono personalmente orgoglioso di essere all’origine materiale della terza parte di Rivoluzione e Contro-Rivoluzione, «Rivoluzione e Contro-Rivoluzione» vent’anni dopo. Si tratta di una parte di straordinaria importanza perché, almeno nelle sue grandissime linee, completa la descrizione concettuale del ciclo del processo rivoluzionario, anche se l’esposizione è volutamente ipotetica e pedagogicamente interrogativa. Infatti l’itinerario dalla rivoluzione religiosa a quella politico-sociale, da quella politico-sociale a quella economico-sociale si conclude con e nella rivoluzione culturale di massa, realizzazione diffusa della rivoluzione culturale elitaria, quella umanistico-rinascimentale, che sta a monte della rivoluzione religiosa e con cui il processo è appunto iniziato.
Nella terza parte vengono forniti primi parametri per inquadrare quanto è venuto accadendo non solo dal 1968 al 1989 ma anche quanto sta avvenendo dopo il 1989, il Sessantotto delle Nazioni, sia come «perfezione» della dissoluzione che come occasione di restaurazione, così caricando di ulteriore portata la seconda parte. E se, come si dice, «chi bene inizia è a metà dell’opera», credo si possa anche dire che «un problema ben impostato è a metà risolto».

D. Che cosa pensa relativamente al concetto di Rivoluzione nelle tendenze illustrato dal professor Plinio Corrêa de Oliveira e che sembra un suo contributo molto peculiare alle tesi contro-rivoluzionarie già sviluppate nel secolo scorso?

R. Non si tratta dell’unico contributo, né elementi sparsi di questo aspetto del fenomeno rivoluzionario sono assenti negli autori contro-rivoluzionari che hanno preceduto il maestro brasiliano e di cui egli ha tenuto conto, a partire dall’ecclesiastico francese monsignor Henri Delassus, vissuto a cavallo fra il secolo XIX e il secolo XX e autore dell’opera Il problema dell’ ora presente: antagonismo di due civiltà: perciò tale contributo può essere indicato come «peculiare» nel senso di «dominante», non assolutamente di unico. Si tratta però di aspetto che integra la prospettiva contro-rivoluzionaria precedente, impedendo che possa venir ridotta a prospettiva settoriale, sia pure di settori importanti quali quello religioso o quello politico. Infatti, introducendo elementi esistenziali, rimanda alla nozione e alla dimensione antropologica della cultura, non solo a quella sociologica — «il […] concetto di rivoluzione culturale comprende, con impressionante analogia, lo stesso campo già indicato […] come specifico della Rivoluzione nelle tendenze», afferma l’autore in una chiosa del 1992 —, e, di conseguenza, suggerisce anche una sorta di «piccola via» nel quadro dell’«ideale della Contro-Rivoluzione», «restaurare e promuovere la cultura e la civiltà cattolica». Secondo Papa Giovanni Paolo II «la cultura non riguarda solo gli uomini di scienza, così come non deve rinchiudersi nei musei. Essa è, direi quasi, la dimora abituale dell’uomo, ciò che caratterizza tutto il suo comportamento e il suo modo di vivere, persino di abitare e di vestirsi, ciò che egli trova bello, il suo modo di concepire la vita e la morte, l’amore, la famiglia e l’impegno, la natura, la sua stessa esistenza, la vita associata degli uomini, nonché Dio».
Quindi l’apostolato contro-rivoluzionario cattolico, integrato da elementi non solo macrostrutturali ma anche microstrutturali secondo la lezione di Corrêa de Oliveira, è oggi più che mai parte oggettivamente costitutiva dell’apostolato culturale cattolico, per esplicita indicazione pontificia denominato Nuova Evangelizzazione.

D. Il grande canonista, recentemente scomparso, padre Anastasio Gutiérrez diceva che il contenuto di Rivoluzione e Contro-Rivoluzione dovrebbe essere insegnato nei grandi centri cattolici di cultura superiore perché in essi manca una visione contro-rivoluzionaria. Ma qualcuno potrebbe vedere nel carattere marcatamente sintetico di Rivoluzione e Contro-Rivoluzione una difficoltà alla sua accettazione nell’ambiente accademico. Che cosa pensa a questo proposito?

R. Concordo con il giudizio espresso dal compianto padre claretiano, ma credo debba essere precisato.
Anzitutto mi pare infatti che segnali una carenza nel mondo cattolico, costituita dall’inadeguato riferimento a parametri di filosofia e di teologia della storia, con le ricadute di questi parametri nella vita morale sia dei singoli che dei gruppi umani che costituiscono tale mondo.
In secondo luogo il dotto canonista intende suggerire come utili i parametri esposti e proposti in Rivoluzione e Contro-Rivoluzione, a cui si riferisce come a «un’opera magistrale, i cui insegnamenti dovrebbero essere diffusi fino a farli penetrare nella coscienza di tutti quanti si sentano autenticamente cattolici; direi di più, di tutti gli uomini di buona volontà». A questo punto penso che la proposta necessiti di una riflessione sul genere letterario di Rivoluzione e Contro-Rivoluzione per evitare equivoci, come quello di proporne un generico «studio». Infatti, a mio avviso, non si tratta di un testo di studio nel senso corrente del termine, cioè di un testo dal quale ricavare anche, se non soprattutto, informazioni, ma di «un semplice insieme di tesi» — la definizione è dello stesso Corrêa de Oliveira — utili per promuovere «esercizi intellettuali e spirituali» che rinnovino la «coscienza di verità» — come l’ha chiamata il Pontefice regnante — nei cattolici e nei non cattolici. Mi spiego con un esempio che ritengo decisivo. Sarebbe puntuale suggerire lo «studio» — se non per studiosi di ascetica e di mistica cattoliche — degli Esercizi Spirituali di sant’Ignazio di Loyola? Com’è noto, non si tratta di un «libro da leggere», ma di una guida alla meditazione organizzata, alla preghiera metodica, di una sorta di canovaccio per una commedia dell’arte — e commedia, come testimonia l’opera maggiore di Dante Alighieri, non indica solamente e principalmente rappresentazione scherzosa e a lieto fine —, il cui personaggio principale, il cui protagonista è l’esercitante; la cui materia principale è fornita dalla condizione passata e presente dello stesso esercitante, cioè dalla sua vita; e che abbisogna della presenza il più possibile discreta — il che non vuol dire segreta, ma semplicemente non sostitutiva — di un regista, il direttore del corso di esercizi, colui che li «mette in scena». Per certo Rivoluzione e Contro-Rivoluzione ha relazione con il Trattato della vera devozione a Maria, di san Luigi Maria Grignion de Montfort: si tratta di una relazione indicata esplicitamente dall’autore stesso in una prefazione, quella all’edizione argentina del 1970, che mi pare costituisca contributo fondamentale all’interpretatio authentica di Rivoluzione e Contro-Rivoluzione. Ma non manca, ugualmente per certo, relazione con gli Esercizi Spirituali, di cui Rivoluzione e Contro-Rivoluzione credo costituisca la versione sub specie societatis, «a uso della società». E quest’ultima relazione richiama la necessità di un organismo il più possibile discreto — cioè non tale da «rubare spazio» agli esercitanti — di direzione degli esercizi insieme intellettuali e spirituali da proporre al corpo sociale cattolico e non cattolico, soprattutto ai suoi leader, non solo politici ma d’opinione, affinché esaminino, alla luce delle sue categorie, le loro storie, le storie delle loro nazioni, dei loro popoli e delle loro società. Significativo, in proposito, mi pare quanto l’autore scrive nel 1978 nella prefazione alla seconda edizione spagnola di Rivoluzione e Contro-Rivoluzione: «[…] mi astengo da applicazioni concrete al panorama spagnolo, lasciando che lo facciano i miei lettori secondo le ispirazioni della loro fede e del loro patriottismo». Perciò oso avanzare, in forma interrogativa e, quindi, ipotetica, una tesi di cui sono profondamente convinto, derivata da tale proposta d’identificazione del «genere» di Rivoluzione e Contro-Rivoluzione: questo organismo di direzione spirituale e intellettuale non si realizza forse nelle società di difesa di Tradizione, Famiglia e Proprietà e nelle entità analoghe, ispirate all’opera apostolica di Corrêa de Oliveira, o semplicemente similari? Perciò, per concludere sul punto, studio di Rivoluzione e Contro-Rivoluzione deve voler dire riflessione guidata, a partire dal testo, per ogni cattolico socialmente impegnato: ma, posta la natura sociale dell’uomo, chi, cattolico e non cattolico, non è in qualche modo socialmente impegnato? All’uso del testo, quindi, necessita non solo il testo stesso — una tesi degna del Signor di Lapalisse —, ma anche chi lo serva guidando a tale uso. A quattro anni dalla scomparsa dell’autore e a quarant’anni dalla pubblicazione di Rivoluzione e Contro-Rivoluzione s’ impone la riflessione su questo quesito: è possibile separare l’autore e il suo carisma da quella che lui stesso indica come sua opera principale, quando, nell’Autoritratto filosofico del 1976, aggiornato nel 1994, afferma categoricamente che «il saggio nel quale condenso l’essenziale del mio pensiero spiega il significato della mia azione ideologica»? Dove «separare» significa magari esaltare l’autore prescindendo dall’adeguata valutazione del suo capolavoro e dalla promozione del suo uso corretto. Come termine di riferimento per la risposta a detto quesito credo valga quest’altro quesito, per il quale è già a disposizione abbondante materiale storico da esaminare: è possibile separare sant’Ignazio e il suo carisma dagli Esercizi Spirituali, così come gli Esercizi Spirituali da sant’Ignazio?
Né quello segnalato mi pare l’unico possibile uso scorretto del messaggio di Corrêa de Oliveira. Infatti non posso trascurare l’ ipotesi che Rivoluzione e Contro-Rivoluzione venga trattato come «testo di storia» piuttosto che come riflessione sulla storia e dalla storia da applicare alle diverse storie, quando non come testo «profetico» nel senso rigido d’indicatore puntuale e conclusivo del tempo e del luogo di qualche avvenimento futuro. Per parte mia, penso che Rivoluzione e Contro-Rivoluzione sia uno «strumento di misura», inseparabile dal suo autore, che lo propone appunto come strumento di cui servirsi, non come gabbia in cui rinchiudersi. Così, mi pare si debbano correttamente inquadrare le Chiose del 1992, originate dagli avvenimenti che si sono prodotti dopo il 1989: credo si tratti, come anche nel caso del primo e del secondo capitolo della terza parte, La Rivoluzione: un processo in continua trasformazione e Apogeo e crisi della III Rivoluzione, soprattutto di preziosi esempi d’applicazione delle categorie di Rivoluzione e Contro-Rivoluzione, di una verifica della permanente attualità di essa come strumento piuttosto che d’integrazioni al testo stesso, che pure evidentemente non mancano: chi, infatti, riscrive esattamente la stessa opera dopo tanto tempo?
Anche se la risposta è stata molto lunga, la devo completare, almeno in tesi, a proposito dell’ultima parte di essa, quella relativa a quanto viene indicato come sinteticità del testo. Anzitutto, a mio avviso, tale sinteticità costituisce conferma della natura di Rivoluzione e Contro-Rivoluzione come «un semplice insieme di tesi», quindi del suo carattere sapienziale — «prodotto autentico della sapientia christiana», definisce l’opera padre Gutiérrez —, cioè utile per dar sapore alle informazioni dell’utente, dell’esercitante politico-religioso e non semplice lettore, e alla sua cultura. Tale carattere sapienziale è ricavato, distillato, dalla riflessione ispirata dell’autore sulla storia della Cristianità romano-germanica; si tratta per certo di un limite oggettivo, cioè di un tratto ben definito da Corrêa de Oliveira nel secondo capitolo della prima parte, non di un difetto, quale quello indicato da Eric Voegelin relativamente a Giambattista Vico «[…] quando ha generalizzato il corso romano in una “storia ideale”». Corrêa de Oliveira non si voleva erudito: me lo disse formalmente nel 1972, in occasione del nostro primo incontro, e non mi parve espressione di modestia, ma dichiarazione con carattere e con intenzione definitori. Ma erudito non si contrappone solo a ignorante; si contrappone pure — ed è il caso del nostro autore — a dotto insoddisfatto dal cumulo delle nozioni. Quindi a saggio della saggezza ricavata dalla riflessione sulla realtà, il mondo cattolico, e il tempo storico oggetto dell’attenzione dei pensatori contro-rivoluzionari. Mi spiaccio di non poter proporre per intero gli «ammaestramenti» di un frate domenicano pisano, Bartolomeo da San Concordio, vissuto nella seconda metà del secolo XIII e nella prima del secolo XIV, che dedica un’intera sezione della sua opera Ammaestramenti degli antichi a indicare sette ragioni per cui «il dire breve è migliore che il lungo». Basti l’ultima: «Gli uomini al tempo d’oggi di brevità son vaghi». Che dire del nostro «tempo d’oggi»?

a cura di Juan Miguel Montes Cousiño

 

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  Cristianità, Dichiarazioni e documenti
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