Se lo Stato colombiano non lotta contro la criminalità narco-guerrigliera verrà dominato da essa

Alleanza Cattolica 25 anni fa
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Manifesto della Sociedad Colombiana de Defensa de la Tradición, Familia y Propiedad, TFP, pubblicato in Colombia in El Tiempo, di Santafé de Bogotá, e in El Universal, di Cartagena, il 31-5-1995; e negli Stati Uniti d’America in Washington Time, di Washington, il 22-6-1995, e in Diario Las Américas, di Miami, il 2-7-1995. Il titolo originale è Si el Estado no lucha contra el crimen narco-guerrillero, se dejará dominar por él; il titolo e la traduzione sono redazionali.

Cristianità n. 243-244 (1995)

 

Fu rivolta a Giona una seconda volta questa parola del Signore: “Alzati, va’ a Ninive la grande città e annunzia loro quanto ti dirò”. Giona si alzò e andò a Ninive secondo la parola del Signore. Ninive era una città molto grande, di tre giornate di cammino. Giona cominciò a percorrere la città per un giorno di cammino e predicava: “Ancora quaranta giorni e Ninive sarà distrutta”. I cittadini di Ninive credettero a Dio e bandirono un digiuno, vestirono il sacco, dal più grande al più piccolo. Giunta la notizia fino al re di Ninive, egli si alzò dal trono, si tolse il manto, si coprì di sacco e si mise a sedere sulla cenere. Per ordine del re e dei suoi grandi fu poi proclamato in Ninive questo decreto: Uomini e animali, grandi e piccoli, non gustino nulla, non pascolino, non bevano acqua. Uomini e bestie si coprano di sacco e si invochi Dio con tutte le forze; ognuno si converta dalla sua condotta malvagia e dalla violenza che è nelle sue mani. Chi sa che Dio non cambi, si impietosisca, deponga il suo ardente sdegno sì che noi non moriamo?”. Dio vide le loro opere, che cioè si erano convertiti dalla loro condotta malvagia, e Dio si impietosì riguardo al male che aveva minacciato di fare loro e non lo fece.

(Gio. 3, 1-10)

 

Quante volte, dai giorni di Giona a oggi, le parole di fuoco del grande profeta, inviato da Dio per mettere in guardia Ninive, sono state citate come meditazione per i popoli che si allontanano dalle vie del Signore! E per quanti paesi attuali — fra essi, la nostra patria — queste parole hanno un’applicazione impressionante!

Com’è diverso l’atteggiamento della Colombia da quello tenuto da Ninive di fronte alla misericordiosa minaccia di Dio! Quanti dovrebbero rappresentare con parole di fuoco il giudizio divino di fronte al processo che corrode la civiltà cristiana mantengono il silenzio oppure usano un linguaggio tiepido, che addormenta invece di risvegliare! E, in parte, ugualmente, molti potentati temporali spregiano questo giudizio, mentre altri proteggono sfacciatamente gli agenti della distruzione morale e materiale!

 

Sul bordo dell’abisso, un appello per il bene della nazione

Il limite aberrante al quale è giunta la situazione spinge la Sociedad Colombiana de Defensa de la Tradición, Familia y Propiedad, TFP, a denunciarla pubblicamente, chiedendo a tutti i compatrioti — e in special modo alle autorità — di reagire con forza, perché il paese sta per essere gettato nell’abisso.

Com’è noto, importanti personalità nordamericane — fra altre, il ministro della Giustizia Janet Reno, il sen. Jesse Helms, presidente della Commissione Affari Esteri del Senato, il sottosegretario di Stato per gli Affari Internazionali della Droga e della Criminalità, Robert Gelbard, vicedirettore della DEA, Drug Enforcement Agency, l’agenzia anti-narcotici, Stephen Green, l’ex zar della lotta contro la droga, William J. Bennet, e il direttore della stessa DEA, Thomas Constantine — hanno criticato la tolleranza dello Stato colombiano nei confronti del narcotraffico, e diversi di loro hanno chiesto al governo degli Stati Uniti d’America di esigere dal nostro la lotta contro questa attività.

Prescindendo dalle proposte discutibili di alcuni di loro e dalle espressioni scortesi talora usate, si capisce che denunciano questa tolleranza perché tale traffico e quanto ne deriva — la criminalità, l’accettazione e la connivenza da parte di certe autorità, grazie all’intimidazione e alla corruzione — costituiscono una delle peggiori minacce ai paesi nel nostro tempo.

Tali giudizi hanno colpito l’opinione pubblica americana, ma essa si è subito placata, in parte a causa di certi attacchi lanciati dallo Stato colombiano contro il narcotraffico, che hanno in qualche modo ritoccato la sua immagine di negligenza in questo campo. Tuttavia, le recenti inchieste promosse dalla Procura Generale della Nazione provano che pure alti organi giudiziari colombiani chiedono una lotta più energica a tali complicità.

 

Sottomissione dei delinquenti allo Stato o di questo a quelli?

A margine del risultato di tali indagini, lo Stato è indubbiamente andato oltre tutti i propri precedenti atteggiamenti di benevolenza nei confronti del narcotraffico applicando la “politica della sottomissione” dei criminali transfughi, negoziando con loro le pene cui saranno condannati, se si consegnano volontariamente e collaborano con le indagini.

Questa politica ha prodotto tanti abusi, tante transazioni temerarie e frutti così poveri da essere messa in questione dalla Procura Generale della Nazione (1) perché è apparso chiaro che lo Stato si sottometteva alla criminalità organizzata e non viceversa.

Secondo questo organismo, “il regime processuale per crimini gravi, come narcotraffico, terrorismo e sovversione, è più largo e generoso del sistema penale applicato ai delinquenti comuni”, per cui “un narcotrafficante condannato a dieci anni di prigione avrebbe diritto alla libertà provvisoria dopo due anni e mezzo di carcere, mentre al delinquente comune […] verrebbero chiesti sei anni e otto mesi” (2).

Così, molti narcotrafficanti sono stati condannati a pene esigue e più di un terzo di loro non ha subito un solo giorno di carcere, perché le sentenze, in media, erano inferiori a quelle previste per il semplice porto irregolare di armi in luogo pubblico (3).

Questi fatti hanno colpito l’opinione pubblica colombiana, perciò il Governo ha nominato una commissione per studiare come correggere tale politica. Ma, fino a oggi — più di quattro mesi dopo questa reazione e più di due da quando la citata commissione ha consegnato le sue conclusioni al presidente —, sono stati rettificati soltanto certi casi estremi.

 

Il male prodotto dall’alleanza fra narcotrafficanti e guerriglieri è molto peggiore di quello prodotto dalle singole componenti

Oltre ad avvantaggiare i narcotrafficanti, il Governo è parso dimenticare che molti di questi sono alleati di gruppi di guerriglieri e di terroristi, che da decenni mantengono in stato di guerra la Colombia con il sostegno, ora velato, ora dichiarato, della Cuba castrista. Questa alleanza non ha solamente contribuito ad accrescere la criminalità, che giunge alle 35.000 morti violente all’anno (4) — l’indice più elevato del Continente —, ma ha dato impulso all’aggressione comunista, aiutandola a superare il permanente rifiuto popolare e a traumatizzare ancora di più il paese.

La crisi colombiana ha avuto inizio più di un decennio fa quando lo Stato ha incominciato a tollerare l’azione di gruppi di guerriglieri e di narcotrafficanti, che sono cresciuti, si sono arricchiti, si sono trovati a essere complici e hanno ottenuto un’enorme impunità, tendendo a unirsi gli uni agli altri per sovrastare le autorità e per controllare la società. Purtroppo, molto di questo si è già realizzato: poche autorità civili si servono dei loro poteri per piegare questi gruppi sovversivi, che continuano a lottare per il dominio del paese.

Da parte loro, le autorità spirituali mettono raramente in guardia i fedeli con l’enfasi dovuta contro i pericoli morali derivati dalla crescente influenza di queste associazioni a delinquere, e nella pratica non denunciano più la complicità con esse del rimanente della popolazione.

Di più, alcuni vescovi, come quello di Florencia e quello di San José del Guaviare, sono andati più avanti: adducendo l’argomento che, se lo Stato brucia le coltivazioni di droga e abbandona i contadini, li pone in una situazione insostenibile, hanno proposto la legalizzazione delle piantagioni di coca (5), il che, ovviamente, li getterebbe completamente nelle mani dei narcotrafficanti!

 

Alla fine dell’anno scorso quanto era noto è divenuto evidente

Alla fine del 1994, il nesso fra guerriglia e narcotraffico — notorio da più di dieci anni — è divenuto palese: con minacce, la guerriglia ha costretto decine di migliaia di contadini, nei dipartimenti di Guaviare, Putumayo, Meta e Caquetá, a invadere i centri abitati per pretendere dallo Stato la sospensione dell’incendio delle coltivazioni di droga (6).

Così, in oltre cinquanta casi negli ultimi due anni, gli aerei e gli elicotteri usati dallo Stato per questi incendi sono stati attaccati e talora abbattuti dall’artiglieria dei guerriglieri che proteggevano le piantagioni (7), i quali, per di più, impediscono l’avvicinarsi di soldati e di poliziotti.

Inoltre, secondo l’Esercito, circa 4.000 guerriglieri — la metà di quanti si calcola vi siano oggi nel paese — costituiscono questa alleanza (8), il che rende tanto schiacciante il suo potere in questi dipartimenti che i poliziotti e i soldati non possono andare oltre la periferia dei capoluoghi perché, al di là, mettono grandemente a rischio la vita, dal momento che impera la legge della criminalità (9).

Tuttavia, niente di tutto questo ha indotto il Governo a mutare la sua indolente politica verso guerriglieri e narcotrafficanti. Lungi dall’affrontarli realmente, ha teso, in spregio alla legge, a instaurare con essi una specie di collaborazione di governo in tali regioni, già indifese a causa dell’abbandono in cui erano state lasciate dallo Stato.

 

Concessioni inaudite in risposta all’attacco narco-guerrigliero

Di fatto, poco tempo fa, l’ossessione di fare concessioni all’alleanza narco-guerrigliera ha portato il governatore di Guaviare ad affermare che lo Stato deve trasformare i guerriglieri in “guardie forestali” aggiungendo che, personalmente, aveva già fatto passi in questo senso (10).

Ciononostante sono già passati quattro mesi e questo funzionario resta al suo posto, senza che si sia saputo del pur minimo richiamo da parte del capo dello Stato, di nessuna sanzione amministrativa o indagine penale. Perché? Indubbiamente perché questa inqualificabile inversione di valori fa parte della politica presidenziale.

Così il Governo apre la via a concessioni molto più grandi di quelle fatte fino a oggi, che potrebbero comprendere la consegna di intere regioni alla guerriglia, perché le domini e le sfrutti (11), il che disintegrerebbe la Colombia in un mosaico di repubblichette anarchiche, violente e primitive, manipolate da guerriglieri e da narcotrafficanti.

Cioè, più di cinque anni dopo la caduta della Cortina di Ferro e la proclamazione della morte presunta del comunismo, la Colombia è sulla via di essere trasformata in un laboratorio di comunistizzazione graduale e forzata, in cui la tolleranza governativa apre la strada all’aggressione guerrigliera e alla corruzione del narcotraffico, che impongono alla nazione un regime indesiderabile.

Quale regime? Un caos tempestoso — simile a quello che si verifica in molte nazioni dell’ex orbita sovietica — creato da mafie marxiste e criminali, che lottano per superarsi nel delitto, ma che si alleano per indebolire le leggi e per sottomettere le forze sane, minacciandole, intimorendole e inducendole all’inazione.

 

La guerriglia comunista ha bisogno di alleati oppure d’impunità

Nel corso di oltre quarant’anni la guerriglia comunista ha attaccato l’Iberoamerica, ma è fallita a causa del rifiuto popolare. Ha vinto solamente a Cuba e in Nicaragua perché — con il pretesto di unire forze contro le dittature che li opprimevano — è stata appoggiata da molti che avrebbero dovuto opporsi al comunismo. Ciononostante, l’evidenza stessa dei mali prodotti dal comunismo in questi paesi ha impedito che esso ripetesse in altri lo stesso schema di conquista.

In altre nazioni il comunismo ha fatto massacri, ma esse non lo hanno portato al potere. Tuttavia, in questo, la Colombia sta diventando un’eccezione: benché qui non vi siano state tirannidi che potessero dare il pretesto a rivolte popolari, la guerriglia avanza. Perché? Anzitutto per il frequente silenzio dei Pastori e per la virtuale protezione che a essa fornisce il mondo ufficiale.

Così, nel corso di oltre un decennio, la Colombia e il Perú hanno sopportato con apatia la propria distruzione per mano della violenza marxista. Ma, tre anni fa, il Perú ha cominciato la lotta seria contro questo flagello, lo ha schiacciato in pochi mesi, ha neutralizzato i suoi complici e ha riconquistato la tranquillità, con notoria soddisfazione della grande maggioranza della popolazione.

Al contrario, la Colombia ha continuato a concedere alla guerriglia una sistematica impunità: ha cancellato le sue colpe, si è astenuta dal reprimerla come ordina la legge e richiede il bene comune, e ha a essa fatto concessioni che, invece di punire o di reprimere il crimine, lo stimolano.

 

Per conseguire la “pace” si legano le mani all’Esercito!

Più concretamente, gli ultimi governi hanno legato sempre più le mani alle forze armate, rendendo difficile il compimento del loro dovere di repressione della guerriglia e di protezione della popolazione civile, in questo modo intaccando il prestigio militare, perché spesso s’incolpa l’esercito del fatto che, nel corso di un decennio, la sovversione, lungi dall’essere sconfitta, abbia acquistato maggiore forza.

Questo stato di semilibertà imposto all’esercito è giunto al punto che, spesso, bande di guerriglieri hanno assalito abitati o hanno bloccato importanti vie di comunicazione per lunghe ore, e i distaccamenti militari sono giunti solamente quando i sovversivi erano fuggiti, dopo aver consumato i loro crimini (12).

Tuttavia, fino a questo momento non si è saputo che, in tali casi, i tribunali militari abbiano sottoposto a giudizio gli ufficiali per negligenza oppure per omissione dei propri doveri. Perché? Indubbiamente perché, agendo in questo modo, eseguivano ordini — silenziosi, ma tassativi — dell’Esecutivo, che, per altro, avverte che l’azione militare non deve superare quanto indicato dalla sua politica di concessioni.

 

La Colombia perde il dominio del proprio territorio

Così la Colombia perde il dominio del proprio territorio, si toglie alle forze armate la possibilità di proteggerlo e le si priva del sostegno nazionale, come se appartenere a esse e difendere la patria a rischio della vita fosse un marchio negativo invece di essere onorevole e meritorio.

Nello stesso tempo è cresciuta la tolleranza verso la guerriglia, si è permesso a essa di ampliare la propria azione e di allearsi con il narcotraffico, e, mentre vengono immolati i soldati in combattimento, si sacrificano anche, sull’altare di una chimerica concordia con essa, l’ordine pubblico, la sovranità nazionale e l’onore militare.

Di conseguenza, molti sono i processi avviati contro militari in seguito ad accuse di presunti abusi contro guerriglieri, come se costoro fossero in via di principio pacifici e innocenti, mentre i soldati che difendono la patria fossero necessariamente privi di scrupoli, violenti e sanguinari.

E, come se tutto questo fosse poco, si sottopone l’azione militare alla vigilanza ostile di organizzazioni presuntamente umanitarie, ma legate alla sinistra internazionale e che diffamano in questo ambito le forze armate perché presentano la guerriglia come vittima innocente, perorano la causa della sua impunità e inoltre qualificano come aggressori i militari.

 

Si tratta il criminale come fosse uomo d’onore e l’uomo d’onore come fosse criminale

Naturalmente, l’impunità di cui godono i delinquenti tocca anche i proprietari e tutti quanti hanno qualche rilievo nel mondo agricolo, che vivono in costante pericolo di aggressioni, sequestri di persona ed estorsioni, mentre lo Stato si mostra indifferente, abbandonando le vittime alla loro triste sorte.

Così, in Colombia, la percentuale dei sequestri di persona è la più elevata del mondo — quasi 1400 all’anno (13) — mentre in pochissimi casi le loro vittime sono liberate e i loro autori vengono scoperti e giudicati dai tribunali, il che decima la classe dirigente nel mondo agricolo e premia la parte più degradata e più dannosa della popolazione.

Per molti anni lo Stato, poiché non impediva e non puniva questi delitti, né ostacolava l’enorme traffico di armi della guerriglia (14), ha permesso, per compensare questi mali, a molti privati di possedere e di portare armi di difesa, e di costituire, in certi casi, gruppi di sostegno reciproco in questo campo.

Tuttavia, l’attuale Governo limita ai pacifici privati il porto delle armi più modeste e coarta la difesa collettiva, perché la rende difficile, inutile e temeraria a causa delle armi inadeguate che permette di usare. In questo modo opera come se volesse lasciarli senza difesa di fronte all’attacco guerrigliero o come se volesse indurli alla difesa illegale per poi reprimerla!

 

Si proibiscono le attività lecite e con l’impunità si favoriscono quelle illecite

Tutto quanto precede costituisce un grave paradosso: mentre gli alti rischi proibiscono le attività legittime nel mondo agricolo, le azioni illecite e clandestine — specialmente la coltivazione, la lavorazione e il commercio della droga, il sequestro, la guerriglia e tutto quanto è a essi connesso — godono di virtuali garanzie, a causa sia della tolleranza ufficiale, sia della ricchezza che generano, sia dei complici che trovano.

Così lo Stato, attraverso un gioco — difficilmente non calcolato — di azioni, omissioni, proibizioni e tolleranze, induce molti piccoli proprietari rurali e contadini a piegarsi a queste attività illegali e immorali, alla ricerca di benefici materiali che in altro modo sono loro negati (15).

Infine, questa situazione spinge molti contadini delle zone sconvolte a emigrare nelle grandi città (16), nelle cui periferie costituiscono masse miserevoli manovrate da agitatori, che le dominano e le degradano, reclutando in esse gli agenti della perversione morale, di un’eventuale guerriglia urbana o rivoluzione sociale, come pure delinquenti in genere e sicari per aggredire chi si oppone al processo di decomposizione.

Oltre quanto fin qui descritto, l’Esecutivo ha appena annunciato le sue nuove concessioni alla guerriglia, che attizzeranno, invece di combatterlo, il vorace incendio che consuma il paese. Infatti, la smilitarizzazione di una vasta zona nel luogo da questa scelto, la presa in considerazione delle sue esigenze nella riforma dell’apparato statale, del mondo politico e della Costituzione e la volontà di trasformare i suoi capi in parlamentari (17), senza pretendere un gesto di moderazione della sua rabbia omicida, comporta un’incredibile rinuncia alla sovranità nazionale, uno stimolo alla continuazione della violenza e un vuoto che la sovversione non tarderà a colmare.

 

Se i mali della Colombia si estendono agli altri paesi…

Se la Colombia prosegue su questa strada verrà messa completamente a soqquadro: quanto è organico, ordinato e conforme alla morale — quanto è frutto della sua tradizione cristiana — verrà distrutto dagli agenti del caos per dominarla completamente; e questi mali contageranno tutta l’America, sprofondandola in conflitti, crisi e degradi, che la trasformeranno in una piaga per il mondo, mentre in altri tempi era stata una promessa per la Cristianità.

La TFP diffonde questo manifesto perché la Colombia reagisca, ponendo lo sforzo e il rischio che comporta ai piedi della Santissima Vergine e chiedendole di proteggere, d’illuminare e di dare forza alle energie cattoliche della popolazione e di sgominare gli agenti rivoluzionari, restaurando la grandezza cristiana del paese.

La TFP crede che — a conclusione — meritino certamente di figurare in questa sede le parole dell’eminente leader cattolico professor Plinio Corrêa de Oliveira — fondatore e presidente della TFP brasiliana e autore delle opere che ispirano le TFP in lotta nei cinque continenti —, dal momento che uno dei suoi scritti ha ricevuto dalla Sacra Congregazione dei Seminari e delle Università della Santa Sede, in una lettera ufficiale del suo prefetto, S. Em. il card. Giuseppe Pizzardo, la qualificazione, gradita più di ogni altra per il suo cuore di cattolico, di “eco fedelissima dei Documenti del supremo Magistero della Chiesa” (18).

Così l’illustre pensatore conclude l’opera Rivoluzione e Contro-Rivoluzione, che analizza la crisi della società contemporanea: “Sì, volgiamo i nostri occhi alla Madonna di Fatima, chiedendole al più presto la contrizione che ci ottenga i grandi perdoni, la forza d’ingaggiare le grandi battaglie e l’abnegazione perché siamo generosi nelle grandi vittorie che porteranno con sé l’instaurazione del suo Regno. Si tratta di vittorie che desideriamo con tutto il cuore, anche se per giungere a esse la Chiesa e il genere umano devono passare attraverso i castighi apocalittici — ma quanto operatori di giustizia, rigeneratori e misericordiosi — da Lei previsti nel 1917 alla Cova da Iria” (19).

 

***

(1) Cfr. El Tiempo, 11 e 12-1-1995.

(2) El Espectador, 23-2-1995.

(3) Cfr. El Tiempo, 29-12-1994 e 13-1-1995; ed El Espectador, 13, 15 e 19-1-1995.

(4) Cfr. El Tiempo, 20-4-1995.

(5) Cfr. ibid., 8-2-1995; ed El Espectador, 10-2-1995.

(6) Cfr. El Tiempo, 22-11-1994 e 14-12-1994; 6, 7 e 10/11-1-1995; ed El Espectador, 7/11-1-1995.

(7) Cfr. El Tiempo, 18 e 27-2-1995; ed El Espectador, 17-2-1995.

(8) Cfr. El Tiempo, 2-5-1995.

(9) Cfr. ibid., 11-1-1995 e 2-5-1995.

(10) Cfr. ibid., 8 e 11-1-1995.

(11) Cfr. ibid., 27-2-1995.

(12) Cfr. ibid., 22-1-1995 e 7-3-1995.

(13) Cfr. ibid., 18-1-1995.

(14) Cfr. ibid., 6-2-1995.

(15) Cfr. ibid., 22-11-1994 e 15-1-1995.

(16) Cfr. ibid., 16-2-1995.

(17) Cfr. ibid. e El Espectador, 20-5-1995.

(18) Sacra Congregazione dei Seminari e delle Università, Lettera, del 2-12-1964, in cui il prefetto del dicastero vaticano preposto all’educazione cattolica, S. Em. il card. Giuseppe Pizzardo, loda lo studio A libertade da Igreja no Estado comunista. A Igreja, o decalogo e o direito de propriedade (1a pubblicazione definitiva, in Catolicismo, anno XIV, n. 161, maggio 1964) [trad. it., La libertà della Chiesa nello Stato comunista. La Chiesa, il decalogo e il diritto di proprietà, Cristianità, Piacenza 1978 (ndr)].

(19) Plinio Corrêa de Oliveira, Revolución y Contra-Revolución, trad. spagnola, Tradición Familia Propiedad, Santafé de Bogotá 1992, pp. 137-138 [cfr. la 3a ed. it. accresciuta, Rivoluzione e Contro-Rivoluzione, Cristianità, Piacenza 1977, p. 195, in cui la frase è formulata più sinteticamente (ndr)].

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