«Temi di predicazione» per edificare il popolo cattolico oppure per disorientarlo?

Giovanni Cantoni 35 anni fa
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Giovanni Cantoni, Cristianità n. 117 (1985)

 

«Temi di predicazione» per edificare il popolo cattolico oppure per disorientarlo?

 

Il desiderio degli uomini in generale, e dei nostri contemporanei in particolare, di vedere migliorare, cioè avanzare verso il meglio, le condizioni del mondo, è straordinariamente forte e duro a morire, anche se – sia detto di passaggio – si affianca di rado a un corrispondente sforzo adeguato a produrre «a suo tempo» il risultato vagheggiato. Comunque sia, questo desiderio non è estraneo al mondo cattolico, e anche personalmente posso testimoniarne la esistenza e la permanenza, che rilevo dalla richiesta insistente della indicazione di ragioni di speranza tutte le volte che una analisi disincantata della realtà storica del mondo cattolico stesso conclude quasi esclusivamente a favore di una speranza teologale, di cui quella umana, post peccatum, pare avere più spesso carattere di contraffazione che di premessa naturale.

Questo genere di considerazioni mi si sono imposte leggendo alcuni sussidi per omelie domenicali offerti dal noto don Rosario F. Esposito. Ne trascrivo stralci indubbiamente significativi. «[…] ci sembra […] opportuno – scrive il sacerdote paolino -, richiamare il caso del gesuita spagnolo José M. Llanos, che si dedica anima e corpo ai marxisti, dei quali per forza di cose non evidenzia gli errori e le responsabilità (chi è senza peccato …), ma esalta la loro buona volontà. Non significa votare per loro né postulare il voto a loro favore; significa occuparsi di pastorale, di uomini, di salvezza, non di disputa politica.

«Come si legge nell’intervista pubblicata in Jesus (maggio 1984, 6-7) [si tratta di rivista edita dalle Edizioni Paoline (ndr)], egli dopo essersi dedicato alla normale attività tra le classi privilegiate, si è convertito al mondo comunista.

«Accadde, egli ha detto, nell’ultima fase del franchismo. Quando sono venuto qui al Pozo – presso Madrid – ero già all’opposizione. Opposizione politica, chiaramente. Mi sono impegnato nei movimenti operai, nelle comisiones obreras. Ma nel fondo sono sempre rimasto un borghese di nascita. Il partito comunista sotto Franco era nella clandestinità. Ci riunivamo di nascosto. Morto Franco, con il nuovo regime siamo usciti allo scoperto e anch’io ho preso la tessera. Non ho letto molto dei classici del marxismo e del comunismo, ma il sufficiente per avere delle idee. Ero affascinato dal comunismo utopico. Io non sono mai stato un politico, non ho mai militato in politica, però sono legato a molti politici militanti: a Dolores, la Pasionaria, per esempio, una donna straordinaria che vedevo abbastanza frequentemente. Sono amico poi di Santiago Carrillo, di Marcellino Camacho e di altri. E sono amico dei comunisti del barrio (cioè dei quartieri miserabili)”.

«Non intendiamo davvero – afferma don Esposito – esortare i confratelli a iscriversi al PCI; intendiamo solo evidenziare il fatto che andare coi pubblicani e coi peccatori non può essere parola vuota; che il P. Llanos possa essere andato troppo avanti è possibile- io per esempio non ho mai accettato di scrivermi [sic] alla Loggia, ma sempre mi sono professato massone di spirito e cappellano di tutti i massoni che mi accettano – però è sempre un uomo che ha accettato il rischio, e questo è tanto, in una pastoralità che muore di fifa dinanzi a ogni spiffero d’aria che non viene dalla sacrestia.

«Egli prosegue:

«“La società senza classi, l’economia che non sia di mercato, ma di Stato, la vera uguaglianza, l’aspirazione a un mondo migliore. In una parola, tutto ciò che è compatibile con il messaggio di G. Cristo. Sì, capisco che Cristianesimo e Comunismo sono due cose diverse, ma non incompatibili. Entrambi sono per la giustizia. Lei mi chiederà dov’è questo Comunismo. È vero, non c’è, ma lo si deve pensare possibile. Viviamo in una società capitalista e bisogna cercare di cambiarla a poco a poco. Non so se ci si arriverà”.

«Essere apostoli – ci assicura a questo punto il sacerdote Paolino – non significa certo essere gonzi; il P. Llanos si rende conto delle manchevolezze del Comunismo, addirittura registra il completo fallimento comunista, nelle zone in cui ha vinto:

«“Il Comunismo là – nei Paesi d’Oltrecortina – ha incontrato molti ostacoli ma ha fatto anche cose buone, positive. L’imperialismo sovietico però è da condannare, come l’imperialismo nordamericano”.

«Decisivo – conclude sul punto don Esposito – è il non fermarsi nei vecchi schemi immobilisti, ma rendersi conto che anche coloro che non pensano come noi, né votano come noi, hanno un’anima da salvare» (1).

Se quanto detto non bastasse, passo a trascrivere un’altra proposizione dello stesso suggeritore di «temi di predicazione». Continuando a sfoggiare un pomposo plurale maiestatico il nostro afferma: «[…] dobbiamo dire con estrema sofferenza che il nuovo Codice di Diritto Canonico, dopo circa vent’anni di studi che hanno scomodato competenti e gerarchi di tutti i continenti, sono caduti [sic] nell’errore in cui si era caduti in passato: rispondere alle persecuzioni non con la preghiera a favore dei persecutori, non con l’invocazione delle attenuanti (“Padre, perdona, non sanno quello che fanno”), e quindi non col perdono, ma con l’invocazione del castigo. Leggiamo infatti nell’art. 1374: “Chi dà il nome ad una associazione che complotta contro la Chiesa, sia punito con una giusta pena; chi poi tale associazione promuove o dirige, sia punito con l’interdetto”. Posizione, come si vede, diametralmente opposta alla rivelazione biblica.

«In ordine alla promozione del perdono come nucleo atomico dell’esplosione di pace-fraternità, sembra a noi debba ricorrersi al discorso di Paolo VI all’ONU, uno dei più gloriosi appuntamenti cristiani del nostro secolo. Accettando di entrare in quel Palazzo di Vetro, Paolo VI di fatto intanto eliminava tutte le inimicizie corse in passato tra Chiesa e Massoneria, perché le strutture dell’ONU, eredi di quelle ginevrine della Società delle Nazioni, sono state volute e fondate appunto dalla Massoneria; tra le due istituzioni deve aver luogo la pace e il reciproco perdono, perché al mondo non ce ne sono altre che più di esse siano tra loro simili nelle finalità che si propongono, a beneficio dell’uomo, dei suoi diritti, della pace e dello sviluppo. Le visite di Paolo VI alle strutture ginevrine attuali, e quelle di Giovanni Paolo II sulle sue tracce, autorizzano la speranza di una pace globale» (2).

Non una frase, non una parola di quanto ho trascritto andrebbe esente da caustico commento, a partire da qualche sgrammaticatura e dal vocabolo spagnolo barrio, tradotto in clerico-sinistrese con «quartiere miserabile», quando si tratta semplicemente di «quartiere», tanto che uno dei dizionari di castigliano in uso nel nostro paese esemplifica con il noto Quartiere Latino di Parigi, non certo sobborgo o zona di periferia! Nella impossibilità di un esame dettagliato, trascuro le imprecisioni e gli errori più ovvi, e mi limito a porre quesiti a proposito di due punti, uno di fatto e uno di principio, cioè di dottrina.

Parto dal fatto e noto: come mai le visite all’ONU, prima di Paolo VI e poi di Giovanni Paolo II, avrebbero «di fatto» eliminato non solo tutte le inimicizie, ma anche le profonde, ineliminabili divergenze dottrinali tra la Chiesa e la massoneria? Non sarebbe stato più corretto – piuttosto che tentare di coinvolgere la Chiesa e il suo vertice in avventure per dire il meno discutibili – riportare la dichiarazione del regnante Pontefice secondo cui «per servire il bene, la causa dei poveri e degli oppressi, la Sede Apostolica ritiene infatti di dovere agire in modo assolutamente indipendente. È dunque disposta ad ascoltare tutte le espressioni umane, religiose e politiche, ad aprire la sua porta a tutti coloro che, di fatto, hanno nel settore qualche responsabilità, qualche influenza. Questo evidentemente non significa che la Santa Sede riconosca a queste persone una legittimità oppure una rappresentatività politica, né che approvi la ideologia che esse professano. Il ruolo di un sacerdote, di un vescovo, il dovere di un Papa consiste nell’accogliere le persone, se questo può essere utile a un progresso nella giustizia e nella pace; e proprio per incoraggiarle, con ogni chiarezza, su questa via, per esortarli, senza nessun possibile compromesso, a rinunciare ai mezzi di violenza e di terrorismo nel sostenere la causa dei poveri che intendono difendere e che, da parte sua, rimane reale e importante. La Santa Sede non ha nessuna esclusiva, ed è disposta a farlo con tutti, se lo ritiene salutare e prudente» (3)? Come si può facilmente notare, il procedimento suggerito è diametralmente opposto a quello usato dall’«apostolo» padre Llanos e a quello cui farebbe pensare la pratica pontificia nella forzata e surrettizia interpretazione di don Esposito.

Ancora, e sempre sullo stesso punto: anche ammettendo che tutti i promotori prima della Società delle Nazioni e poi della Organizzazione delle Nazioni Unite, siano stati massoni, oppure che abbiano agito mossi da intenti esclusivamente massonici, non consta al sacerdote paolino la esistenza di una profonda, radicatissima esigenza che affonda nel cuore di tutto il genere umano e che lo fa aspirare a una organizzazione civile universale, esigenza che ha nutrito la renovatio imperii e di cui proprio gli organismi in questione abusano, in quanto contraffazioni, più o meno diabolicamente animate, di quello a cui l’umanità tutta aspira? Con chi, dunque; sono andati a dialogare i Sommi Pontefici? Con la diabolica espressione politica del sincretismo e del naturalismo massonici, oppure con gli uomini che, pure essendone membri, non raramente ne sono le prime vittime? E se riserve si possono lecitamente avanzare in proposito, non è forse nel senso della eventuale «imprudenza» di tali gesti – «imprudenza» di cui proprio i testi che cito testimoniano l’effetto – piuttosto che in quella della reticenza e della parzialità?

Venendo a un elemento più strettamente dottrinale, chiedo: è possibile che la legislazione universale della Chiesa, quale è il Codice di Diritto Canonico, contenga «posizioni diametralmente opposte alla rivelazione biblica», e che queste posizioni erronee siano già state tenute per secoli dalla Chiesa stessa? che ne è del carattere costitutivo della costanza dei pronunciamenti del Magistero (4)?

Chiudo queste considerazioni con una domanda di fatto, anzi, di cronaca; quali speranze è lecito nutrire circa il futuro del mondo cattolico – e quindi del mondo tout court -, che non abbiano carattere quasi esclusivamente soprannaturale, finché ai sacerdoti che devono pascere il gregge dei fedeli vengono impunemente proposti «temi di predicazione» come quelli da cui ho estratto i brani trascritti? A cosa è servita la dichiarazione sulla massoneria emanata dalla Sacra Congregazione per la Dottrina della Fede (5)? A molto, credo, ma certo non a don Esposito e ai suoi editori. E la istruzione su alcuni aspetti della «teologia della liberazione» avrà la stessa sorte (6)? Oppure l’una e l’altra serviranno al più presto a- vietare almeno il «pulpito» dei mass-media – ma si spera non solo quello – a «predicatori» come il gesuita padre José M. Llanos e il sacerdote paolino Rosario F. Esposito? Enuncio il quesito non in quanto fino a ieri la dottrina della Chiesa in tema di massoneria e di comunismo fosse poco chiara, ma per sottolineare come oggi questa chiarezza sia ancora maggiore e tale da non sopportare oggettivamente la pubblicazione di testi come quelli che ho trascritto, editi con la approvazione ecclesiastica dell’ordine domenicano; e, finalmente, come sia fondato e non possa rimanere inascoltato l’appello alla «prevalente sollecitudine di “pascere” e di prevenire aggressioni di lupi, anche travestiti, che “rapiscono e disperdono” il gregge» richiamata a vescovi dal regnante Pontefice (7).

Giovanni Cantoni

 

Note:

(1) DON ROSARIO F. ESPOSITO S.S.P., sezione Verso i lontani della XIX Domenica «per annum» (12 agosto 1984), in Temi di predicazione dei Padri Domenicani, Omelie, (Ciclo A), 6, anno XXVIII, n. 244, settembre-ottobre 1984, pp. 37-38.

(2) IDEM, sezione Verso i lontani della XXIV Domenica «per annum». (16 settembre 1984), ibid., pp. 135-136.

(3) GIOVANNI PAOLO II, Discorso ai Membri del Corpo Diplomatico accreditato presso la Santa Sede, del 15-1-1984, in Insegnamenti di Giovanni Paolo II, vol. VI, 1, p. 130. 

(4) Cfr. CONCILIO ECUMENICO VATICANO II, Costituzione dogmatica sulla Chiesa Lumen gentium, n. 25.

(5) Cfr. SACRA CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE, Dichiarazione sulla massoneria, del 26-11-1984, in Cristianità, anno XII, n. 110-111, giugno-luglio 1984.

(6) Cfr. IDEM, Istruzione su alcuni aspetti della «teologia della liberazione», del 6-8-1984, in L’Osservatore Romano, 3/4-9-1984.

(7) GIOVANNI PAOLO II, Discorso ai Vescovi portoghesi della Provincia Ecclesiastica di Braga in visita ad limina, in Insegnamenti di Giovanni Paolo II, cit., p. 350.

 

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