Torino città del Santissimo Sacramento

Alleanza Cattolica 37 anni fa
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Mario Giaccone, Cristianità n. 95 (1983)

 

La tradizione ininterrotta, l’antichità e l’autorità delle fonti, la loro concordanza sostanziale e la molteplicità dei testimoni fondano la ragionevole accettazione dell’autenticità dei miracoli di piazza delle Erbe e del Monte dei Cappuccini.

 

A scandalo di laicismo e di marxismo

Torino città del Santissimo Sacramento

 

Nella storia recente Torino è nota – principalmente a causa della rappresentazione che ne hanno dato gli scrittori di estrazione liberale e marxistica e per le gravi responsabilità delle sue classi dirigenti nella attivazione del processo rivoluzionario, che ha sconvolto la nostra patria – come esempio di una società sempre più lontana dalle forme cristiane (1). Nell’Ottocento Torino – che pure assistette a una meravigliosa fioritura di santità e di istituzioni volte ad alleviare, sul terreno sociale, il diluvio di mali che la politica anticristiana provocava – fu il centro del movimento risorgimentale e liberale, che portò alla creazione dello Stato centralizzato e oppressore delle libertà storiche e concrete della nazione italiana (2). Costruendosi sulle basi filosofiche del razionalismo e del naturalismo, le nuove idee tanto innalzarono l’orgoglio umano, da rifiutare per principio la religione rivelata e il vincolo della legge morale, che traggono valore dall’autorità del Creatore; l’avversione profondissima per la Chiesa e il suo Pastore trovò espressione nell’anticlericalismo più tendenzioso che, mascherandosi con presunti diritti dello Stato, volle privare la Chiesa stessa di ogni potere e di ogni spazio di azione. Con questi presupposti, creando una civiltà lontana dai princìpi cristiani, si apriva la via ad altri più diffusi errori (3).

I problemi derivati dallo sviluppo industriale secondo le norme del capitalismo liberale hanno costituito facile esca all’instaurarsi della perniciosa ideologia marxistica. Così, lungi dal risolversi i problemi generati dal capitalismo ateo e dalla società secolarizzata, si realizzò, sommandosi male a male, l’affermazione del salmo secondo cui «abyssus abyssum invocat» (4). E i danni si sono moltiplicati con la estensione in larga parte delle masse di questo nuovo errore: così Torino è divenuta emblema del successo marxistico. Ma le conseguenze sono sotto i nostri occhi: con l’affermarsi delle idee socialistiche e marxistiche e con l’allontanarsi dalla religione, coesistono e si alimentano a vicenda gli irrisolti problemi sociali, la perdita dei valori morali, la licenza più sfrenata, la delinquenza più crudele, il terrorismo più sanguinario.

Ma vi furono epoche in cui si dava maggiore ascolto alla divina volontà, la religione veniva tenuta a base del vivere civile, la legge divina ispirava le umane norme, la immoralità suscitava ancora sdegno, la fede veniva affermata apertamente, le pratiche di culto si potevano esprimere pubblicamente senza tèma di derisione, l’autorità ecclesiastica si dedicava con zelo alla predicazione del messaggio di Nostro Signore Gesù Cristo e alla esaltazione della santa Chiesa. Allora la città si gloriava dei suoi speciali segni della nostra Redenzione.

A dire il vero, anche ai giorni nostri e ritornata viva l’attenzione a quella preziosa ed eloquente testimonianza della Passione di Gesù che è la Santa Sindone (5). Ma, se doveroso è l’interesse per questo singolare segno della Crocifissione, la città di Torino dovrebbe fregiarsi anche dell’onore di due prodigi, che richiamano alla vera memoria della Passione, il SS. Sacramento eucaristico, in cui il Signore rinnova per noi incessantemente il Sacrificio della Croce e, sacramentalmente ma realmente, resta presente per ricordarci e per donarci il suo amore.

Il primo e più noto miracolo (6) avviene il giorno 6 giugno 1453 (7), nel pomeriggio. Riferisco in breve il fatto, seguendo le descrizioni che se ne trovano nei documenti del ‘500, senza entrare, al momento, nella discussione relativa alla veridicità del racconto. In occasione di azioni militari, che oppongono forze del duca di Savoia e di Renato d’Angiò, viene saccheggiato il paese di Exilles, nel Delfinato (8); un soldato, entrato in chiesa, ruba dal tabernacolo la pisside di argento contenente l’ostia consacrata (9). Carica poi l’oggetto sacro su di un mulo e va fino a Torino; giunto in piazza  delle Erbe, accanto alla chiesa di San Silvestro – attuale chiesa dello Spirito Santo -, il mulo si arresta e cade a terra; a nulla valgono le sollecitazioni del conducente per farlo risollevare. A questo punto avviene il prodigio, che, tradizionalmente, è descritto in tre fasi successive: il sacco contenente i bagagli si apre spontaneamente e la pisside ne esce innalzandosi nell’aria; il vescovo mons. Ludovico di Romagnano (10), avvisato dell’accaduto, accorre sul luogo e assiste al secondo prodigio: il vaso sacro si apre, l’Ostia esce e sta risplendente nel cielo, mentre la pisside cade a terra; il vescovo, con il clero e il popolo circostante, si prostra in preghiera e l’Ostia consacrata discende nel calice che monsignor di Romagnano tendeva. L’Ostia del miracolo viene portata processionalmente in duomo, dove, pochi anni dopo, il Capitolo fa costruire un sontuoso tabernacolo marmoreo per custodirla (11). L’anno seguente abbiamo notizia di una guarigione avvenuta in seguito al voto fatto da Tommaso de Solerio di Rivarolo, e l’atto capitolare che ne tratta è il primo documento che ancora oggi possediamo sul miracolo. La Città di Torino fa dipingere, in prossimità del luogo del miracolo, una rappresentazione del medesimo; talune fonti parlano anche di una primitiva cappella, ma vi sono ragioni per dubitarne. Nel terzo decennio del secolo seguente, sul luogo del prodigio viene eretto un oratorio a cura della Città; la pregevole chiesetta viene demolita agli inizi del 1600, per fare luogo all’attuale ricca chiesa, detta del Corpus Domini (12).

Subito dopo il prodigio inizia il culto eucaristico a ricordo dell’avvenimento: si parla di una processione solenne nel giorno dell’ottava della festa del Corpus Domini, poi di una processione che si svolgeva ogni mese partendo dalla Chiesa del miracolo, e della celebrazione liturgica, Festum inventionis Corporis Christi, nella terza domenica di agosto. Nel 1753 la Sacra Congregazione dei Riti trasferisce la celebrazione al giorno 6 giugno (13); nel 1835 viene riconfermata la festa e concessa la messa e l’ufficio propri, su istanza del re Carlo Alberto e dell’arcivescovo.

Nel 1529 è eretta presso l’oratorio del Corpus Domini la confraternita, che, per un certo tempo, provvede all’adorazione perpetua, giorno e notte, del SS. Sacramento. Varie indulgenze vengono concesse a questa confraternita, e singolari privilegi alla chiesa (14). Anche nel duomo di Torino si faceva quotidiana memoria del prodigio (15).

La chiesa, affidata dal 1653 al 1654 ai padri dell’Oratorio di san Filippo Neri, viene in seguito retta da una congregazione di canonici, chiamati Preti Teologi del SS. Sacramento, e di questa congregazione fece parte san Giuseppe Benedetto Cottolengo, vissuto dal 1786 al 1842.

Dal 1653 vengono celebrate con grande solennità le ricorrenze centenarie, e dal 1703 anche quelle cinquantenarie (16).

Il secondo miracolo eucaristico avviene nell’anno 1640 nella chiesa del Monte dei Cappuccini (17). Questo è una delle colline che a oriente, oltre il Po, circondano la città di Torino. Quivi, nel 1589, il duca Carlo Emanuele I (1580-1630) fa edificare il convento e la chiesa (18), per ospitarvi i frati cappuccini (19). La chiesa è a croce greca, sovrastata da un’alta cupola; ha tre altari principali, di cui il maggiore è dedicato alla Madonna, santa Maria del Monte, uno a san Francesco e l’altro a san Maurizio: sotto quest’ultimo si conservano le spoglie del bambino san Botonto (20), mentre il corpo del beato Ignazio da Santhià è collocato in un’urna sottostante l’altare di san Francesco (21).

Il fatto avviene in occasione dell’assedio di Torino, occupata dagli spagnoli, da parte delle milizie francesi, nel maggio del 1640; gli spagnoli stavano a fianco dei principi Tommaso e cardinale Maurizio di Savoia, i quali, alla morte del duca Vittorio Amedeo I, avvenuta il 7 ottobre 1637, vengono a contrasto con la cognata Maria Cristina di Francia, per la tutela dell’erede (22). Il giorno 12 maggio i francesi danno l’assalto al Monte e irrompono anche nella chiesa, dove soldati e civili si erano rifugiati, e fanno strage di uomini e donne, vecchi e bambini, senza pietà per le suppliche degli uomini né riguardo per la santità del luogo (23). La violenza e la empietà scatenate non si arrestano neppure dinanzi alle cose più sante, e un soldato mette mano al SS. Sacramento, ma d’improvviso è colpito da un fuoco che si sprigiona dal tabernacolo (24).

La lezione di questo fatto appare chiara: Iddio, dinanzi agli eccessi della malvagità umana e al sacrilegio, può fare sentire la sua presenza, e la sua giustizia, che pure si compirà nel mondo futuro, può fino da ora manifestarsi, segno che la disubbidienza alla divina legge non rimarrà impunita (25).

Questo miracolo è stato finora poco studiato: spesso i libri antichi non ne fanno neppure cenno e i moderni lo sorvolano o tendono a relegarlo nel regno delle favole (26); ma le testimonianze che se ne hanno sono sufficienti a dimostrare che non può trattarsi di una rielaborazione posteriore e amplificata di notizie. Seppure alcuni diari di quegli avvenimenti bellici non ne facciano cenno, almeno due ne parlano con chiarezza (27): il loro valore è notevole, essendo stati scritti a poca distanza dal fatto. Inoltre possediamo antica copia dell’atto del notaio Fiora con la testimonianza giurata del soldato Pardocimo Betlem, presente al fatto, dinanzi al vicario del Santo Ufficio p. Giovanni Tommaso Luino, in data 8 agosto 1640, e il verbale della riunione dei padri superiori della Provincia piemontese, in data 11 gennaio 1641 (28). Recentemente sono state pubblicate altre due testimonianze autentiche, raccolte dal notaio Stefano Robasto il giorno 10 luglio 1641 in Pancalieri (29).

È opportuno, a questo punto, trattare un poco più diffusamente delle fonti che provano la esistenza del miracolo dell’anno 1453. Infatti, il 2 ottobre 1975, una commissione istituita dal cardinale Michele Pellegrino per indagare sulla veridicità della narrazione (30), ha redatto una dichiarazione (31), che è un bell’esempio di parzialità presentata come critica storica e di volontà «indomita» di ridurre i miracoli a fatti naturali trasfigurati dalla credulità dei contemporanei. In realtà, tale commissione non dimostra nulla, ma si limita a ripetere le critiche avanzate alcuni anni fa dal professore Francesco Cognasso (32).

Anche volendo ammettere che non sia esistito un verbale del miracolo (33), non mancano certo le testimonianze di valore. Possediamo, infatti, documenti autentici attendibili. 

Quattro atti capitolari (34) sono contemporanei al fatto; tutti sono redatti dal canonico Gioanneto de Solis de Virlis pubblico notaio con imperiale autorità. Il primo di essi, di cui già si è fatto cenno, è dell’11 ottobre 1454, e riferisce la improvvisa guarigione di Tommaso de Solerio di Rivarolo dalla gotta che lo affliggeva da tre anni, in seguito al voto fatto all’Ostia del miracolo (35). Il secondo atto, in data 25 aprile 1455, e la deliberazione dei canonici, adunati nella chiesa di San Giovanni Battista, di fare costruire un tabernacolo per contenervi l’Ostia del miracolo (36). Il Capitolo rinnova la deliberazione l’anno seguente, il 4 settembre 1456: questo atto contiene la prima datazione e i particolari del furto sacrilego (37). Il 4 maggio 1459 il tabernacolo era costruito «bonum et pulcrum», e i canonici decidono un degno compenso per l’autore (38).

In occasione della costruzione del duomo nuovo, il 26 marzo 1492 il Capitolo, riunito nella cappella vescovile, delibera la rimozione del tabernacolo (39).

Tra le più antiche testimonianze religiose del miracolo va annoverato anche un manuale liturgico, con i caratteri della seconda metà del secolo XV, che, nel calendario liturgico, ricorda che nella terza domenica del mese di agosto si celebra la ricorrenza del ritrovamento del Corpo del Signore.

Si è visto anche un riferimento al tabernacolo del miracolo nella orazione funebre per il vescovo mons. Ludovico di Romagnano, tenuta dal domenicano p. Franceschino da Voghera nel 1469.

Non si hanno, invece, testimonianze di approvazione da parte della Santa Sede (40), se si eccettua un frammento attribuito a Papa Pio II, la cui attribuzione è stata però criticata.

Si conservano quattro atti della Città di Torino, dei primi anni del 1500, facenti riferimento al miracolo (41).

Nel 1500, inoltre, abbiamo le prime narrazioni particolareggiate dell’avvenimento. Somma importanza ha il documento, in data 30 maggio 1521, di mons. Bernardino di Prato, arcivescovo di Atene e vicario del cardinale Innocenzo Cibo arcivescovo di Torino, che concede alla Città la autorizzazione a edificare un oratorio sul luogo del miracolo: qui si ha la prima succinta narrazione tuttora in nostro possesso (42).

Vi sono tre narrazioni in volgare, riconducibili a una medesima fonte, probabilmente un testo latino in versi di Giovanni Galesio, che visse, secondo le ricerche di Ferdinando Rondolino, tra il 1492 e il 1529; si hanno elementi per datare le narrazioni in volgare posteriormente al 1529; si nomina anche una decina di testimoni del miracolo, identificati dallo stesso Rondolino (43).

Alcuni elementi in comune con quella galesiana hanno anche le due narrazioni latine di Enea Silvio Piccolomini e di Filiberto Pingon. Questi due testi sono assai simili tra loro e vanno ricondotti a una fonte comune; ma vi sono problemi tuttora insoluti. Anzitutto, Piccolomini, Papa Pio II (1458-1464) contemporaneo, scrive i Commentarî negli ultimi anni della sua vita, ma questa opera viene pubblicata a stampa soltanto nel 1584; il frammento che tratta del miracolo viene riportato dall’abate cistercense Ferdinando Ughelli (44), ma non si trova in nessuna delle edizioni dei Commentarî né nei manoscritti finora esaminati, il che ha fatto avanzare dubbi circa la sua esistenza.

Filiberto Pingon (45) pubblica la sua opera nel 1577, cioè prima della stampa dei Commentarî di Piccolomini; si può ammettere, però, che egli abbia consultato manoscritti a noi ignoti, ma nelle note marginali, in cui riporta le fonti, non fa cenno a Piccolomini. È stata, perciò, avanzata la ipotesi che Ughelli sia incorso in errore, attribuendo a Pio II la narrazione di Pingon. Pure riconoscendo la legittimità dei dubbi, pare affrettata la categorica affermazione di Cognasso, che nega decisamente la possibile esistenza del frammento di Pio II. Il racconto di Agostino Bucci ricalca le narrazioni galesiane (46).

Mons. Angelo Peruzzi, vescovo di Sarsina e visitatore apostolico, riferisce del miracolo nella relazione della visita pastorale alla chiesa cattedrale, svolta il 25 luglio 1584, e, più diffusamente, in quella della visita alla chiesa parrocchiale di San Silvestro, del 29 luglio. Il 20 marzo 1609 il vescovo mons. Carlo Broglia riconferma la narrazione del miracolo (47). Mons. Michele Beggiamo, nel 1673, si reca in visita pastorale a Exilles e qui vuole raccogliere dagli anziani le notizie che oralmente si tramandavano circa il furto sacrilego; in questa occasione la popolazione gli fa dono di una forma per ostie, che si riteneva fosse quella usata per la preparazione dell’ostia trafugata; l’arcivescovo ne fa, quindi, dono alla Città di Torino il giorno 11 luglio 1684.

Presentate brevemente le testimonianze sul miracolo, si può senz’altro concludere che è inoppugnabile la autenticità e la autorità degli antichi documenti. La principale obiezione sulla verità della narrazione del miracolo, mossa da Cognasso e accettata tanto acriticamente dalla commissione istituita dal cardinale Pellegrino, consiste nel fatto che la descrizione dei particolari è posteriore. Non potendosi negare la esistenza del miracolo, i moderni critici, cui non tanto preme la verità quanto l’adesione ai preconcetti irreligiosi, negano il racconto tradizionale soltanto perché è più tardo.

In sostanza, si vorrebbe ridurre tutto a un fortuito ritrovamento di un’ostia, mentre la fuoruscita miracolosa, l’innalzamento e la prodigiosa discesa nelle mani del vescovo sarebbero una invenzione posteriore. Nei documenti contemporanei non vi è il racconto particolareggiato perché la natura degli atti capitolari non lo prevede; inoltre, il fatto doveva essere a tutti noto. Né si può ammettere con verosimiglianza che si sarebbe parlato di miraculum né di miraculose repertum, senza avere precisi e chiari elementi, per il solo fatto di avere ritrovato un’ostia in una pisside; non avrebbe preso posizione il Capitolo del duomo, né avrebbe provveduto alla edificazione di un tabernacolo di fattura pregiata; la Città non avrebbe ricordato il miracolo con una pittura e poi con una chiesa. Che cosa avrebbe suscitato la devota venerazione del popolo? una pisside trovata in terra? Non vi è alcun dubbio che vi era piena coscienza presso i contemporanei che si trattasse di un miracolo.

Per quanto, poi, si vogliano tendenziosamente posticipare i racconti dettagliati, la data del 1521 rimane pur sempre invalicabile: in quell’anno potevano essere ancora in vita alcuni fra i testimoni, e sicuramente i loro figli, che avranno udito dalla loro viva voce la narrazione particolareggiata del prodigio.

Si può quindi concludere che l’autenticità del miracolo si fonda sulla tradizione ininterrotta, sull’antichità e autorità delle fonti, sulla concordanza sostanziale delle medesime, e sulla molteplicità dei testimoni.

Perciò, chi si ostina a negare il miracolo non ha altri argomenti che la convinzione che i miracoli non possono esistere; che Iddio, seppure c’è, non può intervenire nella nostra vita e nella storia; che i segni della presenza dello spirituale possono essere soltanto o impostura o allucinazione. Oltre che distante dalla dottrina della Chiesa, questa posizione è una negazione della onnipotenza di Dio e anche della sua presenza sacramentale: che cos’è, infatti, il ritrovamento pure così prodigioso di un’ostia consacrata, rispetto al miracolo ineffabile che ogni giorno si rinnova in ogni angolo della terra, quando, alle parole del sacerdote, il pane si trasforma in vero Corpo del Signore Nostro Gesù Cristo?

Ogni intervento di Dio nella storia e nella vita degli uomini, attraverso la sua grazia che agisce in modo misterioso o per mezzo di segni straordinari, è volto ad accrescere il bene. In questa luce ci si può chiedere quale significato abbia questo miracolo, quale messaggio il Signore abbia voluto trasmettere con esso. I miracoli eucaristici, anzitutto, richiamano alla fede nella presenza reale nel SS. Sacramento; il Signore riconferma il valore del mistero eucaristico, dopo averlo chiaramente annunziato nel Vangelo e definito per mezzo del magistero infallibile della Chiesa, quando la fede vacilla nelle tenebre della incredulità e a causa della diffusione dell’errore.

Ma già gli antichi autori cercano di intuire il peculiare significato di questo prodigio. L’abate Ferrero di Lavriano, nella sua storia di Torino (48), ritiene il miracolo un segno del favore divino verso la città e i suoi principi, cioè un segno di particolare benevolenza. Il canonico Giovanni Angelo Colombo (49) parla di un fine principale, comune a tutti i miracoli, che consiste nella maggior gloria di Dio; quindi passa a elencare i fini che chiama particolari e secondari, e che «tutti sempre al primario sono ordinati», e ne individua quattro: la conferma della verità cattolica sull’Eucaristia; il culto pubblico tributato all’Ostia come riparazione all’atto sacrilego; l’invito a resistere con forza alle dottrine eretiche valdesi; il segno di speciale protezione per la città di Torino. Recentemente, il cardinale Maurilio Fossati, (50) arcivescovo di Torino, collegando il miracolo del 6 giugno 1453 con la occupazione di Costantinopoli da parte di Maometto II e la profanazione della chiesa di Santa Sofia, avvenute pochi giorni prima (51), ne pone in risalto il significato di speranza cristiana: il Signore, anche nelle difficoltà, ci assiste e continua a rimanere con noi sotto le specie eucaristiche (52).

Dal punto di vista storico, il miracolo del 1453 acquista soprattutto il significato di richiamo alla dottrina cattolica della presenza reale di Nostro Signore nelle specie eucaristiche, di fronte all’affermarsi e all’estendersi dell’eresia valdese. In quell’epoca, le valli piemontesi, e specialmente quelle delle Alpi Cozie, erano abitate in gran numero da valdesi (53), i quali, anche prima di aderire alle dottrine calvinistiche, negavano questo dogma: in un breve del 1332, che tratta dei valdesi, il Papa Giovanni XXII riferisce che questa eresia era rivolta anche «contra […] existentiam corporis Christi in Sacramento Altaris» (54).

Che cosa può dire oggi questo miracolo del 1453? Indubbiamente per noi, che viviamo un travagliato periodo della vita della Chiesa, continua a essere un invito alla fiducia: Cristo, che ha voluto la Chiesa, ha garantito altresì di assisterla costantemente. È poi un richiamo a restare saldi nella dottrina cattolica e fedeli al culto tradizionale verso il sacramento eucaristico. Quanti oggi negano la presenza reale! E non soltanto fra i protestanti o gli increduli, bensì anche fra coloro che dicono di fare parte della santa Chiesa cattolica. Proprio da ciò deriva la gravità della situazione di oggi. Nella storia della Chiesa, infatti, vi sono state sempre, fino dagli inizi, eresie, talora gravi e diffuse; ma l’autorità della Chiesa, incessantemente e con forza, ha saputo additare gli errori, illuminare i fedeli con la salda dottrina, allontanare i seminatori di eresia, affinché non nuocessero. Oggi, invece, troppo spesso coloro che dovrebbero essere maestri, hanno paura di proclamare la verità e di condannare l’errore: così cresce la confusione tra i fedeli, che con difficoltà riescono a essere illuminati dalle pur chiare e ferme parole del vicario di Cristo.

Ma più spesso l’eresia non viene insegnata apertamente, bensì si insinua nelle coscienze dei fedeli e di tanti pastori. Si assiste al dilagare nella Chiesa di comportamenti che sono «di fatto» ereticali, e questi diffusi comportamenti, insieme alla tolleranza inammissibile dell’errore, causano un danno ancora maggiore, perché non sono facilmente contrastabili. Come si può affermare a parole di credere nella presenza reale, se poi si relega il SS. Sacramento in un luogo trascurato della Chiesa; quasi ci si dimentica che nella chiesa è presente Gesù; si rifiuta il culto eucaristico; si tratta il SS. Sacramento come un oggetto, senza alcun riguardo? Meditino i nostri «moderni» sacerdoti, che con il loro comportamento si fanno maestri di eresia, e riflettiamo anche noi fedeli tutti sulle gravi parole incise sulla lapide posta sul luogo del miracolo: «Venerare aut verere», «bisogna venerare o temere».

Mario Giaccone

 

Note:

(1) Esposizione di molteplici aspetti della Torino indipendentistica e culturalmente anticristiana, nel periodo successivo all’avvento del fascismo, in NORBERTO BOBBIO, Trent’anni di storia della cultura a Torino (1920-1950), Edizioni della Cassa di Risparmio di Torino, Torino 1977, che inizia significativamente con un capitolo intitolato Gramsci e Gobetti.

(2) Un giudizio complessivo sul Risorgimento, come manifestazione italiana dello stesso processo rivoluzionario culminato in Francia con la Rivoluzione del 1789, in GIOVANNI CANTONI, L’Italia tra Rivoluzione e Contro-Rivoluzione, saggio introduttivo a PLINIO CORRÊA DE OLIVEIRA, Rivoluzione e Contro-Rivoluzione, 3ª ed. it. accresciuta, Cristianità, Piacenza 1977.

(3) Per la individuazione acutissima e quasi profetica del nesso che lega tra loro le dottrine del liberalismo e del socialismo, e delle iniquità che sarebbero seguite alla vittoria della Rivoluzione italiana, cfr. EMILIANO AVOGADRO DELLA MOTTA, Saggio intorno al socialismo e alle dottrine e tendenze socialistiche, Zucchi e Bona, Torino 1851; e inoltre JUAN DONOSO CORTÉS, Saggio sul cattolicesimo, il liberalismo e il socialismo, trad. it., Rusconi, Milano 1972, pure edito nel 1851.

(4) «Un vortice chiama l’altro» (Sal. 41, 8).

(5) Cfr. MASSIMO INTROVIGNE, La Santa Sindone, testimone di verità, in Cristianità, anno VI, n. 40-41, agosto-settembre 1978.

(6) Una bibliografia abbastanza completa si trova in MONS. MICHELE GROSSO, Fonti e bibliografia del Miracolo del SS. Sacramento avvenuto in Torino il 6 Giugno 1453, in Torino, anno 29 (1953), n. 10, pp. 25-31. Gli studi di maggiore valore sono quelli di FERDINANDO RONDOLINO, Il Miracolo del Sacramento. Studio critico di Storia e di Arte con documenti inediti dal 1453 al 1600, Tipografia Subalpina, Torino 1894; e CAN. VINCENZO PAPA, Sul Miracolo del Sacramento avvenuto in Torino l’anno 1453. Saggio di uno studio critico, Vincenzo Bona, Torino 1899. Valida e anche l’opera del CAN. GIOVANNI ANGELO COLOMBO, Memorie istoriche, e ragionate sopra l’insigne miracolo del SS. Sacramento Seguito in Torino addì 6 di Giugno del 1453. Esposte in occasione del celebrarsi dalla medesima Augusta Città la Solenne Secolar Festa A di Lui memoria in quest’Anno 1753. Che si è Il Trecentesimo dal suo Avvenimento dedicate alla stessa Illustrissima Città di Torino Contessa di Grugliasco ecc., Stamperia Reale, Torino 1753. Si segnalano anche pregevoli studi, ora raccolti in volume, di mons. ATTILIO VAUDAGNOTTI, Il Miracolo del Sacramento di Torino. 6 giugno 1453, Alzani, Pinerolo 1982.

(7) La data comunemente accettata è il 6 giugno 1453, come si rileva dai tre racconti cinquecenteschi derivati dalla narrazione di Giovanni Galesio; vi si dice che era di giovedì, mentre gli storici hanno accertato che si trattava di un mercoledì: e verosimile che si tratti di un errore collegato alla processione che, in ricordo del miracolo, si celebrava ogni anno il giorno dell’ottava della festa del Corpus Domini, che cade appunto di giovedì. Le narrazioni di Enea Silvio Piccolomini e di Filiberto Pingon datano il miracolo al 6 luglio 1453. GIUSEPPE FRANCESCO MEYRANESIO (Pedemontium Sacrum: De Episcopis Taurinensibus, in Historiae Patriae Monumenta, tomo XI, Torino 1863, pp. 1448-1449) riferisce che alcuni datano il fatto al 1450, e attribuisce pure a Pingon la datazione del 1454, mentre chi scrive ha constatato che questi la colloca nell’anno 1453. Un documento capitolare del 1456, il primo che dati il miracolo, parla del 21 agosto 1453: ma prima della data si trova la parola «positi», per cui questo potrebbe essere il giorno della traslazione dell’Ostia in duomo, oppure di una sua solenne esposizione; in antico, infatti, si celebrava ogni 3ª domenica di agosto «festum inventionis Corporis Christi», che Piccolomini e Pingon pongono invece, per errore, alla 4ª domenica di agosto. FRANCESCO AGOSTINO DELLA CHIESA (S. R. E. Cardinalium, Archiepiscoporum, Episcoporum, et Abbatum Pedemontane Regionis Chronologica Historia, Giovanni Domenico Tarino, Torino 1645, p. 71) data il miracolo al 21 luglio 1453.

(8) Il paese di Exilles si trova in alta valle di Susa. Faceva parte dei territori del Delfinato. Le terre dell’alta valle di Susa nel secolo XII divennero possedimento dei conti d’Albon, che presero il nome di Delfini. Morto il suo unico figlio, l’ultimo Delfino, Umberto II, il 16 luglio 1349 donò i suoi possedimenti al re di Francia, abdicando in favore di Giovanni duca di Normandia, figlio del re Filippo VI di Francia: da allora il primogenito del re di Francia avrebbe assunto il titolo di Delfino. Con il trattato di Utrecht, del 12 aprile 1719, l’alta valle di Susa passa in possesso dei Savoia.

(9) Altri racconti affermano essersi trattato di un mercante; le narrazioni galesiane del secolo XVI precisano che si trattava di uomini di Chieri. È possibile che il bottino venisse ceduto dal soldato a mercanti.

(10) La diocesi di Torino, che risale probabilmente a san Massimo (morto nel 492 o nel 493) – secondo altri vi fu un precedente vescovo san Vittore – era suffraganea della Metropolitana di Milano. La sede di Torino fu quindi separata dalla giurisdizione di Milano da Papa Leone X nel 1515; il primo arcivescovo fu Giovanni Francesco della Rovere (1501-1517), che dal medesimo Pontefice aveva già ricevuto onori e prerogative arcivescovili, legate alla sua persona, nel 1513.

(11) Il tabernacolo venne rimosso nel 1492, quando la chiesa fu demolita per la erezione del nuovo duomo, fatto costruire dal vescovo cardinale Domenico della Rovere. Sui destini dell’Ostia del miracolo non vi sono notizie certe. Forse venne consumata in quell’occasione; G.A. Colombo dice che venne conservata nell’oratorio fatto costruire nel 1521, finché venne consumata «per ordine di Roma»: non sappiamo quale origine abbia la notizia di un ordine della Santa Sede di consumare l’Ostia del miracolo, notizia riferita anche da altri scrittori. Il frammento attribuito a Piccolomini, e la notizia di Pingon – che scrive nel 1577 -, molto simili tra di loro, dicono, a proposito dell’Ostia del miracolo: «et in hodiernum diem […] asservatur, piaque totius populi devotione colitur».

(12) Nel 1609 la Città deliberò la costruzione della nuova chiesa, affidandone l’opera ad Ascanio Vitozzi. La Chiesa venne poi arricchita di decorazioni, di marmi e di arredi, anche nei secoli seguenti. Cfr. LUIGI CIBRARIO, Storia di Torino, vol. II, A. Fontana, Torino 1846, pp. 185-207; e LUCIANO TAMBURINI, Le Chiese di Torino dal rinascimento al barocco, «Le Bouquiniste», Torino 1968, pp. 12-16 e pp. 100-113.

(13) Il documento della Congregazione è riportato in G. COLOMBO, op. cit., p. 44.

(14) Tra i privilegi vi era quello di potere impartire, nei giorni di giovedì, due volte la benedizione eucaristica.

(15) Nel duomo, dopo la messa capitolare, si cantava l’antifona «O sacrum convivium» e, prima dell’orazione «Deus, qui nobis sub Sacramento mirabili», si diceva il versetto «Hic est panis vivus (Alleluia). Qui de coelo descendit (Alleluia)», con chiaro riferimento al miracolo, in sostituzione del versetto «Panem de coelo praestitisti eis». Lo stesso versetto si diceva nella chiesa del Corpus Domini. Cfr. Cenni storico-critici sopra l’insigne miracolo della Santissima Ostia avvenuto in Torino addì 6 di giugno del 1453. Stampati per ordine della M. V. Congregazione del Divino Amore per l’adorazione dell’Augustissimo Sacramento nella Chiesa del Corpus Domini, Botta, Torino 1837, pp. 18-19.

(16) Ibid., pp. 47-63; e l’opera edita dal Municipio di Torino nel 1953 col titolo Nel V Centenario del Miracolo del SS. Sacramento.

(17) Sulla chiesa del Monte dei Cappuccini cfr. GIUSEPPE ARNAUD, Storia del Monte dei Padri Cappuccini di Torino scritta per la seconda solenne incoronazione del Simulacro della Santissima Vergine ivi venerata sotto il titolo di Santa Maria del Monte avvenuta addì 6 ottobre 1844, Baricco ed Arnaldi, Torino 1844; DON EMANUELE COLOMIATTI, Miracolo del Santissimo Sacramento avvenuto nella Chiesa del Monte di Torino il 12 maggio 1640 secondo i documenti esistenti con cenno di altri fatti che compongono la storia di detto Monte. L’appendice reca il documento d’un Miracolo fatto dal Santissimo in Dronero, G. Derossi, Torino 1894; LUIGI CHIESA, Torino e le sue glorie religiose. La S. Sindone. I due miracoli Eucaristici. Lo storico santuario della Consolata. Il miracolo quotidiano del Cottolengo. Il prodigio di Don Bosco, E. Schioppo, Torino 1930; P. MICHELE DA BRA, Cenni storici sul Monte dei Cappuccini di Torino, Clerici e Allasia, Racconigi 1933; DINA REBAUDENGO, I Cappuccini del Monte, Aiace, Torino 1966 e L. TAMBURINI, op. cit., pp. 85-91.

(18) Il progetto della chiesa è dell’architetto Ascanio Vittozzi, ma in seguito fu chiamato a dirigere i lavori Carlo Castellamonte. Alla morte del duca Carlo Emanuele I, il figlio Vittorio Amedeo I (1630-1637) ne curò il completamento. Il tempio, già ufficiato in precedenza, venne consacrato il 22 ottobre 1656 dall’arcivescovo mons. Michele Beggiamo, alla presenza del duca e della regina Maria Cristina di Svezia, che si trovava a Torino.

(19) Il duca Carlo Emanuele I ebbe grande devozione per questa famiglia dell’ordine francescano. I cappuccini di Torino, oltre che per la testimonianza di vita evangelica, si distinsero per l’assistenza ai malati contagiosi: la loro eroica opera è segnalata nelle pestilenze del 1598 e del 1630 (cfr. ALESSANDRO PINELLI, Memorie riguardanti alla Storia civile del Piemonte del secolo XVII, Torino 1837). Anche le figlie del duca, Maria e Caterina di Savoia, stimavano molto l’esempio evangelico dei cappuccini e nutrivano profonda devozione per questa chiesa; offrirono due corone auree per la statua della beata Vergine qui venerata, che fu solennemente incoronata dal nunzio apostolico mons. Alessandro Castracane il 5 agosto 1629.

(20) Le reliquie di san Botonto, morto martire in Roma all’età di tre anni e due mesi, furono donate ai cappuccini di Torino dal Papa Gregorio XVI; e traslate nella chiesa con grande solennità il giorno 15 gennaio 1843.

(21) Il beato Ignazio da Santhià – al secolo Lorenzo Maurizio Belvisotti, nato il 5 giugno 1686 – fu dapprima prete secolare, ma nel 1717 vestì il saio cappuccino, assumendo il nome di Ignazio; al convento del Monte trascorse parte della sua vita religiosa e quivi morì il 22 settembre 1770, in fama di santità, ugualmente stimato e venerato da ecclesiastici, nobili e popolo; Papa Paolo VI lo ha annoverato tra i beati. Caritatevole e buono, ma anche austero con sé stesso e severo nella educazione, con la parola e, soprattutto, con la sua vita è esempio fulgido di pietà e di devozione verso il Signore presente nel SS. Sacramento (cfr. P. ANTONIO DA LANZO O.F.M. CAP, La spiritualità eucaristica del Beato Ignazio da Santhià, Torino 1966).

(22) Alla sua morte il duca Vittorio Amedeo I lasciò due figli, Francesco Giacinto, di 5 anni, e Carlo Emanuele, di 3 anni; ma il primogenito morì nel 1638. La duchessa Maria Cristina, chiamata Madama Reale, assunse la reggenza, sostenuta dalla Francia: ella era, infatti, figlia di Enrico IV di Francia e sorella del re Luigi XIII. Pur nella lotta con i cognati, che le contestavano la reggenza in nome dell’erede, Cristina cercò di mantenere una certa indipendenza anche nei confronti della Francia, ma il cardinale di Richelieu mirava a espandere il potere anche in Italia. La città di Torino, difesa dai francesi, il 26-27 luglio 1639 cadde nelle mani del principe Tommaso e degli spagnoli, che lo sostenevano. Il 10 maggio 1640 i francesi pongono l’assedio a Torino.

(23) Cfr. EMANUELE TESAURO, Campeggiamenti del Serenissimo Principe Tommaso di Savoia. Assedio di Torino. L’Anno 1640. Torino Assediato e non soccorso, Bartolomeo Zapatta, Torino 1674, pp. 26-27. In quest’opera l’assedio viene riportato il giorno 11 maggio. Dalla strage vennero risparmiati gli ufficiali e i frati. 

(24) Ibid., p. 27: «Colui che stese la man temeraria alla sacrata Piscide, da manifesta fiamma senza manifesta cagion’ eccitata, hebbe sopra l’Altar medesimo un breve saggio del fuoco eterno».

(25) Ibid., «Così patiente è la Divina ira, che non suol castigare i delitti nel suo furore: ma questo delitto violento la sua pazienza».

(26) Cfr. la critica all’autenticità del miracolo in CARLO BOTTA, Storia d’Italia continuata da quella del Guicciardini sino al 1789, Tipografia Elvetica, Capolago 1832, tomo VI, p. 202.

(27) Cfr. E. TESAURO, op. cit.; e Diario dell’assedio di Torino del 1640 di Anonimo contemporaneo, pubblicato da Antonio Manno, Torino 1885, anche se la descrizione di questa ultima opera non pare attendibile nei particolari e non concorda con le altre fonti.

(28) Queste fonti sono riportate in E. COLOMIATTI, op. cit., pp. 24 ss.

(29) Cfr. Atti Ufficiali dei Frati Minori Cappuccini della Provincia di San Maurizio, appendice quarta, ricerche storiche, Torino 1964, pp., 106-107.

(30) La commissione arcivescovile era composta dal barnabita p. Achille Erba, dal can. Oreste Favaro, dalla dott. Clara Gennaro, della comunità ecumenica mista di Bose, da mons. Michele Grosso e da don Renzo Savarino.

(31) Cfr. Relazione al Consiglio Presbiteriale Diocesano sul Miracolo del SS. Sacramento (1453), in Rivista Diocesana Torinese, aprile 1977, pp. 208-211. Citate le fonti principali, la commissione si premura di esprimere la impossibilità di «verificare la storicità dei particolari e le modalità narrate» e quindi si affretta a concludere, senza una parola di critica, che non può «garantire alcun fondamento storico alla narrazione tradizionale»; ritiene, così, il fatto riconducibile a «un ritrovamento dell’Eucaristia giudicato dalla coscienza dei contemporanei miracoloso e degno di culto», mentre «l’aspetto miracoloso del racconto tradizionale non è sostenibile»; esprime, quindi, parere favorevole al mantenimento di una memoria liturgica del «ritrovamento del Corpo di Cristo», alla precisa condizione che venisse inclusa nei libri liturgici una premessa riduttiva e chiaramente tesa a negare ogni valore storico alla narrazione del miracolo. La relazione termina, poi, con un paragrafo, apparentemente non pertinente, ma in realtà rivelatore delle tendenze della commissione stessa, dove si parla di «comprensione del mondo contemporaneo» e di «pluralismo delle nostre scelte culturali e politiche». Una prima critica al documento della commissione si trova in MONS. A. VAUDAGNOTTI, op. cit., pp. 13-26.

(32) Cfr. FRANCESCO COGNASSO, La tradizione storica del Miracolo di Torino del 1453, in Bollettino Storico-Bibliografico Subalpino, anno LI, 1953, pp. 157-164.

(33) Si è detto della esistenza del verbale di una indagine condotta dal Comune, interpretando una nota marginale della narrazione di Pingon. Detto verbale sarebbe andato smarrito. Valga però, a questo proposito, la sapiente considerazione di Colombo (op. cit., p. 4), secondo il quale non si redigono solitamente verbali per avvenimenti universalmente noti e incontestabilmente accettati. 

(34) Gli atti capitolari, come la maggior parte degli altri documenti, sono pubblicati con cura nella citata opera di Papa. Nell’archivio comunale si trova la copia dei primi due e del quarto atto capitolare, redatta, in latino e in volgare, il 1° marzo 1653, dal nunzio apostolico mons. Alessandro Crescenzio.

(35) Tommaso de Solerio scioglie il voto offrendo un cero di tre libbre e facendo celebrare una messa.

(36) Questo atto è importante per due motivi: si fa cenno a un accordo con il sindaco della Città e con il Presidente «Consilii ultramontani Ducalis Taurini residentis», la massima autorità dopo il duca; inoltre, si esprime il proposito di ottenere dal Papa la concessione di indulgenze, per avere il denaro necessario, che sarebbe stato anticipato dai canonici: perciò, la Santa Sede sarebbe stata portata a conoscenza dell’avvenimento.

(37) I canonici, adunati in capitolo nella chiesa di San Giovanni Evangelista, rinnovano la deliberazione di costruire il tabernacolo, che vogliono «honorabile et sufficiens», ed elevano la spesa a trecento fiorini e anche oltre. Qui si trova la prima datazione, cui ho fatto già riferimento, e si parla delle circostanze del furto.

(38) Il Capitolo, adunato nella chiesa di San Giovanni Evangelista, risolve circa dissensi sul prezzo.

(39) La rimozione del tabernacolo viene affidata al maestro Amedeo Albini. Circa il destino dell’Ostia del miracolo, si veda la nota 11.

(40) Sulla richiesta di indulgenze si è detto alla nota 36. Per errore si è parlato di una bolla del Papa Nicolò V (1447-1455), che avrebbe fatto riferimento al miracolo, ma, attraverso la lettura diretta del documento pontificio in questione, ho potuto verificare la infondatezza di questa notizia.

(41) Il primo «ordinato» è del 5 gennaio 1509; il secondo «ordinato» è del 26 agosto 1510; gli altri «ordinati» sono rispettivamente del 19 maggio 1511 e del 31 luglio 1514.

(42) Pure nella sua brevità, il racconto di mons. di Prato contiene i principali particolari dell’avvenimento: il furto dell’Ostia, la sua prodigiosa liberazione, l’accorrere del popolo, del clero e del vescovo, la sua traslazione nella chiesa cattedrale, e anche la salita nell’aria e la discesa nelle mani del vescovo. Dal testo del decreto pare debba intendersi che il Comune presentò all’arcivescovo una narrazione del miracolo.

(43) Possediamo due narrazioni, con caratteri del secolo XVI, e la copia di una terza. Una relazione, conservata presso l’archivio comunale, è redatta dal notaio Tommaso Valle, morto prima del 20 gennaio 1586, che scrisse dopo il 1529, poichè in quell’anno sorse la compagnia di cui egli fa cenno; non riferisce la fonte della narrazione. Una seconda relazione è conservata presso l’archivio dell’arciconfraternita dello Spirito Santo, e riporta la fonte. La terza narrazione, in copia, è conservata presso la Biblioteca Reale; vi si legge la fonte, con i particolari che era in latino e in versi. Le tre narrazioni sono assai simili tra loro; le prime due dicono che gli uomini che condussero il carico sacrilego erano di Chieri; si dà il nome di colui che portò la notizia al vescovo, il prete Bartolomeo Cocono, che nel 1453 non era ancora prete; si forniscono i nomi dei testimoni; si parla del tabernacolo ormai rimosso, e così via.

(44) Cfr. DOM FERDINANDO UGHELLI, Italia Sacra Sive de Episcopis Italiae, et insularum adjacentium, 2ª ed. riveduta e aumentata, Nicola Coleti, Venezia 1719, pp. 1056-1057.

(45) Cfr. FILIBERTO PINGON, Augusta Taurinorum, Eredi di Nicola Bevilacqua. Torino 1577 n. 63.

(46) La narrazione di Agostino Bucci è stata pubblicata in V. PAPA, op. cit., pp. 55-58. Lo scritto risale al 1587. Dall’ultimo decennio del 1500, numerosi autori ricordano il miracolo.

(47) Mons. Broglia dispone che la nuova chiesa del Corpus Domini sia unita alla chiesa parrocchiale di San Silvestro. Afferma che l’oratorio fu fatto erigere dalla Città fin dall’anno 1453; data il miracolo al giorno 6 luglio. 

(48) Cfr. ABATE FRANCESCO MARIA FERRERO DI LAVRIANO, Istoria dell’Augusta Città di Torino, Zappata, Torino 1712, parte seconda, libro quarto, pp. 387-390.

(49) Cfr. G. A. COLOMBO, op. cit., pp. 39-42.

(50) Cfr. Lettera di Sua Eminenza il Cardinale Arcivescovo ai Reverendi Parroci ed ai Fedeli, in Rivista Diocesana Torinese, n° 2, anno XXVIII, n. 2 Torino febbraio 1953, pp. 27-32.

(51) Cfr. anche MARCHESE TANCREDI FALLETTI DI BAROLO, Cenni diretti alla gioventù intorno ai fatti religiosi più notevoli successi nella Città di Torino dal principio dell’era cristiana sino ai nostri tempi, Marietti, Torino 1836, p. 83.

(52) Il cardinale Fossati ricorda la invocazione «Mane nobiscum, Domine» (Lc. 24, 39) attribuita tradizionalmente al vescovo Romagnano. 

(53) Il movimento valdese risale al secolo XII e prende il nome da Pietro Valdo (ca. 1140-1217) un commerciante che visse a Lione. Costui, nel 1173 passò dalla indifferenza alla vita religiosa; abbracciato il voto di povertà, si diede alla predicazione del Vangelo,  che fece tradurre, insieme a qualche altro libro della Bibbia, in volgare, senza punto curarsi dell’autorità della Chiesa, e raccolse intorno a sé altri uomini, che ben presto si posero in contrapposizione al clero. Interrogati al Concilio Lateranese III (1179) la loro predicazione venne subordinata all’approvazione e al controllo dei vescovi; ma la loro insubordinazione li portò ad aperta ribellione contro il vescovo di Lione; perciò furono condannati dal Concilio di Verona e scomunicati da Papa Lucio III (1184).

Questi uomini, chiamati dapprima Poveri di Lione, si sparsero in vari luoghi dell’Europa, e alcuni si stanziarono a Milano, dove ricevettero il nome di Poveri di Lombardia. In seguito alla crociata contro gli albigesi, promossa da Papa Innocenzo III (1208) molti di essi si raccolsero nelle valli delle Alpi Cozie, soprattutto sul versante italiano (valli del Pellice e del Chisone). In seguito vennero costituite comunità valdesi anche in Italia Meridionale, che saranno poi ricondotte al cattolicesimo nel 1561, durante il regno di Filippo II, anche per le sollecitazioni di san Pio V.

Inizialmente la loro dottrina riconosceva come unica autorità la sacra Scrittura, senza badare alla interpretazione della Chiesa; ma venendo a negare ogni valore alla gerarchia ecclesiastica e alla Chiesa stessa, ben presto rifiutarono le dottrine cattoliche del purgatorio, delle indulgenze e del suffragio per i defunti, la devozione ai santi, i sacramenti, la messa e il sacerdozio.

L’autorità ecclesiastica, spesso con l’ausilio di quella civile, provvide costantemente a lottare contro questa eresia, specialmente con l’opera dei solerti inquisitori, tra cui il domenicano san Vincenzo Ferreri, ora cercando di convertirli, ora dovendo limitare o contenere l’errore. Fra i tanti esempi, perché vicino ai luoghi del miracolo, ricordo il martirio del beato Pietro Cambiano dei marchesi di Ruffia, dell’ordine dei frati predicatori, inquisitore generale in Piemonte, ucciso da mano eretica nel chiostro del convento francescano di Susa il 2 febbraio 1365.

Per quanto riguarda la valle di Susa, questa fu certamente percorsa dai valdesi e da altri eretici, ma fino al secolo XIV nei documenti non si segnalano stanziamenti; in questa epoca, certamente, si trovavano valdesi in valle di Susa, come in valle di Lanzo, provenienti forse dalle valli di Luserna. Cfr. LOUIS DES AMBROIS DE NEVACHE, Notes et Souvenirs inédits, Zanichelli, Bologna 1901, pp. 194-202.

Nel secolo XVI i valdesi presero ben presto contatti con la nascente Riforma, a cui aderirono nel 1532, e rimasero poi legati al calvinismo, dal quale assunsero pure organizzazione e princìpi dottrinali. A questo periodo risale l’inizio del culto pubblico. Tanto i duchi di Savoia quanto i re di Francia, da cui dipendeva il Delfinato, si adoperarono per contrastare la eresia, ora intervenendo militarmente per debellarla, ora cercando di arginare il fenomeno. La pace di Cavour, del 5 giugno 1561, sotto il duca Emanuele Filiberto, stabilisce i limiti territoriali del culto valdese. Nella seconda metà del secolo XVI il Delfinato fu teatro di aspre lotte militari tra cattolici e ugonotti: in campo cattolico si distinse per il suo valore e la sua imbattibilità il capitano Jean Louis Arlaud Borel de la Cazette, nato a Oulx verso il 1520, assassinato dagli eretici nella sua camera da letto la notte tra il 14 e il 15 luglio 1590 (cfr. L. DES AMBROIS DE NEVACHE, op. cit., pp. 328-332; e CHARLES MAURICE, Genealogie de la Famille Des Ambrois, in Celebrazioni Centenarie in onore del Cav. Luigi Francesco Des Ambrois de Nevache (Oulx 1807-Roma 1874), Oulx 1974, vol. II, pp. 218-249). Con l’editto di Nantes, del 12 aprile 1598, il re di Francia Enrico IV concesse ai protestanti il diritto di professare la loro religione, dando per un certo tempo respiro al proselitismo degli eretici.

Un editto di Vittorio Amedeo II, del 31 gennaio 1686, mirava a liberare le terre del ducato da popolazioni eretiche: i valdesi furono costretti a emigrare in Svizzera, donde però, già nel 1689, rientrarono nelle valli piemontesi, dopo avere superato le forze francesi che nel Delfinato cercarono di sbarrare loro il passo.

I valdesi guardarono con favore alle idee della Rivoluzione francese.

Il 17 febbraio 1848, il re di Sardegna Carlo Alberto promulgò un editto in cui concedeva ai sudditi valdesi piena parità di diritti civili e politici.

(54) Breve pontificium di Papa Giovanni XXII, indirizzato a Giovanni de Badis, dell’ordine dei frati minori, inquisitore generale della città e diocesi di Marsiglia, dato ad Avignone l’8 luglio 1332; il documento inizia con le parole Nuper ex relatione.

 

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