L’Ascensione non come distacco, ma come inizio e proseguimento del ministero di Cristo
di Michele Brambilla
Domenica ricorrerà la solennità dell’Ascensione. Essa, di per sé, cadrebbe il 40° giorno dopo la Pasqua, cioè il giovedì appena trascorso, ma in seguito alla revisione del calendario civile del 1977, la festa è stata traslata nella domenica più vicina. Il calendario ambrosiano è tornato, nel 2007, al sesto giovedì del Tempo di Pasqua, ma si può riutilizzare il formulario dell’Ascensione anche alla domenica. Questo accade più di rado rispetto al Corpus Domini, che è sottoposto al medesimo regolamento, forse perché il mistero contemplato nell’Ascensione è più difficile da spiegare ai fedeli.
In effetti, se Cristo è Dio-con-noi, al cattolico medio sembra quasi un controsenso celebrarne il definitivo ritorno al Padre. L’Ascensione, però, non deve essere percepita come un abbandono, ma come il momento culminante dell’unione tra umanità e divinità. «Guarda, o Padre, a quale dignità è stato oggi elevato l’uomo che tu creasti», dice infatti il Messale Ambrosiano nell’orazione a conclusione della liturgia della Parola (Messa del giorno): assieme a Cristo siamo assunti anche un po’ tutti noi.
Non è, però, un concetto facile da rappresentare. La raffigurazione dell’Ascensione è più comune all’Oriente cristiano che all’Occidente, che ha sempre preferito sottolineare gli episodi evangelici in cui emerge maggiormente l’umanità di Cristo proprio per sentirlo “più vicino”. L’Ascensione, con la Pentecoste, è anche la data di nascita della Chiesa, chiamata a rendere visibile nel mondo l’amore del suo Signore fino alla fine dei tempi.

Pietro Perugino (1448-1523) ha tentato di condensare tutto questo in una pala destinata alla chiesa di S. Pietro in Perugia, città natale del pittore stesso. La pala, del 1496, fu poi vittima delle spoliazioni napoleoniche e oggi è conservata a Lione, dove è stata scomposta. La cimasa, con l’immagine del Padre benedicente, è stata infatti staccata dal corpo della pala, su cui è rappresentata l’Ascensione. Nelle intenzioni di Perugino le due parti dovevano essere lette assieme: Gesù non scompare nel nulla, ma torna ad occupare il suo posto nella SS. Trinità, portandosi dietro le piaghe della crocifissione, segno indelebile della Sua umanità.
La parte principale della pala è certamente occupata dalla mandorla semitrasparente che evidenzia il Cristo risorto. La mandorla sembra quasi poggiare sopra la testa della Madonna, che è posta al centro del gruppo degli Apostoli, tutti raffigurati con i loro attributi tradizionali. Maria è anche immagine e Madre della Chiesa, che muove i suoi primi passi nel mondo. La nube che, nel Vangelo e negli Atti degli Apostoli, impedisce ai discepoli di seguire il moto ascensionale di Gesù qui è a sua volta oscurata dagli angioletti, in modo che non appaia alcuna cesura.
I movimenti della Vergine e dei Dodici non denotano tristezza, bensì quiete contemplativa. La Chiesa non percepisce alcun distacco ed è, anzi, già pronta all’azione. Pietro tiene le chiavi; Giovanni un taccuino per iniziare a scrivere il suo Vangelo; benché in quel momento non fosse neppure cristiano, vediamo anche san Paolo, con la spada del martirio. Come disse dall’ambone un missionario di passaggio da Cassina de’ Pecchi quando ero un ragazzo delle medie, Cristo ora “si moltiplica” nelle azioni dei suoi discepoli. Non a caso Perugino mette in evidenza solo una delle cinque piaghe di Cristo, quella del costato, da cui fuoriuscirono sangue ed acqua, chiaro rimando all’Eucaristia e, quindi, alla continuazione della presenza reale di Gesù in mezzo a noi.
I due angeli con nastri scuri sono quelli che nella Scrittura preannunciano il ritorno in gloria di Cristo. Vanno abbinati alla cimasa, dove abbiamo il Padre che china lo sguardo verso la Terra, cioè verso il Figlio ascendente e la Chiesa militante. Anche il suo volto denota sicurezza e riflessività: non c’è nulla che non sia compreso nella Provvidenza divina. Un giorno comprenderemo.
Sabato, 16 maggio 2026
