La professione di fede atque socialem della Costa Rica, che vota e agisce in maniera coerente alla proclamazione del Cattolicesimo come religione di Stato. Una lezione per l’Occidente secolarizzato e un indizio della tendenza che caratterizza, ormai, tutta l’America Latina
di Andrea Morigi
Che il nome di Dio sia invocato nel preambolo della Costituzione della Costa Rica, dove il Cattolicesimo romano è dal 1949 la religione di Stato, senza dubbio è significativo perché, per riprendere un’espressione del magistero pontificio, «dalla forma data alla società, consona o no alle leggi divine, dipende e s’insinua anche il bene o il male nelle anime» (Radiomessaggio di Sua Santità Pio XII, Pentecoste 1941, nel 50° anniversario della Rerum novarum).
Se poi la popolazione condivide la radice cristiana delle istituzioni civili e vi si adegua, può pure accadere che una candidata come Laura Fernández Delgado, del partito di governo Pueblo Soberano, sia eletta 50ª Presidente della Repubblica del Costa Rica dopo aver ottenuto il 48,5% dei voti nelle elezioni generali del 1° febbraio scorso. Sarebbe stato sufficiente arrivare al 40% per evitare il ballottaggio. E comunque, vista la partecipazione record al voto, che ha fatto registrare il livello più basso di astensione (30%) dalle elezioni presidenziali del 1998, la vittoria è significativa. Non soltanto dal punto di vista quantitativo.
Prevale infatti decisamente l’elemento qualitativo. Prima, durante e dopo la campagna elettorale la neo-presidente si è espressa esplicitamente contro la legalizzazione dell’aborto, affermando: «Credo nella vita dal concepimento alla morte naturale», mentre il suo rivale Álvaro Ramos Chaves, candidato del PLN ed ex presidente esecutivo del Fondo di Previdenza Sociale della Costa Rica, non si è espresso ed è arrivato secondo con il 33,3% dei voti, mentre Claudia Vanessa Dobles Camargo, architetto progressista, ex first lady e candidata della Citizen Agenda Coalition, che ha raccolto appena il 5% dei consensi, si è professata apertamente a favore della legalizzazione dell’aborto.
Meglio contestualizzare gli eventi che giungere a conclusioni affrettate sul risultato elettorale. Gli effetti dell’onda “trumpiana” sull’Iberoamericanon sono univoci né omogenei. Al Venezuela è stato imposto militarmente un nuovo assetto politico grazie al blitz delle forze armate statunitensi, che hanno prima deposto e poi portato in un carcere l’ex presidente NicolàsMaduro. In attesa di quanto potrebbe accadere a Cuba, altri Paesi del Sud e del Centro America, fra tutti il Cile, tentano di invertire la rotta con il voto. Il dato più rilevante che emerge, a quelle latitudini, è che la cultura che deriva dalla dottrina sociale della Chiesa non è un ostacolo al consenso popolare e si può tradurre in politica senza omissione di giudizi morali.
E, una volta al governo, la si può applicare concretamente ai provvedimenti legislativi. Da esigua minoranza di 8 deputati nella scorsa legislatura, Pueblo Soberano ha conquistato 31 dei 57 membri dell’Assemblea Legislativa e attualmente detiene la maggioranza parlamentare assoluta. Segno questo che il corso della storia può essere cambiato dagli uomini, se scelgono di corrispondere alla grazia divina.
Purché le promesse siano mantenute, come nel caso della presidente eletta, che ha dichiarato subito dopo la vittoria nelle urne la sua intenzione di proseguire sulla linea di governo del predecessore Rodrigo Chaves, che il 15 ottobre 2025 ha abrogato il regolamento tecnico in vigore dal 2019 che consentiva il cosiddetto aborto terapeutico, istituito dall’allora presidente Carlos Alvarado, e lo ha sostituito con un nuovo regolamento che limita la procedura solo ai casi in cui vi sia un certo e imminente pericolo di morte per la vita della madre, escludendo la possibilità dell’aborto in caso di problemi di salute femminili, anche se gravi. Per certo, se tutto l’Occidente seguisse la ricetta costaricana, l’inverno demografico si tramuterebbe in una primavera.
Lo ha riconosciuto anche la Conferenza Episcopale della Costa Rica, in una dichiarazione del 2 febbraio nella quale esprime le sue congratulazioni a Fernández, così come ai deputati eletti. «Riconosciamo, in questo momento, non solo il culmine di un processo elettorale, ma l’inizio di un compito impegnativo e di grande responsabilità: servire l’intera nazione, nella sua diversità di opinioni, sensibilità e realtà sociali», hanno detto i vescovi.
Venerdì, 6 febbraio 2026
