Urbi et Orbi et Myanmar

Valter Maccantelli 4 anni fa
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Nel messaggio Urbi et Orbi, pronunciato dalla loggia di San Pietro il giorno di Natale, il Sommo Pontefice ha rivolto un accorato appello affinché il mondo ritrovi la pace. Come è accaduto spesso in passato, il Papa ha citato esplicitamente alcune situazioni di particolare attualità ed urgenza; qualcuna quasi “scontata”: la guerra in Siria, il conflitto israelo-palestinese, la difficile pace in Colombia. Altre, pur nella loro drammaticità, possono aver sorpreso alcuni, come la particolare sottolineatura sul Myanmar: ”Possa il Myanmar consolidare gli sforzi per favorire la pacifica convivenza e, con l’aiuto della comunità internazionale, prestare la necessaria protezione e assistenza umanitaria a quanti ne hanno grave ed urgente necessità”.

Il Myanmar (la Birmania dei nostri ricordi di geografia scolastica) non è stato molto alla ribalta delle cronache mainstream negli ultimi tempi e viene naturale chiedersi a quale grave situazione si sia riferito Papa Francesco. In realtà il paese che occupa una parte importante della penisola indocinese è sin dalla sua indipendenza nel 1948 teatro di scontri drammatici e anche decisamente sanguinosi.

Il primo ed endemico problema è la natura etnicamente frammentata della sua popolazione: con 53 milioni di abitanti gli esperti contano 135 etnie differenti, anche se di fatto sono 6 quelle con una rilevanza politica: Bamar (o Burma), Shan, Karen, Rakhine, Chin (in maggioranza cristiani) e Mon. Da non trascurare sono anche le due comunità di immigrati dagli ingombranti vicini, i cinesi (3,5%) e gli indiani (2,5%).

Tutta la storia della Birmania post-bellica è vissuta con il conflitto fra l’etnia dominante, i Bamar (70 %), e le altre popolazioni che aspirano all’indipendenza. Questo scontro ha generato nel tempo guerriglie, rivolte e repressioni che hanno dato luogo a una grande massa di profughi e migranti, concentrati principalmente lungo il confine thailandese ad est e quello indo-bengalese a ovest. La risoluta volontà della componente maggioritaria Bamar di continuare con il modello di stato centralizzato ha portato alla costituzione, dagli anni ’60 fino ad oggi, di una serie di giunte militari che hanno stretto il paese in una morsa dittatoriale di ispirazione marxista (non a caso il Papa la cita nella stessa frase con la Corea del Nord) che si sono impegnate in sanguinose repressioni di ogni forma di dissenso. Il nome del Generale Ne Win, che ha retto la giunta dal 1962 al 1988, rientra a pieno titolo nel pantheon dei più sanguinari dittatori comunisti dell’area.

Il volto più noto del dissenso è senza dubbio Aung San Suu Kyi, premio Nobel per la pace nel 1991, incarcerata per numerosi anni sotto il regime militar-comunista e liberata definitivamente nel 2010. Dopo la sua liberazione Aung San Suu Kyi ha preso attivamente parte alla vita politica birmana anche se una clausola ad personam le impedisce di diventare Presidente. La costituzione approvata nel 2008 ha innescato una transizione dal regime militare ad un governo civile-democratico ma riserva ancora all’esercito un ruolo centrale nella vita del paese. La stessa Aung San Suu Kyi, icona dei diritti umani all’occidentale, ha assunto negli ultimi anni una posizione definita da molti ambigua verso il problema dell’autonomia delle minoranze. Pesa probabilmente su di lei il fatto di essere di origine Bamar e di essere convinta sostenitrice, come già suo padre Aung San -primo presidente del governo transitorio nel 1947 (oltre che fondatore nel 1939 del Partito Comunista Birmano)-, dell’unicità e indivisibilità della nazione attorno alla sua etnia maggioritaria.

Un secondo problema è l’elevato valore geopolitico del Myanmar, sia per posizione che per ricchezza naturale, soprattutto se relazionato con la debolezza politica interna, che ne fa un boccone appetibile per la confinante Cina e, quindi, una spina nel fianco per la dirimpettaia India. La Cina ha da decenni un rapporto privilegiato con qualunque governo ci sia a Rangoon/Yangon (non più capitale ma ancora sede del governo) ed è la finanziatrice di quasi tutte le infrastrutture del paese (oleodotti, gasdotti, autostrade, ferrovie e porti). Pechino non vede nella ex-Birmania solo una fonte di energia e metalli rari: le sue coste rappresenterebbero una base ideale per la proiezione che la flotta navale cinese sta cercando a ridosso dell’Oceano Indiano, fino al Golfo Persico. Già oggi la marina cinese ha costruito due “punti di appoggio” nel porto birmano di Kyaukpyu e nelle Isole Coco, trasformarle in vere e proprie basi sarebbe un bel passo avanti in quella corona di avamposti militari che la Cina cerca di costruire dalle isole Spratly a Gibuti.

Il terzo e forse più attuale problema è dato dall’affacciarsi nelle foreste birmane dell’ultra-fondamentalismo islamico. La questione nasce dallo status di una delle tante comunità etnico-religiose del paese: i Rohingya, minoranza musulmana in una nazione a netta maggioranza buddista, ma maggioranza nella strategica regione nord-occidentale del Rakhine. La popolazione buddista contesta la radice birmana dei Rohingya, essendo in parte immigrati dal vicino Bangladesh, e preferisce chiamarli Bengali. Questa contrapposizione ha portato nei decenni ad una sostanziale persecuzione delle giunte nazionali e dei governi locali verso questa comunità musulmana. Una persecuzione dura, fatta di negazioni di diritti fondamentali, divieto di lavoro, deportazioni forzate e scontri sanguinosi. La lotta armata fra fazioni musulmane e buddiste non è recente: risale alla II guerra mondiale quando i gruppi musulmani sostenevano l’esercito britannico e quelli buddisti furono per lungo tempo schierati con i giapponesi. In occasione dell’indipendenza la componente islamica della popolazione ha spinto perché la regione del Rakhine fosse annessa al Pakistan Orientale (oggi Bangladesh). Questi scontri si sono prolungati fino ai giorni nostri e sono culminati nella sostanziale impossibilità della popolazione musulmana di partecipare alle elezioni del 2015 per l’assenza dello status di cittadinanza. Il degenerare delle relazioni tra le due fazioni ha prodotto nel maggio 2015 l’ennesima emergenza umanitaria con un flusso migratorio importante nel mare delle Andamane verso la Thailandia. Negli ultimissimi mesi però questo scontro incancrenito ha fatto un passo ulteriore verso la guerra civile. Negli scontri di ottobre e novembre di quest’anno gli apparati di sicurezza hanno visto un livello di organizzazione decisamente superiore. È emersa la presenza di un movimento che si definisce Harakah al-Yaquin (in arabo: Movimento della Fede). Questo movimento sta diventando il collettore di tutti gli aiuti pubblici e privati che provengono dalle comunità Rohingya emigrate a suo tempo in Arabia Saudita e Malaysia, e dai soliti ricchi finanziatori sauditi. Il suo “portavoce” sarebbe Ata Ullah (alias Ameer Abu Amar, alias Abu Amar Jununi, alias Hafiz Tohar), nato in Pakistan da padre musulmano birmano, cresciuto a Mecca e addestrato nei campi dell’area tribale pakistana, già culla di Al-Qaeda. Sarebbe lui a condurre le operazioni sul campo con l’aiuto di un gruppo di combattenti esperti, la maggior parte di provenienza medio-orientale, specialmente saudita. Questo nucleo, che probabilmente ha fatto esperienza in altri conflitti jihadisti, sembra aver raccolto l’adesione alla lotta armata di alcune centinaia di giovani esuli Rohingya dal Bangladesh. Al momento le loro azioni sono focalizzate contro gli apparati di sicurezza dello stato centrale a sostegno delle rivendicazioni Rohingya ma la forte presenza di foreign fighters e alcuni video inneggianti al jihad fanno temere che questa sia un’avanguardia dei movimenti terroristici a tutti noti. Anche loro, come le truppe del sedicente califfo, fanno un esteso uso di propaganda via chat e social media, in particolare Viber e WhatsApp, utilizzando file vocali, visto che il dialetto Rohingya/Bengali non ha una forma scritta comune. Al momento non è ancora possibile definire con esattezza il tipo di rapporti che questo movimento ha con la mainline del terrorismo islamico. Nel numero 14 di Dabiq, organo ufficiale di Daesh, (Dabiq issue 14, aprile 2016, pp.59-63) è stata pubblicata una lunga intervista allo Shayck Abu Ibrahim al-Hanif, che si proclama Amir dei soldati del Califfo nel Bengala, nella quale si invoca a più riprese l’intervento dei combattenti per il soccorso ai musulmani perseguitati in Birmania. Un recente comunicato per la costituzione di Al-Queda nel Sub-Continente Indiano, esorta i propri interlocutori a coinvolgere le comunità islamiche del Myanmar.

Alcuni analisti ritengono che la galassia dell’ultra-fondamentalismo islamico, che ruota attorno (pro e contro) Daesh, dia oramai per scontata la perdita del territorio siro-iracheno e stia cercando un altro territorio in cui costruire un nuovo santuario: l’area più gettonata, nelle previsioni, è l’Africa sub-sahariana ma anche le inestricabili foreste del sud-est asiatico potrebbero servire allo scopo. Consiglio però di verificare prima che non sia un’area di interesse per Putin, aiuta a stare più tranquilli.

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