URSS, agosto 1991: il fallimento di un colpo di Stato

Alleanza Cattolica 6 anni fa
Prima pagina  /  Cristianità  /  Articoli e note firmate  /  URSS, agosto 1991: il fallimento di un colpo di Stato

Pierre Faillant de Villemarest, Cristianità n. 197-198 (1991)

 

 

1. Particolari su settantadue ore di inettitudini

Settantadue ore di inettitudini hanno posto termine a ottantotto mesi di reputazione usurpata. Infatti, Mikhail S. Gorbaciov sapeva che il golpe si sarebbe verificato. Due dei dodici o quattordici complici erano andati in Crimea a preavvertirlo sabato 17 agosto 1991, sperando di convincerlo ad approvare piani che intendevano “mettere termine al caos”. Vi erano ritornati due giorni dopo, sperando che l’isolamento nel quale era confinato lo avrebbe spinto ad allinearsi. Ma Mikhail S. Gorbaciov era già a conoscenza delle incertezze fra i congiurati, sapeva che i governi di Stati Uniti e del Regno Unito volevano il suo ritorno al potere, che non doveva avere nessun timore perché vi era chi si apprestava a voltar gabbana fra quanti attendevano di vedere da che parte si sarebbe piegata la bilancia e che, adesso, puntavano su di lui.

Sostenere ancora che Mikhail S. Gorbaciov sia uno statista è aberrante. Non lo è mai stato veramente come non è mai stato un autentico riformista, anche se un portavoce dell’establishment anglo-americano — fabiano — come Jean-François Revel ha assicurato che veniva accusato a torto di essere un Ponzio Pilato.

Un capo di Stato, o di partito, deve essere giudicato non soltanto sulla base dei suoi atti, ma anche di quelli del suo entourage. Ora, Mikhail S. Gorbaciov è stato tradito proprio da quelli che aveva scelto lui, a partire da Valeri Boldin, il suo capo di gabinetto, e dal “compagnone” Ghennadi Ianaev, che aveva imposto come vicepresidente del Parlamento. Sempre Mikhail S. Gorbaciov in persona ha promosso Vladimir Kriuchkov alla direzione del KGB, Dmitri T. Yazov a quella dell’esercito, Boris Pugo a quella dell’MVD, le forze speciali del ministero dell’Interno. Diversi commentatori l’hanno notato, ma senza insistere sulla lezione da trarne, perché non hanno mai voluto tener conto del fatto che — come vengo scrivendo dal 1986 — Mikhail S. Gorbaciov annuncia le riforme, ma non le fa applicare; esse sono costantemente tradite dalle scelte del suo personale e, soprattutto per quanto riguarda il disarmo, dalla distribuzione del budget e dal camuffamento di missili nucleari dichiarati distrutti; lui stesso intende guadagnare tempo sia per sostituire un apparato comunista — detto riformista — con un altro, sia per giungere al momento in cui il piano di Yuri Andropov, che ha fatto proprio a partire dal 1985, sarà come un frutto maturo e potrà passare alla fase realizzativa.

Per fortuna l’apparato del partito — di cui nel 1989 ho detto che era esploso in cinque frazioni — non ha seguito i golpisti. Alcuni personaggi — Boris N. Eltsin non è stato l’unico — hanno fatto il resto. Per fortuna perché, in caso contrario, da ora al 1995, l’Europa rischiava di andare verso una simbiosi euro-sovietica, attraverso alleanze socialcomuniste, il “risveglio” di talpe in buona posizione nei governi occidentali e la cecità dei liberal americani.

Vediamo chi sono gli uomini che hanno salvato l’URSS da un nazionalcomunismo modellato sul nazionalsocialismo, ieri incarnato dalla SD e dalla Gestapo.

Il 15 dicembre 1990, in occasione di un convegno organizzato alla Sorbona dall’Association pour la Russie Libre, intervenendo dopo Alain Besançon e Françoise Thom, avevo detto al pubblico, costituito per la maggior parte da russi provenienti dalla Russia, che “non si deve sopravvalutare il KGB, che è stato, ma che non è più un’istituzione omogenea […]. Neanche l’esercito è più omogeneo, ma diviso in tre clan: il clan militare-industriale; quello costituito dagli ufficiali superiori del centro, di cui circa il 70% è gorbacioviano per carrierismo, ma il 30% riformista; finalmente quello costituito dagli ufficiali appena al di sotto di questi, che sono partigiani di una reale democrazia […]. Se Mikhail Gorbaciov o chiunque altro fa appello all’esercito per un colpo di Stato, interi reggimenti si daranno alla macchia […].

Molto contrariato da queste affermazioni, il compagno V. Bolchakov, corrispondente della Pravda, gorbacioviano per opportunismo e che si sarebbe schierato con il golpe se fosse riuscito, mi aveva attaccato sul suo giornale, l’8 febbraio 1991. Giudicava “scandalosa” la mia presenza alla Sorbona dove — scriveva — “abbiamo tanti amici lucidi”…, ma senza confutare la mia analisi sulla base di argomenti.

Ebbene, quanto è accaduto a Mosca ha illustrato perfettamente le conclusioni alle quali ero giunto dopo uno studio delle psicologie, delle filiazioni e delle affinità degli uomini che contano o che possono contare in Unione Sovietica.

Se certi brillanti sovietologi sbagliano, dipende dal fatto che le loro analisi sono costruite esclusivamente su parametri teorici, ma dimenticano il fattore umano. Così, Françoise Thom non sarebbe andata fuori strada assicurando che Mikhail S. Gorbaciov aveva manipolato il golpe per poi contrastarlo e ritornare in forze, se avesse studiato meglio l’uomo e il suo entourage, e prestata maggiore attenzione al colonnello della riserva Uraltzev, il fondatore di Scudo — il “sindacato” di ufficiali della riserva e in servizio, nato il 21 ottobre 1989 —, quando descriveva il clima regnante nell’esercito. Lo ha fatto, invece, il sovietologo Richard Pipes.

 

2. Tre militari che hanno evitato il peggio

Il golpe si è anzitutto scontrato con il rifiuto passivo della maggioranza del “collegio” che riunisce i “primi” quindici ufficiali della gerarchia suprema, mentre tre o quattro di questi quindici partecipavano alla congiura, fra loro Dmitri T. Yazov, con reticenze. Questi ultimi sono stati contrastati da tre altri generali, il più importante dei quali, in questa fase, era il generale d’armata Yuri P. Maksimov, viceministro preposto ai missili strategici.

Contrariamente alla drammatizzazione artificiale alimentata dalla stampa, in nessun momento è esistito il pericolo che i golpisti potessero brandire la minaccia nucleare. Infatti il generale Yuri P. Maksimov aveva immediatamente organizzato, con un altro viceministro, Yuri A. Yashin — che controllava le telecomunicazioni e i sistemi elettronici di tutto il paese —, i mezzi tecnici per neutralizzare i missili strategici, nel caso i golpisti utilizzassero i codici di richiamo di cui si era impadronito il primo ministro Valentin Pavlov, e i missili tattici, prendendo contatto con la maggior parte dei militari che ne avevano la responsabilità.

Certo, anche il KGB aveva la mano su questi missili, dal momento che uno dei suoi uffici era specializzato nel controllo delle ogive nucleari, ma si può affermare che il drago nucleare, grazie a Yuri P. Maksimov e a Yuri A. Yashin, era “sdentato” all’80%.

Infine il quarantanovenne generale d’aviazione Evgheni Shaposhnikov, attualmente maresciallo e ministro della Difesa, ha neutralizzato gli ordini dei golpisti nella sua arma, il che era lungi dall’essere trascurabile, posto il ruolo dell’aviazione in caso di colpo di Stato e d’intervento aerotrasportato.

 

3. L’esplosione del KGB

Quanto al KGB, solo uno dei due aiutanti del direttore, tre dei nove vicedirettori e Yuri Plekhanov, responsabile della direzione della Guardia — la protezione dell’alta nomenklatura — erano iniziati. Ma, a partire dai livelli inferiori, i quadri non seguivano. Per esempio, ora si sa che una delle équipe della forza Alfa, mandata ad arrestare — e certamente ad assassinare — Boris N. Eltsin, si è invece messa in contatto con lui. Si sa anche che Uraltzev è stato arrestato, ma — di fatto — per evitare la sua uccisione. Si è verificata la stessa cosa per una dozzina di altre personalità iscritte nelle liste nere.

Perché Vladimir Kriuchkov si è tanto sbagliato sui suoi uomini? Il fatto è che, dopo gli avvenimenti di Budapest nel 1956, ha fatto carriera abituandosi ad avere attorno a sé uomini ciecamente ubbidienti — come lui stesso — ai propri capi, senza rendersi conto dei mutamenti dello stato d’animo sia in Unione Sovietica che nel KGB. In particolare, la sua cecità è stata aumentata dal fatto che, dal 1967 al 1976, egli è stato responsabile dell’apparato del Partito Comunista nel KGB. Promosso poi alla testa della direzione dello spionaggio nel mondo, ha fatto salire al suo fianco uomini che, nove volte su dieci, erano più carrieristi — quindi apparentemente comunisti — che competenti, fra cui Ghennadi F. Titov, Viktor Gruchko e Leonid V. Shebarshin, appena destituito.

E Mikhail S. Gorbaciov, dal canto suo, il giorno seguente il suo ritorno a Mosca dalla Crimea ha voluto nominare alla direzione del KGB al posto di Vladimir Kriuchkov proprio Leonid V. Shebarshin! Il che descrive bene la mancanza totale di capacità di giudizio in Mikhail S. Gorbaciov… Michel Tatu — citandomi su Le Monde — ha fatto riferimento al ruolo di Leonid V. Shebarshin dietro le quinte in Iran. Se fosse stato confermato nella sua posizione, il KGB avrebbe ripreso in Iran, in Irak e in Libano — dove i golpisti avevano inviato delegazioni alla vigilia del golpe, mentre altri loro emissari sono andati a Pechino — un’operazione legata al Piano Andropov, riveduto e corretto dopo la sua scomparsa: ravvivare gli incendi nel Vicino e nel Medio Oriente, per coprire con una situazione drammatica in quest’area l’obbiettivo essenziale, consistente nella messa in opera di tutti i mezzi possibili per impadronirsi dell’Europa Occidentale, cioè alleanze politiche intese a intensificare l’infiltrazione nei ministeri e nei circuiti vitali, con una contemporanea destabilizzazione “sociale”, della quale costituivano un elemento le difficoltà economiche, soprattutto quelle relative alla riunificazione tedesca.

Per contro, sul piano interno, l’esplosione del KGB è visibile. In sei delle dodici repubbliche dell’Unione Sovietica, i quadri di secondo rango e al di sotto non hanno neppure eseguito gli ordini di Vladimir Kriuchkov. Soprattutto a San Pietroburgo, il KGB si è allineato in massa ad Anatoli A. Sobciak, sindaco e numero uno della città.

Comunque, la nomina di Vadim Bakatin alla direzione del KGB ha bloccato il Piano Andropov, fatto proprio da Mikhail S. Gorbaciov e indossato da Leonid V. Shebarshin finché, il 29 agosto, non è stato costretto a dare le dimissioni. Vadim Bakatin è un riformista, nel senso che del KGB vorrebbe conservare le strutture interne, corrispondenti nello stesso tempo al controspionaggio e alla polizia giudiziaria, cioè a una sorta di FBI americana. Ma alla testa del 1° Direttorato Principale del KGB — cioè della direzione incaricata dello spionaggio nel mondo — è ora Evgheni Primakov, da diversi anni uno degli esperti di Mikhail S. Gorbaciov per i problemi dell’area araba e iraniana. Quest’uomo, dal 1971, ha frequentato ogni anno le conferenze permanenti organizzate fra liberal americani e sovietici, divenendo, dopo il 1975, membro di una delle direzioni dell’IREX, l’International Research Exchange Board, un organismo di cui non si parla mai. Da parte americana le sue commissioni di lavoro sono dirette esclusivamente, da quasi quindici anni, da specialisti del CFR, il Council on Foreign Realations, fra i quali parecchi sono membri della Commissione Trilaterale. Questi americani, a partire dal 1971, ma soprattutto dopo il 1975, hanno chiamato una dozzina di accademici sovietici a collaborare con loro alla direzione di commissioni che coprono tutti i problemi mondiali, considerati per settori geopolitici e per settori d’interesse, come appare chiaramente dal loro stesso nome: commissione del processo paneuropeo, dell’America Latina, dell’Africa subsahariana, del Pacifico, del disarmo, di scambi e di consultazioni fra il CFR e l’Istituto Sovietico degli Stati Uniti e del Canada, del dialogo sovietico-americano sul Consiglio Atlantico, del Medio Oriente, e così via.

Ebbene, Evgheni Primakov ha diretto tre di queste commissioni, che hanno lavorato dal 1971 sull’avvenire del mondo. Ci si può chiedere se, con la sua nuova funzione, opererà per una sorta di condominio sovietico-americano sul mondo, oppure se cercherà di approfittare dell’ingenuità e delle utopie dei suoi partner americani, presenti dal canto loro attorno a George Bush, per penetrare più addentro negli ingranaggi degli Stati Uniti d’America. Lo dirà l’avvenire. Ma non si deve dimenticare che l’apparato militare, riorganizzato attorno al maresciallo e ministro della Difesa Evgheni Shaposhnikov — che dispone sempre del GRU, il servizio militare di informazione all’estero —, condivide il “mondialismo” di Evgheni Primakov. Gli ufficiali che circondano il ministro della Difesa sono nazionalisti russi, certamente anticomunisti, ma poco disposti a passare sotto l’influenza americana.

L’opposizione nazionalcomunista — quella sopravvissuta al fallimento del colpo di Stato — li tiene d’occhio, come tiene d’occhio Evgheni Primakov, insieme agli ultimi marxisti-leninisti ancora in carica in Unione Sovietica, e agli ufficiali del KGB pronti a difendere le loro funzioni di fronte a Vadim Bakatin.

 

4. Il suicidio di Serghei F. Akhromaiev

Nella maggior parte delle regioni militari la confusione è stata totale. Neanche Albert Makashov, responsabile di quella degli Urali-Volga, aderente al golpe, ha applicato integralmente gli ordini di Dmitri T. Yazov e di V. I. Varennikov, il viceministro responsabile delle forze di terra. Subito dopo il lancio dell’operazione, V. I. Varennikov atterrava in Ucraina, la mattina del 19 agosto, ma né Mykola Golushko, direttore locale del KGB, né le cellule comuniste della regione militare di Kiev hanno risposto agli ordini…

Una situazione identica si è verificata nella regione dell’Estremo Oriente, dove le personalità politico-militari legate al golpe si sono trovate di fronte ufficiali che rifiutavano di ubbidire… Com’è accaduto a San Pietroburgo, dove il generale Viktor Samsonov ha prestato ascolto ad Anatoli A. Sobciak e ha ordinato alle sue truppe di non intervenire in nessun caso… Come in Asia Centrale, dove il presidente dell’Azerbaigian, Ayaz Mutalibov — che i golpisti avevano mandato qualche giorno prima a Teheran — si è trovato di fronte ufficiali superiori poco disposti a fargli da guardia del corpo, dal momento che i loro rapporti con le direzioni regionali del KGB non sono mai state cordiali.

Perché il generale Serghei F. Akhromaiev, scelto come consigliere da Mikhail S. Gorbaciov in persona nel dicembre del 1988, si è suicidato il 24 agosto 1991? Certo, ha lasciato scritto in un biglietto di farlo “perché tutto quello per cui ho lottato per tutta la vita è crollato”; ma anche e soprattutto per un’altra ragione, più importante. Questo ex direttore d’orchestra della disinformazione militare su scala mondiale era uno degli iniziati al Piano Andropov, ripreso da Mikhail S. Gorbaciov, ma fatto crollare da questo stesso con le sue mezze misure, le sue tergiversazioni, i suoi rifiuti di una politica definita e chiara, e crollato per l’effetto boomerang del golpe fallito.

Proprio Serghei F. Akhromaiev aveva messo a punto gli “inganni” in materia di disarmo Est-Ovest, che mantenevano intatte le forze nucleari e offensive dell’Unione Sovietica; proprio lui, per anni, di concerto con il GRU e con il KGB, ha neutralizzato nei paesi occidentali gli effetti dei casi di spionaggio scoperti ogni anno, grazie agli agenti d’influenza negli ambienti politici, giornalistici, governativi dell’Occidente; proprio lui — ancora — ha partecipato al rilancio nelle due Europe, quella orientale e quella occidentale, della tattica dei Fronti Nazionali degli anni 1945-1947… avendo come principale secondo, nella Repubblica Democratica Tedesca, Markus Wolf con le sue “talpe” appunto tedesche. Il vedere una tale somma di paziente lavoro ridotto a nulla in tre giorni basta a spiegare il suo gesto disperato.

Si sbaglierebbe deducendone che è cominciata un’era nuova “perché non esiste più il pericolo comunista”: infatti, sostenere Mikhail S. Gorbaciov significa assicurare la sopravvivenza di apparati sovversivi che, anche se nessuno crede più al comunismo, hanno ancora a loro disposizione mezzi enormi per distruggere le nostre società in crisi.

 

5. Punti di riferimento

L’accelerazione degli accadimenti è tale che — piuttosto che svolgere lunghe analisi — si rivelano di maggiore utilità alcuni punti di riferimento, per guidare l’osservatore giorno dopo giorno e per così evitargli la disinformazione.

 

* Quando Anatoli A. Sobciak, il sindaco di San Pietroburgo e una delle personalità destinate ad avere un ruolo in futuro, dice che “in questo periodo di transizione Gorbaciov è solamente il simbolo dello Stato federale”, imposta bene il problema. Tutti i servizi d’informazione sanno che la parte favorevole a Mikhail S. Gorbaciov nell’opinione pubblica si aggira, all’inizio di settembre del 1991, attorno a un massimo del 17%, e a non più del 30% nel partito.

Boris N. Eltsin si situa attorno al 72/75%; Anatoli A. Sobciak, dal 62 al 65%… Si tratta di un verdetto popolare che giudica la condotta equivoca di Mikhail S. Gorbaciov, a partire dagli interrogatori della commissione d’inchiesta sul golpe. Altro segno: Ghennadi F. Titov, che nel febbraio del 1991 lo stesso Mikhail S. Gorbaciov aveva promosso vicedirettore del KGB incaricato del contro-spionaggio all’estero, e che aveva messo — dopo il suo ritorno dalla Crimea — nella commissione d’inchiesta in questione, il 12 settembre è stato destituito da tutte le sue funzioni…

 

* Il pericolo, a breve, è costituito da un gruppo di circa novantamila membri dell’apparato del partito — su duecentoquarantamila — ancora in funzione nelle strutture dello Stato, sia al centro che nelle repubbliche, uomini che, con qualche migliaio di ufficiali regionali del KGB e dell’MVD, possono sabotare ogni riforma, soprattutto il miglioramento urgente dei circuiti di distribuzione alimentare e di immagazzinamento delle derrate, all’inizio dell’inverno.

Questo gruppo dispone anche di un sostegno organico nei diversi comitati di marxisti ortodossi, di leninisti, e così via, nel movimento Pamiat e in due o tre partiti monarchici, e soprattutto attorno a Vladimir Zhirinovski che, il 12 giugno 1991, ha raccolto otto milioni di voti in occasione delle elezioni presidenziali in Russia. Tutti hanno legami in seno al gruppo parlamentare bolscevico Soyuz.

 

* Il secondo pericolo è esterno: i componenti americani della Commissione Trilaterale, fra cui James Baker, continuano a sostenere Mikhail S. Gorbaciov che, fino a ora, non ha mai condannato i gruppi prima citati. Ora, questi ultimi guardano con attenzione all’appoggio dato dal governo degli Stati Uniti sia ai gorbacioviani che ai delusi da Mikhail S. Gorbaciov, come Aleksandr Iakovlev e Eduard Shevardnadze… Si tratta di un appoggio tanto politico quanto tecnico. Così, l’ufficio americano del CFR, nella Commissione Trilaterale, ha affidato a Robert Blackwill — già “tutore” ufficiale dell’economista G. Iavlinski — e a Condoleeza Rice l’incarico di formare alla loro visione mondialista ventotto attuali o ex ministri e quadri alti della nomenklatura gorbacioviana negli ultimi cinque anni. Questo offre un argomento ai comunisti sovietici che denunciano il fatto che l’URSS diventa un docile strumento degli americani! Tanto più che Brent Scowcroft, del Consiglio Nazionale di Sicurezza degli Stati Uniti, Colin Powell, capo dello stato maggiore generale dell’esercito, e John Galvin, ex comandante in capo della NATO — tutti membri del CFR e della Commissione Trilaterale — partecipano a questi seminari di formazione.

 

* Terzo pericolo: invece di aiutare di volta in volta le repubbliche dell’URSS in base a dati e a distribuzioni controllati, gli occidentali preparano un Piano Marshall, preconizzato da Robert Blackwill, il cui aiuto andrebbe globalmente al centro, cioè a Mikhail S. Gorbaciov e ai suoi fedeli. Ogni aiuto ragionevole dovrebbe essere destinato per l’80% al miglioramento, alla creazione, alla modernizzazione dei mezzi stradali, ferroviari e portuali della Russia Occidentale, affinché venga spezzato il mercato parallelo tenuto in mano dalla mafia… d’accordo con i bolscevichi dell’apparato più sopra denunciati.

Pierre Faillant de Villemarest

Categorie:
  Articoli e note firmate, Cristianità
Autore

 Alleanza Cattolica

  (2699 Articoli)

Alleanza Cattolica è un’associazione di laici cattolici che si propone lo studio e la diffusione della dottrina sociale della Chiesa. Il motto dell’associazione è “Ad maiorem Dei gloriam et socialem”, “Per la maggior gloria di Dio anche sociale”. Lo stemma di Alleanza Cattolica è costituito da un’aquila nera con un cuore rosso sormontato dalla croce. L’aquila è l’animale simbolico dell’apostolo san Giovanni e testimonia la volontà di essere figli di Maria, come l’Apostolo prediletto che ha riposato sul Cuore di Gesù. Circa il cuore, dice Pio XII che “è […] nostro vivissimo desiderio che quanti si gloriano del nome di cristiani e intrepidamente combattono per stabilire il regno di Cristo nel mondo, stimino l’omaggio di devozione al Cuore di Gesù come vessillo di unità, di salvezza e di pace”. Circa la croce sul cuore, cfr. il Cantico dei Cantici (8, 6): “ponimi come sigillo sul tuo cuore”.