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Venezuela: le ferite profonde di un popolo che non perde la speranza

1 Marzo 2026 by Cardinal Baltazar Porras

Intervenuto all’evento Venezuela: storia di una crisi annunciata e fiducia nella rinascita, organizzato da Alleanza Cattolica, il porporato prende posizione contro l’antiamericanismo pregiudizievole di molta parte degli europei e ricorda quali implicazioni aveva il trascorso regime chavista dal punto di vista delle restrizioni alla libertà civile e religiosa del popolo venezuelano

del Cardinal Baltazar Porras (traduzione a cura di Marinellys Tremamunno)

Ringrazio l’interesse di Alleanza Cattolica nell’affrontare il tema della storia della crisi vissuta in Venezuela e per la fiducia che oggi si intravede nella rinascita del Paese.

Credo sia importante partire da un punto: la crisi vista dall’Europa presenta caratteristiche diverse rispetto a come l’abbiamo vissuta dall’interno del Paese. La ragione è molto semplice: il protagonista principale di questa fase è il governo degli Stati Uniti, o meglio la persona del Presidente Trump, e conosciamo le difficoltà che esistono in ambito europeo nel comprendere la politica nordamericana, non solo nei confronti dell’Europa ma del mondo intero. Tuttavia, la realtà che viviamo è che la dipendenza del continente americano dalla potenza del Nord è un dato di fatto, direi quasi necessario.

La posizione assunta dal regime venezuelano, soprattutto negli ultimi anni sotto la presidenza di Maduro, è stata quella di cercare un maggiore appoggio presso altre potenze – Russia, Cina, Turchia, Iran – e non presso gli Stati Uniti. Questo ha generato, tra le altre cose, una crisi che ha innanzitutto una radice di illegittimità: Maduro non è stato un presidente legittimo, ma si è appropriato del potere, disconoscendo il risultato di elezioni che aveva perso. A ciò si aggiunge il fatto che il regime venezuelano si è trasformato in una base fondamentale per il narcotraffico e per il terrorismo nel nostro continente, soprattutto verso il Nord, accompagnando tutto questo con una politica di repressione brutale, in cui i diritti umani sono praticamente scomparsi.

Negli ultimi 27 anni in Venezuela non vi è stata divisione dei poteri: tutto è dipeso esclusivamente dall’Esecutivo, che ha dominato e controllato attraverso la paura, la repressione e forme di tortura impensabili nella nostra società. Questo contesto, insieme alla nuova fase della politica di Trump nel suo secondo mandato – che rompe con l’assetto geopolitico successivo alla Seconda Guerra Mondiale, così come lo hanno fatto Putin con la guerra tra Russia e Ucraina e le tensioni in Medio Oriente – ha determinato un indebolimento delle istituzioni internazionali che avrebbero dovuto garantire l’equilibrio mondiale. L’ONU e molti organismi internazionali si sono dimostrati, per usare un eufemismo, incapaci di gestire la situazione. Viviamo dunque un momento di riassetto della geopolitica mondiale.

Il Venezuela svolge un ruolo importante, in primo luogo per la sua posizione geografica; in secondo luogo per le ingenti risorse di cui dispone; e in terzo luogo perché i regimi di Chávez e di Maduro hanno cercato, per così dire, di sfidare e di danneggiare l’impero, in particolare quello nordamericano, attraverso la corruzione, l’introduzione e il consolidamento non solo del narcotraffico, ma anche di diverse forme di sostegno a gruppi paramilitari, come quello noto qui come “Tren de Aragua”, che non è stato altro che un apparato diretto dallo Stato.

La caratteristica principale del regime venezuelano in questo periodo è che si è trasformato in un regime in cui lo Stato stesso è parte integrante di tali dinamiche, a differenza, ad esempio, della situazione esistente in Messico, dove i cartelli che conosciamo sono gruppi privati, gruppi paramilitari o comunque organizzazioni criminali che, pur esercitando un grande potere, non dispongono dell’autorità che deriva dal controllo di uno Stato o di una nazione.

Uno Stato può infatti utilizzare la diplomazia, disporre di basi militari e aeree e di una serie di strumenti che nessun cartello — sia esso quello di Sinaloa o qualsiasi altro — possiede nella stessa misura. Per questo motivo il regime venezuelano è stato definito un regime narcoterrorista e identificato con il cosiddetto “Cartello dei Soli”, espressione con cui si indica un gruppo di generali e figure vicine al governo che hanno gestito in modo totalmente illegittimo e illegale la conduzione del Paese.

Questa modalità di gestione del Paese ha fatto sì che la popolazione venezuelana non disponesse di alcuna reale libertà: non vi è libertà di espressione, né libertà di comunicazione, né libertà di opinione. La repressione e l’uso delle forze armate e delle forze di sicurezza — che dovrebbero essere al servizio della popolazione — sono stati posti al servizio di un ristretto gruppo che ha amministrato enormi quantità di denaro, senza alcun beneficio sociale per il Paese.

Tutto ciò ha portato, per ragioni che vanno oltre quanto possiamo qui analizzare, il Presidente Trump a imporre un cerchio militare attorno al Mar dei Caraibi, con l’intento di intimidire e indurre il regime venezuelano a cambiare posizione. Il regime si era sentito particolarmente forte grazie all’appoggio di altri governi extra-continentali e riteneva che gli Stati Uniti non sarebbero mai arrivati a compiere quanto accaduto a partire dal 03 gennaio, con l’operazione armata che si è conclusa con la detenzione della coppia presidenziale.

Da quel momento si è aperta una fase diversa nel Paese. Si possono fare molte analisi al riguardo — senza che ciò significhi giustificare in alcun modo la posizione del governo nordamericano — ma è innegabile che si sia generata una situazione impensabile solo due o tre mesi prima. Ci troviamo certamente sotto una forma di tutela. Non siamo ancora in un processo di transizione, bensì in una fase di grande incertezza, nella quale tuttavia si aprono alcune piccole brecce.

Queste brecce hanno permesso la liberazione di alcune persone che erano detenute con accuse di reati politici, sulla base di leggi che qualificavano come “odio alla patria”, “terrorismo” o altre fattispecie simili condotte che in molti casi riguardavano persone innocenti. A ciò si aggiungono i milioni di venezuelani costretti a emigrare, lo smantellamento generale delle istituzioni, l’aumento della povertà, il crollo del sistema sanitario ed educativo, la mancanza di opportunità lavorative.

Per questo, come Episcopato venezuelano, e in modo particolare io stesso, vi invito a rileggere l’Esortazione pastorale dell’Episcopato venezuelano del gennaio 2022, in occasione del bicentenario della battaglia di Carabobo, che due secoli fa sancì l’indipendenza definitiva del Paese. In quel documento si affermava qualcosa di assolutamente necessario anche oggi: la rifondazione della nazione.

Ma si tratta di rifondarla a partire dalla cittadinanza, recuperando e affrontando una serie di situazioni che, per chi osserva dall’esterno, possono risultare talvolta impensabili: l’emergere di nuove varianti in un contesto di emergenza sanitaria, ciò che ha significato la pandemia, lo smantellamento di tutte le istituzioni democratiche e delle imprese statali, il drammatico esodo causato dalla mancanza di opportunità, la povertà che colpisce la grande maggioranza della popolazione, i danni psicologici, morali e spirituali sofferti dai venezuelani.

A tutto questo si aggiunge la contraddizione sul piano economico: un’economia venezuelana segnata da gravi carenze strutturali, nella quale gli investimenti presenti nel Paese sono accessibili soltanto a una piccola parte della popolazione, senza che tali benefici raggiungano la maggioranza dei venezuelani.

Tutto questo ci porta a constatare che ci troviamo in un Paese in cui lo Stato è divenuto uno Stato fallito, poiché la funzione primaria di qualunque Stato e di qualunque governo dovrebbe essere il benessere della popolazione. In Venezuela, invece, abbiamo assistito a un arretramento in tutti gli ambiti della vita nazionale. Ciò ha ampliato sempre più la distanza tra quanto esprimono da anni i sondaggi d’opinione e la realtà del potere: il regime si è mantenuto fondamentalmente attraverso la forza e la repressione. Se in passato godeva dell’appoggio di una parte significativa della popolazione, oggi, nel migliore dei casi, tale consenso si aggira attorno al 15%. La restante maggioranza, pur collocandosi nell’area dell’opposizione, non dispone della forza necessaria per smantellare, in primo luogo, il controllo militare e le sue conseguenze. Non vi è dubbio che il momento che stiamo vivendo imponga di guardare al futuro, ponendo al centro il rispetto dei diritti umani e di un minimo di libertà indispensabili in ogni società che voglia dirsi democratica. Ciò comporta uno smantellamento quasi totale dell’attuale quadro giuridico del Paese e un’attenzione prioritaria ai bisogni fondamentali della popolazione: la sanità, l’educazione, il lavoro, e la necessità di arrestare l’esodo massiccio.

La tutela in cui ci troviamo, determinata dalle condizioni imposte dagli Stati Uniti, può consentire una fase di stabilizzazione economica; ma tale stabilizzazione implica anche lo smantellamento del controllo militare e armato, affinché la popolazione possa avere voce e possibilità di iniziativa.

La posizione della Chiesa è stata chiara: insistere sul rispetto dei diritti umani e sulla ricostruzione di un’istituzionalità e di uno Stato di diritto oggi di fatto inesistenti, poiché lo Stato stesso non ha rispettato la propria Costituzione né le istituzioni, lasciando tutto alla discrezionalità di chi detiene il potere.

Rifondare la nazione significa includere i poveri e i bisognosi come soggetti del proprio sviluppo; recuperare una convivenza fraterna attraverso la promozione costante ed effettiva di un dialogo sincero — parola che in Venezuela suona difficile, perché spesso il dialogo è stato usato per rinviare le decisioni e mantenere lo status quo —; promuovere la famiglia e l’educazione; rinnovare i partiti politici e le leadership, molte delle quali sono in esilio, nascoste o neutralizzate dall’apparato governativo.

È necessario cercare vie non violente e non armate, pur consapevoli che si tratta di un cammino complesso. Dobbiamo comprendere la nostra situazione dall’interno, cogliendo le piccole brecce che si aprono e che permettono di esprimerci, sebbene non senza timore, poiché le istituzioni non garantiscono la tutela delle persone ma restano al servizio di una causa. È un processo.

Ricordiamo che si tratta ormai di 27 anni di essere sottoposti a un disconoscimento totale del valore delle persone, in funzione di un’ideologia che non è più né comunista né socialista, ma un’ideologia in cui l’unico dio è il potere che la governa; e per questo non contano né il senso della vita, né il rispetto delle persone e delle istituzioni. Tuttavia, in questo cammino esiste anche, dall’altra parte, un forte sentimento nella nostra popolazione: la volontà di trovare vie di pace, vie di comprensione, che non sono affatto facili e che devono passare attraverso il superamento delle situazioni che stiamo vivendo, e anche attraverso passi non facili da comprendere, come la legge di amnistia. Perché non può esserci una legge di amnistia fatta da un governo dittatoriale o totalitario, che evidentemente non permetterà di mettersi il cappio al collo; eppure, essa ha consentito di conoscere, poco a poco, la realtà brutale di coloro che sono stati dietro le sbarre, in condizioni e sotto torture inimmaginabili.

E tuttavia la speranza è molto più grande. La capacità di intraprendere e la ricerca di soluzioni sono anche nelle mani della popolazione, che ha cominciato a prendere in mano la situazione. E soprattutto, non è facile da capire come, in Venezuela, per ragioni che vanno oltre questo momento, le due istituzioni che continuano a godere di una certa dose di credibilità e di fiducia siano la Chiesa cattolica e il mondo giovanile, il mondo universitario. E naturalmente, pur non avendo né il potere né le armi, abbiamo la ragione e abbiamo la ricerca di una verità e di un’uguaglianza, che sono le uniche che possono condurci alla pace. È in questo che crediamo, e speriamo che dall’esterno non solo si comprenda la nostra situazione, ma che esistano anche molti modi per sostenere le piccole iniziative che si stanno portando avanti, affinché possiamo avviarci verso un vero cammino di transizione, verso una società più giusta e più libera. Grazie.

Domenica, primo marzo 2026

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