Verso una Italia «comunistizzata»?

Giovanni Cantoni 37 anni fa
Prima pagina  /  Cristianità  /  Articoli e note firmate  /  Verso una Italia «comunistizzata»?

Giovanni Cantoni, Cristianità n. 93 (1983)

 

Una nuova drammatica ipotesi per il prossimo futuro

Verso una Italia «comunistizzata»?

 

Dopo l’accantonamento di non facile interpretazione della prospettiva di un governo a guida socialista, premessa a quello comunista, dalle dichiarazioni dei massimi esponenti democristiani e comunisti emerge il progetto sostanzialmente convergente di un «sistema di potere» gestito pendolarmente dalle due maggiori forze politiche, senza scontri dottrinali. Come nel secolo VIII vi fu una Spagna «arabizzata», che sarebbe divenuta araba, cioè musulmana, se non vi fosse stata reazione; così, all’orizzonte, si delinea la eventualità non lontana di una Italia e di una Europa «comunistizzata» prima di diventare comunista: una trasformazione che, se non viene positivamente e adeguatamente ostacolata, è umanamente fatale.

Come sia successo lo sanno tutti, vessati dagli strumenti di comunicazione sociale e dalla aggressione informativa che essi praticano ininterrottamente, prodiga di dettagli di fatto che contribuiscono non poco a disorientare oppure a spingere il soggetto passivo della informazione sulle vie senza uscita delle motivazioni unicamente psicologiche.

Invece, non appare certo evidente perché sia successo, anzi. Ma ciò non toglie che, di fatto, sia successo. Un intero scenario politico, pazientemente costruito dal 1979, è – o almeno così pare al momento – bruscamente e clamorosamente crollato. Le linee di sviluppo erano chiare, i passaggi noti oppure facilmente ipotizzabili: poi, quasi improvvisamente, e senza ragioni apparenti tali da giustificare un mutamento di così grande rilievo, è finita la stagione, la breve stagione del protagonismo socialistico e «laico». Scene assolutamente non immaginabili senza traumi – come, per esempio, il ritorno di un democristiano alla presidenza del consiglio – sono state recitate sotto gli occhi della opinione pubblica italiana, come se si trattasse di una semplice replica, della consueta proposizione dell’ovvio, e non di quanto, sino a poche ore prima, veniva dichiarato impossibile oppure, almeno, superato dalla storia.

Ed ecco invece la storia rimetterci, senza particolari cautele e senza preamboli, nella condizione in cui si trovava la nostra vita politica non molto meno di un decennio fa! Allora, si trattava di trovare la via per il «superamento» – come si dice in un certo gergo – della «esperienza» di centrosinistra, tenendo conto della «lezione cilena»; oggi, la «terza fase» deve essere realizzata senza dimenticare anche la «solidarietà nazionale» e la «grande alleanza riformatrice».

Né, per comprendere la ragione di questo passo indietro quasi decennale, riesce particolarmente utile descrivere ordinatamente i fatti, dal momento che tale descrizione – mentre, di consueto, aiuta a identificare le cause dei fatti stessi, e non soltanto quelle prossime, ma, talora, anche quelle remote -, a proposito degli ultimi accadimenti politici è, o almeno così sembra, letteralmente muta. In queste condizioni lo sforzo di comprensione spinge a cercare in aree diverse da quella nella quale si svolgono gli avvenimenti sotto gli occhi di tutti, cioè induce ad avventurarsi nel regno – incerto per definizione – delle ipotesi, con il rischio di affondare nelle sabbie mobili della fantapolitica.

Consapevole di questo rischio, mi limito a girare attorno alla zona del cataclisma politico, avanzando interrogativi e mettendoli in relazione sia con i principali protagonisti della nostra vita pubblica che con gli «attori maggiori» di quella internazionale.

Mi chiedo, dunque, perché sia stata abbandonata tanto precipitosamente e improvvisamente quella fase a leadership socialistica, che pareva la procedura indispensabile per portare i comunisti al governo, lasciando la Democrazia Cristiana alla opposizione, cioè a coprire l’establishment a destra. 

Forse i risultati, elettorali e di governo, francesi, greci e spagnoli, benché presentati dai mass media come «vittorie» e come «successi» irreversibili, si sono rivelati, agli occhi di chi ha strumenti più raffinati di valutazione, meno vittorie e meno successi di quanto si sia fatto oppure si sia lasciato credere? Forse è stato decisivo qualche esito di consultazione svoltasi nella Repubblica Federale di Germania?

Forse, nello scontro tra forze rivoluzionarie di diversa «velocità» (1) – di cui pare esempio significativo e testimonianza inequivoca la bulgarian connection – hanno avuto la meglio quelle che privilegiano il contatto diretto con i cattolici, anche se talora rude, piuttosto che la mediazione socialistica, che fa perdere in sensibilità nella presa?

Forse la eventualità di una Europa socialistica – cioè di una Europa immersa nella «Rivoluzione nella libertà» – si è rivelata troppo pericolosa, in quanto ogni passo avanti rivoluzionario produce reazione e la libertà, sia pure la libertà liberaldemocratica, è un habitat che permette a essa di crescere?

Forse la risposta elettorale e di sondaggio di opinione al massiccio lancio propagandistico del Partito Socialista si è rivelata scarsa nella pubblica opinione del nostro paese, e, quindi, tale da non garantire un sufficiente consenso alla manovra?

► Forse il clamoroso fallimento propagandistico dell’«anno di Garibaldi» ha mostrato in modo inequivocabile che, nel processo di sovvertimento e di corruzione del corpo sociale italiano, il costume edonistico stenta a trasformarsi in ideologia laicistica, oppure tale trasformazione si produce con eccessiva lentezza, grazie a provvidenziali vischiosità e resistenze di coscienza?

Di queste ipotesi, quale quella vera? Nessuna, oppure tutte, anche se, evidentemente, con diversa rilevanza e prevalenza? 

Abbandonando il terreno incerto delle cause e ritornando brevemente a quello dei fatti, degli accadimenti evidenti, lo osservo ora per quanto rivela relativamente al futuro, e al futuro prossimo e lontano, ravvicinati dalla irregolare «velocità» di marcia della Rivoluzione.

Quando si è diradata la polvere sollevata dal crollo dello scenario laico-socialistico, sono comparse, riemerse quasi, note figure «storiche», i cui progetti paiono combinarsi nella prospettiva di un bipolarismo tendenzialmente perfetto, denominato «alternativa» – con la stessa complementarità prospettica che ha a suo tempo caratterizzato il «compromesso storico» e la «solidarietà nazionale» -, all’interno di una «democrazia compiuta», o almeno «sbloccata», cioè praticamente aperta all’andata al governo del Partito Comunista, con il Partito Socialista e gli altri partiti del cosiddetto «polo laico» non più «ago della bilancia» insediato nel centro decisionale, ma chiuso nella trappola costituita dai due partiti maggiori e necessitato a scegliere piuttosto che abilitato a fare scegliere (2).

Secondo l’on. Ciriaco De Mita, infatti, «le caratteristiche della struttura politica italiana, ed anche la storia prossima e remota dei partiti che hanno creato e alimentato lo Stato democratico moderno che si regge sul consenso delle masse popolari, […] richiedono un salto di qualità che, facendo cadere nei fatti la conventio ad escludendum, coinvolga tutte le forze democratiche e popolari».

Inoltre, «dinanzi al traguardo della democrazia compiuta, al quale sono interessati tutti i partiti, e non solo i due maggiori, per altro destinati ad escludersi reciprocamente dal potere, ma non dal costruire nuove regole e nuovi equilibri di libertà, ognuno è chiamato a fare la sua parte», dal momento che queste «nuove regole e nuovi equilibri di libertà», cioè la costruzione di un «sistema di potere» che veda la reale («nei fatti») andata al governo dei comunisti, si identifica «con lo stesso processo di arricchimento della democrazia, nel quale non solo c’è spazio per tutti ma c’è necessità di ognuno» (3). Cioè, anche dei comunisti, dichiarati, dunque, necessari al compimento e, prima, allo sviluppo della «democrazia». «Così – sempre secondo il segretario nazionale democristiano – si organizza il rapporto con il Pci. Rapporto competitivo. La competizione per me non è scontro ideologico», mentre «la distinzione sta tra il vecchio e il nuovo» (4).

Dal canto suo, l’on. Enrico Berlinguer dichiara che si è provato a governare l’Italia, «tra il 1976 e il 1979, con una maggioranza larghissima, che andava oltre l’80%. L’esperimento, dopo aver dato anche alcuni risultati positivi, è fallito. A questo punto pensiamo che il Paese possa essere governato anche con il 51 %. Naturalmente ci auguriamo che la maggioranza sia più ampia» (5), e quindi si rimette ad arruolare «cristiani per il socialismo» (6).

La scena, dunque, pare bruscamente cambiata: non più una «via socialista al comunismo», per l’Italia e forse per l’Europa, ma una Italia e forse una Europa clerico-comunista, non tanto nella gestione del governo, quanto nella costruzione e poi nella gestione del «sistema di potere».

Molti conti non tornano; uno soprattutto: dove sono finite le «riflessioni sull’Italia dopo i fatti del Cile»? il pericolo di scollamento della dirigenza democristiana dalla base cattolica? la dannosa ipotesi di una saldatura tra il centro e la destra? (7).

Sembra evidente che l’unica seria possibilità per superare queste difficoltà consiste nel contare su garanzie autorevoli che permettano una Italia e forse una Europa clerico-comunista, con prevalenza «clericale» di qui dalla cortina di ferro, in cambio di una o più realtà analoghe oltre la cortina di ferro, con, evidentemente, prevalenza comunista: non si parla, da qualche tempo, della possibile fondazione di un partito di ispirazione cristiana, di una Democrazia Cristiana, in Polonia? (8).

La ipotesi di una Europa cristiana comunistizzata – non più di una ipotesi, certo, ma tragicamente coerente con molte premesse di fatto -, mi porta a ricordare una situazione analoga nella problematica dottrinale (9), anche se lontana nei secoli, quella della Spagna mozarabica, cioè «arabizzata», e i faticosi e terribili otto secoli della Reconquista, a partire da Covadonga e dal rifiuto opposto da don Pelayo alle proposte del vescovo «collaborazionista» Oppa (10). Vi è ancora qualcuno disposto a pensare che per le giovani generazioni di laici cattolici italiani ed europei non resti nulla da fare?

Giovanni Cantoni

 

Note:

(1) Cfr. PLINIO CORRÊA DE OLIVEIRA, Rivoluzione e Contro-Rivoluzione, 3ª ed. it. accresciuta, Cristianità, Piacenza 1977, p. 85.

(2) Cfr. LUCIANO PELLICANI, Il Psi può riprendere quota soltanto se …, in Il Giorno, 6-12-1982.

(3) CIRIACO DE MITA, Lettera a Indro Montanelli, in il Giornale nuovo, 29-12-1982. Attiro la attenzione sul latinorum che significa «facendo cadere nei fatti la convenzione tesa a escludere dal governo il Partito Comunista», e così via.

(4) Intervista all’on. Ciriaco de Mita, a cura di Pasquale Nonno, in Europeo, anno XXXIX, n.3, 17-1-1983. La indifferenza ideologica dell’esponente democristiano si è di recente espressa in modo macroscopico in occasione di un discorso tenuto a Canelli, in provincia di Asti, domenica 19 dicembre 1982, nel quale «ha ammesso che la crociata antidivorzista condotta nel 1974 dall’attuale presidente del Consiglio Fanfani fu uno sbaglio, “perchè diede della Dc l’immagine di un partito non più garante della libertà”» (la Repubblica, 21-12-1982).

(5) Dichiarazioni dell’on. Enrico Berlinguer a Retequattro, in la Repubblica, 6-1-1983. Nel corso della trasmissione, il massimo esponente del comunismo italiano ha detto che, rispetto a tale meta, «si possono immaginare fasi di passaggio. Se ci sono uomini, gruppi politici e gruppi economici, che hanno delle proposte da fare e il coraggio di colpire […] certi interessi economici e politici, si facciano avanti»; quindi ha confermato di pensare a un governo di «salute pubblica», a un governo del presidente, di tecnici e di esperti, «che tenga conto di noi Ma non direi solo tecnici, direi anche uomini politici, e comunque persone serie e competenti anche al di fuori dei partiti» (ibidem).

(6) Cfr. l’intervista all’on. Enrico Berlinguer, in Adista, n. 2525-2526-2527, 16/17/18-12-1982. Cfr. anche La proposta alternativa per il cambiamento, Il documento approvato dal CC e dalla CCC che sarà alla base del dibattito per il XVI Congresso del PCI, parte I, paragrafo 5, in l’Unità, 28-11-1982.

(7) Cfr. il mio La «lezione italiana», Cristianità, Piacenza 1980.

(8) Cfr. Avvenire, 3-12-1982. Di interesse anche l’intervista ad Adam Lopatka, ministro polacco del culto, raccolta da Carlo Benedetti, in Paese Sera, 23-12-1982; nonché l’intervista al card. Lázlo Lékai, diffusa dai servizi speciali dell’Ansa, ibid., 5-12-1982.

(9) Cfr. P. CORRÊA DE OLIVEIRA, La libertà della Chiesa nello Stato comunista, trad. it., Cristianità, Piacenza 1978.

(10) Cfr. RENÉ-FRANCOIS ROHRBACHER, Storia universale, della Chiesa cattolica dal principio del mondo fino ai dí nostri, 9ª ed., trad. it., Marietti, Torino 1890, vol. V, pp. 782-783.

 

Categorie:
  Articoli e note firmate, Cristianità
Autore

 Giovanni Cantoni

  (170 Articoli)