Vittorio Messori, Rapporto sulla fede. A colloquio con il cardinale Joseph Ratzinger, Edizioni Paoline, Torino 1985, pp. 222, L. 14.000

Giovanni Cantoni 35 anni fa
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Giovanni Cantoni, Cristianità n. 122-123 (1985)

 

Vittorio Messori, Rapporto sulla fede. A colloquio con il cardinale Joseph Ratzinger, Edizioni Paoline, Torino 1985, pp. 222, L. 14.000

 

Dopo una lunga attesa – che si è protratta dal novembre dello scorso 1984 e che è stata animata dalle «voci» più disparate e più contrastanti – ha visto finalmente la luce il risultato completo di un lungo colloquio del giornalista e scrittore Vittorio Messori con il cardinale Joseph Ratzinger, prefetto della Sacra Congregazione per la Dottrina della Fede, già anticipato parzialmente e clamorosamente sulla rivista mensile Jesus, appunto nel fascicolo di novembre del 1984 (anno VI, n. 11, 11 novembre 1984, pp. 67-81), e intitolato Rapporto sulla fede.

Accingendomi a recensirlo, premetto di volere procedere seguendo le preziose indicazioni date dal cardinale proprio in occasione della presentazione pubblica del volume il 30 maggio 1985 e relative sia alla natura dell’opera che alla misura in cui è in essa «implicato» l’illustre intervistato (cfr. Avvenire, 6-6-1985).

Quanto alla natura dell’opera, il porporato bavarese la presenta, quale inequivocabilmente è, appunto come un «colloquio» e, quindi, segnata senza ombra di dubbio dalla frammentarietà. «Un colloquio – dice – è e rimane anche nella sua sistematizzazione un colloquio e non può diventare una sintesi, una Summa. Un colloquio è la formulazione di impressioni, di pensieri, una indicazione di piste di riflessione, ma non è la costruzione di un edificio. Un colloquio provoca, stimola, fa pensare, ma non è una discussione esaustiva dei complicati dettagli di un problema. Un colloquio è quindi un genere molto limitato di espressione, ma con tutti i suoi limiti può avere il suo valore di diagnosi e di stimolo per un nuovo sforzo del lavoro teologico».

Quanto alla «implicazione» dell’intervistato, il cardinale dichiara che il contenuto del suo «libro è del tutto personale. È la formulazione – afferma esplicitamente – delle mie opinioni personali che naturalmente intendono essere fedeli alla dottrina della Chiesa, ma che rimangono personali e non implicano, in nessuna maniera, le istituzioni della Santa Sede, è neppure la Congregazione della quale sono Prefetto».

Premessi in autorevole enunciazione «i limiti delle intenzioni di questo libro», che intendo accuratamente rispettare, vengo ai problemi in esso impostati, relativi ai «punti nevralgici della fede» e oggetto del felice colloquio alla origine di Rapporto sulla fede. Nel corso del lungo intrattenimento, sollecitato da Vittorio Messori, il cardinale Joseph Ratzinger spazia dal Concilio Ecumenico Vaticano II alla ecclesiologia e ai problemi connessi al sacerdozio e alla funzione del vescovo, anche e soprattutto in presenza delle conferenze episcopali, quindi affronta temi squisitamente teologici per passare a quelli morali e spirituali, poi alla liturgia, alla escatologia e all’ecumenismo, e per finalmente chiudere con spunti di sociologia e di missionologia.

Seguo tali linee di sviluppo, il cui senso logico non sfugge e che sottolinea la coerenza del discorso, benché non esauriente.

Il discorso comincia, appunto, dal Concilio Ecumenico Vaticano II, né poteva essere diversamente, e si articola in più tesi: la prima, di fatto, constata che «i risultati che hanno seguito il Concilio sembrano crudelmente opposti alle attese di tutti, a cominciare da quelle di papa Giovanni XXIII e poi di Paolo VI. I cristiani sono di nuovo minoranza, più di quanto lo siano mai stati dalla fine dell’antichità» (p. 27). «I Papi e i Padri conciliari si aspettavano una nuova unità cattolica e si è invece andati incontro a un dissenso che per usare le parole di Paolo VI è sembrato passare dall’autocritica all’autodistruzione. Ci si aspettava un nuovo entusiasmo e si è invece finiti troppo spesso nella noia e nello scoraggiamento. Ci si aspettava un balzo in avanti e ci si è invece trovati di fronte a un processo progressivo di decadenza che si è venuto sviluppando in larga misura sotto il segno di un richiamo a un presunto “spirito del Concilio” e in tal modo lo ha screditato» (pp. 27-28).

Dopo la cruda constatazione viene la diagnosi: «nelle sue espressioni ufficiali, nei suoi documenti autentici, il Vaticano II non può essere ritenuto responsabile di questa evoluzione che al contrario contraddice radicalmente sia la lettera che lo spirito dei Padri conciliari». «Sono convinto – insiste in proposito il cardinale Ratzinger – che i guasti cui siamo andati incontro in questi venti anni non siano dovuti al Concilio “vero” ma allo scatenarsi, all’interno della Chiesa, di forze latenti aggressive, centrifughe, magari irresponsabili oppure semplicemente ingenue, di facile ottimismo, di un’enfasi sulla modernità che ha scambiato il progresso tecnico odierno con un progresso autentico, integrale. E, all’esterno, all’impatto con una rivoluzione culturale: l’affermazione in Occidente del ceto medio-superiore della nuova “borghesia del terziario” con la sua ideologia liberal-radicale di stampo individualistico, razionalistico, edonistico» (p. 28). Perciò, conclude sul punto, «[…] la mia diagnosi è che si tratti di un’autentica crisi che va curata e guarita. Così, confermo che per questa guarigione il Vaticano II è una realtà da accettare in pieno. A condizione però che non sia considerato come un punto di partenza dal quale allontanarsi correndo, bensì come una base sulla quale saldamente costruire. […] ritornare ai documenti è di particolare attualità: ci dànno strumenti giusti per affrontare i problemi d’oggi. Siamo chiamati a ricostruire la Chiesa non malgrado, ma grazie al Concilio vero» (pp. 32-33). Prima della enunciazione della terapia, ancora in fase di diagnosi, il cardinale afferma che «già durante le sedute e poi via via sempre più nel periodo successivo si contrappose un sedicente “spirito del Concilio” che in realtà ne è un vero “antispirito”. Secondo questo pernicioso anti-spirito – Konzils-Ungeist per dirlo in tedesco tutto ciò che è “nuovo” (o presunto tale: quante antiche eresie sono riapparse in questi anni, presentate come novità!) sarebbe sempre e comunque migliore di ciò che c’è stato o c’è. È l’anti-spirito secondo il quale la storia della Chiesa sarebbe da far cominciare dal Vaticano II, visto come una specie di punto zero» (p. 33).

Dopo che il quadro generale è stato tracciato con linee chiare e sicure, il colloquio – per così dire – si specializza, si fa settoriale e, anzitutto, relativo alla fondamentale nozione di Chiesa, dal momento che, secondo il prelato, «qui è l’origine di buona parte degli equivoci o dei veri e propri errori che insidiano sia la teologia che l’opinione comune cattolica» (p. 45). È la occasione opportuna per ribadire non solo la corretta nozione di Chiesa come «popolo di Dio», ma anche come «Corpo di Cristo», realtà quindi umana ma anche sovrumana, sociologica ma anche soprannaturale, cioè Chiesa del Signore, con «[…] la sua struttura profonda e ineliminabile [che] non è democratica ma sacramentale, dunque gerarchica; perché la gerarchia basata sulla successione apostolica è condizione indispensabile per raggiungere la forza, la realtà del sacramento. L’autorità, qui, non si basa su votazioni a maggioranza: si basa sull’autorità di Cristo stesso, che ha voluto parteciparla a uomini che fossero suoi rappresentanti sino al suo ritorno definitivo. Solo rifacendosi a questa visione sarà possibile riscoprire la necessità e la fecondità cattolica di Chiesa dell’obbedienza alle sue legittime gerarchie» (pp. 49-50).

Parlando di Chiesa, tema obbligato diventa quello relativo alla identità sacerdotale e, quindi, a quella episcopale, con riferimento e in rapporto anche con le conferenze episcopali e con la tentazione cui sono esposte di sostituirsi alla funzione e alla responsabilità dei singoli vescovi, maestri della fede, in comunione con la cattedra romana, nella diocesi a loro affidata (pp. 55-70).

Dalla problematica ecclesiologica il colloquio passa a considerazioni di ordine strettamente teologico, caratterizzate dalla denuncia, da parte dell’autorevole cardinale intervistato, del dilagare di una teologia individualistica, che porta con sé, come conseguenza pressoché inevitabile, una catechesi frantumata e disorganica, caratterizzata dalla rottura del legame tra Chiesa e Scrittura, dalla riduzione di Gesù Cristo soltanto a uomo, dimenticando la sua natura di vero Dio, dalla dimenticanza di Dio Padre creatore di tutte le cose visibili e invisibili e dalla cancellazione progressiva e finalmente totale del peccato originale (pp. 71-82).

Seguono, nel dialogo sempre più denso, pregnanti osservazioni di ordine morale, sulla via che porta dal liberalismo al permissivismo, connotata da una serie di fratture come quelle, per esempio, tra sessualità e matrimonio e tra sessualità e procreazione, sotto la pressione di un mondo che allontana dal Magistero e che si pone come magistero alternativo, spingendo e quasi sollecitando alla costruzione di «morali nuove» (pp. 83-92). Ha poi trattazione a parte – qui, comunque, logicamente collocata – il tema del femminismo, con le problematiche relative al «sacerdozio» femminile e alla banalizzazione del sesso, che portano a parlare sia del linguaggio della natura che della risposta costituita dalla vita consacrata, e che spingono a riproporre il modello mariano e a illustrarlo con le ragioni che sono a esso specifiche (pp. 93-113).

Dopo qualche spunto per tracciare una spiritualità per i nostri giorni (pp. 115-121), la conversazione affronta il grave e dibattuto problema liturgico e, in proposito, il cardinale bavarese, prima di addentrarsi in esso, ritiene opportuno fare preliminarmente stato del fatto che «davanti a certi modi concreti di riforma liturgica e, soprattutto, davanti alle posizioni di certi liturgisti, l’area del disagio è più ampia di quella dell’integrismo anti-conciliare. Detto in altre parole: non tutti coloro che esprimono un tale disagio devono per questo essere necessariamente degli integristi» (p. 123). Passa, quindi, a esporre le ragioni del suo disagio – banalizzazione del sacro e del mistero del sacramento, cecità e sordità al bello, mancanza di solennità, disattenzione per le devozioni extraeucaristiche – e a invocare un pluralismo liturgico che si estenda alla liturgia preconciliare, come, almeno in tesi, è accaduto con l’indulto del 3 ottobre 1984 (pp. 123-139).

Vengono poi osservazioni di ordine escatologico, con la importante notazione secondo cui, se «l’esistenza di Satana e dei demoni non è mai stata fatta oggetto di una dichiarazione dogmatica», è accaduto appunto perché questa sembrava superflua, trattandosi di una credenza ovvia «per la fede costante e universale della Chiesa basata sulla sua fonte maggiore: l’insegnamento del Cristo» (p. 143). E dal demonio si trae spunto per una rapida carrellata dal purgatorio al limbo, con un forte richiamo agli angeli e allo Spirito Santo (pp. 152-161).

Posti, quindi, solidi fondamenti all’ecumenismo – Fratelli ma separati è il significativo titolo della parte che affronta l’argomento (pp. 163-177) -, viene in questione la «teologia della liberazione», a proposito della quale il cardinale Ratzinger conferma articolatamente quanto ha già affermato come prefetto della Sacra Congregazione per la Dottrina della Fede nella notissima istruzione del 6 agosto 1984 (pp. 179-203); e, all’intervistatore che gli chiede quale gli sembri il più insidioso tra i molti ateismi contemporanei, egli fa riferimento al marxismo: «Mi sembra che il marxismo, nella sua filosofia e nelle sue intenzioni morali, sia una tentazione più profonda che non certi ateismi pratici, dunque intellettualmente superficiali. È che nell’ideologia marxista si approfitta anche della tradizione giudeo-cristiana, rovesciata però in un profetismo senza Dio; si strumentalizzano per fini politici le energie religiose dell’uomo, indirizzandole verso una speranza solo terrena che è il capovolgimento della tensione cristiana verso la vita eterna. È questa perversione della tradizione biblica che trae in inganno molti credenti, convinti in buona fede che la causa di Cristo sia la stessa di quella proposta dagli annunciatori della rivoluzione politica» (p. 201).

Chiudono il testo alcune notazioni in difesa delle missioni (pp. 205-212).

Rileggo il mio povero tentativo di dare conto dell’opera in esame e, mentre mi accorgo di avere escluso temi anche importantissimi – cito, per tutti, quello relativo a Fatima -, noto che tutto il testo è colmo di proposizioni che si prestano a seria meditazione, ma che manca, purtroppo, almeno un riferimento ai problemi sollevati dalla «libertà religiosa» e dalle sue letture in chiave di «libertà di coscienza» piuttosto che di «libertà delle coscienze» dalla coazione statuale e pubblica. E lamento questa mancanza in quanto è ben noto, e non solo agli specialisti, in quale misura il documento conciliare sull’argomento – la dichiarazione Dignitatis humanae – sia problematico, e quindi bisognoso di adeguata esegesi, almeno a partire da qualche accenno illuminante.

Di recente, rispondendo a un giornalista che notava come il cardinale Ratzinger sia stato descritto «come un pessimista. Uno che fa il severo perché vede nero», il porporato ha risposto molto chiaramente: «Non oso giudicare se sono ottimista o meno. Indipendentemente da ciò, in ogni caso, distinguo tra ottimismo e speranza. Ottimismo è una inclinazione psicologica e una colorazione personale nel vedere le cose. Invece speranza è virtù teologale indipendente dalle colorazioni psicologiche. Da essa, e non dall’ottimismo, ci viene la fiducia e la certezza che la Chiesa, pur trovandosi a vivere esperienze molto dure, non potrà mai essere vinta. Mentre l’ottimismo come atteggiamento psicologico tende a sopprimere i problemi, la speranza implica un realismo che accetta i dati empirici come sono. Poiché sono pienamente sicuro nella mia speranza, posso dire che questi dati non sono lusinghieri. Non dappertutto, ovviamente» (Corriere della Sera, 22-5-1985).

Per quanto mi riguarda e, credo, riguardi ogni cattolico fondatamente pensoso, fra i dati lusinghieri dell’ora presente va certamente annoverato il fatto che a Roma, in Vaticano, in una posizione di straordinaria responsabilità presso il successore di Pietro e vicario di Cristo, vi è un uomo di Chiesa non ottimista ma pienamente sicuro nella sua speranza teologale, un uomo che non tende a sopprimere i problemi ma a impostarli correttamente per avviarli, prima o poi, a corretta soluzione e il cui realismo lo spinge ad accettare i dati empirici così come si presentano e così come sono. Rapporto sulla fede è prova felice di questo realismo e, quindi, ragione di speranza anche umana per tutti quanti hanno la grazia della fede e sono intenzionati a portare il loro contributo affinché, al più presto, la mistica sposa del Signore si liberi da ciò che in qualche modo ostacola oppure non favorisce il compimento efficace della missione di illuminazione e di salvezza per la quale è stata divinamente istituita.

Giovanni Cantoni

 

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