Emanuele Filiberto di Savoia (1528-1580)

Alleanza Cattolica 5 anni fa
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di Renato Cirelli

 

1. Gli anni dell’infanzia e della giovinezza

Emanuele Filiberto nasce a Chambéry, allora capitale del ducato di Savoia, l’8 luglio 1528 terzogenito di Carlo II il Buono (1484-1553) e di Beatrice del Portogallo, cugino di Francesco I (1494-1547) re di Francia e nipote di Carlo V (1500-1558) imperatore del Sacro Romano Impero, i due più potenti sovrani antagonisti del XVI secolo. Il ’500 vive la lacerazione dell’unità della Chiesa cattolica provocata dalla Rivoluzione protestante, le conseguenti guerre di religioni, l’aggressione sempre più inarrestabile dell’Impero ottomano all’Europa e il lungo conflitto fra Spagna e Francia che avrà conseguenze devastanti per la Cristianità. Il giovane Emanuele Filiberto viene dapprima destinato alla carriera ecclesiastica, ma a otto anni, in seguito alla morte del fratello Ludovico, diviene l’erede al trono. Proprio negli anni in cui il giovane principe passa dall’infanzia alla giovinezza si compie il disastro del ducato di Savoia. Coinvolto nella guerra franco-spagnola nel 1536 il Ducato è invaso dai francesi e travolto militarmente. Carlo il Buono con la famiglia è costretto a riparare a Vercelli, uno dei pochi territori rimastogli, mentre la Savoia e quasi tutto il Piemonte resta sotto il controllo di Francesco I, Asti è in mano agli spagnoli, gli svizzeri approfittano delle difficoltà del Duca per occupare il Vand e il Vallese, mentre Nizza nel 1543 viene saccheggiata da francesi e turchi. Emanuele Filiberto rifiuta di accettare l’umiliante situazione che sembra cancellare i Savoia dalla storia e reagisce chiedendo di partecipare alla spedizione spagnola contro Tunisi, ma Carlo V gli vieta l’imbarco temendo che al nipote possa accadere una disgrazia, perché con lui si sarebbe estinta la dinastia.

 

2. Le imprese militari

Finalmente nel 1545 il giovane principe riesce a strappare al vecchio e demoralizzato padre il permesso di militare sotto le insegne dell’imperatore e lo raggiunge a Worms dove si tiene la Dieta del Sacro Romano Impero e lì, massima fonte del potere del tempo decide di affidare il futuro dei Savoia al proprio destino militare, abbracciando la divisa: “Privatis arma supersunt”, ai derelitti restano le armi. Al seguito dell’imperatore si fa notare presto ed emerge fra i nobili del seguito come fra i più votati alla causa del Sacro Romano Impero, così che a soli diciotto anni viene nominato da Carlo V comandante della guardia imperiale e della cavalleria fiamminga. In questa veste ha una parte rilevante nella battaglia di Mühlberg (13-4-1547), dove Carlo V sconfigge l’esercito protestante guidato dall’Elettore di Sassonia Giovanni Federico (1503-1554). Nel 1551 guida la difesa di Barcellona respingendo vittoriosamente l’attacco della flotta francese e in quella occasione i catalani lo acclamano chiamandolo “Testa di Ferro”, un soprannome che gli rimarrà per sempre. Durante la permanenza a Barcellona Emanuele Filiberto va in pellegrinaggio al santuario della Madonna di Montserrat dove si trattiene tre giorni in digiuno e meditazione. Ma la guerra riprende e nel 1553 Carlo V lo proclama, a venticinque anni, comandante supremo in Fiandra e il giovane principe solennizza la nomina non festeggiando, ma trascorrendo in chiesa una notte di veglia e di preghiera. Nello stesso anno muore a Vercelli il padre Carlo II che ha sopportato con cristiana rassegnazione le umiliazioni della vita ed Emanuele Filiberto eredita il titolo di duca di Savoia pur restando senza ducato. Nel 1555 Carlo V decide di abdicare al trono e di ritirarsi dal mondo; con lui esce di scena l’ultimo grande imperatore che aveva perseguito con vigore l’ideale della monarchia universale del Sacro Romano Impero. Filippo II (1527-1598), suo successore come re di Spagna, nomina Emanuele Filiberto governatore dei Paesi Bassi mentre riprende nuovamente la guerra con la Francia. Il 10 agosto 1557, al comando dell’esercito spagnolo, Emanuele Filiberto sconfigge disastrosamente i francesi a San Quintino in una battaglia decisiva in seguito alla quale si arriva finalmente alla pace di Cateau-Cambrésis nel 1559, che ristabilisce una pace duratura in Europa. Gli accordi prevedono la restituzione al duca della Savoia e del Piemonte anche se la Francia mantiene ancora l’occupazione di Torino, Chiesi, Pinerolo e la Spagna di Asti, ma è comunque la restaurazione dell’indipendenza del ducato. Nello stesso anno Emanuele Filiberto sposa Margherita di Valois (1524-1574), che gli darà per figlio Carlo Emanuele, che garantisce l’auspicata continuità della dinastia.

 

3. La riorganizzazione dello Stato sabaudo

Il Duca torna in Piemonte nel 1560. Con costanza e tenacia, attraverso trattati, riesce negli anni a seguire a farsi restituire da Francia e Spagna le città occupate, rinuncia definitivamente a Ginevra ormai guadagnata alla causa calvinista, ma riesce a farsi riconsegnare da Berna il Genevese, il Chialbese e il Gex, pur rinunciando a Losanna e al Vaud, chiudendo così i contenziosi territoriali sulla frontiera elvetica, sì che nel 1575 l’intero ducato è libero da ogni occupazione straniera. Emanuele Filiberto torna a regnare su un territorio devastato dalla guerra, dalle carestie e dagli eserciti occupanti, con una popolazione stremata e immiserita, privo di strutture funzionanti e in grave pericolo per le infiltrazioni protestanti. Il Duca con grande energia pone mano alla rifondazione dello Stato sabaudo: porta la capitale a Torino, ripristina i Senati di Savoia e di Piemonte, riforma il Consiglio di Stato, crea la Corte dei Conti, rinnova tutto il corpo legislativo e riforma l’organizzazione fiscale ponendo le basi di una amministrazione finanziaria solida che sarà una forza dello Stato piemontese nei secoli futuri. Con una politica di accordi doganali e di editti economici rimette in moto l’agricoltura introducendo le colture del riso e del baco da seta e fa decollare il commercio. Non appoggia la politica di espulsione degli ebrei, ma riconferma i loro privilegi con i Capitoli del 1561, abbassando però il limite dei tassi d’interesse al 20% e in questa ottica promuove l’istituzione a Torino del Monte di Pietà. Nel 1561 ordina che tutti gli atti ufficiali vengano redatti in lingua italiana perché siano compresi da tutta la popolazione. Ricostruisce l’esercito forgiando l’ossatura di uno strumento militare che darà per secoli ottima prova di disciplina e di fedeltà dinastica. Anche in campo culturale il ducato riceve un nuovo impulso, il principe chiama a Torino molti uomini insigni come l’architetto Andrea Palladio (1508-1580). Nel 1566 riapre l’Università di Torino e fa diffondere nelle campagne scuole comunali e parrocchiali, piccole e limitate, ma sufficienti perché l’analfabetismo totale diventi in Piemonte un fenomeno circoscritto.

 

4. Un principe cristiano

Religiosissimo e fedele alla Chiesa, Emanuele Filiberto impiega uno zelo particolare nella riforma della Chiesa piemontese, anch’essa trovata al suo ritorno in uno stato pietoso. È convinto, come lascia scritto, che “non essere nessun modo migliore né via più certa per la sicura conservatione et augmento delli stati che il trattenere li sudditi nel timore santo di Dio et confirmatione della santa fede cattolica”, e si adopera perché vengano applicati i dettati del Concilio di Trento, cominciando dalla riforma morale e intellettuale del clero, con l’apertura di seminari, la chiamata nei suoi Stati della Compagnia di Gesù e la richiesta ai vescovi di predicare nei villaggi. Per contrastare la diffusione dell’eresia protestante ordina l’insegnamento della religione nelle scuole e del catechismo nelle campagne, promuove l’esposizione del Crocefisso negli edifici pubblici, la partecipazione alla S. Messa e promulga leggi severissime contro i bestemmiatori. In campo civile fonda nel 1572 l’Ordine di San Maurizio, poi divenuto di San Lazzaro e San Maurizio, con finalità ospedaliera e di impegno crociato contro i turchi. Sotto l’influenza del duca sorgono numerose confraternite religiose di laici, suscitando un fervore da parte della nobiltà e della borghesia a organizzarsi per la difesa dello Stato cattolico.

 

5. Gli ultimi anni

Con questa ottica e con spirito di crociata, non avendo i Savoia nessun interesse da difendere se non la Cristianità, la marina del duca partecipa con tre galee alla battaglia di Lepanto il 7-10-1571. Emanuele Filiberto è tra i primi ad aderire alla Lega Santa promossa da papa san Pio V (Michele Ghisilieri, 1504-1572), anche lui piemontese, che anzi lo propone come comandante della flotta cristiana, ma la scelta è ostacolata da Filippo II. Il prestigio del duca di Savoia è d’altronde dimostrato dal fatto che viene chiamato come arbitro nel conflitto tra la Repubblica Veneta e il duca di Ferrara e dalla sua intenzione, col consenso del papa e l’appoggio di Venezia, di fare continuare la Lega Santa come alleanza politica dei principi italiani. Il veto di Filippo II, che impedì a Emanuele Filiberto di comandare l’armata cristiana, nasce dal timore che il duca avanzi dei diritti su Cipro, antico possesso sabaudo, ma anche che diventi punto di riferimento di una lega italiana anti-turca, e oltretutto, per forza di cose, libera dalle influenze spagnole. Negli anni passati in Fiandra il duca ha visto gli effetti devastanti delle guerre di religione e con questa esperienza affronta il problema valdese delle valli piemontesi. Ordina una sanguinosa campagna militare per piegare la ribellione, annullare gli effetti della diffusione dell’eresia e tagliare le comunicazioni con Ginevra ma quando ottiene la sottomissione dei valdesi, sottoscrive con loro il trattato di Cavour nel 1561 col quale accorda la libertà religiosa nelle valli ai valdesi, ma anche al culto cattolico, vietando il culto valdese al di fuori di esse, dando prova di una tolleranza inusitata per quei tempi, circoscrivendo il fenomeno ereticale e preservando il Piemonte cattolico dalla guerra civile che infuria nella vicina Francia. Nel 1578 quando il cardinale di Milano san Carlo Borromeo (1538-1584) decide di fare un pellegrinaggio a piedi fino a Chambéry, in Savoia, dove è conservata la S. Sindone, per sciogliere il voto fatto durante la peste che aveva flagellato la Lombardia, il duca decide di portare la Reliquia a Torino, dove da allora è conservata, per agevolare il grande campione della Contro-Riforma e per allontanarla dalla Francia, dove i calvinisti hanno giurato di distruggerla. L’incontro commovente tra i due personaggi avviene davanti a migliaia di persone tra le quali è presente Torquato Tasso (1544-1595) che saluta Emanuele Filiberto “il primo e più valoroso e glorioso principe d’Italia”. Di più nel 1579 san Carlo Borromeo gli scrive informando che il Papa è così soddisfatto “di vostra Altezza et delle azioni sue quanto alla divozione et osservanza verso questa Santa Sede, che per questo conto non le mette innanzi qualsivoglia altro Principe di Cristianità”. Quando Emanuele Filiberto muore, il 30 agosto 1580, lascia uno Stato in pace, pieno di attività e con le casse erariali piene. Sovrano del suo tempo, ha imparato da Carlo V, da Filippo II e da Francesco I a considerare indispensabile l’accentramento del potere nelle mani del principe, ma non sopprime le libere istituzioni del suo ducato e riconquista la piena indipendenza dei suoi stati quando altri principati italiani la perdono. Quando la Chiesa sferzata dai protestanti e su molti fronti in pericolo, dopo il Concilio di Trento, serra le fila per riproporsi più forte e più saldo e chiama a far quadrato intorno a sé uomini fedeli e di ferrei princìpi, il duca Emanuele Filiberto di Savoia è uno di questi.


Per approfondire: vedi una storia generale di Casa Savoia, in Francesco Cognasso, I Savoia, Dall’Oglio editore, Varese 1971; sul personaggio, Carlo Moriondo, Testa di Ferro. Vita di Emanuele Filiberto di Savoia, Bompiani, Milano 1981; Pierpaolo Merlin, Emanuele Filiberto. Un principe fra il Piemonte e l’Europa, SEI, Torino 1995; Maria Josè di Savoia, Emanuele Filiberto, Mondadori, Milano 1994.

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