Dov’è finito il Sud? Ricollocare il Mezzogiorno nell’agenda politica

Alfredo Mantovano 1 anno fa
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Alfredo Mantovano, Cristianità n. 385 (2017)

 

Dov’è finito il Sud? Ricollocare il Mezzogiorno nell’agenda politica

Il testo rielabora la relazione avente lo stesso titolo, svolta il 22-4-2017 a Lecce alla Scuola di formazione politico-culturale promossa dal consigliere regionale pugliese avvocato Andrea Caroppo, in collaborazione con Alleanza Cattolica. Di essa si è mantenuto il tratto discorsivo, aggiungendo solo qualche nota a piè di pagina.

A centocinquant’anni dall’unifica­zio­ne politica italiana e dalla nascita della Questione Meridionale, il Mezzogiorno d’Italia è quasi scomparso dal dibattito e dall’agenda politica nazionale, salvo riemergere di tanto in tanto fra stereotipi o nostalgie. L’ar­ticolo offre un’analisi molto articolata della questione e propone un nuovo meridionalismo, volto al recupero equilibrato e non semplicistico della memoria storica del Sud; al­l’u­tilizzo nel modo migliore delle risorse culturali, imprenditoriali, civili e religiose che ancora vi sono; all’ac­­cet­tazione della sfida del federalismo, grande occasione per intervenire nel­l’ottica di una reale sussidiarietà.

 

È solo per un caso — la data odierna è stata scelta da tempo — se il nostro incontro si tiene in coincidenza con un altro, che presenta ben altre caratteristiche e che è in corso di svol­gimento a più di mille chilometri da qui, a Pontida. L’incontro di Pontida non si inserisce in un corso di formazione, come il nostro, eppure qualche elemento in comune con il nostro sentire sembra averlo.

1. Napoli contro Pontida? I centri sociali napoletani, in compagnia di «sudisti» di vario tipo, si sono dati appuntamento per oggi nel luogo-sim­bolo della Lega Nord. Sono impegnati in un corteo «antirazzista» e poi in quello che hanno denominato Festival antirazzista, migrante e terrone: hanno individuato in ciò una forma di reazione alla visita politica che l’11 marzo scorso il segretario leghista on. Matteo Salvini aveva fatto a Napoli per un comizio alla Mostra d’Ol­tremare. Per la verità, una forma ulteriore rispetto agli scontri che quel giorno si erano scatenati a Napoli — a Fuorigrotta — al termine di un corteo di protesta inizialmente pacifico, ma poi degenerato in circa tre quarti d’ora di guerriglia urbana, con autovetture distrutte, strade devastate, segnali stradali divelti, cassonetti incendiati. Al corteo di protesta avevano preso parte assessori della giunta comunale di Napoli, il cui sindaco, Luigi De Magistris, all’approssimarsi dell’ini­ziativa della Lega dell’11 marzo, aveva chiesto al prefetto del capoluogo campano e al governo nazionale di vietare la manifestazione con l’on. Salvini.

Quel che è accaduto a Napoli l’11 marzo è veramente triste: è triste cioè che dapprima si tenti di impedire la presenza del leader di un partito, al di là della condivisione delle sue posizioni, e poi si vada a sfidare lo stesso partito nel suo luogo simbolo. È triste pure che a Pontida il sindaco e il Comune abbiano imposto una sorta di coprifuoco in coincidenza della contro-manifestazione pseudo-sudista, con la chiusura degli esercizi commerciali e del centro storico. Ma quel che è più triste in assoluto è che quando vi sono polemiche come queste la sostanza resti fuori. E la sostanza qui, se si ha voglia di uscire dagli slogan e dalla demagogia, è che il tema del Sud è da anni assente dall’agenda politica nazionale: proviamo ad attivare un motore di ricerca sui siti della Camera dei deputati, del Senato, del Parlamento europeo e dei Consigli delle Regioni meridionali per verificare la quantità e la qualità delle discussioni aventi a oggetto il Mezzogiorno d’Italia nell’ultimo quinquennio. Proviamo a rintracciare un’idea, una proposta, un obiettivo che vada incontro a tale realtà, o che addirittura abbia trovato realizzazione.

2. I nodi riguardanti il Sud di un confronto che manca. Eppure le voci per animare un confronto sul tema, pur aspro, esito di visioni antitetiche, ci sono in abbondanza. Qualche esempio?

  1. a)Nonostante la crisi, Lombardia e Veneto vantano standard di reddito pro capite superiori alla media europea, più che italiana. Non infondatamente esse chiedono un’autonomia maggiore, comparabile con quella delle regioni a statuto speciale, avendo promosso referendum che si terranno a breve. Pur vivendo dal punto di vista economico meglio rispetto a chi risiede al Sud, quelle realtà non cessano di assumere iniziative politiche e istituzionali per incrementare il benessere delle rispettive popolazioni. L’esistenza di condizioni medie di vita più elevate rispetto al resto d’Italia non è un dono di natura: è l’esito di un impegno diffuso che ha riguardato vari settori economici e sociali. Se andiamo con la memoria a taluni film italiani degli anni 1950, ricordiamo fra i personaggi ricorrenti la collaboratrice familiare veneta che prestava servizio in una famiglia della borghesia romana medio-alta, o il carabiniere pure veneto incardinato in una stazione dell’Arma della Ciociaria: non pochi veneti all’epoca erano costretti dalla necessità a lasciare la propria terra per svolgere mestieri umili e di sacrificio in altre zone d’Italia. Da allora a oggi è cambiato tanto, e in positivo, grazie a scelte politiche che hanno generato sviluppo e a sforzi condivisi. Qualcuno oggi discute nel Sud o per il Sud modelli di sviluppo che valgano per le differenti Regioni che si trovano al di sotto del fiume Garigliano?
  1. b)Vi è mai stato un dibattito serio sul perché Regioni ed enti territoriali al Sud riescono a utilizzare solo una piccola parte dei fondi europei indirizzati verso le aree meridionali? Sul perché non si ci attrezzi né ci si munisca delle competenze che permettano di affrontare procedure e controlli obiettivamente complessi? Sul perché si preferisca lamentare la carenza di risorse, quando il salvadanaio esiste, anche se per aprirlo — e per farlo nei limiti temporali assegnati — si richiede professionalità? In un settore strategico come l’agricoltura, le imprese operanti al Sud si caratterizzano oggi per una notevole qualità produttiva, cui fa da contrappeso negativo il mancato completamento della filiera verso l’agroindustria. La combinazione fra beni ambientali e beni culturali in tante città del Sud — in primis, Siracusa, Napoli, Palermo — appare altamente competitiva con quella di città importanti del Centro-Nord, come Ravenna, Pisa, Torino; il deficit delle città del Sud sta nella incapacità di attivare i mezzi che valorizzino il patrimonio di cui dispongono. Oggi le imprese di medie dimensioni operanti al Sud hanno performance pari se non superiori alle medie imprese del Centro-Nord: purtroppo quantitativamente sono molte di meno. Per l’agricoltura, come per gli assetti urbani, come per il tessuto imprenditoriale, il Sud patisce un affiancamento istituzionale meno adeguato rispetto al resto d’Italia.
  1. c)A proposito di formazione e senza andare troppo lontano, chi visita il sito dell’Università del Salento — ateneo costituito da oltre sessan­t’anni, con sede a Lecce, con un cospicuo numero di iscritti e con livelli di eccellenza raggiunti in alcune discipline, innanzitutto la Fisica — apprende che al suo interno vi è la facoltà di Lettere e Filosofia che include corsi di laurea in Filosofia, Lettere, Lingue Straniere e Scienza della Comunicazione. Ma vi è pure la Facoltà di Scienza della Formazione, che prevede corsi di laurea con indirizzo pedagogico, psicologico, sociologico, di Formazione Primaria, di Servizi Sociali. Consentitemi di nutrire qualche dubbio sulla circostanza che questa varietà di offerta formativa fra Lettere e Magistero sia idonea a tradursi in varietà di occupazioni lavorative. In compenso mancano una facoltà di Agraria e un corso di laurea in Enologia, pur se una delle risorse primarie nel Salento è l’agricoltura, e in particolare la produzione di vini, anche di qualità: settori che hanno conosciuto uno sviluppo certamente superiore a quello delle scuole d’infanzia… Eppure la questione dell’ade­guatezza dell’offerta formativa nei poli culturali più significativi non entra in quel confronto politico nel quale dovrebbe occupare invece un rilievo centrale.
  1. d)Da anni chi deve recarsi da Roma a Milano ha maggiore convenienza a prendere il treno invece dell’aereo: dal centro della capitale al centro di Milano si arriva prima e si viaggia più comodi. Ciò spiega perché da quando esiste l’alta velocità ferroviaria, in un quadro nazionale di costante incremento dell’uso del mezzo aereo, quel percorso per via aerea abbia invece fatto registrare una sensibile diminuzione di utenti. Chi invece da Roma deve recarsi a Lecce impiega esattamente il doppio, quando va bene e per un numero di chilometri eguale al tratto fra Roma e Milano. Sul fronte dei trasporti, il massimo sforzo profuso negli ultimi anni dalle Regioni del Sud d’Italia è stata l’ero­ga­zione di generosi contributi a compagnie aree low cost non italiane: una scelta che si è rivelata di respiro corto perché in contrasto con le norme europee sulla concorrenza. Si è quindi tradotta in una penalizzazione dell’utenza perché i richiami delle istituzioni europee e la sopravvenuta carenza di risorse sono stati seguiti dalla contrazione dei contributi da parte delle Regioni e da una riduzione dei voli. Ma anche questa voce è estranea al confronto politico.
  1. e)L’assenza di una riflessione seria caratterizza pure il tema dell’am­biente, cruciale per le ricadute su voci essenziali per la vita quotidiana, dalla salute allo sviluppo. Anche qui, a mo’ di esempio e senza allontanarci dalla Puglia: l’ambiente di una regione così vasta e diversificata ha subìto nel corso dei decenni aggressioni pesanti a seguito di insediamenti produttivi ed energetici realizzati e mantenuti in totale disprezzo delle caratteristiche del territorio e della salute di chi vi risiede. Si pensi allo stravolgimento della città di Taranto e della vasta area a essa circostante provocato dall’Italsider, poi divenuta Ilva, fin dalla prima metà degli anni 1960. O alla centrale a carbone che dalla metà degli anni 1980 è stata realizzata in località Cerano, a breve distanza da Brindisi. O alle pale eoliche che durante l’amministrazione regionale presieduta dall’on. Nichi Vendola sono state disseminate a centinaia sull’intero territorio pugliese, pur esse fonte di non lieve turbamento dell’ambiente, oltre che di deturpamento visivo (dettaglio non marginale, in un’area a forte vocazione turistica). Che cosa anima i dibattiti politici territoriali? Forse individuare una via d’uscita per la pesante crisi dell’acciaio che interessa l’Ilva, e con essa Taranto e dintorni, in parallelo alle iniziative giudiziarie che, cinquant’anni dopo l’apertura dell’azienda, hanno imposto il rientro in parametri non inquinanti? Neanche per idea: del futuro di Taranto si occupa da anni la sola autorità che fa sentire la propria voce, l’attuale arcivescovo mons. Filippo Santoro; dal resto delle istituzioni e delle forze politiche proviene silenzio, o quasi. Si dibatte forse di ipotesi alternative alle centrali a carbone, visto il deleterio impatto sulla salute dei salentini che ha incontestabilmente avuto in trent’anni la centrale di Cerano? Ci mancherebbe altro! Al centro delle cronache locali e nazionali nei primi mesi del 2017 è stato il passaggio sotterraneo del cosiddetto TAP-Trans Adriatic Pipeline, un gasdotto proveniente dall’Azerbai­gian, che già attraversa Turchia, Grecia e il Mare Adriatico fra l’Al­bania e il Salento e che, dopo un tratto sotterraneo che lo fa riemergere in campagna, si collega alla rete del gas nazionale. Poiché la sistemazione del gasdotto al momento del collegamento con la rete italiana ha comportato solo il trasferimento — non la soppressione — di qualche decina di alberi di ulivo nel territorio del comune di Melendugno, in provincia di Lecce — i vari studi sull’impatto ambientale hanno fatto escludere qualsiasi rischio di inquinamento, tant’è che l’opera ha ottenuto ogni tipo di autorizzazione per il suo completamento —, ciò ha provocato settimane di proteste sul luogo dei lavori, con un ruolo attivo svolto dai sindaci della zona, cui si sono aggregati non pochi parlamentari e consiglieri regionali. Una schizofrenia del genere fa legittimamente domandare se esista un modello, e quale sia, di equilibrio fra i beni della salubrità ambientale e dello sviluppo territoriale. È una domanda che al momento resta senza risposta sul piano politico.
  1. f)Per concludere la carrellata di esempi, in un elenco assai lungo, quali sono le prospettive politiche rispetto a quell’opera di bonifica del Sud dalla morsa criminale, che ha conosciuto passaggi significativi in epoca recente e meno recente? Premesso che l’impossibilità di porre sul medesimo piano le varie zone del Sud riguarda pure — se non soprattutto — il differente radicamento, area per area, e la diversa consistenza e offensività dei fenomeni qualificabili come mafiosi, la politica ritiene che sia materia delegata o delegabile per intero al contrasto giudiziario? Tra la fine degli anni 2000 e l’inizio di questo decennio le istituzioni nazionali hanno impostato un raccordo della bonifica medesima, con un collegamento più stretto tra forze di polizia, autorità giudiziaria e istituzioni locali — lo schema di riferimento ha assunto la denominazione di «modello Caserta» —, ma poi questo lavoro non ha trovato prosecuzione: di tale blocco non si è interessato nessuno. Eppure vi è necessità di una visione strategica riguardante il contrasto alle mafie, che continuano a costituire — nonostante gli importanti successi dello Stato nell’ultimo quarto di secolo — uno dei principali handicap del Sud. La visione strategica serve, oltre a riprendere il coordinamento centrale nelle aree maggiormente critiche e a esigere un contributo — secondo le competenze di ciascuno — dalle autorità del territorio, ad affrontare il nodo della efficace destinazione dei beni sequestrati e confiscati: un nodo che oggi è decisivo per la credibilità delle istituzioni e per l’efficienza del sistema.

3. Recuperare la memoria storica. Il Sud non è una categoria dello spirito: si trova in condizioni di oggettiva inferiorità rispetto al Nord dell’Italia, ma questa inferiorità non è un dato di natura, non è esistita sempre, e quindi può mutare se vi è voglia di farlo. Nel 2011, il 150° anniversario dell’Unificazione ci ha fornito una occasione di riflessione, ma non l’abbiamo colta e abbiamo vissuto quell’anniversario all’insegna della riproposizione di una doppia e contrapposta retorica: da un lato l’apologia dell’evento unitario, dall’altro il vittimismo e il rivendicazionismo. La passione, anche politica, per il territorio nel quale si vive deriva dall’amore per la terra nella quale sono sepolti i propri cari, che per questo si chiama Patria. Poiché, però, non vi è amore senza conoscenza, il punto di partenza per amare il Sud, e quindi per interessarsi delle sue sorti con ragionevole passione, deve partire dallo sforzo di conoscere che cosa è stato il Sud d’Italia, e perché i problemi dei meridionali da una certa data in avanti sono cresciuti; perché il Sud è diventata non un’altra Italia, ma la parte della nazione che vede accentuati e acutizzati i problemi dell’intera Penisola. Il lavoro da compiere con serietà — lo si ripete: senza recriminazioni o nostalgismi, e quindi pure senza tratti caricaturali — è cogliere le ragioni per le quali, non solo al Sud, l’Unità d’Italia non è ancora pienamente entrata nella memoria collettiva degli italiani.

Ha sicuramente inciso il modo con il quale essa si è realizzata: per incorporazione forzata a uno Stato pre-unitario invece che per federazione fra gli Stati pre-esistenti. È stata una crudele guerra di conquista, con centinaia di migliaia di vittime fra i civili. Ha causato danni enormi, fra gli altri, sul piano economico: se ci rechiamo in biblioteca e recuperiamo il Giornale del Regno delle Due Sicilie o gli Annali civili del Regno delle Due Sicilie, e in particolare gli Annali delle opere pubbliche e dell’Architettura, scopriamo che l’economia meridionale guardava a una pluralità di settori e non pensava affatto che l’unica fonte di ricchezza fosse l’agricoltura. Esisteva quello che a buon ragione è definibile un pensiero «napoletano», che prima dell’Unità «pensava» entro i propri confini, ma anche oltre; vi era una realtà che, accanto a sacche di enorme povertà e di arretratezza, conosceva importanti trasformazioni economiche nell’industria tessile — si considerino gli opifici della valle del fiume Liri, oggi in area laziale, ma all’epoca nel Regno di Napoli, e del Sarno —, metalmeccanica — il presidente della Repubblica ha inaugurato di recente il museo ferroviario al cantiere di Pietrarsa, presso Napoli, ma vanno ricordati pure i cantieri di Castellammare di Stabia e tante piccole officine in numerose aree meridionali —, in quelle che definiremmo oggi le «vie del mare», con uno straordinario sviluppo della marina mercantile e dei traffici marittimi, e quanto alle prime reti ferroviarie: non solo la Napoli-Portici, ma pure il prolungamento dei primi tronchi ferroviari verso la costa adriatica e verso la costa jonica per collegare quei porti alla capitale del regno. E ciò senza trascurare felici esperimenti di assistenza dei lavoratori e delle loro famiglie, con un welfare di assoluta avanguardia per l’epoca: basta ricordare per tutte la comunità di lavoro di San Leucio, alle porte di Caserta, dedita alle produzioni in seta, improvvidamente chiusa — come tante altre realtà — al momento dell’unificazione politica.

Ci si approssima alla comprensione di quel che l’unificazione ha significato per il Sud se si considera il peso negativo che l’Unione Europea (UE) ha oggi per non poche aree e settori economici al proprio interno: si pensi ai danni che tante decisioni comunitarie hanno provocato e provocano all’agricoltura italiana. È solo un’analogia: la conquista del Sud non è avvenuta — come nel rapporto fra la UE e i suoi Stati membri — a seguito dell’adesione a trattati, ma a seguito di una durissima annessione militare; la mobilità oggi esistente fra gli Stati europei alla ricerca di migliori condizioni di lavoro e di vita ha ben poco in comune con l’emigrazione cui milioni di italiani, larga parte dei quali meridionali, furono costretti per sopravvivere; e, se prima si ricordava che il radicamento della criminalità di tipo mafioso continua a costituire una palla al piede per ampie zone del Mezzogiorno, va ricordato che il primo salto di qualità di mafia e camorra avvenne proprio al momento dell’Unità, allorché i «conquistatori» cercarono e ottennero da parte dell’una e dell’altra efficaci collaborazioni per vincere le resistenze delle popolazioni.

La ricostruzione oggettiva di quanto accaduto a cavallo del 1861 continua a essere vista da molti come un’aggressione revisionistica al fondamento sacrale della nazione: anche questo spiega perché non si sia colta l’occasione del 150° anniversario dell’Unificazione per quella che sarebbe stata una necessaria quanto salutare purificazione della memoria. La logica, il buon senso e la corretta conoscenza della Storia dovrebbero condurre ad altro: intanto a convincersi che l’Italia non nasce nel 1861. Nei secoli antecedenti vi era quella che è stata definita una «nazione spontanea», con una comune identità, fondata su cultura e princìpi comuni, sostanzialmente omogenei, e su un’articolazione sociale ricca e variegata, a cominciare dal Sud. Prima dell’Unità la consapevolezza del comune destino dell’Italia era viva e diffusa — pur se attraversava i confini di Stati differenti —, forse più di quanto non lo sia stata dopo il 1861. Ne costituiscono conferme, fra le altre, la risposta comune che nel corso dei secoli è stata data, superando le differenze fra ducati, principati e regni, alle aggressioni esterne — dapprima il pericolo saraceno, poi quello ottomano —, e i forti legami fra le università sorte sul territorio italiano e fra gli artisti che hanno disseminato le loro opere lungo la Penisola: legami in certi casi di maggiore sostanza rispetto a quelli oggi rintracciabili, nonostante Internet, fra le attuali università e fra gli artisti contemporanei.

4. I presupposti culturali di un nuovo meridionalismo. L’unificazione doveva avvenire diversamente, ma è andata come è andata. Oggi la partita del Sud va giocata non contro il resto del Paese, bensì utilizzando al massimo le risorse di cui il Sud dispone e che spesso ha in sovrabbondanza. Il rischio più grave è che alla fine il Sud sia inquadrato — soprattutto in Europa — come una terra perduta nella quale sembra inutile investire: con ciò incrociando il sentimento di impotenza e di frustrazione che serpeggia in diverse comunità meridionali. Se si realizza una saldatura del genere, il Sud si ritrova privo di speranza e non in grado di mostrare le positive esperienze in ambito culturale, scientifico, imprenditoriale, civile e religioso che pure ancora vi sono.

Serve un nuovo meridionalismo, che recuperi la memoria storica e nel contempo rappresenti il Sud in modo non semplicistico. Un Sud che parta dalla consapevolezza che non è un «Nord mancato», ma un insieme di comunità dotate di una forte personalità storica e di una propria autonoma fisionomia. L’Italia è diversa dalla Francia, al cui interno la capitale ha da sola un peso pari al resto del Paese. L’Italia è ancora oggi una realtà policentrica: la caratteristica dell’ita­lianità è l’«unità nella diversità». L’area culturale e le civiltà del Mezzogiorno per secoli hanno peraltro vissuto in stretta relazione con la cosiddetta «altra Europa», quella orientale, talora fungendo da tramite fra Occidente e Oriente, fra Roma e Bisanzio. Recuperare questa consapevolezza equivale a ricollocare il dibattito sul Mezzogiorno all’interno della costruzione delle nuove aree geo-politiche e geo-economiche, come le relazioni attraverso i Balcani: si pensi al Corridoio VII che ha visto protagonisti Bari e altri porti del Sud da un lato e Paesi balcanici dal­l’altro.

Nuovo meridionalismo significa mettere da parte quella enfatizzazione della Questione Meridionale che, dai primi decenni del secolo XX, e soprattutto nel secondo dopoguerra, ha fatto sì che quello che all’epoca si affermò come il nuovo ceto politico locale abbia rivendicato ingenti provvidenze pubbliche e si sia posto come mediatore nella loro distribuzione; vuol dire, quindi, superare quel blocco sociale regressivo che è cresciuto alimentandosi della spesa pubblica. Senza trascurare che nel «saccheggio» della spesa pubblica per il Sud vi sono stati anche rilevanti interessi nazionali e dei sistemi industriali del Nord. Le degenerazioni che hanno segnato la Cassa del Mezzogiorno, le attese deluse dal­l’intervento straordinario per il Sud, la fallita industrializzazione mostrano i limiti di una esperienza «mortificante» per l’intera storia nazionale. Si accennava in precedenza all’Italsider-Ilva di Taranto, quanto ai profili ambientali. Per completare il bilancio di quasi sessant’anni dall’avvio di quell’insediamento industriale andrebbero confrontate che cosa erano, e quali prospettive avevano, Taranto e la sua provincia prima e dopo: un territorio a elevata vocazione agricola e turistica, con tesori urbani e d’arte di elevato rilievo e con un tessuto di imprenditoria piccola e media — negli anni 1950 certamente da sviluppare, ma con elevate potenzialità —, ha subìto un mutamento paesaggistico ed economico con pesanti ripercussioni sulla salute dei suoi abitanti, alla fine lasciando senza lavoro — in virtù della crisi dell’acciaio — migliaia di operai del siderurgico.

L’annessione del Regno delle Due Sicilie al Regno di Sardegna è stato l’e­quivalente di un trauma: un filone di pensiero e un insieme di protagonisti della trasformazione socio-economica del regno nella prima metà del secolo XIX sono stati spazzati via con l’unificazione. Da quel momento una visione «napoletanocentrica», intesa come prospettiva di tutto il Sud, ha cessato di esistere e non è stata compensata da nessuna visione organica nello sviluppo della nuova Italia. Il nuovo meridionalismo dovrà necessariamente ripartire dal «locale», e ancor più dal genius loci; da una ricognizione attenta delle virtualità presenti, dal profilo demografico della propria comunità, dalle vocazioni territoriali, dai caratteri specifici delle identità culturali, dal patrimonio materiale e immateriale disponibile, dalle potenzialità imprenditoriali attive e latenti, dal sistema di relazioni, esplicito e potenziale, dentro cui ciascun territorio e ciascuna comunità umana si dispongono. Secondo questa impostazione, la competitività non dipende solo dagli incentivi al capitale e al lavoro ma soprattutto dai beni pubblici; dipende meno da interventi puntiformi e più da interventi di rete; meno dalle conoscenze e dalle politiche centrali e più dalle conoscenze locali e dalla cooperazione istituzionale. Trascurare la dimensione locale è stato un errore grave compiuto nel passato. Ma non si deve cadere nell’errore opposto, cioè uscire da una collocazione periferica è essenziale ed è un processo complesso, poiché esige forte discontinuità sia al proprio interno, sia nelle relazioni con gli altri: deve tradursi nella costruzione di nuove élite.

Sono alle spalle anni di sperimentazione di nuovi modelli di sviluppo dal «basso», dai patti territoriali alle iniziative leader, ai progetti integrati territoriali, e ciò rende forte il rischio della autoreferenzialità. Spesso la politica per lo sviluppo locale è coincisa con la politica degli attori locali: deve invece diventare la politica dell’interazione dinamica fra politiche di scala differenti, e dunque fra soggetti, organismi, istituzioni differenti, con un’interazione che sarà tanto più armonica quanto più il principio di sussidiarietà troverà rispetto e concreta declinazione. Sviluppo locale vuol dire superare una ingenua tentazione «localistica»: la sfida sta proprio nel non rinchiudersi, nel correggere l’inclinazione a guardare solo alle risorse esistenti nel territorio e a non guardare invece a quelle che possono essere trovate al di fuori o inventate ex novo. Vi sono piccoli borghi al Sud che hanno acquisito notorietà oltre i confini italiani grazie alla loro bellezza: ciò è avvenuto certamente con il lavoro di ristrutturazione dei propri edifici e di restyling dei centri storici, nel rispetto dell’identità del luogo, ma pure con un intelligente marketing internazionale di ciò che sono riusciti a diventare. La paura di reggere sui mercati globali per la concorrenza che potrebbe essere fatta ai prodotti del Sud va sostituito dalla considerazione proattiva di quei mercati quale sbocco di produzioni locali idonee ad attrarre interesse.

5. Il federalismo occasione per il Sud. In quest’ottica il federalismo è la grande e irripetibile occasione per il Mezzogiorno. È l’occasione per dimostrare che si ha voglia di giocare fino in fondo la partita, in un’ottica di reale sussidiarietà. Mi ripeto, uno dei principali terreni di gioco è rendersi capaci di utilizzare fino in fondo le risorse che ci sono:

  1. a)anzitutto a livello di enti territoriali. Ricordo che nel 2009 — avendo un ruolo nel governo nazionale — avevo promosso la riunione nella prefettura del capoluogo di una regione del Sud dei sindaci di quell’area. L’obiettivo era far loro presente, offrendo la collaborazione del ministero dell’Interno, che fino al 2013 erano disponibili consistenti risorse dell’UE per la sicurezza del territorio, che sarebbe stato un peccato non impiegare. La condizione era che ne fosse «chiesto» l’uso e la «richiesta» consisteva nella presentazione di progetti adeguati da parte degli amministratori locali. Taluni sindaci lodevolmente hanno presentato ottimi progetti e hanno visto i risultati concreti realizzati a distanza di breve tempo; altri si sono fermati al generico; altri si sono disinteressati. È stata la conferma (per me) diretta e tangibile che al Sud le idee e i progetti spesso difettano di più delle risorse finanziarie.
  1. b)Poi a livello di imprese, per le quali ci sono pessime prassi da archiviare e buone prassi da condividere. Quanto alle prime, il meccanismo disegnato dalla legge n. 488 del 1992, di sostegno alle ristrutturazioni e ai rilanci aziendali finanziato con fondi europei, ha prodotto più truffe che effettive e oneste realizzazioni: è l’esempio più tipico di aiuti consistenti dispersi illegalmente. Vi sono invece non pochi esempi positivi, soprattutto fra le imprese medie cui prima facevo riferimento, di capacità di interazione fra pubblico e privato, che hanno permesso significativi successi aziendali.
  1. c)A livello di istituti di credito. Pensare che l’erogazione del denaro agli operatori economici del Sud debba uniformarsi a schemi rigidi definiti a qualche migliaio di chilometri di distanza fa saltare a piè pari la logica del federalismo.
  1. d)Ancora, a livello di luoghi, per lo meno teorici, di elaborazione culturale, a cominciare dalle università: ricordo di avere avuto intorno al 2010 una discussione pubblica con il rettore di una università del Sud d’Italia, il cui oggetto erano i tagli lineari che avevano interessato tutti i ministeri e, a cascata, tutti gli atenei. La delusione più grande è stata quella di incontrare la difesa dell’esistente, che includeva corsi di laurea del tutto estranei alle esigenze di sviluppo del territorio di riferimento. Di fronte alla mia richiesta di conoscere quanti laureati in uno dei corsi dei quali avevo sottolineato l’inutilità avessero trovato occupazione negli ultimi cinque anni, la risposta è stata che non stava bene parlare di corsi di studio che generano illusioni, poiché nessuno è abilitato a decidere delle aspirazioni di uno studente. Il che mi ha fornito un saggio non solo di quanto sia labile la linea di confine fra il necessario e il superfluo, ma soprattutto dell’enorme difficoltà di affrontare il federalismo, che chiama a scelte coraggiose e responsabili, avendo fra gli ostacoli mentalità così radicate. Se, in altri termini, non fai il tuo, razionalizzando la destinazione delle risorse di cui disponi, come puoi sperare che il sistema funzioni?
  1. e)Da ultimo, a livello di formazione manageriale e delle burocrazie delle istituzioni locali. Si dice male, spesso non a torto, della burocrazia statale; ma è frequente che i toni polemici si attenuino quando la si compara con talune burocrazie regionali o comunali. Questo è un nodo realmente decisivo, in sé e per lo sviluppo del Sud: l’ultimo quin­dicennio coincide con un sensibile affievolimento del profilo medio dei funzionari pubblici, per una serie di ragioni, non ultimo il ripudio diffuso della «cultura del risultato», sostituita dalla consacrazione del «principio delle carte a posto». L’affievolimento assume un rilievo drammatico al Sud perché qui alla pubblica amministrazione viene chiesto molto di più che al Nord, e ciò rende più evidente la frequente inadeguatezza. La figura del prefetto, che al Nord non sempre viene identificata come necessaria, al Sud mantiene una posizione centrale: è spesso l’ultima — e pure la penultima — risorsa cui rivolgersi quando nessun altro ha fornito soluzioni in una fase critica; se il prefetto non è in grado di rispondere, è una tragedia. Le considerazioni che valgono per i funzionari statali valgono a fortiori per quelli regionali e locali: avere a disposizione un budget e sapere che lo sforamento è vietato, anche quando quelle risorse sono riferite a un servizio pubblico essenziale, esige competenze meno sommarie di quelle in larga parte dimostrate finora da pseudo-manager scelti più per vicinanza politica che per reale capacità. La sfida del federalismo ha anche questo non marginale risvolto, per affrontare il quale non mancano esempi virtuosi. È un errore grave immaginare che non debba esservi un investimento suppletivo in formazione per le amministrazioni pubbliche del Sud.

Per concludere. A Ugento, a pochi chilometri da Santa Maria di Leuca, nel tacco delle Puglie, nel 2009 è stato inaugurato uno splendido museo archeologico, esito del recupero artistico e del restauro architettonico di un importante complesso conventuale. Il museo ruota attorno alla Tomba dell’Atleta: un sepolcro in pietra di epoca messapica, risalente alla fine del VI secolo a.C., il cui rinvenimento, nel 1969, aveva portato alla luce vasellame e opere d’arte preziose perfettamente conservate. La Tomba dell’Atleta è una metafora del Sud: il quale ha al suo interno innumerevoli scrigni preziosi che, recuperati, rivelano arte, identità, bellezza, e quindi turismo, apprezzamenti, investimenti. È un Sud sorprendente per quello che ha, e di cui non csi rende conto fino a quando — come è avvenuto a Ugento — non si assume la responsabilità di lavorare per dare il meglio di sé; ed è a questo punto, con un materiale di straordinaria ricchezza lasciato da una storia poco conosciuta e con opere di valorizzazione serie e non superficiali, che si trovano — come è avvenuto nel caso specifico — le risorse e i finanziamenti, e quindi si realizzano le opere concrete. È un caso isolato? Tut­t’altro. Da quasi vent’anni opera un parco tematico nella località Grancia, sui monti lucani vicini a Potenza: è un grande affresco delle insorgenze antigiacobine e dell’invasione sabauda, raccontato all’aperto, nei fine-settimana estivi, realizzato con professionalità, coniugando rigore nella ricostruzione storica, efficacia nel messaggio visivo e diffusione ampia e non settoriale; sarà un caso che, mentre i musei si spopolano, questi spettacoli di ripresa della memoria storica, di cui il Sud è ricchissimo, incontrano grande successo?

Il federalismo può essere lo strumento dell’esercizio di questa responsabilità.

 

Note:

(1) Cfr. il sito web <http://www.ilgiorno.it/bergamo/cronaca/pontida-raduno-1.3055784>. Tutti i siti web citati nelle note al testo sono stati consultati il 23-6-2017.

(2)  Cfr. il sito web <http://www.ansa.it/campania/notizie/2017/03/10/salvini-a-napoli-occupata-la-sala-dove-domani-parlera_9a5bc079-7053-47bb-9e21-fe3deca26ef6.html>.

(3)  Cfr. Giovanni Cantoni, L’Italia fra Rivoluzione e Contro-Rivoluzione. Saggio introduttivo a Plinio Corrêa de Oliveira (1908-1995), Rivoluzione e Contro-Rivoluzione, 3a ed. it. accresciuta di Rivoluzione e Contro-Rivoluzione vent’anni dopo in prima edizione mondiale, con Lettere di encomio di mons. Romolo Carboni (1911-1999), Edizioni di «Cristianità», Piacenza 1977, pp. 7-50.

(4)  Cfr. il sito web <http://www.ilmattino.it/primopiano/cronaca/il_blitz_visita_privata_­museo_ristrutturato_arrivo_ treno_epoca_pietrarsa_mattarella-2350858.html>.

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  Articoli e note firmate
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 Alfredo Mantovano

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