Il Papa in Africa. L’esempio dei martiri per la missione e per la misericordia

Massimo Introvigne 1 anno fa
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Massimo Introvigne, Cristianità n. 379 (2016)

 

1. Non vi è pace senza giustizia

Il 25 novembre 2015 Papa Francesco, iniziando il suo pellegrinaggio africano, è arrivato in Kenya, teatro negli ultimi anni di gravi episodi di terrorismo. Ha subito ricordato che la questione della pace è strettamente legata alla questione della giustizia e ha esortato a una politica buona, preoccupata davvero del «bene comune» (1), come modo per estirpare alle radici la mala pianta del terrorismo.

Incontrando le autorità, il Pontefice ha avuto parole di elogio per il Kenya, «una Nazione giovane e vigorosa», una democrazia che funziona e resiste «sulle solide basi del rispetto vicendevole, del dialogo e della cooperazione [in] una società multietnica». Come spesso avviene in Africa, il Kenya è anche «una Na­zione di giovani». E«la gioventù è la risorsa più preziosa di ogni Paese. Proteggere i giovani, investire su di essi e offrire loro una mano è il modo migliore per poter assicurare un futuro degno della saggezza e dei valori spirituali cari ai loro anziani, valori che sono il cuore e l’anima di un popolo».

«Il Kenya — ha aggiunto Francesco — è stato benedetto non soltanto con una immensa bellezza, nelle sue montagne, nei suoi fiumi e laghi, nelle sue foreste, nelle savane e nei luoghi semi-deserti, ma anche con un’abbondanza di risorse naturali». La gente del Kenya «[…] apprezza grandemente questi tesori donati da Dio ed è conosciuta per la propria cultura della conservazione, che le rende onore». Il Papa ne ha approfittato per ricordare che «la grave crisi ambientale che ci sta dinnanzi esige una sempre maggiore sensibilità nei riguardi del rapporto tra gli esseri umani e la natura. Noi abbiamo una responsabilità nel trasmettere la bellezza della natura nella sua integrità alle future generazioni e abbiamo il dovere di amministrare in modo giusto i doni che abbiamo ricevuto». Questi valori, che sono«profondamente radicati nell’anima africana», dovrebbero ispirare anche le organizzazioni internazionali.

Il Papa ha richiamato la sua enciclica Laudato si’ (2), il cui tema centrale è «[…] il chiaro legame tra la protezione della natura e l’edificazione di un ordine sociale giusto ed equo. Non vi può essere un rinnovamento del nostro rapporto con la natura senza un rinnovamento dell’umanità stessa». Al cuore del­l’enciclica sta la lezione secondo cui questione ecologica, questione antropologica e sforzo per la pace sono strettamente collegati. «L’esperienza dimostra che la violenza, il conflitto e il terrorismo si alimentano con la paura, la sfiducia e la disperazione, che nascono dalla povertà e dalla frustrazione. In ultima analisi, la lotta contro questi nemici della pace e della prosperità dev’essere portata avanti da uomini e donne che, senza paura, credono nei grandi valori spirituali e politici che hanno ispirato la nascita della Nazione e ne danno coerente testimonianza».

Ancora una volta, il Papa ha esaltato la nobile funzione della politica, ricordando però che «il Vangelo ci dice che a quelli a cui è stato dato molto, sarà richiesto molto (cfr Lc 12,48)». Ai politici Francesco chiede«[…] di mostrare una genuina preoccupazione per i bisogni dei poveri, per le aspirazioni dei giovani e per una giusta distribuzione delle risorse umane e naturali con le quali il Creatore ha benedetto il vostro Paese».

Il Papa ha concluso ricordando che «[…] qui in Kenya c’è la tradizione che i giovani alunni piantino alberi per la posterità. Possa questo segno eloquente di speranza nel futuro e di fiducia nella crescita donata da Dio sostenervi negli sforzi di coltivare una società solidale, giusta e pacifica sul suolo di questo Paese e in tutto il grande Continente africano».

2. Contro «i nuovi deserti», per la libertà religiosa e un’ecologia umana

La seconda giornata del Papa in Kenya si è aperta con un incontro ecume­nico e interreligioso presso la nunziatura di Nairobi. «Quando vengo a visitare i cattolici di una Chiesa locale — ha spiegato Francesco —, è sempre importante per me avere l’occasione d’incontrare i leader di altre comunità cristiane e di altre tradizioni religiose» (3). Non si tratta di sincretismo o di irenismo: «A dire il vero, il nostro rapporto ci sta mettendo dinanzi a delle sfide; ci pone degli interrogativi. Tuttavia, il dialogo ecumenico e interreligioso non è un lusso. Non è qualcosa di aggiuntivo o di opzionale, ma è essenziale, è qualcosa di cui il nostro mondo, ferito da conflitti e divisioni, ha sempre più bisogno.

«In effetti, le credenze religiose e la maniera di praticarle influenzano molto ciò che siamo e la comprensione del mondo circostante». In genere, le religioni sono «[…] fonte di illuminazione, saggezza e solidarietà e in tal modo arricchiscono le società in cui viviamo». Francesco ha voluto sottolineare che «[…] le religioni interpretano un ruolo essenziale nel formare le coscienze, nel­l’instillare nei giovani i profondi valori spirituali delle rispettive tradizioni e nel preparare buoni cittadini, capaci di infondere nella società civile onestà, integrità e una visione del mondo che valorizzi la persona umana rispetto al potere e al guadagno materiale».

Se oggi queste parole rischiano di suonare false per molti nostri contemporanei, è perché troppi in nome della loro religione negano la libertà religiosa di altri e i loro diritti fondamentali. Il nome di Dio, ha affermato il Pontefice, «[…] non deve mai essere usato per giustificare l’odio e la violenza. So che è vivo in voi il ricordo lasciato dai barbari attacchi al Westgate Mall, al Garissa Uni­versity College e a Mandera. Troppo spesso dei giovani vengono resi estremisti in nome della religione per seminare discordia e paura e per lacerare il tessuto stesso delle nostre società». Il Papa ha concluso ricordando il cinquantesimo an­niversario della conclusione del Concilio Ecumenico Vaticano II (1962-1965) e il suo duplice appello per la libertà religiosa e per un dialogo interreligioso fondato sulla comprensione delle diverse identità. Entrambi sono antidoto alla violenza e al terrorismo.

Alla Messa nel campus dell’Università di Nairobi ha partecipato un milione di persone. Il Papa ha incentrato la sua omelia sulle parole«Non abbiate paura!» (4), storicamente collegate a san Giovanni Paolo II (1978-2005) ma radicate nella prima lettura della Messa del giorno, con le parole di Dio al profeta Isaia: «Non temete — Egli ci dice —: io vi ho scelti e prometto di darvi la mia benedizione». Qui «il Signore ci dice che farà sgorgare acqua nel deserto, in una terra assetata; Egli farà sì che i figli del suo popolo fioriscano come erba e come salici lussureggianti. Sappiamo che questa profezia si è adempiuta con l’ef­fusione dello Spirito Santo a Pentecoste. Ma vediamo anche che essa si compie dovunque il Vangelo è predicato e nuovi popoli diventano membra della famiglia di Dio, la Chiesa».

La profezia di Isaia ha anche a che fare con la famiglia: «[…] ci invita a guardare alle nostre famiglie e a renderci conto di quanto siano importanti nel piano di Dio. La società del Kenya è stata a lungo benedetta con una solida vita familiare, con un profondo rispetto per la saggezza degli anziani e con l’amore verso i bambini. La salute di qualsiasi società dipende sempre dalla salute delle famiglie». La fede, ha detto il Papa, «[…] ci chiama a sostenere le famiglie nella loro missione all’interno della società, ad accogliere i bambini come una benedizione per il nostro mondo e a difendere la dignità di ogni uomo e di ogni donna.

«[…] In obbedienza alla Parola di Dio, siamo anche chiamati ad opporre resistenza alle pratiche che favoriscono l’arroganza negli uomini, feriscono o disprezzano le donne, non curano gli anziani e minacciano la vita degli innocenti non ancora nati» e dei più poveri.«Questo è particolarmente importante oggi, perché assistiamo all’avanzata di nuovi deserti, creati da una cultura del­l’egoismo e dell’indifferenza verso gli altri».

È un appello che il Papa, parlando in un’università, ha rivolto anzitutto ai giovani, invitandoli a costruire la loro casa sulla roccia e non sulla sabbia. Indicando Gesù Cristo, Francesco ha detto che «[…] Lui stesso, il Figlio di Dio, è la roccia. Non c’è nessuno oltre a Lui». Non avere paura significa collaborare con tutti, ma senza confusioni o sincretismi perché Cristo è l’«unico Salvatore dell’umanità».

Il Pontefice ha quindi incontrato i sacerdoti, i religiosi e le religiose del Ke­nya, cui ha rivolto un discorso sul primato di Gesù Cristo. «Nella sequela di Gesù Cristo — sia nel sacerdozio che nella vita consacrata — si entra dalla porta! E la porta è Cristo! È Lui che chiama, è Lui che comincia, è Lui che fa il lavoro. Ci sono alcuni che vogliono entrare dalla finestra… Ma questo non serve. Per favore, se qualcuno ha qualche compagno o qualche compagna che è entrato dalla finestra, abbracciatelo e spiegategli che è meglio che vada via e che serva Dio in un altro modo, perché non arriverà mai a termine un’opera che Gesù non ha avviato — Egli stesso — attraverso la porta». Nella Chiesa non vi è posto per ambizioni mondane, perché «[…] la Chiesa non è una impresa, non è una Ong. La Chiesa è un mistero: è il mistero dello sguardo di Gesù su ognuno di noi che dice “Vieni! Seguimi!”» (5).

La prova della sincerità del sacerdote o religioso è saper piangere.«Non smettete mai di piangere — ha detto il Papa —. Quando a un sacerdote, un reli­gioso, una religiosa si asciugano le lacrime, c’è qualcosa che non funziona. Piangere per le proprie infedeltà, piangere per il dolore del mondo, piangere per la gente che è scartata, per gli anziani abbandonati, per i bambini assassinati, per le cose che non capiamo; piangere quando ci chiedono “perché”». Nessuno di noi, ha continuato, «[…] ha tutte le risposte ai “perché”», e lo scopriamo quando guardiamo i bambini malati di cancro. Ma Gesù ha tutte le risposte, e nella preghiera scopriremo sempre che cosa dobbiamo dire e fare. Altrimenti, ha concluso il Papa, anche i consacrati potranno cadere nel «peccato della tiepidezza», che è uno dei peccati più brutti.

La giornata del Pontefice si è conclusa con una visita al quartier generale delle Nazioni Unite in Africa, a Nairobi. Ha iniziato la visita piantando un albero, «un invito a continuare a lottare contro fenomeni come la deforestazione e la desertificazione» (6). Il Papa ha accennato alla conferenza di Parigi sul clima, osservando che «sarebbe triste e, oserei dire, perfino catastrofico che gli interessi privati prevalessero sul bene comune e arrivassero a manipolare le informazioni per proteggere i loro progetti». Richiamando la sua enciclica Laudato si’, ha auspicato lo «[…] sviluppo di un nuovo sistema energetico che dipenda al minimo da combustibili fossili, punti all’efficienza energetica e si basi sull’uso di energia a basso o nullo contenuto di carbonio».

Nello stesso tempo Francesco ha ribadito che l’ecologia non può ridursi a «un nominalismo declamatorio con effetto tranquillizzante sulle coscienze» e che nessuna ecologia ambientale è credibile se non si preoccupa insieme dell’eco­lo­gia umana. Le istituzioni internazionali devono guardarsi dall’«imposizione o sottomissione di alcuni in funzione degli interessi degli altri. Del più debole in funzione del più forte». Al contrario, «[…] è necessario mettere l’economia e la politica al servizio dei popoli». E «il cambio di rotta di cui abbiamo bisogno non è possibile realizzarlo senza un impegno sostanziale nell’istruzione e nella formazione. Nulla sarà possibile se le soluzioni politiche e tecniche non vengono accompagnate da un processo educativo» e «un nuovo stile culturale» per «una cultura della cura: cura di sé, cura degli altri, cura dell’ambiente, al posto della cultura del degrado e dello scarto: scarto di sé, dell’altro, dell’ambiente».

«Sono molti — ha detto il Papa — i volti, le storie, le conseguenze evidenti in migliaia di persone che la cultura del degrado e dello scarto ha portato a sacrificare agli idoli del profitto e del consumo. […] le nuove forme di schiavitù, il traffico delle persone, il lavoro forzato, la prostituzione, il traffico di organi».

«Sono molte vite, molte storie, molti sogni che naufragano nel nostro presente. Non possiamo rimanere indifferenti davanti a questo. Non ne abbiamo il diritto».

Francesco è tornato anche sui temi che gli sono cari dell’urbanizzazione e della crescita di megalopoli invivibili, «[…] luoghi dove si diffondono preoccupanti sintomi di una tragica rottura dei legami di integrazione e di comunione sociale». Ha infine ricordato che Nairobi si appresta ad ospitare la 10ª Conferenza Ministeriale dell’Organizzazione Mondiale del Commercio. «Pur riconoscendo il molto lavoro fatto in questo settore, sembra che non si sia ancora rag­giunto un sistema commerciale internazionale equo e completamente al servizio della lotta contro la povertà e l’esclusione». Il commercio può essere un «vero servizio alla cura della casa comune e allo sviluppo integrale delle persone, soprattutto dei più abbandonati». Particolarmente delicate sono le decisioni da assumere nel settore dei farmaci, per quanto riguarda la proprietà intellettuale e il commercio transnazionale.

Inoltre, «nel contesto delle relazioni economiche tra gli Stati e i popoli non si può omettere di parlare dei traffici illeciti che crescono in un contesto di povertà e che, a loro volta, alimentano la povertà e l’esclusione. Il commercio illegale di diamanti e pietre preziose, di metalli rari o di alto valore strategico, di legname e materiale biologico, e di prodotti di origine animale, come il caso del traffico di avorio e il conseguente sterminio di elefanti, alimenta l’instabilità politica, la criminalità organizzata e il terrorismo. Anche questa situazione è un grido degli uomini e della terra che dev’essere ascoltato da parte della comunità internazionale». Ma tutti questi problemi, ha concluso il Papa, non si risolvono con le «ideologie». Serve un sincero impegno di tutti al servizio del bene co­mune, della persona e della giustizia, fondato su un’antropologia capace di rimettere la persona umana al centro della politica.

3. La famiglia antidoto alla corruzione e al radicalismo

 «In realtà, mi sento a casa» (7). Così Papa Francesco ha salutato le migliaia di persone arrivate dai vicoli fangosi, sotto la pioggia, già prima dell’alba, a Kangemi, una delle bidonville di Nairobi. In slumcome questi, secondo la Caritas locale, vive il sessanta per cento della popolazione del Kenya. E all’interno della chiesa di San Giuseppe Lavoratore, parrocchia cattolica retta da una comu­nità di gesuiti, il Pontefice ha spiegato: «Sono qui perché voglio che sappiate che le vostre gioie e speranze, le vostre angosce e i vostri dolori non mi sono indifferenti. Conosco le difficoltà che incontrate giorno per giorno! 

«[…] Grazie per avermi accolto nel vostro quartiere. In realtà, mi sento a casa condividendo questo momento con fratelli e sorelle che, non mi vergogno a dire, hanno un posto speciale nella mia vita e nelle mie scelte».

Il Pontefice ha voluto soffermarsi «[…] su un aspetto che i discorsi di esclusione non riescono a riconoscere o sembrano ignorare. Voglio fare riferimento alla saggezza dei quartieri popolari. Una saggezza che scaturisce da “un’o­sti­nata resistenza di ciò che è autentico”» e di valori comunitari tradizionali che sono anche valori evangelici. «La cultura dei quartieri popolari impregnati di questa particolare saggezza, ha caratteristiche molto positive, che sono un contributo al tempo in cui viviamo, si esprime in valori come la solidarietà, dare la propria vita per l’altro, preferire la nascita alla morte; dare una sepoltura cristiana ai propri morti. Offrire un posto per i malati nella propria casa, condividere il pane con l’affamato». Il Papa si è congratulato per «[…]questi valori che voi praticate, valori che non si quotano in Borsa, valori con i quali non si specula né hanno prezzo di mercato».

Ma la presenza di questi valori non toglie «[…] la terribile ingiustizia della emarginazione urbana. Sono le ferite provocate dalle minoranze che concentrano il potere, la ricchezza e sperperano egoisticamente mentre la crescente maggioranza deve rifugiarsi in periferie abbandonate, inquinate, scartate». Francesco ha denunciato l’azione di profittatori e di usurai, la difficoltà di accesso all’acqua e ad altri servizi essenziali, la presenza di organizzazioni criminali che, «[…] al servizio di interessi economici o politici, utilizzano i bambini e i giovani come “carne da cannone” per i loro affari insanguinati». Non si tratta di «una combinazione casuale di problemi isolati». Sono «piuttosto una conseguenza di nuove forme di colonialismo», denunciate da san Giovanni Paolo II nella sua esortazione apostolica Ecclesia in Africa (8) come pretesa che i Paesi africani siano «pezzi di un meccanismo, parti di un ingranaggio gigantesco». E oggi, ha detto Francesco, «non mancano di fatto, pressioni affinché si adottino politiche di scarto come quella della riduzione della natalità».

La soluzione proposta dal Pontefice è «una rispettosa integrazione urbana. Né sradicamento, né paternalismo, né indifferenza, né semplice contenimento. Abbiamo bisogno di città integrate e per tutti. Abbiamo bisogno di andare oltre la mera declamazione di diritti che, in pratica, non sono rispettati, e attuare azioni sistematiche che migliorino l’habitat popolare e progettare nuove urbanizzazioni di qualità per ospitare le generazioni future».

Il secondo impegno del Papa è stato il dialogo con i giovani del Kenya. Accantonando il discorso preparato in spagnolo, dove li incitava a essere attivi e missionari, Francesco ha preferito ancora una volta rispondere a braccio alle loro domande. La domanda riguardava il problema molto sentito in Africa del tribalismo. Come vincere l’odio fra tribù e tribù? «Il tribalismo — ha detto il Papa — si vince soltanto con l’ascolto, con il cuore e con la mano. Con le orecchie: qual è la tua cultura? Perché sei così? Perché la tua tribù ha questa abitudine, questo uso? La tua tribù si sente superiore o inferiore? Con il cuore: una volta che ho ascoltato con le orecchie la risposta, apro il mio cuore e tendo la mano per continuare il dialogo. Se voi non dialogate e non vi ascoltate fra di voi, allora ci sarà sempre il tribalismo, che è come un tarlo che corrode la società» (9).

Francesco ha poi affrontato il problema della corruzione, che era già stato al centro dei discorsi in Africa di Papa Benedetto XVI (2005-2013). Il Pontefice ha detto che «[…] non soltanto nella politica, ma in tutte le istituzioni, incluso in Vaticano ci sono casi di corruzione. La corruzione è qualcosa che ci entra dentro. È come lo zucchero: è dolce, ci piace, è facile e poi? Finiamo male! Facciamo una brutta fine! Invece di tanto zucchero facile, finiamo diabetici e anche il nostro Paese finisce di ammalarsi di diabete».

Non poteva mancare in Kenya, teatro in aprile della strage degli studenti cristiani nell’Università di Garissa, una domanda sul radicalismo che trasforma tanti giovani in assassini. «La prima cosa che dobbiamo fare per evitare che un giovane sia reclutato o che cerchi di farsi reclutare — ha detto Francesco — è istruzione e lavoro. Se un giovane non ha lavoro, che futuro lo attende? Da lì entra l’idea di lasciarsi reclutare. Se un giovane non ha possibilità di ricevere un’educazione, anche un’educazione di emergenza, di piccoli incarichi, che cosa può fare? Lì c’è il pericolo!». E la prima educazione la si riceve in famiglia. Non è credibile chi dice di voler combattere il radicalismo e insieme attacca la famiglia. «Difendete la famiglia! — ha implorato il Papa — Difendetela sempre».

«La carne si cura con la carne! E Dio si è fatto carne per curarci. Facciamo anche noi lo stesso con gli altri».

Dio stesso, ha concluso Francesco, ha «un solo difetto: non può smettere di essere Padre!». Alla fine qualcuno chiede: come si può vedere la mano di Dio nelle tragedie? «C’è una sola risposta: guardare al figlio di Dio. Dio lo ha consegnato per salvare tutti noi. Dio stesso si è fatto tragedia. […] quando il mondo vi cade addosso, guardate la Croce! Lì c’è il fallimento di Dio; lì c’è la distruzione di Dio. Ma lì c’è anche una sfida alla nostra fede: la speranza. Perché la storia non è finita in quel fallimento: c’è stata la Risurrezione che ha rinnovato tutti».

 4. Il Papa celebra i martiri cristiani: «Portate con voi il loro esempio»

Nel suo primo discorso in Uganda, il Papa ha definito i martiri«autentici eroi nazionali» (10) e modello per la politica. Il loro esempio dovrebbe parlare soprattutto a quanti hanno «[…] il compito di assicurare con criteri di trasparenza il buon governo, uno sviluppo umano integrale, un’ampia partecipazione alla vita pubblica della Nazione, così come una saggia ed equa distribuzione delle risorse, che il Creatore ha elargito in modo così ricco a queste terre».

Oltre a celebrare i martiri, ha detto Francesco, il suo viaggio vuole sottolineare che l’Africa è importante per il mondo. «Il mondo guarda all’Africa come al continente della speranza» per le sue risorse naturali e i suoi valori tradizionali e familiari. Il Pontefice ha citato due ricchezze dell’Africa, i giovani e gli anziani. Questi ultimi «[…] sono la memoria vivente di ogni popolo. La loro saggezza ed esperienza dovrebbero sempre essere valorizzate come una bussola che può consentire alla società di trovare la giusta direzione nell’affrontare le sfide del tempo presente con integrità, saggezza e lungimiranza».

Francesco ha anche ringraziato per l’impegno dell’Uganda nell’accoglie­re rifugiati da Paesi vicini. «In molti modi — ha affermato — il nostro mondo diventa più solidale; tuttavia, nel medesimo tempo, assistiamo con preoccupazione alla globalizzazione della “cultura dello scarto”, che ci rende ciechi di fronte ai valori spirituali, indurisce i nostri cuori davanti alle necessità dei poveri e priva i nostri giovani della speranza». La lunga giornata del Papa si è conclusa, in un clima di grande entusiasmo, con l’incontro con i catechisti ugan­desi a Munyonyo. A loro Francesco ha proposto una riflessione sulla figura del maestro. «San Paolo ci dice che il Signore ha voluto per la sua Chiesa non solo apostoli e pastori, ma anche maestri» (11). Il vero maestro rifugge dalle ideologie e tiene gli occhi fissi sul Maestro per eccellenza, Gesù Cristo.

Papa Francesco ha proseguito la sua visita in Uganda, celebrando i martiri cattolici e anglicani trucidati fra il 1885 e il 1887 dal re Mwanga II (1868-1903) per non avere voluto rinnegare la loro fede cristiana e — nel caso di san Carlo Lwanga (1865-1886) e dei suoi compagni, canonizzati cinquantuno anni fa dal beato Paolo VI (1963-1978) — per non avere voluto cedere alle brame omosessuali del sovrano. Il Pontefice ha voluto visitare a Namugongo il luogo del martirio di quarantacinque cristiani, anzitutto il santuario anglicano, scoprendo una targa e raccogliendosi in preghiera silenziosa. Ha quindi celebrato la Messa nel santuario cattolico, dove ha ricordato che «dall’età apostolica fino ai nostri giorni, è sorto un grande numero di testimoni a proclamare Gesù e a manifestare la potenza dello Spirito Santo.

«Oggi — ha detto — ricordiamo con gratitudine il sacrificio dei martiri ugandesi, la cui testimonianza d’amore per Cristo e la sua Chiesa ha giustamente raggiunto “gli estremi confini della terra”. Ricordiamo anche i martiri anglicani, la cui morte per Cristo dà testimonianza all’ecumenismo del sangue» (12). «Non ci si appropria di questa eredità — ha aggiunto Francesco — con un ricordo di circostanza o conservandola in un museo come fosse un gioiello prezioso. La onoriamo veramente, e onoriamo tutti i Santi, quando piuttosto portiamo la loro testimonianza a Cristo nelle nostre case e ai nostri vicini, sui posti di lavoro e nella società civile, sia che rimaniamo nelle nostre case, sia che ci rechiamo fino al più remoto angolo del mondo».

I martiri per il cristiano non sono oggetto di semplice commemorazione storica. «Ogni giorno siamo chiamati ad approfondire la presenza dello Spirito Santo nella nostra vita, a “ravvivare” il dono del suo amore divino in modo da essere a nostra volta fonte di saggezza e di forza per gli altri». Il Pontefice ha evocato in particolare i «[…] santi Joseph Mkasa [1860-1885] e Charles Lwanga, che, dopo essere stati istruiti nella fede dagli altri, hanno voluto trasmettere il dono che avevano ricevuto. Essi lo fecero in tempi pericolosi. Non solo la loro vita fu minacciata ma lo fu anche la vita dei ragazzi più giovani affidati alle loro cure. La loro fede divenne testimonianza; oggi, venerati come martiri, il loro esempio continua a ispirare tante persone nel mondo».

Per raccogliere la loro eredità occorre essere «discepoli missionari»per «[…] le nostre famiglie e i nostri amici certamente, ma anche per coloro che non conosciamo, specialmente per quelli che potrebbero essere poco benevoli e persino ostili nei nostri confronti». Anche se le circostanze della vita non ci mettono di fronte alla prospettiva del martirio — ma questa è la condizione di tanti cristiani ancora oggi —, l’esempio dei martiri parla comunque a tutti. «La testimonianza dei martiri mostra a tutti coloro che hanno ascoltato la loro storia, allora e oggi, che i piaceri mondani e il potere terreno non danno gioia e pace durature. Piuttosto, la fedeltà a Dio, l’onestà e l’integrità della vita e la genuina preoccupazione per il bene degli altri ci portano quella pace che il mondo non può offrire.

«Ciò — ha voluto aggiungere il Papa — non diminuisce la nostra cura per questo mondo, come se guardassimo soltanto alla vita futura. Al contrario, offre uno scopo alla vita in questo mondo e ci aiuta a raggiungere i bisognosi, a cooperare con gli altri per il bene comune e a costruire una società più giusta, che promuova la dignità umana, senza escludere nessuno, che difenda la vita, dono di Dio, e protegga le meraviglie della natura, il creato, la nostra casa comune».

Nel pomeriggio il Pontefice ha incontrato una folla di 150.000 giovani nell’ex aeroporto di Kampala e ha risposto alle domande di alcuni di loro. A Fran­cesco sono state presentate storie terribili, come quella di Winnie, nata già malata di Aids, e di Emmanuel, arruolato a forza nel sanguinario nuovo movimento religioso combattente Esercito della Resistenza del Signore (Lra). «Mentre ascoltavo — ha detto il Papa —mi sono fatto una domanda: un’esperienza negativa può servire per qualcosa nella vita? Sì! Emmanuel e Winnie hanno vissuto esperienze negative. Winnie pensava che non ci sarebbe stato futuro nella vita, ma la vita è sempre un grande miracolo: si può trasformare una parete in orizzonte che mi apra il futuro» (13). Sembra impossibile, ma accade. «E questo non è magia, questo è opera di Gesù, perché Gesù è il Signore, Gesù può tutto».

Questi giovani ugandesi rivivono l’esperienza dei martiri: «La nostra vita è come un seme: per vivere bisogna morire, e morire a volte fisicamente come i compagni di Emmanuel, morire come sono morti Carlo Lwanga e i martiri dell’Uganda. Ma attraverso questa morte c’è una vita, una vita per tutti. Se io trasformo il negativo in positivo, sono un trionfatore. Però questo si può fare solo con la grazia di Gesù».«Siate consapevoli — ha ripetuto Francesco ai giovani dell’Uganda —che siete un popolo di martiri. Nelle vostre vene scorre sangue di martiri! E per questo avete la fede e la vita che adesso avete».

Dei martiri bisogna imparare il segreto: la preghiera. «Non smettete mai di pregare! La preghiera è l’arma più forte che ha un giovane. Gesù ci ama. […] Allora aprite la porta del vostro cuore e lasciatelo entrare». I martiri hanno pregato in particolare Maria: «Quando un bambino cade, si fa male, si mette a piangere e va a cercare la mamma. Quando noi abbiamo un problema, la cosa migliore che possiamo fare è andare dove c’è nostra Madre».

È seguita la visita alla Casa della Carità di Nalukolongo, fondata dal cardinale Emmanuel Kiwanuka Nsubuga (1914-1991), primo arcivescovo cattolico di Kampala e popolare nel Paese per la resistenza al regime del dittatore Idi Amin Dada (1923-2003). Qui, ha detto Francesco, «[…] dei bambini sono stati riscattati dalla schiavitù e delle donne hanno ricevuto un’educazione religiosa. […] E qui, qui è presente Gesù, perché Lui ha detto che sempre sarà presente tra i poveri, i malati, i carcerati, i diseredati, quelli che soffrono». Anche oggi «il Signore ci dice, con parole inequivocabili, che ci giudicherà su questo! È triste quando le nostre società permettono che gli anziani siano scartati o dimenticati! È riprovevole quando i giovani vengono sfruttati dall’attuale schiavitù del traffico di esseri umani!» (14).

Purtroppo, case come quella di Nalukolongo sono l’eccezione e non la regola. «Se guardiamo attentamente al mondo che ci circonda, pare che in molti luoghi si stiano diffondendo l’egoismo e l’indifferenza. Quanti nostri fratelli e sorelle sono vittime dell’odierna cultura dell’“usa e getta”, che ingenera disprezzo soprattutto nei confronti dei bambini non nati, dei giovani e degli anziani!

«In quanto cristiani non possiamo semplicemente stare a guardare. Qualcosa deve cambiare!» (15). E, ancora una volta, il Pontefice ha invitato a ripartire dalla famiglia, scuola di solidarietà.

La giornata si è conclusa con l’incontro riservato al clero e alle persone consacrate, in un Paese dove casi di concubinato di sacerdoti hanno dato scandalo ai fedeli. «Noi religiosi, religiose, sacerdoti non possiamo condurre una doppia vita. Se sei peccatore, se sei peccatrice, chiedi perdono. Ma non tenere nascosto quello che Dio non vuole; non tenere nascosta la mancanza di fedeltà» (16), ha detto il Papa. Anche qui, la memoria dei martiri è il migliore aiuto nelle tentazioni. «[…] nel libro del Deuteronomio, Mosè ricorda al suo popolo: “Non dimenticate”. E lo ripete nel libro varie volte: “Non dimenticate”. […] La prima cosa che vi voglio dire, è che abbiate, che chiediate la grazia della memoria. Come ho detto ai giovani, nel sangue dei cattolici ugandesi è mescolato il sangue dei martiri. Non perdete la memoria di questo seme! Affinché in questo modo continuiate a crescere.

 «Il principale nemico della memoria — ha aggiunto Francesco — è l’o­blio, ma non è il più pericoloso. Il nemico più pericoloso della memoria è abituarsi a ereditare i beni dei nostri padri. La Chiesa in Uganda non deve abituarsi mai al ricordo lontano dei suoi martiri. Martire significa testimone. La Chiesa in Uganda, per essere fedele a questa memoria, deve continuare a essere testimone. Non deve vivere di rendita». Alla memoria dei martiri si deve corrispondere con la fedeltà. La Chiesa in Uganda è nata «[…] sangue dei martiri, dei testimoni. Oggi è necessario continuare a irrigarla, e per questo: nuove sfide, nuove testimonianze, nuove missioni. Altrimenti, perderete la grande ricchezza che avete, e la “perla dell’Africa” finirà conservata in un museo. Perché il demonio attacca così, poco a poco».

«Memoria, che significa fedeltà. E Fedeltà, che è possibile soltanto con la preghiera». Il Papa lo ricorda a tutti, ma specialmente ai consacrati.«Se un religioso, una religiosa, un sacerdote smette di pregare o prega poco, perché dice che ha molto lavoro, ha già incominciato a perdere la memoria, e ha già incominciato a perdere la fedeltà». Come fa sempre, Francesco ha anche raccomandato di «[…] andare regolarmente dal confessore, a dirgli i propri peccati». Memoria dei martiri, fedeltà, preghiera, confessione. Non vale solo per i sacerdoti, né solo per l’Uganda.

5. Il Papa apre a Bangui il Giubileo della Misericordia

Domenica 29 novembre il Papa ha dedicato la quinta giornata del suo viaggio apostolico in Africa alla Repubblica Centrafricana. Si tratta della prima visita di un Pontefice in un Paese dov’è in corso una guerra civile. Nonostante i gravi problemi di sicurezza, Francesco è voluto andarvi per testimoniare che, dove l’u­manità vive i suoi più gravi drammi, lì la Chiesa è presente, non solo a parole.

Nell’incontro con le autorità Francesco si è presentato come«pellegrino di pace e apostolo di speranza» (17), ricordando il motto della Repubblica Centrafricana: «Unità – Dignità – Lavoro» e commentandone ogni elemento. In primo luogo, l’unità. «Essa, come è noto, è un valore-cardine per l’armonia dei popoli. Si tratta di vivere e di costruire a partire dalla meravigliosa diversità del mondo circostante, evitando la tentazione della paura dell’altro, di ciò che non ci è familiare, di ciò che non appartiene al nostro gruppo etnico, alle nostre scelte politiche o alla nostra confessione religiosa. L’unità richiede, al contrario, di creare e promuovere una sintesi delle ricchezze di cui ognuno è portatore», non come confusione o sincretismo ma nella forma dell’«unità nella diversità».

Poi, la dignità. Il Papa l’ha definita un «valore morale, sinonimo di onestà, di lealtà, di grazia e di onore, che caratterizza gli uomini e le donne consapevoli dei loro diritti come dei loro doveri e che li porta al rispetto reciproco». Francesco ha ricordato che «[…] la Repubblica Centrafricana è il Paese di “Zo kwe zo”, il Paese in cui ogni persona è una persona. Tutto allora dev’essere fatto per tutelare la condizione e la dignità della persona umana». Quanto alla politica, «[…] l’accesso all’istruzione e all’assistenza sanitaria, la lotta contro la malnutrizione e la lotta per garantire a tutti un’abitazione decente dovrebbe essere al primo posto di uno sviluppo attento alla dignità umana. In ultima analisi, la dignità dell’essere umano è di impegnarsi per la dignità dei suoi simili».

Infine, il lavoro. Il Pontefice ha citato san Paolo: «Non spetta ai figli mettere da parte per i genitori, ma ai genitori per i figli». La Repubblica Centrafricana «[…] si trova in una zona considerata uno dei due polmoni dell’umanità, a causa della sua eccezionale ricchezza di biodiversità». Ha richiamato, quindi, tutti alla «[…] grave responsabilità nello sfruttamento delle risorse ambientali, nelle scelte e nei progetti di sviluppo, che in un modo o nell’altro influenzano l’intero pianeta», proponendo un’ecologia integrale attenta sia all’ambiente sia all’uomo. E ha citato un proverbio locale sull’importanza della concordia sociale: «Le formiche sono piccole, ma essendo numerose portano il loro raccolto nel loro nido».

Il Papa ha ricordato anche lo straordinario contributo della Chiesa Cattolica per alleviare le sofferenze dei centrafricani e ha chiesto alle autorità di «[…] garantire alla Chiesa condizioni favorevoli al compimento della sua missione spirituale». La libertà religiosa è la prima condizione di una «pace fondata sulla giustizia». La seconda tappa lo ha condotto al campo profughi Saint Saveur, uno dei tanti della capitale Bangui, dove si sono rifugiati 75.000 profughi provenienti dalle zone rurali e in fuga dalla guerra civile. «Saluto tutti voi che siete qui. Vi dico che ho letto quello che i bambini avevano scritto [su cartelli]: “pace”, “perdono”, “unità” e tante cose… “amore”. Noi dobbiamo lavorare e pregare e fare di tutto per la pace. Ma la pace senza amore, senza amicizia, senza tolleranza, senza per­dono, non è possibile. Ognuno di noi deve fare qualcosa» (18). Il Papa ha chiesto«la pace, una grande pace fra voi. Che voi possiate vivere in pace qualsiasi sia l’et­nia, la cultura, la religione, lo stato sociale. Ma tutti in pace! Tutti! Perché tutti siamo fratelli. Mi piacerebbe che tutti dicessimo insieme: “Tutti siamo fratelli”. […] E per questo, perché tutti siamo fratelli, vogliamo la pace» (19).

Nel pomeriggio Francesco ha incontrato presso la Facoltà Teologica evangelica di Bangui la comunità protestante, che insieme alla Chiesa Cattolica e ad alcuni musulmani ha costituito una Piattaforma interreligiosa per la pacificazione nazionale. La divisione fra cristiani, ha detto il Papa, è «uno scandalo» (20), tanto più «[…] davanti a tanto odio e tanta violenza che lacerano l’umanità».

Ai protestanti centrafricani il Pontefice ripete che «da troppo tempo il vostro popolo è segnato dalle prove e dalla violenza che causano tante sofferenze. Ciò rende l’annuncio evangelico ancora più necessario e urgente», in una situazione dove «[…] è la carne di Cristo stesso che soffre nelle sue membra predilette: i poveri del suo popolo, i malati, gli anziani e gli abbandonati, i bambini che non hanno più i genitori o che sono lasciati a se stessi, senza guida e senza educazione. Sono anche tutti coloro che la violenza e l’odio hanno ferito nel­l’a­nima o nel corpo; coloro che la guerra ha privato di tutto, del lavoro, della casa, delle persone care».

Cattolici e protestanti possono e devono annunciare insieme il Vangelo della riconciliazione: «Dio non fa differenze tra coloro che soffrono. Ho chiamato spes­so questo l’ecumenismo del sangue — ha detto il Pontefice . Tutte le nostre comunità soffrono indistintamente per l’ingiustizia e l’odio cieco che il demonio scatena». La sofferenza comune è preziosa agli occhi di Dio e non mancherà di dare frutti nel cammino ecumenico e in quello che i cristiani centrafricani hanno intrapreso insieme al servizio della riconciliazione e della pace.

Il Papa ha concluso la giornata aprendo la Porta Santa nella cattedrale di Bangui, inaugurando l’Anno Santo con anticipo rispetto al resto del mondo, incitando ancora alla misericordia e alla pace nell’omelia e ascoltando alcune confessioni, a riprova dell’importanza che attribuisce al sacramento. «[…] in questa terra sofferente — ha detto — ci sono anche tutti i Paesi del mondo che stanno passando attraverso la croce della guerra. Bangui diviene la capitale spirituale della preghiera per la misericordia del Padre. Tutti noi chiediamo pace, misericordia, riconciliazione, perdono, amore. Per Bangui, per tutta la Repubblica Centrafricana, per tutto il mondo, per i Paesi che soffrono la guerra chiediamo la pace!» (21). «E adesso — ha continuato il Papa con questa preghiera incominciamo l’Anno Santo: qui, in questa capitale spirituale del mondo oggi».

Nell’omelia della Messa Francesco ha invitato a seguir Gesù «[…]liberandoci dalle concezioni della famiglia e del sangue che dividono» e riscoprendo che fra le «esigenze essenziali» del cristianesimo vi è«[…] l’amore per i nemici, che premunisce contro la tentazione della vendetta e contro la spirale delle rappresaglie senza fine». Non bisogna però dimenticare che «[…] la felicità promessa da Dio è annunciata in termini di giustizia»: Cristo è «il solo Giusto e il solo Giudice capace di riservare a ciascuno la sorte che merita. Qui come altrove, tanti uomini e donne hanno sete di rispetto, di giustizia, di equità, senza vedere all’orizzonte dei segni positivi. A costoro, Egli viene a fare dono della sua giustizia». «Sì, Dio è Giustizia!», ha esclamato il Pontefice, e noi cristiani «[…] siamo chiamati ad essere nel mondo gli artigiani di una pace fondata sulla giustizia».

Dio è giustizia, ma è anche amore. «Dovunque, anche e soprattutto là dove regnano la violenza, l’odio, l’ingiustizia e la persecuzione, i cristiani sono chiamati a dare testimonianza di questo Dio che è Amore». Infine, «[…] la salvezza di Dio annunciata riveste il carattere di una potenza invincibile che avrà la meglio su tutto». La potenza di Dio «[…] non arretra davanti a nulla, né davanti ai cieli sconvolti, né davanti alla terra in fiamme, né davanti al mare infuriato. Dio è più potente e più forte di tutto. Questa convinzione dà al credente serenità, coraggio e la forza di perseverare nel bene di fronte alle peggiori avversità. Anche quando le forze del male si scatenano, i cristiani devono rispondere all’appello, a testa alta, pronti a resistere in questa battaglia in cui Dio avrà l’ultima parola».

«A tutti quelli che usano ingiustamente le armi di questo mondo, io — ha esclamato Francesco — lancio un appello: deponete questi strumenti di morte; armatevi piuttosto della giustizia, dell’amore e della misericordia, autentiche garanzie di pace».

La giornata di Francesco, prima delle confessioni, si è conclusa con i giovani. A loro ha mostrato l’esempio del simbolo nazionale, ilbananier, l’al­bero delle banane, che resiste a tante avversità. «Alcuni di voi vogliono andarse­ne. Fuggire alle sfide della vita non è mai una soluzione! È necessario resistere, avere il coraggio della resistenza, della lotta per il bene! Chi fugge non ha il coraggio di dare vita. Ilbananier dà la vita e continua a riprodursi e a dare sempre più vita perché resiste, perché rimane, perché sta lì» (22). Come resistere in una situazione drammatica? Il Pontefice ha indicato tre strade. «Prima di tutto, la preghiera. La preghiera è potente! La preghiera vince il male! 

«Secondo: lavorare per la pace. E la pace non è un documento che si firma e rimane lì. La pace si fa tutti i giorni! La pace è un lavoro artigianale, si fa con le mani, si fa con la propria vita», con «niente odio, molto perdono». «E se tu non hai odio nel tuo cuore, se tu perdoni, sarai un vincitore. Perché sarai vincitore della battaglia più difficile della vita, vincitore nell’amo­re. E attraverso l’amore viene la pace».

Terza strada: il coraggio. «Pensate al bananier. Pensate alla resistenza davanti alle difficoltà. Fuggire, andarsene lontano non è una soluzione. Voi dovete essere coraggiosi. Avete capito cosa significa essere coraggiosi? Coraggiosi nel perdono, coraggiosi nell’amore, coraggiosi nel fare la pace». Tutto questo sembra impossibile. Ma«fidatevi di Dio», ha detto il Pontefice ai giovani centrafricani. Perché con Dio tutto è possibile.

6. No alla violenza in nome di Dio. Vi è il diavolo dietro gli eccidi e il terrorismo

Lunedì 30 novembre Papa Francesco ha lasciato la Repubblica Centrafricana martoriata dalla guerra civile, dopo aver attribuito ancora una volta al diavolo una parte cospicua di responsabilità per gli orrori e gli eccidi del Centrafrica e di troppe altre parti del mondo. Questi riferimenti al diavolo sono sistematici e non casuali, anche se talora sfuggono all’attenzione di molti media. Certamente la visita di un Pontefice non fermerà da sola la guerra. Ma non va neppure sottovalutata, così come i gesti di riconciliazione fra le diverse comunità e tribù di fronte al Papa, se sono attesi alla conferma dei fatti nelle prossime settimane e mesi, sono stati però qualcosa di nuovo e di unico nella sanguinosa storia recente del Centrafrica e possono essere un esempio anche per altri Paesi scossi da conflitti religiosi ed etnici.

Francesco è stato l’unico fra i grandi leader mondiali ad aver avuto il coraggio di visitare il tormentato Paese africano, recandosi anche nel famigerato quartiere «Chilometro 5», dove ancora il giorno prima vi sono stati scontri con morti e feriti. Qui il Papa ha visitato la moschea centrale di Koudokou, affermando che la sua visita non sarebbe stata«completa» (23) se non avesse compreso anche un incontro con i musulmani. «Tra cristiani e musulmani — ha detto — siamo fratelli. Dobbiamo dunque considerarci come tali, comportarci come tali.Sappiamo bene — ha aggiunto, accennando ai recenti scontri — che gli ultimi avvenimenti e le violenze che hanno scosso il vostro Paese non erano fondati su motivi propriamente religiosi». Ma in generale «chi dice di credere in Dio de­v’essere anche un uomo o una donna di pace. Cristiani, musulmani e membri delle religioni tradizionali hanno vissuto pacificamente insieme per molti anni. Dobbiamo dunque rimanere uniti perché cessi ogni azione che, da una parte e dall’altra, sfigura il Volto di Dio e ha in fondo lo scopo di difendere con ogni mezzo interessi particolari, a scapito del bene comune. Insieme, diciamo no all’odio, no alla vendetta, no alla violenza, in particolare a quella che è perpetrata in nome di una religione o di Dio. Dio è pace, Dio salam».

Il Papa ha elogiato gli sforzi di dirigenti cristiani e musulmani per la concordia e la riconciliazione nazionale e ha auspicato che le prossime elezioni portino pace alla Repubblica Centrafricana, così da «[…] fare del vostro Paese una casa accogliente per tutti i suoi figli, senza distinzione di etnia, di appartenenza politica o di confessione religiosa». Gl’imam della moschea hanno donato a Francesco una tavoletta su cui era inciso un versetto del Corano e la frase: «Se tu trovi certe persone più disponibili ad amare, sono quelli che si dicono cristiani» (24). Il Pontefice ha quindi visitato la scuola di Koudokou, dove studiano insieme bambini musulmani e cristiani. 

In seguito, Francesco ha celebrato la Messa nello stadio della capitale Ban­gui, ultimo incontro pubblico del suo viaggio africano. Commentando la prima lettura, si è soffermato sulle parole di san Paolo nella Lettera ai Romani: «Quanto sono belli i piedi di coloro che recano un lieto annuncio di bene» (25). E ha tratto da questa espressione un «[…] invito a meravigliarci davanti all’opera missionaria che ha portato per la prima volta — non molto tempo fa — la gioia del Vangelo su quest’amata terra del Centrafrica». Una memoria da coltivare «[…] soprattutto quando i tempi sono difficili, quando le prove e le sofferenze non mancano, quando l’avvenire è incerto e ci si sente stanchi, temendo di non potercela fare». Il Vangelo del giorno invita a passare a un’«altra riva». «Quest’altra riva — ha detto il Papa — è, certamente, la vita eterna, il Cielo dove noi siamo attesi. Questo sguardo rivolto verso il mondo futuro ha sempre sostenuto il coraggio dei cristiani, dei più poveri, dei più piccoli, nel loro pellegrinaggio terreno. Questa vita eterna non è un’illusione, non è una fuga dal mondo; essa è una potente realtà che ci chiama e che ci impegna alla perseveranza nella fede e nell’amore».

Ma vi è anche un’«altra riva» che è «più immediata», la salvezza come «[…] realtà che trasforma già la nostra vita presente e il mondo in cui viviamo». La fede ci cambia e ci rende capaci «[…] di amare Dio e di amare i fratelli in un modo nuovo, al punto di far nascere un mondo rinnovato dall’amore». Que­sto è possibile anche «[…] quando sperimentiamo la sofferenza fisica o morale, una pena, un lutto; […]la miseria, la violenza che ci circonda o la paura del domani» che caratterizzano il Centrafrica, dove tanti cristiani hanno dato esempi eroici di coraggio, riconciliazione e perdono. «Tuttavia, ha aggiunto il Pontefice, è vero anche che non siamo ancora arrivati alla meta, siamo come in mezzo al fiume, e dobbiamo decidere con coraggio, in un rinnovato impegno missionario, di passare all’altra riva».

Infatti, ogni cristiano «[…] deve continuamente rompere con quello che c’è ancora in lui dell’uomo vecchio, dell’uomo peccatore, sempre pronto a risvegliarsi al richiamo del demonio — e quanto agisce nel nostro mondo e in questi tempi di conflitti, di odio e di guerra —, per condurlo all’egoismo, a ripiegarsi su sé stesso e alla diffidenza, alla violenza e all’istinto di distruzione, alla vendetta, all’abbandono e allo sfruttamento dei più deboli…». Il Papa sa che nella guerra civile centrafricana i torti non stanno tutti da una sola parte e che anche milizie composte da cristiani si sono rese colpevoli di crimini. Afferma che «certamente abbiamo tutti da chiedere perdono al Signore» e chiede che l’An­no Santo, che ha voluto aprire proprio in Centrafrica, sia occasione di conversio­ne e di riconciliazione. Questo nuovo inizio, ha aggiunto Francesco, non può escludere la missione e l’annuncio del Vangelo.

Anzi, la missione «[…] ha bisogno di nuovi messaggeri, ancora più numerosi, ancora più generosi, ancora più gioiosi, ancora più santi. E tutti noi siamo chiamati ad essere, ciascuno, questo messaggero che il nostro fratello, di qualsiasi etnia, religione, cultura, aspetta, spesso senza saperlo. Infatti, come, questo fratello, potrà credere in Cristo — si domanda san Paolo — se la Parola non è ascoltata né proclamata?».«Anche noi — ha concluso Francesco — sul­l’esempio dell’Apostolo, dobbiamo essere pieni di speranza e di entusiasmo per il futuro. L’altra riva è a portata di mano, e Gesù attraversa il fiume con noi», così come la Vergine Maria non ci lascia mai soli.
Note:
(1) Francesco, Incontro con le autorità del Kenya e con il corpo diplomatico alla State House a Nairobi, del 25-11-2015, inL’Osservatore Romano. Giornale quotidiano politico religioso, Città del Vaticano 27-11-2015. Fino a diversa segnalazione tutte le citazio­ni senza riferimento rimandano a questo testo.
(2) Cfr. Idem, Lettera enciclica «Laudato si’» sulla cura della casa comune, del 24-5-2015.
(3) Idem, Incontro interreligioso ed ecumenico nel Salone della Nunziatura Apostolica a Nairobi, del 26-11-2015, in L’Osservatore Romano. Giornale quotidiano politico religioso, Città del Vaticano 27-11-2015. Fino a diversa segnalazione tutte le citazioni senza riferimento rimandano a questo testo.
(4) Idem, Omelia nella Santa Messa nel Campus dell’Università a Nairobi, del 26-11-2015, ibidem. Fino a diversa segnalazione tutte le citazioni senza riferimento rimandano a questo testo.
(5) Idem, Incontro con il clero, i religiosi, le religiose ed i seminaristi nel campo sportivo della St Mary’s School a Nairobi, del 26-11-2015,ibid. 28-11-2015. Fino a diversa segnalazione tutte le citazioni senza riferimento rimandano a questo testo.
(6) Idem, Visita all’Ufficio delle Nazioni Unite a Nairobi, del 26-11-2015, ibidem. Fino a diversa segnalazione tutte le citazioni senza riferimento rimandano a questo testo.
(7) Idem, Visita al quartiere povero di Kangemi a Nairobi, del 27-11-2015, ibidem. Fino a diversa segnalazione tutte le citazioni senza riferimento rimandano a questo testo.
(8) Cfr. san Giovanni Paolo II, Esortazione apostolica post-sinodale «Ecclesia in Africa» ai vescovi, ai presbiteri e ai diaconi, ai religiosi e alle religiose e a tutti i fedeli laici circa la Chiesa in Africa e la sua missione evangelizzatrice verso l’anno 2000, del 14-9-1995.
(9) Francesco, Incontro con i giovani nello Stadio Kasarani a Nairobi, del 27-11-2015, in L’Osservatore Romano. Giornale quotidiano politico religioso, Città del Vaticano 28-11-2015. Fino a diversa segnalazione tutte le citazioni senza riferimento rimandano a questo testo.
(10) Idem, Incontro con le Autorità e con il Corpo Diplomatico nella Sala delle Conferenze della State House a Entebbe, del 27-11-2015,ibid. 29-11-2015. Fino a diversa segnalazione tutte le citazioni senza riferimento rimandano a questo testo.
(11) Idem, Visita a Munyonyo e saluto ai catechisti e insegnanti, del 27-11-2015, ibidem.
(12) Idem, Santa Messa per i Martiri dell’Uganda nell’area del Santuario Cattolico a Na­mugongo, del 28-11-2015, ibidem. Fino a diversa segnalazione tutte le citazioni senza riferimento rimandano a questo testo.
(13) Idem, Incontro con i giovani a Kololo Air Strip a Kampala, del 28-11-2015, ibid. 30-11/1-12-2015. Fino a diversa segnalazione tutte le citazioni senza riferimento rimandano a questo testo.
(14) Idem, Visita alla Casa di Carità di Nalukolongo, del 28-11-2015,ibidem.
(15) Ibidem.
(16) Idem, Incontro con sacerdoti, religiosi, religiose e seminaristi nella Cattedrale di St. Mary a Kampala, del 28-11-2015, ibidem. Fino a diversa segnalazione tutte le citazioni senza riferimento rimandano a questo testo.
(17) Idem, Incontro con la Classe Dirigente e con il Corpo Diplomatico nel Palazzo Presidenziale a Bangui, del 29-11-2015, ibidem. Fino a diversa segnalazione tutte le citazioni senza riferimento rimandano a questo testo.
(18) Idem, Visita al campo profughi Saint Saveur a Bangui, del 29-11-2015, ibidem.
(19) Ibidem.
(20) Idem, Incontro con le Comunità Evangeliche nella sede della Facoltà di teologia evangelica di Bangui, del 29-11-2015, ibidem. Fino a diversa segnalazione tutte le citazioni senza riferimento rimandano a questo testo.
(21) Idem, Apertura della Porta Santa nella Cattedrale di Bangui e Santa Messa con sacerdoti, religiosi, religiose, catechisti e giovani, del 29-11-2015, ibidem. Fino a diversa segnalazione tutte le citazioni senza riferimento rimandano a questo testo.
(22) Idem, Confessione di alcuni giovani e avvio della Veglia di Preghiera sulla spianata davanti alla Cattedrale, del 29-11-2015,ibidem. Fino a diversa segnalazione tutte le citazioni senza riferimento rimandano a questo testo.
(23) Idem, Incontro con la Comunità Musulmana nella Moschea centrale di Koudoukou a Bangui, del 30-11-2015, ibidem. Fino a diversa segnalazione tutte le citazioni senza riferimento rimandano a questo testo.
(24) Ilaria Solaini, Il Papa alla moschea a Bangui: insieme, diciamo no alla violenza, in Avvenire. Quotidiano di ispirazione cattolica, Milano 30-11-2015.
(25) Francesco, Santa Messa nello Stadio del Complesso sportivo Barthélémy Boganda a Bangui, del 30-11-2015, in L’Osservatore Romano. Giornale quotidiano politico religioso, Città del Vaticano 30-11/1°-12-2015. Fino a diversa segnalazione tutte le citazioni senza riferimento rimandano a questo testo.

 

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 Massimo Introvigne

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