Il pontificato di Benedetto XVI e il mondo che nasce in quello che muore

Marco Invernizzi 1 anno fa
Prima pagina  /  Cristianità  /  Articoli e note firmate  /  Il pontificato di Benedetto XVI e il mondo che nasce in quello che muore

Marco Invernizzi, Cristianità n. 382 (2016)

Il Papa è uno solo ed esercita come tale la successione a Pietro e ai pontefici venuti dopo di questi. Ma la Provvidenza ha voluto che un Papa inaugurasse nella vita della Chiesa la presenza anche di Pontefici emeriti: come da anni esistono vescovi emeriti, che spesso risiedono nelle stesse diocesi dove hanno esercitato il ministero, così Benedetto XVI (2005-2013) risiede a pochi passi da dove vive il regnante Pontefice Francesco.

Le parole dell’attuale Papa emerito mi sembrano degne di attenzione e meritevoli di essere meditate, perché ci aiutano sia a comprendere la figura di un grande teologo e pastore quale è stato Joseph Ratzinger, sia a capire alcuni snodi importanti della recente storia della Chiesa e del mondo. Ov­viamente, non siamo di fronte al Magistero, ma a una riflessione personale, per quanto autorevole, come poté essere per esempio la trilogia che Papa Ratzinger stesso scrisse su Gesù.

Mi riferisco, in particolare, alla recente intervista curata da Peter Seewald, Ultime conversazioni (1), ma anche alle opere di Roberto Regoli Oltre la crisi della Chiesa. Il pontificato di Benedetto XVI (2) e di Elio Guerriero Servitore di Dio e del­l’umani­tà. La biografia di Benedetto XVI (3), che non sono interviste, ma aiutano a comprendere meglio la figura di Joseph Ratzinger.

Comincio da una citazione posta al termine del libro-intervista di Seewald, che penso possa servire a dare ragione di molte scelte del pontificato.

«È palese che i nostri principi non coincidono più con quelli della cultura moderna, che la struttura fondamentale cristiana non è più determinante. Oggi prevale una cultura positivista e agnostica che si mostra sempre più intollerante verso il cristianesimo. La società occidentale, quindi, in ogni caso in Europa, non sarà una società cristiana e, a maggior ragione, i credenti dovranno sforzarsi di continuare a plasmare e sostenere la coscienza dei valori e della vita. Sarà importante una testimonianza di fede più decisa delle singole comunità e Chiese locali. Avranno una maggiore responsabilità» (4).

Una minoranza missionaria

La citazione ci dice molte cose. Intanto che i cristiani sono diventati una minoranza all’interno di un mondo culturalmente diverso e ostile. Ciò comporta, di conseguenza, l’assunzione di un atteggiamento non più soltanto difensivo, come se ci fosse una civiltà da difendere, ma soprattutto missionario, perché, come già aveva scritto Papa Pio XII (1939-1958), «è tutto un mondo, che occorre rifare dalle fondamenta, che bisogna trasformare da selvatico in umano, da umano in divino, vale a dire secondo il cuore di Dio» (5).

È l’essenza della «nuova evangelizzazione», con due avvertenze.

Prima. Bisogna assumere lo spirito di chi propone qualcosa che l’interlocu­to­re non condivide o non conosce. Se soltanto non conosce, l’atteggiamento di chi pro­­pone deve essere ancora più semplice, umile, quasi dimesso, cioè tener conto delle difficoltà in cui si trova la persona che ha davanti. Se invece non soltanto non conosce, ma proprio non condivide, allora siamo di fronte a qualcuno che avrà resistenze culturali, spesso una vera e propria avversione. In questo caso bisogna conoscere bene l’ideologia che professa, perché non avremo a che fare solo con l’ignoranza, ma anche con una contrapposizione deliberata e, in un certo senso, motivata. Quindi, nel pri­mo caso si tratta soprattutto di proporre il Vangelo, co­me premessa alla catechesi e poi alla formazione culturale, mentre, nel secondo, serve un po’ di apologetica, nella misura in cui abbiamo a che fare con idee av­ver­se.

Seconda. L’importanza della testimonianza. Come diceva il beato Paolo VI (1963-1978), «l’uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri […] o se ascolta i maestri, lo fa perché sono dei testimoni» (6). Ma se per insegnare può bastare studiare, per testimoniare bisogna cam­biare vita e per con­vertirsi bisogna pregare. È la grazia che fa diventare feconda la semina.

Quale progressismo?

Ho aperto con questa citazione perché in qualche modo ci aiuta a comprendere l’itinerario della formazione di Joseph Ratzinger. Tutti ricordano la sua espressione contenuta nel libro-intervista a Vittorio Messori, dove afferma che il contrario di conservatore non è progressista, ma missionario (7).

Nelle conversazioni con Seewald riprende il concetto e lo spiega.

Negli anni 1950 Ratzinger si riteneva un progressista, nel senso che pensava che la crisi in cui si trovava il mondo occidentale e la stessa Chiesa necessitasse di una presentazione diversa della fede, che superasse la teologia neoscolastica romana, ritornasse ad abbeverarsi alla ricchezza dei Padri della Chiesa e alla Scrittura, abbandonando un certo razionalismo che era penetrato fra i teologi. Ascoltiamo direttamente le sue parole: «All’epoca essere progressisti non si­gni­ficava ancora rompere con la fede, ma imparare a comprenderla meglio e viverla in un modo più giusto, muovendo dalle origini. Allora credevo che tutti noi volessimo questo. […] Il mutamento di tono si percepì già il secondo anno del Concilio e poi si è delineato con chiarezza nel corso degli anni successivi» (8).

Quindi, il «progressismo» di Ratzinger consisteva nel desiderio di cambia­re il modo di presentare la fede perché potesse essere più efficace l’apo­sto­lato. Da qui la frase contenuta nel libro-intervista: volevamo essere missionari nel senso che avevamo capito come già allora il cristianesimo non influenzava più la cultura e dunque la società, e non bastava «conservare» la situazione così co­me era.

Nell’immediato post-Concilio, il teologo Ratzinger puntualizzava e spie­ga­va precisamente che «il concilio segna il passaggio da una situazione, in cui sembrò raggiunto un massimo di cristianizzazione ed ove si intese perciò quale compito supremo il custodirlo ed il difenderlo, ad un’altra situazione, in cui si deve di nuovo riconoscere una radicale condizione di minoranza del cristiano e dove perciò non si richiede conservazione, ma esistenza missionaria. Il tentativo di mettere al sicuro un presunto o reale culmine, è fallito. I cristiani sono di nuovo una minoranza, più di quanto non lo siano mai stati dalla fine de­ll’an­ti­chità. Non si tratta più di difendere con tutta l’ intransigenza possibile ciò che si possiede, ma bisogna porre ogni singola persona in quella concreta situazione missionaria, in cui già di fatto si trova. Con altre parole: il concilio segna il passaggio da un atteggiamento di conservazione ad un atteggiamento missionario, ed il concetto conciliare contrario a “conservatore” non è “progressista”, ma “missionario”» (9).

Il lupo c’è ancora

La descrizione vale anche oggi e si adatta in qualche modo a presentare le caratteristiche del mondo contemporaneo, che in Occidente sta morendo, ma anche a come far nascere un mondo nuovo e migliore dentro quello che muore.

Prendo a prestito le parole che Papa Francesco ha rivolto ai nunzi apo­sto­lici, cioè a quei vescovi che rappresentano il Pontefice presso gli Stati del mondo. In un lungo intervento dello scorso settembre li ha invitati a essere testimoni della Misericordia di Dio, che opera ovunque e in ogni situazione, ricordando loro che non esistono uomini, culture o situazioni umane irrimediabilmente perdute, senza speranza, e che «non basta puntare il dito o aggredire chi non la pensa come noi. Ciò è una misera tattica delle odierne guerre politiche e culturali, ma non può essere il metodo della Chiesa. Il nostro sguardo dev’essere esteso e profondo. La formazione delle coscienze è il nostro primordiale dovere di carità e ciò richiede delicatezza e perseveranza nella sua attuazione» (10).

E, tuttavia, ha anche ricordato, «[…] è ancora attuale la minaccia del lupo che dall’esterno rapisce e aggredisce il gregge, lo confonde, crea scompiglio, lo disperde e lo distrugge. Il lupo ha le stesse sembianze: incomprensione, ostilità, malvagità, persecuzione, rimozione della verità, resistenza alla bontà, chiusura all’amore, ostilità culturale inspiegabile, diffidenza e così via. Voi ben sapete di che pasta è fatta l’insidia dei lupi d’ogni genere. Penso ai cristiani in Oriente, verso i quali il violento assedio sembra mirare, con il silenzio complice di tanti, alla loro eradicazione».

Il lupo c’è dunque, anche nel nostro mondo, anche in questa parte del mon­do che sta morendo sotto il peso del proprio peccato di apostasia e di rifiuto del­la natura dell’uomo come creatura di Dio. Ma i cattolici non devono lasciarsi impor­re dal lupo il suo paradigma: ai nunzi il Papa dice di non indugiare sulla situazione di difficoltà in cui si possono venire a trovare, di non piangersi addosso, ma di trovare sempre il modo di «[…] far risuonare ancora nell’anima delle Chiese che servite la gioia e la potenza della beatitudine proclamata da Gesù (cfr Mt 5,11)». Il che significa che «la Chiesa sarà libera solo se le sue istituzioni potranno operare per “annunciare il Vangelo a tutti, in tutti i luoghi, in tutte le occasioni, senza indugio, senza repulsioni e senza paura” (Esort. ap. Evangelii gaudium, 23), ma anche se si manifesterà come vero segno di con­traddizione rispetto alle mode ricorrenti, alla negazione della Verità evangelica e alle facili comodità che spesso contagiano anche i Pastori e il loro gregge.

«Ricordatevi che rappresentate Pietro, roccia che sopravvive allo straripare delle ideologie, alla riduzione della Parola alla sola convenienza, alla sotto­mis­sione ai poteri di questo mondo che passa. Dunque, non sposate linee politiche o battaglie ideologiche, perché la permanenza della Chiesa non poggia sul consenso dei salotti o delle piazze, ma sulla fedeltà al suo Signore che, diversamente dalle volpi e dagli uccelli, non ha tana né nido per poggiare il proprio capo (Mt 8,18-22)».

Küng: la separazione

Ma ritorniamo al professor Ratzinger, che scrive Introduzione al cristia­ne­si­mo (11), il suo libro più conosciuto, proprio con l’intenzione di riformulare la presen­ta­zione della fede nell’epoca moderna, ma che conosce, durante il Concilio Vaticano II (1962-1965), come questo desiderio che la Chiesa possa riportare Cristo all’uo­mo moderno cominci a incontrare la grande difficoltà che lo porterà ad abbandonare tanti compagni di strada, travolti dal Sessantotto e dal rifiuto dell’ob­bedienza all’in­ter­no della Chiesa. In particolare, ma non soltanto, ciò avviene nei confronti del collega teologo Hans Küng, al quale poi nel 1979 verrà ritirata la missione canonica per l’insegnamento: «[…] il suo lavoro teologico prese un’altra strada ed è diventato sempre più radicale. Io non potevo, non dovevo, seguirlo» (12). E questo avveniva perché «la teologia non era più l’inter­pretazione della fede della Chiesa cattolica, ma stabiliva essa stessa come poteva e doveva essere. E per un teologo cattolico, quale ero io, ciò non era compatibile con la teologia» (13).

Prefetto

Così il professore, diventato vescovo e cardinale, dopo la breve esperienza pastorale di Monaco di Baviera, viene chiamato da san Giovanni Paolo II (1978-2005) a guidare la Congregazione per la Dottrina della Fede. Il suo sogno di poter studiare, scrivere e insegnare crolla definitivamente. Siamo alla fine del 1981 e dal 1982 fino alla rinuncia pontificia, nel 2013, il suo desiderio non si potrà realizzare.

Ma questo desiderio insoddisfatto sarà un bene per tutta la Chiesa. Da prefetto prima e poi da Pontefice, Ratzinger contribuisce in maniera determinante ad affrontare la crisi della Chiesa, che, secondo lui, è soprattutto una crisi della fede. Per questo diventerà un sostenitore dell’idea di un catechismo universale, perché «[…] c’erano persone molto valide che sostenevano che un catechismo non si potesse più fare. Erano vere e proprie correnti di pensiero. Io obiettai: o abbiamo ancora qualcosa da dire, e allora bisogna poterlo illustrare, o non abbiamo più nulla da dire. Così sono diventato un pioniere di quell’idea, nella convinzione che noi anche oggi dobbiamo essere in grado di dire quello che crede e insegna la Chiesa» (14).

Il Pontificato

Così, alla luce di questa preoccupazione per la crisi della fede, vanno esaminati gli otto anni del Pontificato e la volontà specifica di Papa Benedetto XVI: «mettere al centro il tema di Dio e la fede e in primo piano la Sacra Scrittura. Provengo dalla teologia e sapevo che la mia forza, se ne ho una, è annunciare la fede in forma positiva. Per questo volevo soprattutto insegnare partendo dalla pienezza della Sacra Scrittura e della Tradizione» (15).

Anni ricchi di gioia e di dolore, come dirà nell’ultima udienza generale del 27 febbraio 2013. Anni che secondo lo storico Regoli possono essere divisi in due periodi, un primo che va fino al 2010, profondamente riformatore nel campo litur­gi­co, ecumenico — verso i lefebvriani e gli anglicani, soprattutto — e nel campo del diritto canonico per affrontare lo scandalo dei preti pedofili; e un secondo periodo, per così dire «sulla difensiva» di fronte all’enorme attacco mediatico che dovette subire e che produsse anche una inevitabile stanchezza, nel Papa e nei suoi più stretti collaboratori.

Tuttavia, un Pontificato che, anche attraverso le tre encicliche pubblicate — la Deus caritas est (25 dicembre 2005), la Spe salvi (30 novembre 2007) e la Caritas in veritate (29 giugno 2009) — ha affrontato i grandi temi del rapporto fra la fede e la modernità, ha aperto tanti processi, il cui effetto potrà essere adeguatamente valutato solo nel lungo periodo. Un Pontificato al quale bene si addice la risposta che Benedetto XVI dà alla domanda di Peter Seewald: «“lei è la fine del vecchio o l’inizio del nuovo?”. E papa Ratzinger rispondeva: “Entrambi”» (16).

Un Pontificato, infine, al quale può attribuirsi la felice conclusione con cui Re­go­li termina il proprio lavoro, cercando d’impostare la domanda alla quale risponderà fra molto tempo uno storico qualsiasi, se il Pontificato di Benedetto sia stato un successo o un fallimento e a prescindere da se e come questi termini possano applicarsi all’opera di un Pontefice: «posso solo rimanda­re a un evento storico, lontano nel tempo, addirittura di mille anni. Mi riferisco al grande papa Gregorio VII [1073-1085], il pontefice riformatore, zelante, che affrontò la crisi ecclesiale della sua epoca. Dopo anni di riforme, lotte e crisi, come concluse il suo pontificato? In esilio, a Salerno. Morì fuori Roma. Una fine fallimentare. Eppure è stato il pontificato più importante di tutto il secondo millennio cristiano. Ha dato il volto alla cristianità successiva, l’ha condizionata. Il successo e il fallimento di un pontificato non si misurano nei tempi brevi, ma in quelli lunghi» (17).

 

Note:

(1) Cfr. Benedetto XVI, Ultime conversazioni, a cura di Peter Seewald, trad. it., Gar­zanti, Milano 2016.

(2) Cfr. Roberto Regoli, Oltre la crisi della Chiesa. Il pontificato di Benedetto XVI, Lin­dau, Torino 2016.

(3) Cfr. Elio Guerriero, Servitore di Dio e dell’umanità. La biografia di Benedetto XVI, con la prefazione di Papa Francesco, Mondadori, Milano 2016.

(4) Benedetto XVI, op. cit., p. 217.

(5) Pio XII, Radiomessaggio ai fedeli romani, del 10-2-1952, nel sito web <http:// w2.­vatican.va/content/pius-xii/ it/speeches/ 1952/documents/ hf_p-xii_spe_­195­20­2­1­0­_fedeli-romani.html>, consultato il 30-11-2016.

(6) Paolo VI, Discorso ai Membri del «Consilium de Laicis», 2 ottobre 1974, ripreso nel­l’e­sortazione apostolica Evangelii nuntiandi, dell’8-12-1975, n. 41.

(7) «Il Concilio voleva segnare il passaggio da un atteggiamento di conservazione a un atteg­giamento missionario. Molti dimenticano che il concetto conciliare opposto a “con­servatore” non è “progressista” ma “missionario”»; Rapporto sulla fede, Vitto­rio Mes­sori a colloquio con il cardinale Joseph Ratzinger, Edizioni Paoline, Cini­sello Bal­samo (Milano) 1985, p. (8)  Benedetto XVI, op. cit., p. 126.

(9) J. Ratzinger, Weltoffene Kirche? Überlegungen zur Struktur des Zweiten Va­ti­ka­ni­schen Konzils, in Theodor Filthaut [1907-1967] (a cura di), Umkehr und Erneuerung. Kirche nach dem Konzil, Grünewald, Magonza 1966, pp. 273-291 (pp. 290-291).

(10) Francesco, Discorso ai partecipanti all’incontro dei rappresentanti pontifici, del 17-9-2016, in L’Osservatore Romano. Giornale quotidiano politico religioso, Città del Va­ticano 18-9-2016. Fino a diversa segnalazione tutte le citazio­ni senza riferimento riman­dano a questo testo.

(11) Cfr. J. Ratzinger, Introduzione al cristianesimo. Lezioni sul Simbolo apostolico, trad. it., con un nuovo saggio introduttivo, Queriniana, Brescia 2003.

(12) Benedetto XVI, op. cit., p. 149.

(13) Ibidem.

(14) Ibid., p. 164.

(15) Ibid., p. 180.

(16) R. Regoli, op. cit., p. 418.

(17) Ibid., p. 421.

Categorie:
  Articoli e note firmate, Cristianità
Autore

 Marco Invernizzi

  (77 Articoli)