La famiglia, la prima da “rivoluzionare” – 14/17

Con il suo carattere stabile, e i figli mantenuti ed educati dai genitori, per il comunismo è solo un prodotto alienante del sistema economico “padronale”. I bolscevichi miravano a sostituirla con una contraffazione adeguata al nuovo assetto collettivista: amore libero ed educazione proletaria
Alleanza Cattolica 2 mesi fa
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Nella marcia verso il mondo nuovo” comunista, il primo ambito sociale da dissolvere doveva essere, evidentemente, quello più contiguo all’uomo, cioè quello della famiglia.

Nel Manifesto del partito comunista (1848), Karl Marx (1818-1883) e Fredrich Engels (1820-1895), i padri tedeschi del “socialismo scientifico”, con sprezzo dei “borghesi”, mettono subito in chiaro gli obbiettivi: «Abolizione della famiglia! Persino i più avanzati fra i radicali si scandalizzano di così ignominiosa intenzione dei comunisti. […] Ci rimproverate voi di voler abolire lo sfruttamento dei figli da parte dei loro genitori? Noi questo delitto lo confessiamo».

Engels, nel «testo marxista classico […] Le origini della famiglia […] [,] negava da tutti i punti di vista che la famiglia monogamica fosse un’istituzione naturale: era semplicemente un sottoprodotto di circostanze storiche specifiche che avevano accompagnato il trionfo della proprietà privata sulla proprietà comunitaria primitiva» (Richard Pipes).

Quando il sole dell’avvenire finalmente splenderà, scriveva sempre Engels ne Il catechismo dei comunisti, «i rapporti dei due sessi diventeranno rapporti del tutto privati, che riguardano soltanto le persone direttamente interessate, e nei quali la società non avrà minimamente di che immischiarsi. Abolendo la proprietà privata, dando una educazione collettiva ai figli e sopprimendo la duplice base dell’o­dier­no ma­trimonio ‒ la dipendenza della donna dall’uomo e dei figli dai genitori ‒ la società comunista rende possibile la descritta forma di famiglia».

La prima delle sovrastrutture borghesi da combattere era dunque «l’idea di famiglia. Questa col suo carattere stabile, coi figli mantenuti ed educati presso i genitori, sarebbe null’altro che un ritrovato a uso esclusivo dei signori, un’istituzione legata al loro sistema economico […]. Quindi andrà combattuta senza infingimenti ipocriti o perniciose debolezze del proletariato divenuto dittatore […]; e le si dovrà sostituire un concetto più alto e più largo, corrispondente al nuovo assetto sociale collettivista: il concetto di libero amore, e della educazione collettiva dei figli» (Riccardo Lombardi S.I. [1908-1979]).

Non sorprende, perciò, che «il primo Codice sovietico, quello riguardante la famiglia e il matrimonio, fu adottato il 18 settembre 1918 [a cadavere caldo, appena un anno dopo la rivoluzione] e aveva lo scopo [appunto] di “rivoluzionare” la famiglia» (Mihail Geller [1922-1997] e Aleksandr Nekrič [1920-1993]).

Nella Rivoluzione Francese (1789-1799) era accaduto lo stesso: nel 1792, cioè soltanto tre anni dopo il fatidico Ottantanove, si avviò subito la demolizione dell’istituto familiare, con l’abolizione della patria potestà e l’introduzione del divorzio, incominciando rapidamente a muoversi sul percorso descritto da Louis Antoine de Saint-Just (1767-1794) e Maximilien Robespierre (1758-1794) ‒ ma non solo ‒, che prevedeva come esito finale l’abolizione della famiglia, fino all’affidamento dei figli piccoli allo Stato, che ne avrebbe curato l’educazione facendo in modo che non ricordassero più i loro genitori.

Tornando al Codice sovietico del 1918 sulla famiglia, si notano evidenti ‒ ma non sorprendenti ‒ congruenze con i giorni nostri: «Quattro delle principali disposizioni ne facevano, per quell’epoca, un Codice rivoluzionario: si riconosceva validità solo al matrimonio civile (quello religioso veniva abolito) e non serviva il consenso di nessun terzo per sposarsi; veniva liberalizzato il divorzio: lo concedeva l’ufficio di stato civile, in caso di mutuo consenso, e il tribunale, qualora lo richiedesse una sola delle due parti; spariva il concetto di figlio illegittimo» (Geller e Nekrič).

Da parte sua, quel “maestro” di pensiero e di azione che è Vladimir Il’ič Ul’janov detto Lenin (1870-1924) ritiene che «[…] non si può essere democratici e socialisti, se non si rivendica subito la piena libertà di divorzio, poiché l’assenza di questa libertà è una forma di superoppressione della donna, la quale, «[…] nonostante tutte le leggi liberatrici, è rimasta una schiava della casa, perché essa è oppressa, soffocata, inebetita, umiliata dalla meschina economia domestica, che la incatena alla cucina, ai bambini e ne logora le forze in un lavoro bestialmente improduttivo, meschino, snervante, che inebetisce e opprime».

 

 

Bibliografia

Karl Marx e Friedrich Engels, Manifesto del Partito comunista, trad. it., a cura di Franco Ferri (1922-1993), con una Introduzione di Palmiro Togliatti (1893-1964), trad. it., 14a ed., Editori Riuniti, Roma 1971.

Richard Pipes, Il regime bolscevico. Dal Terrore rosso alla morte di Lenin, trad. it., Mondadori, Milano 1999.

  1. Engels, Il catechismo dei comunisti, trad. it., con note originali di Eduard Bernstein (1850-1932) (unito a K. Marx e Idem, Il manifesto del Partito comunista), Edizioni del Maquis, Milano 1970.

Riccardo Lombardi S.I. (1908-1979), La dottrina marxista, Edizioni “La Civiltà Cattolica”, Roma 1947,  p. 122

Mihail Geller e Aleksandr Nekrič, Storia dell’URSS. Dal 1917 a Eltsin, trad. it., Bompiani, Milano 1997.

Renaud Escande O.P. (sotto la direzione di), Le Livre noir de la Revolution Française, Cerf, Parigi 2008

Vladimir Il’ič Ul’janov detto Lenin, Sull’emancipazione della donna, trad. it., con prefazione di Nadejda Konstantinovna  Krupskaia (1869-1939) datata 30-XI-1933, Edizioni Progress, Mosca 1977.

 

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