L’enciclica «Laudato si’»: un inno di lode al Creatore

Ermanno Pavesi 1 anno fa
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Ermanno Pavesi, Cristianità n. 378 (2015)

Articolo — riveduto e ampliato — pubblicato sul sito Internet della FIAMC, la Federazione Internazionale delle Associazioni dei Medici Cattolici, di cui l’autore è segretario generale, all’indirizzo <http:// www.fiamc.org/ bioethics/ laudato-si%c2%b4-un-inno-di-lode-al-creatore> (visitato il 30-11-2015).

Il testo della nuova enciclica di Papa Francesco Laudato si’  (1) è lungo e complesso e affronta molte tematiche dell’ecologia, dai cambiamenti climatici all’inquinamento, dagli organismi geneticamente modificati alla sperimentazione sugli animali, fino a questioni di bioetica e di «ecologia umana». Proprio per la molteplicità dei temi affrontati vi è il rischio concreto che lettori e commentatori si limitino a estrapolare solo alcune affermazioni per confermare le proprie teorie e sostenere che anche il Pontefice la pensa allo stesso modo o, in altri casi, per accusare l’enciclica di «ecologismo» con presunte intrusioni indebite nel campo della politica e dell’economia.

È necessario, invece, cercare di comprendere l’approccio generale al problema dell’ecologia, riconoscendo la presenza di differenti livelli d’interpreta­zione dei fenomeni, e di spiegare le singole problematiche alla luce della struttura generale dell’enciclica, prendendo in considerazione soprattutto le affermazioni di principio che spiegano la posizione precisa del Papa. Si deve tenere presente anche che l’enciclica si rivolge esplicitamente non solo ai fedeli cattolici, ma anche a tutti gli uomini, e quindi, in certe sue parti, cercando il dialogo con interlocutori laici, si pone sul loro piano, riservando l’interpretazione magisteriale solo ad alcune parti.

Non è legittimo, per esempio, mettere sullo stesso piano l’enciclica con una teoria ecologista qualsiasi senza cercare di comprendere e di spiegare la distinzione che Papa Francesco fa tra una crescente «[…]ecologia superficiale o apparente che consolida un certo intorpidimento e una spensierata irresponsabilità» (n. 59) da una parte ed una«ecologia umana» (n. 5) o «integrale» (n. 10) e «sociale» (n. 142) dall’altra. Proprio la differenza delle categorie interpretative dei problemi ambientali spiega le pesanti critiche che l’en­ciclica muove a movimenti ecologisti e al loro approccio, nonostante alcuni loro meriti oggettivi: «D’altro canto, è preoccupante il fatto che alcuni movimenti ecologisti difendano l’integrità dell’ambiente, e con ragione reclamino dei limiti alla ricerca scientifica, mentre a volte non applicano questi medesimi principi alla vita umana. Spesso si giustifica che si oltrepassino tutti i limiti quando si fanno esperimenti con embrioni umani vivi. Si dimentica che il valore inalienabile di un essere umano va molto oltre il grado del suo sviluppo. Ugualmente, quando la te­cnica non riconosce i grandi principi etici, finisce per considerare legittima qualsiasi pratica» (n. 136), e ancora: «È evidente l’incoerenza di chi lotta contro il traffico di animali a rischio di estinzione, ma rimane del tutto indifferente davanti alla tratta di persone, si disinteressa dei poveri, o è determinato a distruggere un altro essere umano che non gli è gradito» (n. 91). L’enciclica dichiara anche che «[…] non è neppure compatibile la difesa della natura con la giustificazione dell’aborto» (n. 120).

Pur cercando il dialogo con ambienti laici e con uno spirito ecumenico, l’enciclica ribadisce continuamente la dottrina della Chiesa, e prende anche le distanze da versioni puramente spiritualistiche dell’ecologia:«Non possiamo so­stenere una spiritualità che dimentichi Dio onnipotente e creatore. In questo modo, finiremmo per adorare altre potenze del mondo, o ci collocheremmo al posto del Signore, fino a pretendere di calpestare la realtà creata da Lui senza conoscere limite. Il modo migliore per collocare l’essere umano al suo posto e mettere fine alla sua pretesa di essere un dominatore assoluto della terra, è ritornare a proporre la figura di un Padre creatore e unico padrone del mondo, perché altrimenti l’essere umano tenderà sempre a voler imporre alla realtà le proprie leggi e i propri interessi» (n. 75).

1. La questione ambientale: dalla Dottrina Sociale della Chiesa al riconoscimento della struttura trinitaria del creato

Lo schema dell’enciclica è già indicativo: nell’introduzione (nn. 1-16) vengono riportate i contributi pontifici — soprattutto di san Giovanni Paolo II (1978-2005) e di Papa Benedetto XVI (2005-2013) — che mostrano l’interesse crescente del Magistero da oltre cinquant’anni verso i temi ecologici, e che «[…] raccolgono la riflessione di innumerevoli scienziati, filosofi, teologi e organizzazioni sociali che hanno arricchito il pensiero della Chiesa su tali questioni» (n. 7).

Nel primo capitolo, Quello che sta accadendo alla nostra casa (nn. 17-61), si offre una prima descrizione dei problemi ambientali. Il secondo,Il Vangelo della creazione (nn. 62-100), vuol «[…] mostrare fin dall’inizio come le convinzioni di fede offrano ai cristiani, e in parte anche ad altri credenti, motivazioni alte per prendersi cura della natura e dei fratelli e sorelle più fragili» (n. 64). Se l’enciclica, infatti, spiega che vi è stata una frattura con il piano originario di Dio, «questa rottura è il peccato. L’armonia tra il Creatore, l’uma­nità e tutto il creato è stata distrutta per avere noi preteso di prendere il posto di Dio, rifiutando di riconoscerci come creature limitate» (n. 66). Con la rottura di questa armonia il comportamento individuale si trova in balìa di egoismo, autoreferenzialità, desiderio di sopraffazione e può originare anche strutture segnate dal peccato. Nel terzo capitolo, La radice umana della crisi ecologica (nn. 101-136), la causa del degrado ambientale viene attribuita a un uso della tecnica che non tiene conto dell’ordine intrinseco della natura, ma tende a sfruttare risorse naturali solo per scopi utilitaristici. Il quarto capitolo, Un’ecologia integrale (nn. 137-162), allarga la prospettiva, sottolineando la stretta relazione esistente fra degrado ambientale e degrado sociale ed esaminando anche varie forme di sfruttamento. Il quinto capitolo, Alcune linee di orientamento e di azione (nn. 163-201), prende atto degli scarsi risultati delle politiche ambientali nazionali e internazionali, dovuti alla mancanza di un concetto condiviso di bene comune, che quindi non consente politiche responsabili e lungimiranti, capaci di subordinare agl’interessi comuni quelli dell’economia e di una politica interessata soprattutto a sfruttare e mantenere la propria posizione di potere e spesso succube dell’eco­nomia. Dopo aver presentato alcune proposte per migliorare le politiche ambientali, la conclusione, rivendicando il contributo che la religione può offrire alla discussione generale sull’ecologia, apre di fatto il sesto e ultimo capitolo, Educazione e spiritualità ecologica (nn. 202-246), in cui si sottolinea la necessità assoluta di un cambiamento di stile di vita, coincidente con la conversione, che sola consente di «[…] recuperare i diversi livelli del­l’e­quilibrio ecologico: quello interiore con sé stessi, quello solidale con gli altri, quello naturale con tutti gli esseri viventi, quello spirituale con Dio» (n. 210). Se i problemi ambientali dipendono dalla crisi socio-ambientale, e se questa dipende in ultima analisi dal peccato, la crisi ecologica è «un appello a una profonda conversione interiore» (n. 217) e la soluzione dei problemi deve partire dal riconoscimento personale dei propri peccati «[…] per proporre una sana relazione col creato come una dimensione della conversione integrale della persona. Questo esige anche di riconoscere i propri errori, peccati, vizi o negligenze, e pentirsi di cuore, cambiare dal di dentro» (n. 218). Il cristiano viene invitato ad ascoltare con attenzione il messaggio che Dio gli comunica attraverso la natura e di riconoscere anche la struttura trinitaria della creazione. L’enci­clica si chiude con unaPreghiera per la nostra terra e una Preghiera cristiana con il creato.

2. Natura come creazione di Dio Padre

Già il titolo, ripreso dal Cantico delle creature di san Francesco d’Assisi (1182-1226) (2), caratterizza l’enciclica come un inno di lode al Creatore. Effettivamente il concetto di creazione rappresenta la chiave di lettura più profonda delle questioni ecologiche e trascende la visione della natura delle scienze naturali: «[…] dire “creazione” è più che dire natura, perché ha a che vedere con un progetto dell’amo­re di Dio, dove ogni creatura ha un valore e un significato. La natura viene spesso intesa come un sistema che si analizza, si comprende e si gestisce, ma la creazione può essere compresa solo come un dono che scaturisce dalla mano aperta del Padre di tutti, come una realtà illuminata dall’amore che ci convoca ad una comunione universale» (n. 76).

L’enciclica ricorda in numerosi passaggi l’importanza fondamentale del concetto di creazione e lo difende da teorie naturalistiche che escludono tanto l’esistenza quanto l’opera di un Dio creatore e sostengono, invece, che la natura come pure l’uomo, così come oggi ci appaiono, sono il prodotto spontaneo di uno sviluppo determinato non da un piano, ma solo dal caso e dalle leggi di natura. «Sono consapevole che, nel campo della politica e del pensiero, alcuni rifiutano con forza l’idea di un Creatore, o la ritengono irrilevante, al punto da relegare all’ambito dell’irrazionale la ricchezza che le religioni possono offrire per un’ecologia integrale e per il pieno sviluppo del genere umano. Altre volte si suppone che esse costituiscano una sottocultura che dev’es­sere semplicemente tollerata» (n. 62).

3. Dio, uomo, natura

Invece, il considerare la natura come creazione, l’uomo come creatura e l’Essere supremo, Dio, come Creatore, e il prendere in considerazione le loro relazioni reciproche, diventano la chiave per inserire i problemi ambientali in un’e­cologia veramente integrale: «[…]l’esistenza umana si basa su tre relazioni fon­damentali strettamente connesse: la relazione con Dio, quella con il prossimo e quella con la terra. Secondo la Bibbia, queste tre relazioni vitali sono rotte, non solo fuori, ma anche dentro di noi. Questa rottura è il peccato. L’armonia tra il Creatore, l’umanità e tutto il creato è stata distrutta per avere noi preteso di prendere il posto di Dio, rifiutando di riconoscerci come creature limitate» (n. 66).

L’enciclica respinge visioni del mondo che negano la creazione: «Così ci viene indicato che il mondo proviene da una decisione, non dal caos o dalla casualità, e questo lo innalza ancora di più. Vi è una scelta libera espressa nella parola creatrice» (n. 77) e più avanti questo concetto viene chiarito ulteriormen­te: «Il prologo del Vangelo di Giovanni (1,1-18) mostra l’attività creatrice di Cristo come Parola divina (Logos (n. 99).

La natura diventa quindi il luogo di una rivelazione divina e proprio«[…] san Francesco, fedele alla Scrittura, ci propone di riconoscere la natura come uno splendido libro nel quale Dio ci parla e ci trasmette qualcosa della sua bellezza e della sua bontà» (n. 12).

La considerazione che la natura è manifestazione del piano divino ha contribuito a valorizzarla e a «demitizzarla» (cfr. n. 78), sottolineando la distanza che la separa da Dio e nello stesso tempo mostrando che essa non ha la stessa dignità dell’uomo. Vedere in essa una manifestazione di Dio «[…] non significa equiparare tutti gli esseri viventi e togliere all’essere umano quel valore peculiare che implica allo stesso tempo una tremenda responsabilità. E nemmeno comporta una divinizzazione della terra, che ci priverebbe della chiamata a collaborare con essa e a proteggere la sua fragilità. Queste concezioni finirebbero per creare nuovi squilibri nel tentativo di fuggire dalla realtà che ci interpella» (n. 90).

Per la sua origine divina la natura ha una struttura che l’uomo deve riconoscere e rispettare. È necessario, infatti, «[…] riconoscere che Dio ha creato il mondo inscrivendo in esso un ordine e un dinamismo che l’essere umano non ha il diritto di ignorare» (n. 221). L’intervento umano sull’ambiente deve tener conto dell’ordine interno del creato, evitando manipolazioni e cercando di sviluppare le proprietà insite in ogni cosa e in ogni essere. «In realtà, l’interven­to umano che favorisce il prudente sviluppo del creato è il modo più adeguato di prendersene cura, perché implica il porsi come strumento di Dio per aiutare a far emergere le potenzialità che Egli stesso ha inscritto nelle cose» (n. 124). In questa prospettiva il degrado ambientale è «solo il riflesso evidente di un disinteresse a riconoscere il messaggio che la natura porta inscritto nelle sue stesse strutture» (n. 117).

4. Il «paradigma tecnocratico»

L’enciclica denuncia ripetutamente il rischio di riduzionismo delle scienze empiriche: «Non si può sostenere che le scienze empiriche spieghino completamente la vita, l’intima essenza di tutte le creature e l’insieme della realtà. Questo vorrebbe dire superare indebitamente i loro limitati confini metodologici. Se si riflette con questo quadro ristretto, spariscono la sensibilità estetica, la poesia, e persino la capacità della ragione di cogliere il senso e la finalità delle cose» (n. 199).

Il limite del pensiero scientifico, ma anche di quello filosofico soggiacente che si è imposto negli ultimi secoli, è proprio quello di essere incapace di cogliere senso e finalità delle cose, degli esseri viventi e anche dell’uomo. Se si colgono di ogni creatura solo caratteristiche isolate, diventa impossibile, come sostiene san Giovanni Paolo II, «[…] tener conto della natura di ciascun essere e della sua mutua connessione in un sistema ordinato» (cit. n. 5). Ciò vale anche per la società umana: se non si riconoscono la finalità e la dignità di ogni uomo, esiste solo l’interesse individuale, il soddisfacimento dei propri desideri: «In questo orizzonte non esiste nemmeno un vero bene comune» (n. 204).

Nella vita di tutti i giorni individualismo e consumismo portano a un uso egoistico dell’ambiente. Danni maggiori, però, sono provocati dal«paradigma tecnocratico dominante» (n. 101) con una «fiducia irrazionale nel progresso e nelle capacità umane» (n. 19) che considera la natura non come creazione, con un ordine a essa intrinseco, ma come materia informe manipolabile a piacimento.«Possiamo perciò affermare che all’origine di molte difficoltà del mondo attuale vi è anzitutto la tendenza, non sempre cosciente, a impostare la metodologia e gli obiettivi della tecnoscienza secondo un paradigma di comprensione che condiziona la vita delle persone e il funzionamento della società. Gli effetti dell’ap­plicazione di questo modello a tutta la realtà, umana e sociale, si constatano nel degrado dell’ambiente, ma questo è solo un segno del riduzionismo che colpisce la vita umana e la società in tutte le loro dimensioni. Occorre riconoscere che i prodotti della tecnica non sono neutri, perché creano una trama che finisce per condizionare gli stili di vita e orientano le possibilità sociali nella direzione degli interessi di determinati gruppi di potere. Certe scelte che sembrano puramente strumentali, in realtà sono scelte attinenti al tipo di vita sociale che si intende sviluppare»(n. 107).

Il paradigma tecnocratico, che presume di poter comprendere completamente la realtà, di dominarla, e quindi di poter pianificare il futuro dell’umanità per mezzo della ragione tecnica, rappresenta la sfida per una ecologia integrale: «La cultura ecologica non si può ridurre a una serie di risposte urgenti e parziali ai problemi che si presentano riguardo al degrado ambientale, all’esauri­mento delle riserve naturali e all’inquinamento. Dovrebbe essere uno sguardo diverso, un pensiero, una politica, un programma educativo, uno stile di vita e una spiritualità che diano forma ad una resistenza di fronte all’avanzare del paradigma tecnocratico» (n. 111).

L’incapacità di cogliere il senso e la finalità delle cose e degli esseri ha conseguenze a livello «ecologico» con il degrado delle relazioni, ma ha pure implicazioni filosofiche: l’uomo può solo percepire alcune proprietà delle cose e approfondirne l’aspetto materiale e quantitativo per poterne fare un uso pratico, oppure ha la possibilità di coglierne — anche se in maniera incompleta, in quanto la verità delle cose non è perfettamente conoscibile e resta nelle sue profondità un mistero — la natura intima, un presupposto indispensabile per la filosofia e per la metafisica? Proprio il riconoscimento razionale del senso e della finalità degli esseri può consentire il passaggio alla dimensione religiosa del problema: «Per l’esperienza cristiana, tutte le creature dell’universo materiale trovano il loro vero senso nel Verbo incarnato»(n. 235).

5. Importanza della visione dell’uomo

«Non c’è ecologia senza un’adeguata antropologia. Quando la persona umana viene considerata solo un essere in più tra gli altri, che deriva da un gioco del caso o da un determinismo fisico, “si corre il rischio che si affievolisca nelle persone la coscienza della responsabilità”» (n. 118).

Un’antropologia adeguata deve riconoscere la particolarità delle funzioni psichiche dell’uomo e la loro non riducibilità a processi fisici e biologici. L’en­ciclica respinge, quindi, la pretesa delle scienze moderne di spiegare l’attività psichica come un fenomeno naturale e come risultato di un processo evolutivo: «L’essere umano, benché supponga anche processi evolutivi, comporta una novità non pienamente spiegabile dall’evoluzione di altri sistemi aperti. Ognuno di noi dispone in sé di un’identità personale in grado di entrare in dialogo con gli altri e con Dio stesso. La capacità di riflessione, il ragionamento, la creatività, l’interpretazione, l’elaborazione artistica ed altre capacità originali mostrano una singolarità che trascende l’ambito fisico e biologico» (n. 81).

La concezione dell’uomo creato a immagine e somiglianza di Dio «[…]ci mostra l’immensa dignità di ogni persona umana» (n. 65), ma contemporaneamente comporta l’accettazione della legge divina e delle norme morali, così come il rispetto dell’ordine della natura, ciò che è possibile solo con un atteggiamento di umiltà completamente differente dalla pretesa di essere totalmente autonomi: «Non è facile maturare questa sana umiltà e una felice sobrietà se diventiamo autonomi, se escludiamo dalla nostra vita Dio e il nostro io ne occupa il posto, se crediamo che sia la nostra soggettività a determinare ciò che è bene e ciò che è male» (n. 224).

L’uomo è esposto a influenze che possono limitare la sua libertà anche considerevolmente: la società dei consumi porta spesso a un«consumismo ossessivo» (n. 203), che «[…] fa credere a tutti che sono liberi finché conservano una pretesa libertà di consumare, quando in realtà coloro che possiedono la libertà sono quelli che fanno parte della minoranza che detiene il potere economico e finanziario»(ibidem). La libertà, però, non è limitata solo da fattori esterni ma anche da condizionamenti interni: «L’essere umano non è pienamente autonomo. La sua libertà si ammala quando si consegna alle forze cieche del­l’inconscio, dei bisogni immediati, dell’egoismo, della violenza brutale. In tal senso, è nudo ed esposto di fronte al suo stesso potere che continua a crescere, senza avere gli strumenti per controllarlo. Può disporre di meccanismi superficiali, ma possiamo affermare che gli mancano un’etica adeguatamente solida, una cultura e una spiritualità che realmente gli diano un limite e lo contengano entro un lucido dominio di sé» (n. 105).

6. Relativismo

La società post-moderna è caratterizzata dal relativismo: «La cultura del relativismo è la stessa patologia che spinge una persona ad approfittare di un’al­tra e a trattarla come un mero oggetto, obbligandola a lavori forzati, o riducen­dola in schiavitù a causa di un debito. È la stessa logica che porta a sfruttare sessualmente i bambini, o ad abbandonare gli anziani che non servono ai propri interessi. È anche la logica interna di chi afferma: “lasciamo che le forze invisibili del mercato regolino l’economia, perché i loro effetti sulla società e sulla natura sono danni inevitabili”. Se non ci sono verità oggettive né principi stabili, al di fuori della soddisfazione delle proprie aspirazioni e delle necessità immediate, che limiti possono avere la tratta degli esseri umani, la criminalità organizzata, il narcotraffico, il commercio di diamanti insanguinati e di pelli di animali in via di estinzione? Non è la stessa logica relativista quella che giustifica l’acquisto di organi dei poveri allo scopo di venderli o di utilizzarli per la sperimentazione, o lo scarto di bambini perché non rispondono al desiderio dei loro genitori? È la stessa logica “usa e getta” che produce tanti rifiuti solo per il desiderio disordinato di consumare più di quello di cui realmente si ha bisogno» (n. 123).

Senza un’educazione e una formazione ispirate a princìpi morali l’uomo è in balia d’istinti e di passioni irrazionali. Il suo comportamento è determinato allora da individualismo e da egoismo: persone, esseri viventi e cose vengono presi in considerazione solo come oggetti che devono soddisfare i suoi bisogni e che dopo «l’uso» non servono più e possono esser gettati via. La negazione di Dio genera un’ipertrofia dell’Io e un antropocentrismo eccessivo (cfr. n. 116), che talvolta provoca reazioni che non devono comunque portare «[…] a un “biocentrismo”, perché ciò implicherebbe introdurre un nuovo squilibrio, che non solo non risolverà i problemi, bensì ne aggiungerà altri» (n. 118).

7. Raccomandazioni

L’enciclica vuole sensibilizzare le istituzioni a un’ecologia integrale, perché s’impegnino con coerenza e costanza: «In tal senso, l’ecologia sociale è necessariamente istituzionale e raggiunge progressivamente le diverse dimensioni che vanno dal gruppo sociale primario, la famiglia, fino alla vita internazionale, passando per la comunità locale e la Nazione» (n. 142).

Papa Francesco desidera «[…] sottolineare l’importanza centrale della famiglia, perché “è il luogo in cui la vita, dono di Dio, può essere adeguatamente accolta e protetta contro i molteplici attacchi a cui è esposta, e può svilupparsi secondo le esigenze di un’autentica crescita umana. Contro la cosiddetta cultura della morte, la famiglia costituisce la sede della cultura della vita”. Nella famiglia si coltivano le prime abitudini di amore e cura per la vita, come per esempio l’uso corretto delle cose, l’ordine e la pulizia, il rispetto per l’ecosi­stema locale e la protezione di tutte le creature. La famiglia è il luogo della formazione integrale, dove si dispiegano i diversi aspetti, intimamente relazionati tra loro, della maturazione personale» (n. 213).

L’enciclica raccomanda anche a ogni singola persona, particolarmente a ogni cristiano, di vivere in modo sobrio, evitando sprechi, seguendo l’esempio di san Francesco: «Ricordiamo il modello di san Francesco d’Assisi, per proporre una sana relazione col creato come una dimensione della conversione integrale della persona. Questo esige anche di riconoscere i propri errori, peccati, vizi o negligenze, e pentirsi di cuore, cambiare dal di dentro» (n. 218). È necessario diventare consapevoli che «vivere la vocazione di essere custodi dell’o­pera di Dio è parte essenziale di un’esistenza virtuosa, non costituisce qualcosa di opzionale e nemmeno un aspetto secondario dell’espe­rienza cristiana» (n. 217).

8. Un inno di lode al Creatore

Se «[…] c’è un mistero da contemplare in una foglia, in un sentiero, nella rugiada, nel volto di un povero» (n. 233), «i Sacramenti sono un modo privilegiato in cui la natura viene assunta da Dio e trasformata in mediazione della vita soprannaturale. Attraverso il culto siamo invitati ad abbracciare il mondo su un piano diverso» (n. 235).

L’uomo è chiamato ad ammirare la natura, a stupirsi davanti alla sua bellezza, a riconoscerne la profondità inesauribile, un mistero che rimanda al mistero della santissima Trinità: «Il Padre è la fonte ultima di tutto, fondamento amoroso e comunicativo di quanto esiste. Il Figlio, che lo riflette, e per mezzo del quale tutto è stato creato, si unì a questa terra quando prese forma nel seno di Maria. Lo Spirito, vincolo infinito d’amore, è intimamente presente nel cuore dell’universo animando e suscitando nuovi cammini. Il mondo è stato creato dalle tre Persone come unico principio divino, ma ognuna di loro realizza questa opera comune secondo la propria identità personale. Per questo, “quando contempliamo con ammirazione l’universo nella sua grandezza e bellezza, dobbiamo lodare tutta la Trinità”» (n. 238). Maria poi, «elevata al cielo, è Madre e Regina di tutto il creato. Nel suo corpo glorificato, insieme a Cristo risorto, parte della creazione ha raggiunto tutta la pienezza della sua bellezza» (n. 241).

Nell’omelia del 12 settembre 2006, Papa Benedetto XVI ha detto: «Noi crediamo in Dio. Questa è la nostra decisione di fondo. Ma ora di nuovo la domanda: questo è possibile ancora oggi? È una cosa ragionevole? Fin dall’illu­minismo, almeno una parte della scienza s’impegna con solerzia a cercare una spiegazione del mondo, in cui Dio diventi superfluo. E così Egli dovrebbe diventare inutile anche per la nostra vita» (3). L’enciclica non teme di denunciare la presunzione della ragione tecnica di spiegare il mondo invece di riconoscerne l’i­ne­sau­ri­bile profondità e stupirsi per la bellezza dell’ordine intrinseco della natura. L’enciclica presenta toni profetici quando critica le ideologie scientiste e altre teorie dominanti moderne e post-moderne per proclamare la fede «in un solo Dio, Padre Onnipotente, creatore del cielo e della terra, di tutte le cose visibili e invisibili».

Note:
(1) Cfr. Francesco, Lettera enciclica «Laudato si’» sulla cura della casa comune, del 24-5-2015. Tutti i riferimenti fra parentesi nel testo rimandano a questo documento.
(2) Cfr. Francesco d’Assisi, Cantico di Frate Sole, in Antologia della poesia italiana, a cura di Cesare Segre (1928-2014) e Carlo Ossola, 8 voll., Einaudi, Torino 1997-2003, vol. I, Duecento, 1997, pp. 22-24.
(3) Benedetto XVI, Omelia durante la Messa sulla spianata dell’Islinger Feld a Ratisbona, del 12-9-2006, in Insegnamenti di Benedetto XVI, vol. II, 2, 2006. (Luglio-Dicembre), Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2007, pp. 252-256 (p. 253).

 

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