Qualsiasi azione è lecita per costruire l’uomo nuovo – 16/17

La lucida follia distruttrice del bolscevismo. Infatti, come diceva Stalin, «la morte risolve tutti i problemi: nessun uomo, nessun problema»
Alleanza Cattolica 1 settimana fa
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Per costruire il “mondo nuovo” e l’“uomo nuovo” «[…] coloro che conoscono la verità e la meta e lavorano per esse» possono intraprendere qualsiasi azione: questa è la prassi del comunismo.

Potevano, per esempio, liquidare non le deformazioni culturali, ma i portatori di tali deformazioni e “aiutare” la rapidità della catarsi con le purghe del Terrore e con le carestie. Se «[…] le cosiddette purghe degli anni Trenta furono una campagna terroristica che non ha eguali nella storia mondiale quanto a ferocia indiscriminata e numero di vittime […] supervisionata attentamente da Stalin [pseudonimo di Iosif Visarionovič Džugasvili (1879-1953)] stesso, le cui istruzioni alle autorità locali insistevano su un’indicazione di metodo: picchiare finché non confessano crimini che non hanno commesso» (Richard Pipes), la carestia ucraina del 1932-1933 è stata «[…] la tragedia che sotto molti aspetti può essere considerata la più grave del secolo» (Robert Conquest [1917-2015]). Infatti, «[…] secondo fonti oggi incontestabili», essa «[…] provocò oltre 6 milioni di vittime» e «[…] ha rappresentato uno degli “spazi bianchi” nella storia dell’Unione Sovietica» (Nicolas Werth). Perché «[…] non fu [una] fatalità, ma un’operazione di sterminio deliberato, voluta da Stalin per piegare i contadini che resistevano alla collettivizzazione» (Conquest).  Queste morti inflitte da Stalin «[…] su scala titanica» rappresentano, peraltro, la coerente messa in atto di un suo “suggestivo” principio: «“La morte risolve tutti i problemi: nessun uomo, nessun problema”» (Conquest).

Ma, anche rispetto ai milioni di morti, i milioni di vivi che restavano erano ancora tanti, troppi; e con le loro perseveranze obbligavano i carnefici a fatiche incessanti. L’eccessiva quantità di siffatti “vivi restanti” e il peso, appunto, delle conseguenti fatiche che essi comportavano per la loro domatura, doveva fare scuola: in futuro gl’interventi sarebbero dovuti essere decisamente più in grande, come quello richiesto e “cantato” dal drammaturgo e poeta tedesco Bertolt Brecht (1898-1956), il quale, «[…] nel giugno 1953, quando gli operai di Berlino Est entrarono in sciopero e scesero in piazza contro i bassi salari e il costo della vita, [e] il partito dichiarò che il popolo si era dimostrato indegno della sua fiducia, […] scrisse […] un poema, in cui consigliava il partito di “sciogliere” il popolo e di eleggersene un altro» (Mihail Geller [1922-1997] e Aleksandr Nekrič [1920-1993]).

Al contrario, gli uomini “piccoli” erano materia prima plasmabile, non rovinata dalla “storia”, erano le colline di più basso profilo da cui poteva ‒ anzi, doveva ‒ sorgere più rapidamente il sole dell’avvenire. L’attenzione e la cura che i primi comunisti hanno posto nel settore dell’educazione e della scuola sono pertanto straordinariamente significative, perché da esse emergono ‒ nella purezza e nel nitore dello stato nascente ‒ le caratteristiche di quel “mondo nuovo” e di quell’“uomo nuovo” da essi scientificamente teorizzate e praticamente perseguite.

 

 

Bibliografia

Richard Pipes, Comunismo, trad. it., 2a ed. it., Rizzoli, Milano 2003.

Robert Conquest, Stalin. La Rivoluzione, il Terrore, la guerra, trad. it., edizione speciale per Il Giornale, Mondadori, Milano 1993.

Idem, Raccolto di dolore. Collettivizzazione sovietica e carestia terroristica, trad. it., Liberal edizioni, Roma  2004.

Nicolas Werth, Violenze, repressioni, terrori nell’Unione Sovietica, in Stéphane Courtois e altri, Il libro nero sul comunismo. Crimini, terrore, repressione, trad. it.,  Mondadori,  Milano 1998.

Mihail Geller e Aleksandr Nekrič, Storia dell’URSS. Dal 1917 a Eltsin, trad. it., Bompiani, Milano 1997.

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