Quando la trisomia si “guarisce” con l’aborto

Trionfa l’aberrante ideologia del “diritto di nascere sani”. In un mondo in cui tutto è “cultura”, con mezzi mediatici capaci di capovolgere il vero, esaltare la cosiddetta “autodeterminazione” che lascia nella solitudine esistenziale ed etica è un vero disastro. Ecco il caso tragico dell’Islanda
Chiara Mantovani 2 mesi fa
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di Chiara Mantovani

La notizia sembra bella: in Islanda non nascono quasi più bimbi affetti dalla sindrome di Down. Vuoi mai che abbiano trovato una cura genetica, come già aveva preannunciato Jérôme Jean Louis Marie Lejeune (1926-1994), lo scienziato francese che scoprì la causa di quel male, ottimo scienziato non meno che ottimo credente tanto da essere stato proclamato Servo di Dio?

No, piuttosto si è implementato un ricorso generalizzato alle diagnosi prenatali. E se il feto presenta alte probabilità di essere affetto da trisomia 21, i genitori solitamente decidono d’interrompere la gravidanza. Un’inchiesta condotta dall’emittente televisiva statunitense CSB (Columbia Broadcasting System) ha rivelato che i bambini affetti da sindrome di Down sono diminuiti in tutta Europa e negli Stati Uniti, ma il primato spetta all’Islanda: 1 o 2 all’anno, su circa 335mila abitanti, forse frutto di rari “errori” diagnostici.

Riferisce l’Huffington Post che «[…] un fattore determinante, poi, è l’accuratezza dello screening effettuato in Islanda», dell’85%, «[…] come specifica l’ospedale dell’università Landspitali di Reykjavik. Per fare un confronto con un Paese considerato all’avanguardia nella sanità, negli Stati Uniti ogni anno vengono alla luce 6mila bambini affetti dalla sindrome». E il 15% non accurato? Nessuna stima, infatti, è riferita ai possibili falsi positivi. Sembra incredibile, ma la comunità scientifica non ha mai nemmeno accennato a esigere un riscontro diagnostico nei cosiddetti “aborti terapeutici”. S’interrompono gravidanze senza remore nella presunzione di malattia, ma c’è buio totale sulla effettiva presenza – o meno – della patologia, del suo grado, del suo possibile trattamento se la vita fosse continuata e delle prospettive a gestazione completata. Sembra pleonastico, eppure diventa necessario ricordare che quel che viene interrotto non è un circuito elettrico, bensì l’esistenza di un essere umano.

I test prenatali sono esponenzialmente aumentati, propagandati da una interpretazione meccanicista e funzionale della medicina, che si vorrebbe capace di correggere tutti gli sgradevoli “errori” di una natura che talvolta delude. Di fronte all’inevitabile fatto dei “non perfetti” la risposta moderna e tecnologica non può che essere l’eliminazione del prodotto scadente. E meglio presumere che accertare, così si può impropriamente usare la parola prevenzione, magicamente assolutoria. Ciascuno sia messo in grado di decidere, siano fatti accurati incontri, frotte di psicologi siano a disposizione per tacitare qualsiasi eventuale rimorso e tutto si svolga con la patente della “scientificità”.

In questo modo diventa una faccenda privata, che vorrebbe escludere l’eugenetica. Sarebbe eugenetica se c’entrasse lo Stato, ma la libera scelta è garanzia di correttezza, afferma il giurista Amedeo Santosuosso, per il quale – secondo l’intervista rilasciata al Corriere della Sera – «l’eugenetica è storicamente riprovevole e lo sarebbe anche oggi se fosse una scelta imposta dalle autorità pubbliche. Ma se abbiamo a che fare con il libero esercizio della capacita di autodeterminazione delle persone non possiamo che rispettarlo». Rallegriamoci che esista ancora una percezione negativa del termine eugenetica, ma consapevoli che sta rapidamente evaporando.

Vogliamo essere realisti? In un mondo in cui tutto è “cultura”, con mezzi mediatici capaci di capovolgere il vero, sul serio vogliamo esaltare la cosiddetta “autodeterminazione” lasciando ciascuno nella solitudine esistenziale e di conseguenza etica? Siamo sicuri che non sia un modo ferocemente elegante di lavarsi le mani dalle responsabilità sociali? Quale peso si abbandona sulle spalle di padri e (ancor più) di madri quando si emettono sentenze dubitative, quali sono necessariamente i test probabilistici, con la sicumera e l’autorevolezza derivanti dalla disparità di competenze. “Me lo dica lei, dottore. Lei che cosa farebbe?”. Chi è medico lo sa, questo è ciò che chiede ogni paziente di fronte allo snocciolamento delle possibilità ed evenienze. E che cosa risponde, oggi, il medico che rischia una denuncia ad ogni allontanamento tra desiderio e realtà?

In Italia c’è voluta una sentenza della Cassazione, la n. 25767 del 22 dicembre 2015, per stabilire che non esiste il diritto di nascere sani, ma altrove i “danni” da mancati aborti hanno afflitto molti medici e mortificato il senso stesso della finalità medica: proteggere la vita umana.

In Islanda non nascono quasi più bimbi difettosi: vuoi vedere che il difetto sta da un’altra parte?

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 Chiara Mantovani

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