Budapest 1956-2016: per non dimenticare

Alleanza Cattolica 8 mesi fa
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Ai più giovani sarà sfuggito, ma 60 anni fa, nel 1956, in Ungheria, si svolse una delle più eroiche insorgenze della storia moderna: la rivolta d’Ungheria, per sempre celebrata nella canzone popolare (che si può ascoltare su youtube) di Leo Valeriano, che accusa l’Occidente di essere rimasto a guardare senza intervenire per aiutare il popolo insorto contro il regime comunista.

46.000 morti, 75.000 deportati in Urss, 228 esecuzioni capitali, 25.000 ungheresi datisi alla macchia, molti dei quali arrivati a Vienna prima che richiudessero il confine e costretti a lasciare ogni loro bene. Infine la testimonianza eroica del Primate, il cardinale Mindszenty, liberato dalla prigionia e costretto a riparare nell’ambasciata Usa di Budapest, dove rimarrà fino al 1971.

Alleanza Cattolica ha ripetutamente celebrato quel grande evento di libertà e di lotta contro il comunismo. Riproponiamo una delle tante iniziative, la relazione di Pierre Faillant de Villemarest, Presidente della Cirpo, l’associazione che univa le diverse resistenze anticomuniste nel mondo, tenuta durante il convegno che Alleanza Cattolica organizzò con la Regione Lombardia, a Milano, nel 1996, e pubblicata su Cristianità n. 259. È anche un modo per ricordare due amici che furono protagonisti di quel convegno e che ci hanno preceduto in cielo, l’assessore alla cultura Marzio Tremaglia (1958-2000) e l’amico Enzo Peserico (1959-2008).

 

Cristianità, numero 259 – novembre 1996

 

46.000 morti in cinque mesi, 75.000 deportati in URSS, 228 esecuzioni da parte del governo di János Kádár – tornato con gli autocarri sovietici -, 25.000 ungheresi datisi alla macchia dal novembre del 1956; e un numero imprecisato di scomparsi, mentre dal 1960 al 1963 vi erano ancora circa 36.000 ungheresi in URSS… La storia della rivolta d’Ungheria, della sua violenta repressione, e del modo in cui – in Occidente – è stata prima ignorata e poi dimenticata.

Non si tratta, a mio giudizio, di rifare la storia conosciuta da tutti o quasi. Sarebbe troppo facile far appello all’emozione, evocando i cadaveri di uomini, di donne e di bambini caduti sotto i colpi di tre divisioni corazzate, di due divisioni aeree e di unità del KGB, non soltanto dal 23 ottobre al 18 dicembre 1956, ma dopo, nei boschi di tre regioni, fino al marzo del 1957.
Il mio scopo è semplicemente quello di ricordare, o di sottolineare, alcuni particolari che dovrebbero essere noti alle generazioni nate da cinquant’anni a questa parte, affinché possano giudicare la storia com’è stata e non come la si racconta, ancor oggi, anche nei nostri ambienti…
Anzitutto il bilancio: 46.000 morti in cinque mesi, 75.000 deportati in Unione Sovietica — di cui 8.000 non sono mai ritornati —, 228 esecuzioni da parte del governo di János Kádár — tornato con gli autocarri dei sovietici e imposto da loro —, 25.000 ungheresi alla macchia dal novembre del 1956. E un numero imprecisato è scomparso, mentre dal 1960 al 1963 vi erano ancora circa 36.000 ungheresi deportati in Unione Sovietica…

Mi domando cosa ne pensi, in cuor suo, Gyula Horn, attualmente primo ministro, che, a partire dal 4 novembre 1956 e fino al maggio del 1957, fu uno degli agenti delle forze speciali incaricate da Kádár di compiere la repressione. Alto quadro del comitato centrale durante gli anni 1970, ministro degli Esteri dell’ultimo governo comunista fino al 1989, Horn è ritornato al potere perché nel 1989 apparteneva segretamente alla «Rivoluzione nella Rivoluzione», che i pretesi «riformisti» di Mosca avevano preparato in tutti gli Stati satelliti, sperando che, con la sostituzione dei vecchi quadri troppo usati e compromessi con una generazione più giovane, avrebbero salvato il comunismo.
È troppo facile dire, come fa lui, che quei «nuovi quadri» «non potevano far altro» che ubbidire! In questo caso, perché rimproverare ai tedeschi, che non sono stati obbligatoriamente nazisti, né nazisti zelanti, di aver anch’essi ubbidito, e con questo colpevolizzare, ancor oggi, la Germania intera?
Ma ecco alcuni fatti: il 23 ottobre 1956 migliaia di manifestanti riempiono le strade di Budapest per solidarietà con l’enorme protesta, del mese precedente, degli operai e degli studenti in Polonia. Protesta così massiccia e con tante vittime nelle fabbriche di Poznan, che il governo sovietico deve combinare con quello di Varsavia un mutamento di uomini alla testa della colonia polacca.
Dei giovani in quei giorni a Budapest rovesciano la statua gigante di Stalin nel parco municipale. Per la prima volta un simbolo simile viene abbattuto! L’apparato del partito è preso dal panico. La polizia manifestamente non vuole sparare. I soldati sovietici del settore discutono. Non vogliono sparare sulla folla che, d’altra parte, in ragione di 300.000 persone nella capitale, non è aggressiva, ma partecipa a una specie di festa, tanto che crede di potersi esprimere finalmente in pubblico, come mai prima, dal 1945.
Ma il numero uno del partito comunista, il sinistro Ernö Gerö, prende la parola alle ore 20.00 con un discorso radiodiffuso. Respinge le richieste di allargare le maglie della censura, i diritti degli operai e degli studenti e urla persino contro di loro epiteti volgari e spregiativi. Alle 21.00, l’AVH — la Gestapo ungherese — spara all’improvviso sulla folla che si ammassa davanti alla sede della radio e uccide dodici persone. Allora inizia il dramma.

Per vendicare i propri, alcuni manifestanti si impadroniscono delle armi di decine di poliziotti… molti dei quali non oppongono resistenza. I complici del governo sovietico fanno appello alla 92a divisione corazzata, di stanza nei pressi di Budapest.
Alcuni insorti si impadroniscono della sede della radio, ma ne vengono espulsi quando, verso le due del mattino, i blindati sovietici si schierano. È l’inizio di cinque giorni di combattimenti nelle strade. In un primo tempo, il 24 ottobre András Hegedüs viene sostituito come primo ministro da Imre Nagy. Ma il 25 una decina di città vede a sua volta la stessa sollevazione. I blindati sovietici nella capitale sparano contro ogni assembramento. Lo stesso giorno Gerö cede il posto a Kádár. Per diversi giorni Hegedüs e Kádár fanno credere a una nuova era: non comunisti entrano nel governo.
Ciò non impedisce che, ancora il 27 ottobre, le truppe russe rimangano attorno ai palazzi pubblici. Alcuni insorti attaccano in diverse strade. Cinque radio clandestine trasmettono nel paese.
Vengono distribuiti giornali clandestini. In provincia nascono alcuni consigli di fabbrica. Il 29 ottobre viene annunciato lo scioglimento dell’AVH. Il 31 ottobre il card. József Mindszenty esce dalla residenza coatta dove veniva tenuto dopo la sua prima scarcerazione, nel 1955. Lo stesso giorno i blindati si ritirano dalla capitale. Mosca invia sul posto, apparentemente per negoziare, Michail Andreevic’ Suslov e Anastas Ivanovic’ Mikoyan, mentre Jurij Vladimirovic’ Andropov, allora ambasciatore in Ungheria, assicura che le divisioni dell’URSS stanno lasciando il paese! In realtà, le truppe sovietiche vengono disposte ai confini mentre altre unità si preparano, dalla Romania, dalla Cecoslovacchia e dalla Germania Orientale, a un’entrata in forze nei punti strategici del paese.
Il 4 novembre, dopo quattro giorni di false trattative, per guadagnare tempo, i carri armati sovietici entrano a Budapest. Alcune unità del KGB, dal giorno 2, erano giunte nottetempo all’aeroporto della capitale.

Dal 4 novembre al 9 dicembre i combattimenti continuano in diversi quartieri della periferia di Budapest e in provincia. Il 9 gli operai delle segherie di Csepel, come quelli di Györ, di Pécs e di altri centri industriali resistono con le loro povere armi leggere o con le bottiglie molotov. Giungono sul posto rinforzi mongoli e Kádár assume la direzione delle operazioni.
Il card. Mindszenty si rifugia appena in tempo nell’ambasciata americana. Nagy si è dovuto rifugiare nei locali dell’ambasciata di Jugoslavia. Ancora alla fine del mese di ottobre aveva creduto che il clan sovietico, che lo proteggeva e lo aveva spinto avanti, avrebbe continuato a proteggerlo! Crede che jugoslavi e rumeni, che gli propongono di andare a Bucarest, lo proteggeranno. In realtà, il 26 novembre, Kádár lo accuserà ufficialmente ufficialmente di essere sceso a patti con i contro-rivoluzionari. Il 12 dicembre, quando viene proclamata la legge marziale, il paese viene paralizzato da uno sciopero generale dei lavoratori, che durerà fino al 13 gennaio 1957, quando viene decisa la pena di morte contro tutti gli scioperanti…
Il 20 marzo Kádár si reca a Mosca a rendere omaggio all’intervento sovietico. Il 27 aprile firmerà accordi di «stazionamento temporaneo» (sic) delle truppe sovietiche in Ungheria. Vi rimarranno altri trentadue anni…

Alcune verità su Imre Nagy e János Kádár

Imre Nagy è stato considerato un eroe perché è stato messo a morte — da Mosca — nel 1958 «per tradimento». Ancora nel 1988, aParigi, il «martire» veniva commemorato in alcune cerimonie, promosse dalle logge e sostenute dalla sinistra socialista e comunista…
Una parola sul suo vero passato: arruolato nell’inverno del 1917 in una Brigata Rossa, in Russia, dove era prigioniero di guerra, entra l’anno seguente nella Ceka, la polizia politica sovietica, ma gli viene affidata più tardi la missione di camuffare il proprio passato mimetizzandosi da socialdemocratico ungherese. Nuovamente in Russia nel 1929, ne ritorna solo nel dicembre del 1944, con gli autocarri dell’NKVD — Commissariato del Popolo per gli Affari Interni, come si denominava allora la polizia politica sovietica —, per partecipare a un «governo di coalizione» destinato a neutralizzare prima e a eliminare poi i non comunisti.
L’unico punto di divergenza con il governo sovietico è costituito dalla collettivizzazione delle terre!
Viene ricollocato nell’ombra. Ne esce nel 1954, quando Nikita Sergeevic’ Kruscev cerca di sostituire i «moderati» agli staliniani.
Due anni più tardi, medesima operazione che nel 1944 e nel 1954: il 23 ottobre 1956 viene incaricato di parlare alla folla, per sedarne gli animi; poi, il 1° novembre, di far credere alla partenza delle truppe sovietiche. Una volta utilizzati i suoi servizi, viene intrappolato e messo a morte soltanto perché testimoni come lui della doppiezza del comunismo sovietico devono scomparire. Non aveva ricavato nessun insegnamento dai metodi praticati in Unione Sovietica e nel suo impero dopo il 1918. Ha tradito i suoi compagni. Viene tradito dai suoi compagni. Bisogna piangere su di lui o su un popolo martirizzato?

János Kádár, nato nel 1912 da madre slovacca e da padre ex ufficiale austro-ungarico, che lo ha subito abbandonato, entra nella gioventù del partito comunista nel 1931. L’apparato sovietico clandestino nel paese lo aveva segnalato.
I servizi segreti lo utilizzano per quasi dieci anni, non come spia ma come sorvegliante dei suoi compagni, segnalando soprattutto quanti si opponevano al patto Hitler-Stalin, quindi erano più nazionalisti che comunisti.
Questo spiega come, nell’agosto del 1948, sia stato nominato ministro dell’Interno al posto del suo
amico Lázló Rajk — il cui vero nome era Reich —, amico da sette anni, che comunque farà arrestare. In cella gli promette che avrà salva la vita se rinuncerà al suo «deviazionismo»; ma, una volta che Rajk ha firmato la confessione, lo farà impiccare come «agente di Tito, della Gestapo, dell’OSS e del 2° Ufficio francese» (sic).
Ho appreso questi particolari nel 1949, quando ho aiutato il segretario-interprete di Rajk a rifugiarsi in Austria e poi in Svizzera. Nel 1956 la moglie di questo segretario rientrò in Ungheria per partecipare alla lotta armata. È tornata solo per miracolo, nel marzo del 1957, dopo aver subito il congelamento degli arti quando era alla macchia. Entrambi mi hanno raccontato, all’epoca, come Kádár avesse spinto Nagy a sostenere gl’insorti per persuaderli ad accettare trattative; poi, dal 12 giugno 1957, aveva redatto e firmato il dossier che avrebbe fatto condannare a morte Nagy.
L’inganno, il doppio gioco, il tradimento dei compagni sono stati virtù comuniste per quasi settant’anni, per quanti volevano diventare quadri del partito.

L’Occidente si finge impotente

A Parigi, i miei amici e io — cioè meno di sei persone — abbiamo organizzato una manifestazione, a partire dal 25 ottobre 1956, per sostenere e per aiutare materialmente l’insurrezione ungherese.
L’iniziativa ha raccolto cinquemila manifestanti intorno alla Sorbona, poi più di quindicimila persone, dopo qualche comizio, si sono dirette verso la sede del partito comunista.
Quindi, abbiamo inviato parecchi volontari al fianco degli insorti, a partire dal 31 ottobre, e abbiamo condotto in Occidente un colonnello sovietico di una divisione di stanza a Györ, che era passato dalla parte dell’insurrezione dopo aver fatto sparare sugli agenti dell’AVH.
Devo ricordare che il Parlamento francese del 1956 ha taciuto unanimemente e che alcuni deputati — meno di venti — hanno accettato di partecipare a manifestazioni simboliche, all’Arc de Triomphe, solo all’inizio di novembre?

Christian Pineau, ministro degli Esteri, perfettamente al corrente del dramma che si stava consumando a Budapest, nel momento in cui, da parecchi giorni, i blindati sparavano sulla folla, diceva: «Lasciamo che il comunismo segua la sua normale evoluzione in Europa Orientale!». Aveva bazzicato troppo con i comunisti nel 1944 per osare criticarli. Trent’anni dopo, il 19 ottobre 1986, centoventicinque personalità di Ungheria, Germania Orientale, Cecoslovacchia e Polonia lanciavano un Appello al mondo, in ricordo della rivolta del 1956.
In Occidente questo appello cadde nel vuoto!
I suoi firmatari erano cinquantaquattro ungheresi, sedici tedeschi orientali, ventotto polacchi, ventiquattro cecoslovacchi e tre rumeni. Fra questi ultimi, Corneliu Coposu, del Partito Nazionale Contadino, che aveva appena trascorso diciassette anni nel Gulag: è morto nel 1995, di tristezza e di sfinimento, mentre dal 1990 tentava invano di impedire che molti suoi carnefici restassero al potere.
Il nostro dovere, il più imperativo come scrittori e come giornalisti, è di conservare e di far trionfare la verità e il ricordo dei martiri degli Stati sotto l’occupazione sovietico-comunista nel momento in cui un certo liberalismo americano ed europeo occidentale, grazie ai mass media, opera per cancellare dalla storia i crimini di Mosca e dei suoi complici. Non è possibile alcuna «riconciliazione» con chi non rinnega e non denuncia settantacinque anni di sangue e di lacrime e la distruzione costante delle radici, delle tradizioni, dei valori cristiani, che hanno dato vita a nazioni e a civiltà come le nostre.

Pierre Faillant de Villemarest

 

Da “Cristianità” n.259 del novembre 1996. Foto da L’intraprendente

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