L’esortazione apostolica «Evangelii gaudium»

Massimo Introvigne 6 anni fa
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Massimo Introvigne, Cristianità n. 371 (2014)

 

L’esortazione apostolica «Evangelii gaudium»
«La nostra tristezza infinita si cura soltanto con un infinito amore»

 

Introduzione

Formalmente datata 26 novembre 2013, giorno della chiusura dell’Anno delle Fede, l’esortazione apostolica di Papa Francesco Evangelii gaudium è stata pubblicata il successivo 28 novembre. Quest’ampio documento di 220 pagine — salvo errori, il più lungo nell’intera storia delle encicliche e delle esortazioni apostoliche pontificie —, dedicato alla «gioia del Vangelo» (1), conclude idealmente l’Anno della Fede, ed è una vera piccola — ma non piccolissima — enciclopedia sull’evangelizzazione. Proprio il suo carattere enciclopedico si presta facilmente a letture parziali — chi avrà tempo di leggerlo tutto? — e anche deformate. A seconda dei gusti, s’insisterà sulla nozione di «gerarchia delle verità» e sull’invito a partire nell’evangelizzazione dall’annuncio della misericordia di Dio — che impone, afferma il Pontefice, una riflessione attenta quando si tratta di negare la comunione a certe categorie di peccatori — anziché dai precetti morali, accompagnato da una rinnovata critica dei «pelagiani» che pensano di salvarsi attraverso un rigorismo legato a forme e schemi del passato. Oppure, al contrario, si darà spazio alla denuncia del relativismo — compreso quello dei cattolici che occultano la loro identità cristiana, per un complesso d’inferiorità nei confronti della cultura dominante —, con ampie citazioni di Papa Benedetto XVI (2005-2013), alla difesa della famiglia, alla condanna davvero durissima dell’aborto con la chiara affermazione che su questo punto — come su quello che nega il sacerdozio alle donne — la dottrina della Chiesa non cambia e non può cambiare.

Ma qualunque lettura parziale e frettolosa, che cerchi di estrarre dal documento qualche frase o paragrafo con cui ci si sente più in sintonia, è sbagliata. Il testo ha una sua architettura precisa, che dev’essere seguita. Consta di cinque parti, attraverso cui scopriamo come il cristianesimo o è missionario o non è, affrontiamo gli ostacoli che si frappongono oggi alla missione, dall’interno e dall’esterno della Chiesa, studiamo le modalità della nuova evangelizzazione, ne esaminiamo le conseguenze — che non sono facoltative — sul piano della dottrina sociale, e infine siamo richiamati alla dimensione spirituale che è l’anima e il segreto di ogni apostolato. Piccola enciclopedia, sì, ma su un tema preciso: la nuova evangelizzazione, di cui vuole essere una trattazione completa e un manuale denso d’indicazioni spirituali, pastorali e pratiche.

Prima dei cinque capitoli il testo ha una parte introduttiva, che non è pleonastica. Fin dal titolo, l’esortazione apostolica insiste sulla gioia. «Il grande rischio del mondo attuale, con la sua molteplice ed opprimente offerta di consumo, è una tristezza individualista che scaturisce dal cuore comodo e avaro, dalla ricerca malata di piaceri superficiali, dalla coscienza isolata» (n. 2). Non si deve pensare di trovare questa tristezza soltanto fra coloro che non credono. «Anche i credenti corrono questo rischio, certo e permanente. Molti vi cadono e si trasformano in persone risentite, scontente, senza vita» (ibidem). Ma non è troppo tardi. Qualunque sia il nostro peccato, «Dio non si stanca mai di perdonare, siamo noi che ci stanchiamo di chiedere la sua misericordia» (n. 3), e dunque ognuno può gettarsi ai suoi piedi e dirgli: «Signore, mi sono lasciato ingannare, in mille maniere sono fuggito dal tuo amore, però sono qui un’altra volta» (ibidem).

I riferimenti alla gioia sono numerosi già nell’Antico Testamento: e il tema della gioia percorre tutti i Vangeli, dal «Rallegrati» (Lc. 1,28) dell’angelo a Maria e dall’esultanza di gioia di Giovanni nel seno della madre Elisabetta (Lc. 1,41) fino ai discepoli che gioiscono dopo la Resurrezione. «Perché non entrare anche noi in questo fiume di gioia?»(n. 5). «Ci sono cristiani che sembrano avere uno stile di Quaresima senza Pasqua» (n. 6). Certo, «[…] la gioia non si vive allo stesso modo in tutte le tappe e circostanze della vita, a volte molto dure» (ibidem). Ma è proprio del cristiano saper trovare elementi di speranza e di gioia anche nei momenti più bui, mentre al contrario — come scriveva il venerabile Paolo VI (1963-1978) nell’esortazione apostolica Gaudete in Domino «[…] la società tecnologica ha potuto moltiplicare le occasioni di piacere, ma essa difficilmente riesce a procurare la gioia»(2).

Qualche volta non si trova la gioia perché non si comprende bene che cos’è il cristianesimo. «Non mi stancherò — scrive Papa Francesco — di ripetere quelle parole di Benedetto XVI che ci conducono al centro del Vangelo» (n. 7): «All’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e, con ciò, la direzione decisiva» (3). Solo grazie a questo incontro «[…] siamo riscattati dalla nostra coscienza isolata e dall’autoreferenzialità. Giungiamo ad essere pienamente umani quando siamo più che umani, quando permettiamo a Dio di condurci al di là di noi stessi perché raggiungiamo il nostro essere più vero» (n. 8).

Qui si trova anche «[…] la sorgente dell’azione evangelizzatrice. Perché, se qualcuno ha accolto questo amore che gli ridona il senso della vita, come può contenere il desiderio di comunicarlo agli altri?»(ibidem). Infatti, «ogni esperienza autentica di verità e di bellezza cerca per se stessa la sua espansione» (n. 9), e la fede e la gioia si rafforzano in noi stessi evangelizzando gli altri. Papa Francesco torna su un’espressione del venerabile Paolo VI che ha citato molte volte: «la dolce e confortante gioia di evangelizzare» (4). E la traduce nel suo linguaggio caratteristico: «[…] un evangelizzatore non dovrebbe avere costantemente una faccia da funerale» (n. 10). «Gesù Cristo può anche rompere gli schemi noiosi nei quali pretendiamo di imprigionarlo e ci sorprende con la sua costante creatività divina. Ogni volta che cerchiamo di tornare alla fonte e recuperare la freschezza originale del Vangelo spuntano nuove strade, metodi creativi, altre forme di espressione, segni più eloquenti, parole cariche di rinnovato significato per il mondo attuale» (n. 11). Questa missione, però, «sarebbe un errore intenderla come un eroico compito personale» (n. 12) o «[…]come uno sradicamento, come un oblio della storia viva» (n. 13) della Chiesa. «La memoria è una dimensione della nostra fede» (ibidem), e dobbiamo sempre essere attenti a non annunciare qualche nostra novità personale, ma il messaggio della Chiesa.

Dal 7 al 28 ottobre 2012 si è celebrata in Vaticano la XIII Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi sul tema La nuova evangelizzazione per la trasmissione della fede cristiana. Il Sinodo ha ricordato i tre ambiti della nuova evangelizzazione. Il primo è la pastorale ordinaria, la quale comprende anche i fedeli che partecipano raramente al culto. Il secondo è l’ambito delle persone battezzate che però «[…] non hanno un’appartenenza cordiale alla Chiesa e non sperimentano più la consolazione della fede» (n. 14). Il terzo ambito si rivolge «[…] a coloro che non conoscono Gesù Cristo o lo hanno sempre rifiutato. Molti di loro cercano Dio segretamente, mossi dalla nostalgia del suo volto, anche in paesi di antica tradizione cristiana»(ibidem). Per la nuova evangelizzazione che riguarda quest’ultima categoria, Papa Francesco cita ancora una volta un’espressione di Benedetto XVI secondo cui «[…] la Chiesa non cresce per proselitismo» (ibidem) — un’espressione che nel Magistero recente non indica la missione, ma le sue modalità aggressive e poco rispettose del cammino delle persone — ma «per “attrazione”». (5)

In nessun modo la critica del proselitismo deve però portarci — secondo le parole di Papa beato Giovanni Paolo II (1978-2005) richiamate qui da Francesco (n. 15) — a «[…] perdere la tensione per l’annunzio […] perché questo è il compito primo della Chiesa» (6). Anzi, «[…] l’azione missionaria è il paradigma di ogni opera della Chiesa» (n. 15). A orientare quest’azione serve quest’ampia esortazione apostolica, che ha però un limite dichiarato. «Non credo neppure — spiega il Papa — che si debba attendere dal magistero papale una parola definitiva o completa su tutte le questioni che riguardano la Chiesa e il mondo. Non è opportuno che il Papa sostituisca gli Episcopati locali nel discernimento di tutte le problematiche che si prospettano nei loro territori» (n. 16). Su queste problematiche, spetterà dunque agli episcopati parlare.

L’esortazione, come accennato, è di una lunghezza record, e il Papa è consapevole di essersi «[…] dilungato in questi temi con uno sviluppo che forse potrà sembrare eccessivo. Ma non l’ho fatto con l’intenzione di offrire un trattato, ma solo per mostrare l’importante incidenza pratica di questi argomenti nel compito attuale della Chiesa» (n. 18).«Non ignoro — confida il Pontefice — che oggi i documenti non destano lo stesso interesse che in altre epoche, e sono rapidamente dimenticati. Ciononostante, sottolineo che ciò che intendo qui esprimere ha un significato programmatico e dalle conseguenze importanti» (n. 25), così che se ne deve auspicare lo studio in «tutte le comunità» (ibidem).

1. Il cristianesimo o è missionario o non è

L’Antico e il Nuovo Testamento ci presentano un dinamismo missionario che oggi Papa Francesco formula così: «uscire dalla propria comodità e avere il coraggio di raggiungere tutte le periferie che hanno bisogno della luce del Vangelo» (n. 20). «La gioia del Vangelo che riempie la vita della comunità dei discepoli è una gioia missionaria» (n. 21). Darà frutto la missione? Se leggiamo bene i Vangeli, scopriamo che il rapporto fra missione ed esito ha una dimensione in parte misteriosa e imprevedibile. «Il Vangelo parla di un seme che, una volta seminato, cresce da sé anche quando l’agricoltore dorme (cfr Mc 4,26-29). La Chiesa deve accettare questa libertà inafferrabile della Parola, che è efficace a suo modo, e in forme molto diverse, tali da sfuggire spesso le nostre previsioni e rompere i nostri schemi» (n. 22). Ma resta comunque essenziale «[…] che oggi la Chiesa esca ad annunciare il Vangelo a tutti, in tutti i luoghi, in tutte le occasioni, senza indugio, senza repulsioni e senza paura» (n. 23).

Il Pontefice ripete una sua espressione prediletta: «“Primerear prendere l’iniziativa”: vogliate scusarmi per questo neologismo» (n. 24). È il Signore stesso che ha preso per primo l’iniziativa di venirci a cercare. Ma anche noi, sul suo esempio, «osiamo un po’ di più di prendere l’iniziativa!» (ibidem). L’evangelizzazione «conosce le lunghe attese e la sopportazione apostolica» (ibidem); «[…] usa molta pazienza, ed evita di non tenere conto dei limiti» (ibidem). «Si prende cura del grano e non perde la pace a causa della zizzania» (ibidem).«Il discepolo sa offrire la vita intera e giocarla fino al martirio come testimonianza di Gesù Cristo, però il suo sogno non è riempirsi di nemici, ma piuttosto che la Parola venga accolta» (ibidem). Inoltre,«[…] la comunità evangelizzatrice gioiosa sa sempre “festeggiare”. Celebra e festeggia ogni piccola vittoria, ogni passo avanti nell’evangelizzazione» (ibidem), anche tramite la «bellezza della Liturgia» (ibidem).

«Il Concilio Vaticano II — continua Papa Francesco — ha presentato la conversione ecclesiale come l’apertura a una permanente riforma di sé per fedeltà a Gesù Cristo» (26). Nella Chiesa ogni riforma non può che essere un ritorno alla centralità di Gesù Cristo, senza la quale «[…]qualsiasi nuova struttura si corrompe in poco tempo» (ibidem). La centralità di Gesù Cristo, nello stesso tempo, è centralità della missione. «Sogno — afferma il Pontefice — una scelta missionaria capace di trasformare ogni cosa, perché le consuetudini, gli stili, gli orari, il linguaggio e ogni struttura ecclesiale diventino un canale adeguato per l’evangelizzazione del mondo attuale, più che per l’autopreservazione. La riforma delle strutture, che esige la conversione pastorale, si può intendere solo in questo senso: fare in modo che esse diventino tutte più missionarie» (n. 27). In un momento in cui si parla tanto di riforme, Papa Francesco cita ancora il beato Giovanni Paolo II: «Ogni rinnovamento nella Chiesa deve avere la missione come suo scopo per non cadere preda di una specie d’introversione ecclesiale». (7)

La nuova evangelizzazione comincia dalla parrocchia, che «[…] non è una struttura caduca; proprio perché ha una grande plasticità, può assumere forme molto diverse che richiedono la docilità e la creatività missionaria del pastore e della comunità» (n. 28). Serve ancora, la parrocchia, ma purché «[…] realmente stia in contatto con le famiglie e con la vita del popolo e non diventi una struttura prolissa separata dalla gente o un gruppo di eletti che guardano a se stessi» (ibidem). Purtroppo, «[…] l’appello alla revisione e al rinnovamento delle parrocchie non ha ancora dato sufficienti frutti» (ibidem).

I movimenti e le associazioni «[…] sono una ricchezza della Chiesa che lo Spirito suscita per evangelizzare tutti gli ambienti e settori» (n. 29). Ma è importante che «[…] non perdano il contatto» (ibidem) con la parrocchia e la diocesi. «Questa integrazione eviterà che rimangano solo con una parte del Vangelo e della Chiesa, o che si trasformino in nomadi senza radici» (ibidem). Naturalmente, sarà necessario che il vescovo mostri «[…] desiderio di ascoltare tutti e non solo alcuni, sempre pronti a fargli i complimenti» (n. 31) e che abbia chiaro che il primo compito della diocesi è la missione. Sì, il vescovo integrerà nella vita diocesana parrocchie e associazioni, «ma l’obiettivo di questi processi partecipativi non sarà principalmente l’organizzazione ecclesiale, bensì il sogno missionario di arrivare a tutti» (ibidem).

Vi è bisogno anche, dichiara Papa Francesco, di «una conversione delpapato» (n. 32), quella che il beato Giovanni Paolo II chiamava «una forma di esercizio del primato che, pur non rinunciando in nessun modo all’essenziale della sua missione, si apra ad una situazione nuova» (8). Torna qui l’invito ad approfondire i ruoli rispettivi del Papa e dei vescovi, a studiare lo statuto delle Conferenze Episcopali, a interrogarsi su quali possono essere le riforme anche della Curia romana funzionali allo scopo della missione. «Una individuazione dei fini senza un’adeguata ricerca comunitaria dei mezzi per raggiungerli è condannata a tradursi in mera fantasia» (n. 33).

Il Pontefice si rende conto che oggi un grave problema è costituito dalla comunicazione. A causa della «[…] velocità delle comunicazioni e la selezione interessata dei contenuti operata dai media, il messaggio che annunciamo corre più che mai il rischio di apparire mutilato» (n. 34) e manipolato. Elementi «[…] che fanno parte dell’insegnamento morale della Chiesa rimangono fuori del contesto che dà loro senso» (ibidem). E talora si tratta di «aspetti secondari che, pur essendo rilevanti, per sé soli non manifestano il cuore del messaggio di Gesù Cristo» (ibidem). «Una pastorale in chiave missionaria non è ossessionata dalla trasmissione disarticolata di una moltitudine di dottrine che si tenta di imporre a forza di insistere» (n. 35), ma «[…]si concentra sull’essenziale, su ciò che è più bello, più grande, più attraente e allo stesso tempo più necessario. La proposta si semplifica, senza perdere per questo profondità e verità, e così diventa più convincente e radiosa» (ibidem).

Naturalmente, bisogna ricordare che «tutte le verità rivelate procedono dalla stessa fonte divina e sono credute con la medesima fede» (n. 36), anche se esiste una gerarchia delle verità e «San Tommaso d’Aquino [1225-1274] insegnava che anche nel messaggio morale della Chiesa c’è una gerarchia, nelle virtù e negli atti che da esse procedono» (n. 37). Di questa gerarchia si deve tenere conto nei «[…]temi e negli accenti che si pongono nella predicazione. Per esempio, se un parroco durante un anno liturgico parla dieci volte sulla temperanza e solo due o tre volte sulla carità o sulla giustizia, si produce una sproporzione» (n. 38). Attenzione, però: «così come l’organicità tra le virtù impedisce di escludere qualcuna di esse dall’ideale cristiano, nessuna verità è negata. Non bisogna mutilare l’integralità del messaggio del Vangelo. Inoltre, ogni verità si comprende meglio se la si mette in relazione con l’armoniosa totalità del messaggio cristiano, e in questo contesto tutte le verità hanno la loro importanza e si illuminano reciprocamente» (n. 39).

Non si tratta, dunque, di negare o trascurare questa o quella verità, ma di avere chiaro che «[…] la predicazione morale cristiana non è un’etica stoica, è più che un’ascesi, non è una mera filosofia pratica né un catalogo di peccati ed errori. Il Vangelo invita prima di tutto a rispondere al Dio che ci ama e che ci salva, riconoscendolo negli altri e uscendo da sè stessi per cercare il bene di tutti» (ibidem). «Se tale invito non risplende con forza e attrattiva, l’edificio morale della Chiesa corre il rischio di diventare un castello di carte» (ibidem) e di crollare, senza convincere nessuno.

Nella pratica della confessione — un tema sempre caro a Papa Francesco — il sacerdote dovrà tenere sempre conto del Catechismo della Chiesa Cattolica, il quale offre d’altro canto anche questa precisazione: «L’imputabilità e la responsabilità di un’azione possono essere sminuite o annullate dall’ignoranza, dall’inavvertenza, dalla violenza, dal timore, dalle abitudini, dagli affetti smodati e da altri fattori psichici oppure sociali» (9). Nei confessionali, «[…] bisogna accompagnare con misericordia e pazienza le possibili tappe di crescita delle persone che si vanno costruendo giorno per giorno» (n. 44), pur«[…] senza sminuire il valore dell’ideale evangelico» (ibidem).«L’Eucaristia, sebbene costituisca la pienezza della vita sacramentale, non è un premio per i perfetti ma un generoso rimedio e un alimento per i deboli» (n. 47): la Chiesa «[…] non è una dogana» (ibidem), e priva le persone dell’assoluzione e dei sacramenti solo per buone ragioni e non «per una ragione qualsiasi» (ibidem) (10). Problemi pastorali complessi dovranno essere studiati «con prudenza e audacia»(ibidem).

La teologia e le scienze sociali dibattono — anche con accenti diversi nell’ambito stesso della Chiesa — questioni che rimangono aperte e su cui la discussione è legittima. «A quanti sognano una dottrina monolitica difesa da tutti senza sfumature, ciò può sembrare un’imperfetta dispersione. Ma la realtà è che tale varietà aiuta a manifestare e a sviluppare meglio i diversi aspetti dell’inesauribile ricchezza del Vangelo» (n. 40). Talora non si tratta poi della sostanza, ma del modo di «[…] esprimere la verità di sempre in un linguaggio che consenta di riconoscere la sua permanente novità» (n. 41). Poiché, come insegnava il beato Giovanni XXIII (1958-1963), nel deposito della dottrina cristiana «una cosa è la sostanza […] e un’altra la maniera di formulare la sua espressione» (n. 41) (11). «Ad ogni modo, non potremo mai rendere gli insegnamenti della Chiesa qualcosa di facilmente comprensibile e felicemente apprezzato da tutti. La fede conserva sempre un aspetto di croce, qualche oscurità che non toglie fermezza alla sua adesione. Vi sono cose che si comprendono e si apprezzano solo a partire da questa adesione che è sorella dell’amore, al di là della chiarezza con cui se ne possano cogliere le ragioni e gli argomenti» (n. 42). Altre però sono le questioni di fede e di morale, altre le «consuetudini […] non direttamente legate al nucleo del Vangelo» (n. 43), le «norme e precetti ecclesiali» (ibidem) che, senza scandalo, possono essere oggetto di revisioni come lo sono state tante volte nella storia della Chiesa.

Certamente «uscire verso gli altri per giungere alle periferie umane non vuol dire correre verso il mondo senza una direzione e senza senso» (n. 46). Ma uscire è necessario, verso coloro che a vario titolo sono poveri. «Occorre affermare senza giri di parole che esiste un vincolo inseparabile tra la nostra fede e i poveri. Non lasciamoli mai soli» (n. 48). «Ripeto qui per tutta la Chiesa — aggiunge il Papa — ciò che molte volte ho detto ai sacerdoti e laici di Buenos Aires: preferisco una Chiesa accidentata, ferita e sporca per essere uscita per le strade, piuttosto che una Chiesa malata per la chiusura e la comodità di aggrapparsi alle proprie sicurezze. Non voglio una Chiesa preoccupata di essere il centro e che finisce rinchiusa in un groviglio di ossessioni e procedimenti. Se qualcosa deve santamente inquietarci e preoccupare la nostra coscienza è che tanti nostri fratelli vivono senza la forza, la luce e la consolazione dell’amicizia con Gesù Cristo» (n. 49).

2. Gli ostacoli all’evangelizzazione

In quale contesto «[…] ci tocca vivere ed operare» (n. 50)? «Oggi si suole parlare di un “eccesso diagnostico”, che non sempre è accompagnato da proposte risolutive e realmente applicabili. D’altra parte, neppure ci servirebbe uno sguardo puramente sociologico»(ibidem), né «[…] è compito del Papa offrire un’analisi dettagliata e completa sulla realtà contemporanea» (n. 51). La Chiesa però sa che nella storia operano lo Spirito Santo e Satana: deve — Papa Francesco si pone qui nella scia degli Esercizi spirituali di sant’Ignazio di Loyola (1491-1556) — non solo «[…] interpretare le mozioni dello spirito buono e dello spirito cattivo, ma — e qui sta la cosa decisiva — scegliere quelle dello spirito buono e respingere quelle dello spirito cattivo» (ibidem). E lo spirito cattivo frappone ostacoli che vengono sia dall’esterno sia dall’interno della Chiesa.

Cominciando dagli ostacoli esterni, nonostante i progressi scientifici e tecnici, «[…] la maggior parte degli uomini e delle donne del nostro tempo vivono una quotidiana precarietà, con conseguenze funeste. Aumentano alcune patologie. Il timore e la disperazione si impadroniscono del cuore di numerose persone» (n. 52), a prescindere dalle loro condizioni economiche. «La gioia di vivere frequentemente si spegne, crescono la mancanza di rispetto e la violenza» (ibidem). Le stesse nuove tecnologie sono «fonte di nuove forme di un potere molto spesso anonimo» (ibidem), che non sempre opera per il bene comune.

Vi è anche un’attenzione ossessiva all’economia che «uccide» (n. 53).«Non è possibile che non faccia notizia il fatto che muoia assiderato un anziano ridotto a vivere per strada, mentre lo sia il ribasso di due punti in borsa» (ibidem). «Si considera l’essere umano in se stesso come un bene di consumo, che si può usare e poi gettare. Abbiamo dato inizio alla cultura dello “scarto” che, addirittura, viene promossa»(ibidem). Le vecchie categorie «dello sfruttamento e dell’oppressione»(ibidem) sono in qualche modo superate da «[…] qualcosa di nuovo: con l’esclusione resta colpita, nella sua stessa radice, l’appartenenza alla società in cui si vive, dal momento che in essa non si sta nei bassifondi, nella periferia, senza potere, bensì si sta fuori. Gli esclusi non sono “sfruttati” ma rifiuti, “avanzi”» (ibidem).

L’idea che la semplice crescita del PIL, il Prodotto Interno Lordo, offra di per sé maggiori opportunità e benessere anche ai più poveri manifesta «[…] una fiducia grossolana e ingenua nella bontà di coloro che detengono il potere economico» (n. 54). Nel frattempo, «la cultura del benessere ci anestetizza e perdiamo la calma se il mercato offre qualcosa che non abbiamo ancora comprato, mentre tutte queste vite stroncate per mancanza di possibilità ci sembrano un mero spettacolo che non ci turba in alcun modo» (ibidem). Una delle cause è la «[…]relazione che abbiamo stabilito con il denaro, poiché accettiamo pacificamente il suo predominio su di noi e sulle nostre società» (n. 55). Dimentichiamo che all’origine dell’attuale crisi finanziaria «[…] vi è una profonda crisi antropologica: la negazione del primato dell’essere umano!» (ibidem). Lo dimentichiamo perché viviamo in «[…] una nuova e spietata versione nel feticismo del denaro e nella dittatura di una economia senza volto e senza uno scopo veramente umano»(ibidem). Così, «mentre i guadagni di pochi crescono esponenzialmente, quelli della maggioranza si collocano sempre più distanti dal benessere di questa minoranza felice» (n. 56). «Si instaura una nuova tirannia invisibile, a volte virtuale, che impone, in modo unilaterale e implacabile, le sue leggi e le sue regole. Inoltre, il debito e i suoi interessi allontanano i Paesi dalle possibilità praticabili della loro economia e i cittadini dal loro reale potere d’acquisto» (ibidem).

Si possono denunciare molti aspetti della crisi, che è insieme economica e antropologica. Ma l’elemento di giudizio più importante è che «dietro questo atteggiamento si nascondono il rifiuto dell’etica e il rifiuto di Dio. All’etica si guarda di solito con un certo disprezzo beffardo. La si considera controproducente, troppo umana, perché relativizza il denaro e il potere. La si avverte come una minaccia, poiché condanna la manipolazione e la degradazione della persona. In definitiva, l’etica rimanda a un Dio che attende una risposta impegnativa» (n. 57). Ma l’esperienza oggi dimostra che «un ritorno dell’economia e della finanza ad un’etica in favore dell’essere umano»(n. 58) non fa bene solo all’etica ma anche all’economia, per non parlare della sicurezza, perché «[…] ogni azione ha delle conseguenze, un male annidato nelle strutture di una società contiene sempre un potenziale di dissoluzione e di morte» (n. 59). «Alcuni semplicemente si compiacciono incolpando i poveri e i Paesi poveri dei propri mali, con indebite generalizzazioni, e pretendono di trovare la soluzione in una “educazione” che li tranquillizzi e li trasformi in esseri addomesticati e inoffensivi» (n. 60). Ma questa presunta educazione delle nazioni povere spesso favorisce semplicemente «[…] questo cancro sociale che è la corruzione profondamente radicata in molti Paesi — nei governi, nell’imprenditoria e nelle istituzioni — qualunque sia l’ideologia politica dei governanti» (ibidem).

Né si tratta solo di corruzione economica. La corruzione, intesa in senso ampio, si manifesta pure in «[…] autentici attacchi alla libertà religiosa o in nuove situazioni di persecuzione dei cristiani, le quali, in alcuni Paesi, hanno raggiunto livelli allarmanti di odio e di violenza»(n. 61). Altrove «[…] si tratta piuttosto di una diffusa indifferenza relativista, connessa con la disillusione e la crisi delle ideologie»(ibidem). Il relativismo non danneggia solo la religione «[…] ma la vita sociale in genere. Riconosciamo che una cultura, in cui ciascuno vuole essere portatore di una propria verità soggettiva, rende difficile che i cittadini desiderino partecipare ad un progetto comune che vada oltre gli interessi e i desideri personali» (ibidem). «Nella cultura dominante, il primo posto è occupato da ciò che è esteriore, immediato, visibile, veloce, superficiale, provvisorio. Il reale cede il posto all’apparenza» (n. 62). In Africa e in Asia, in particolare, si cercano d’imporre, attraverso lo strapotere dei media occidentali, modelli di comportamento relativisti che negano e cercano di sradicare i valori tradizionali.

«La fede cattolica di molti popoli si trova oggi di fronte alla sfida della proliferazione di nuovi movimenti religiosi, alcuni tendenti al fondamentalismo ed altri che sembrano proporre una spiritualità senza Dio» (n. 63). Giustamente critichiamo questi movimenti, ma neppure dobbiamo dimenticare che sono il comprensibile «[…] risultato di una reazione umana di fronte alla società materialista, consumista e individualista» (ibidem). «Questi movimenti […] vengono a colmare, all’interno dell’individualismo imperante, un vuoto lasciato dal razionalismo secolarista» (ibidem), e lasciato purtroppo anche da un«predominio dell’aspetto amministrativo su quello pastorale» (ibidem) in alcune diocesi e parrocchie cattoliche.

In Occidente, «il processo di secolarizzazione tende a ridurre la fede e la Chiesa all’ambito privato e intimo. Inoltre, con la negazione di ogni trascendenza, ha prodotto una crescente deformazione etica, un indebolimento del senso del peccato personale e sociale e un progressivo aumento del relativismo, che danno luogo ad un disorientamento generalizzato» (n. 64). «Mentre la Chiesa insiste sull’esistenza di norme morali oggettive, valide per tutti» (ibidem), il relativismo «[…] finisce per portarci ad una tremenda superficialità al momento di impostare le questioni morali» (ibidem). «Di conseguenza, si rende necessaria un’educazione che insegni a pensare criticamente e che offra un percorso di maturazione nei valori» (ibidem).

La Chiesa è popolare quando parla di pace e di ambiente. Ma «[…]quando poniamo sul tappeto altre questioni che suscitano minore accoglienza pubblica, lo facciamo per fedeltà alle medesime convinzioni sulla dignità della persona umana e il bene comune» (n. 65). Questo vale in particolare quando la Chiesa parla della famiglia,«cellula fondamentale della società» (n. 66) che «[…] attraversa una crisi culturale profonda» (ibidem). «Il matrimonio tende ad essere visto come una mera forma di gratificazione affettiva che può costituirsi in qualsiasi modo e modificarsi secondo la sensibilità di ognuno. Ma il contributo indispensabile del matrimonio alla società supera il livello dell’emotività e delle necessità contingenti della coppia» (ibidem). Papa Francesco rimanda qui a un documento dei vescovi francesi, pubblicato prima dell’approvazione della legge sul «matrimonio» omosessuale e critico nei confronti di quella legge, il quale insegna che il matrimonio non nasce «[…] dal sentimento amoroso, effimero per definizione, ma dalla profondità dell’impegno assunto dagli sposi che accettano di entrare in una comunione di vita totale» (12).

«L’individualismo postmoderno e globalizzato favorisce uno stile di vita che indebolisce lo sviluppo e la stabilità dei legami tra le persone, e che snatura i vincoli familiari» (n. 67). E tuttavia, anche in Occidente, rimane — al di là della partecipazione alla vita della Chiesa — «una cultura segnata dalla fede» (n. 68), che talora si manifesta ancora«dinanzi agli attacchi del secolarismo attuale» (ibidem), con reazioni vigorose e impreviste. Queste manifestazioni spontanee vanno accolte con gratitudine, ma non sono sufficienti. In Paesi «[…] profondamente secolarizzati si tratterà di favorire nuovi processi di evangelizzazione della cultura, benché presuppongano progetti a lunghissimo termine»(n. 69).

Fra i depositi positivi di tradizioni e valori cristiani che sopravvivono vi è la devozione di molti, che va messa in risalto e difesa contro critiche improvvide. Ma esistono anche problemi, quando «[…] l’accento, più che sull’impulso della pietà cristiana, si pone su forme esteriori di tradizioni di alcuni gruppi, o in ipotetiche rivelazioni private che si assolutizzano. Esiste un certo cristianesimo fatto di devozioni, proprio di un modo individuale e sentimentale di vivere la fede, che in realtà non corrisponde ad un’autentica “pietà popolare”» (n. 70), e che rischia anche di chiudere alcuni laici in una dimensione puramente devozionale, distogliendoli dal compito di evangelizzare la società e la politica che fa parte integrante della loro vocazione.

Un altro grave problema è la «rottura nella trasmissione generazionale della fede cristiana nel popolo cattolico» (ibidem). Così, «[…]aumentano i genitori che non battezzano i figli e non insegnano loro a pregare» (ibidem). Il «soggettivismo relativista» (ibidem) e le caratteristiche delle nuove culture urbane, specie nelle grandi megalopoli, contribuiscono a creare questo problema. «Nuove culture continuano a generarsi in queste enormi geografie umane dove il cristiano non suole più essere promotore o generatore di senso, ma riceve da esse altri linguaggi, simboli, messaggi e paradigmi che offrono nuovi orientamenti di vita, spesso in contrasto con il Vangelo di Gesù» (n. 73). Eppure anche nelle megalopoli la nuova evangelizzazione deve immaginare «spazi di preghiera e di comunione» (ibidem) e un apostolato capace di «[…] arrivare là dove si formano i nuovi racconti e paradigmi» (n. 74), che «[…] susciti i valori fondamentali» (ibidem) in mezzo alla «permanente ambivalenza» (ibidem), ai drammi e agli scandali della megalopoli, spesso ridotta a «luogo della fuga e della sfiducia reciproca» (n. 75).

Un secondo ordine di problemi non viene dall’esterno ma dall’interno della Chiesa. Prima di esaminare «i peccati di alcuni membri della Chiesa» (n. 76), il Papa sente il dovere di esprimere la «gratitudine immensa» (ibidem) «[…] per il bell’esempio che mi danno tanti cristiani che offrono la loro vita e il loro tempo con gioia» (ibidem). Certamente non tutto va male nella Chiesa. «Ciononostante, come figli di questa epoca, tutti siamo in qualche modo sotto l’influsso della cultura attuale globalizzata, che, pur presentandoci valori e nuove possibilità, può anche limitarci, condizionarci e persino farci ammalare» (n. 77). Così oggi in molti cattolici impegnati, comprese«persone consacrate» (n. 78), si nota «[…] una preoccupazione esagerata per gli spazi personali di autonomia e di distensione, che porta a vivere i propri compiti come una mera appendice della vita, come se non facessero parte della propria identità. Nel medesimo tempo, la vita spirituale si confonde con alcuni momenti religiosi che offrono un certo sollievo ma che non alimentano […] la passione per l’evangelizzazione» (ibidem). Individualismo, incertezze sull’identità cattolica e calo del fervore «sono tre mali che si alimentano l’uno con l’altro» (ibidem).

Se poi si passa troppo tempo a seguire la «cultura mediatica» (n. 79), si finisce per assorbire «una marcata sfiducia nei confronti del messaggio della Chiesa, e un certo disincanto» (ibidem). Molti, anche fra i sacerdoti e religiosi, «[…] benché preghino, sviluppano una sorta di complesso di inferiorità, che li conduce a relativizzare o ad occultare la loro identità cristiana e le loro convinzioni» (ibidem). Costoro«finiscono per soffocare la gioia della missione in una specie di ossessione per essere come tutti gli altri» (ibidem). È «[…] un relativismo ancora più pericoloso di quello dottrinale. Ha a che fare con le scelte più profonde e sincere che determinano una forma di vita. Questo relativismo pratico consiste nell’agire come se Dio non esistesse» (n. 80).

Anche «[…] molti laici temono che qualcuno li inviti a realizzare qualche compito apostolico, e cercano di fuggire da qualsiasi impegno che possa togliere loro il tempo libero» (n. 81). Ma vi sono pure «[…]sacerdoti, che si preoccupano con ossessione del loro tempo personale. Questo si deve frequentemente al fatto che le persone sentono il bisogno imperioso di preservare i loro spazi di autonomia, come se un compito di evangelizzazione fosse un veleno pericoloso» (ibidem). Gli uni e gli altri «[…] rimangono avvolti in un’accidia paralizzante»(ibidem).

«Il problema non sempre è l’eccesso di attività, ma soprattutto sono le attività vissute male, senza le motivazioni adeguate, senza una spiritualità che permei l’azione» (n. 82). Alcuni pongono eccessiva fiducia nei piani pastorali: «[…] li entusiasma più la “tabella di marcia” che la marcia stessa» (ibidem). Altri non sono liberi dall’esito, «[…]cadono nell’accidia perché non sanno aspettare, vogliono dominare il ritmo della vita» (ibidem), si fanno prendere dall’ansia di «arrivare a risultati immediati» (ibidem), non sanno accettare «qualche contraddizione, un apparente fallimento, una critica, una croce»(ibidem).

Nasce «la più grande minaccia» (n. 83), a proposito della quale Papa Francesco cita una conferenza dell’allora cardinale Joseph Ratzinger che denunciava «[…] il grigio pragmatismo della vita quotidiana della Chiesa, nel quale tutto apparentemente procede nella normalità, mentre in realtà la fede si va logorando e degenerando nella meschinità» (13). È «[…] la psicologia della tomba, che poco a poco trasforma i cristiani in mummie da museo. Delusi dalla realtà, dalla Chiesa o da se stessi, vivono la costante tentazione di attaccarsi a una tristezza dolciastra, senza speranza, che si impadronisce del cuore come “il più prezioso degli elisir del demonio” (14)» (ibidem).

Qualche volta usiamo la crisi attuale come scusa per ritirarci dal gioco e rinunciare all’apostolato. Il celebre riferimento del beato Giovanni XXIII ai «profeti di sventura» (15), insiste il Pontefice, va precisamente riferito non a uno sguardo realistico sui «mali del nostro mondo — e quelli della Chiesa» (n. 84), che sono certamente reali e gravi, ma a quando li usiamo capziosamente come «[…] scuse per ridurre il nostro impegno e il nostro fervore» (ibidem).

Ma la tentazione più grave oggi — in tanti aspetti dell’evangelizzazione — è la convinzione che, comunque sia, abbiamo già perso, «[…] è il senso di sconfitta, che ci trasforma in pessimisti scontenti e disincantati dalla faccia scura» (n. 85). «Nessuno può intraprendere una battaglia se in anticipo non confida pienamente nel trionfo. Chi comincia senza fiducia ha perso in anticipo metà della battaglia e sotterra i propri talenti» (ibidem). «Il cattivo spirito della sconfitta»(ibidem) è il «prodotto di una sfiducia ansiosa ed egocentrica»(ibidem).

Certo, umanamente esistono ragioni di pessimismo. «È evidente che in alcuni luoghi si è prodotta una “desertificazione” spirituale, frutto del progetto di società che vogliono costruirsi senza Dio o che distruggono le loro radici cristiane» (n. 86). In altre regioni del mondo, «[…] la resistenza violenta al cristianesimo obbliga i cristiani a vivere la loro fede quasi di nascosto nel Paese che amano» (ibidem). Ma proprio in questi contesti difficili la fede ci consente di essere «persone-anfore»(ibidem), capaci di dare da bere agli altri e d’infondere speranza. Mentre «molti tentano di fuggire dagli altri verso un comodo privato, o verso il circolo ristretto dei più intimi, e rinunciano al realismo della dimensione sociale del Vangelo» (n. 88), «l’ideale cristiano inviterà sempre a superare il sospetto, la sfiducia permanente, la paura di essere invasi, gli atteggiamenti difensivi che il mondo attuale ci impone» (ibidem).

Oggi molti vivono «[…] relazioni interpersonali solo mediate da apparecchi sofisticati, da schermi e sistemi che si possano accendere e spegnere a comando» (ibidem). Ma «[…] il Vangelo ci invita sempre a correre il rischio dell’incontro con il volto dell’altro, con la sua presenza fisica che interpella, col suo dolore e le sue richieste, con la sua gioia contagiosa in un costante corpo a corpo» (ibidem).

«L’isolamento, che è una versione dell’immanentismo, si può esprimere in una falsa autonomia che esclude Dio e che però può anche trovare nel religioso una forma di consumismo spirituale alla portata del suo morboso individualismo» (n. 89). Si parla molto oggi di un certo ritorno della spiritualità. Ma «il ritorno al sacro e la ricerca spirituale che caratterizzano la nostra epoca sono fenomeni ambigui» (ibidem). Può trattarsi di una reazione all’ateismo ma anche di proposte«alienanti» (ibidem), «[…] che non umanizzano né danno gloria a Dio»(ibidem). È il caso di «[…] diverse forme di “spiritualità del benessere” senza comunità, per una “teologia della prosperità” senza impegni fraterni, o per esperienze soggettive senza volto, che si riducono a una ricerca interiore immanentista» (n. 90).

Molti passano da un gruppo all’altro, da una spiritualità all’altra. Ma risponde loro l’Imitazione di Cristo: «Imaginatio locorum et mutatio multos fefellit» (16), «Andar sognando luoghi diversi, e passare dall’uno all’altro, è stato per molti un inganno» (n. 91). «È un falso rimedio che fa ammalare il cuore e a volte il corpo» (ibidem). Si tratta, in fondo, di modalità nuove in cui riappare un male vecchio, che Papa Francesco ha già denunciato più volte: la «mondanità spirituale, che si nasconde dietro apparenze di religiosità e persino di amore alla Chiesa» (n. 93). La mondanità spirituale non va confusa con la mondanità materiale, che è l’amore degli agi e dei lussi (17). Consiste nel fare il bene, ma per se stessi o anche per un’astratta umanità, non per Dio, «[…] nel cercare, al posto della gloria del Signore, la gloria umana ed il benessere personale» (n. 93).

Vi sono due diversi tipi di mondanità spirituale. Il primo è alimentato dal «[…] fascino dello gnosticismo, una fede rinchiusa nel soggettivismo, dove interessa unicamente una determinata esperienza o una serie di ragionamenti e conoscenze che si ritiene possano confortare e illuminare, ma dove il soggetto in definitiva rimane chiuso nell’immanenza della sua propria ragione o dei suoi sentimenti. L’altro è il neopelagianesimo autoreferenziale e prometeico di coloro che in definitiva fanno affidamento unicamente sulle proprie forze e si sentono superiori agli altri perché osservano determinate norme o perché sono irremovibilmente fedeli ad un certo stile cattolico proprio del passato. È una presunta sicurezza dottrinale o disciplinare che dà luogo ad un elitarismo narcisista e autoritario, dove invece di evangelizzare si analizzano e si classificano gli altri» (n. 94).

Questo schema — che, come ho mostrato altrove (18), ha le sue origini in scritti del cardinale Ratzinger e del filosofo Josef Pieper (1904-1997) — è stato usato già diverse volte da Papa Francesco. L’essenziale, ci ripete qui il Pontefice, è che neo-gnosticismo e neo-pelagianesimo sono entrambi «manifestazioni di un immanentismo antropocentrico» (n. 94), forme di una «oscura mondanità» (n. 95). Ne nascono «atteggiamenti apparentemente opposti ma con la stessa pretesa di “dominare lo spazio della Chiesa”» (ibidem). Per alcuni si tratterà di «cura ostentata della liturgia, della dottrina e del prestigio della Chiesa» (ibidem), in uno spirito però che ha più a che fare con il museo che con l’evangelizzazione. Mentre in altri, che criticano i primi e si proclamano moderni e aggiornati, «[…] la medesima mondanità spirituale si nasconde dietro il fascino di poter mostrare conquiste sociali e politiche, o in una vanagloria legata alla gestione di faccende pratiche, o in un’attrazione per le dinamiche di autostima e di realizzazione autoreferenziale» (ibidem).

E, al di là delle posizioni dottrinali, la mondanità spirituale si manifesta in «una densa vita sociale piena di viaggi, riunioni, cene, ricevimenti»(ibidem), o ancora in «un funzionalismo manageriale, carico di statistiche, pianificazioni e valutazioni» (ibidem), o nella «[…]vanagloria di coloro che si accontentano di avere qualche potere e preferiscono essere generali di eserciti sconfitti piuttosto che semplici soldati di uno squadrone che continua a combattere» (n. 96). Quante volte, anziché metterci al lavoro, «[…] ci intratteniamo vanitosi parlando a proposito di “quello che si dovrebbe fare” — il peccato del “si dovrebbe fare” — come maestri spirituali ed esperti di pastorale che danno istruzioni rimanendo all’esterno. Coltiviamo la nostra immaginazione senza limiti e perdiamo il contatto con la realtà»(ibidem).

La mondanità spirituale «è una tremenda corruzione con apparenza di bene» (n. 97). «Questa mondanità asfissiante si sana assaporando l’aria pura dello Spirito Santo, che ci libera dal rimanere centrati in noi stessi, nascosti in un’apparenza religiosa vuota di Dio. Non lasciamoci rubare il Vangelo!» (ibidem). Se le cediamo, «la mondanità spirituale porta alcuni cristiani ad essere in guerra con altri cristiani» (n. 98):«[…] smettono di vivere un’appartenenza cordiale alla Chiesa per alimentare uno spirito di contesa. Più che appartenere alla Chiesa intera, con la sua ricca varietà, appartengono a questo o quel gruppo che si sente differente o speciale» (ibidem). «Odio, divisione, calunnia, diffamazione, vendetta, gelosia, desiderio di imporre le proprie idee a qualsiasi costo» (n. 100): «chi vogliamo evangelizzare con questi comportamenti?» (ibidem).

Questi conflitti vedono talora contrapposti nella Chiesa i sacerdoti ai laici, gli uomini alle donne, i giovani agli anziani. Il Papa denuncia «un eccessivo clericalismo» (n. 102), che oggi spesso si esprime nell’affidare ai laici solo «compiti intraecclesiali senza un reale impegno per l’applicazione del Vangelo alla trasformazione della società» (ibidem) nei vasti campi della politica e dell’economia, che costituiscono il luogo della loro vocazione specifica. Quanto alle donne, Papa Francesco ribadisce che «il sacerdozio riservato agli uomini, come segno di Cristo Sposo che si consegna nell’Eucaristia, è una questione che non si pone in discussione» (n. 104): su questa materia la Chiesa si è pronunciata in modo finale, e il dibattito non è aperto. Nello stesso tempo, mentre studia nuove modalità per accogliere più pienamente le donne «[…] lì dove si prendono decisioni importanti, nei diversi ambiti della Chiesa» (n. 104) (19), il Magistero ricorda che sempre il cristianesimo ha valorizzato il ruolo femminile e che nella prima comunità apostolica «di fatto, una donna, Maria, è più importante dei vescovi» (ibidem).

«La proliferazione e la crescita di associazioni e movimenti prevalentemente giovanili si possono interpretare come un’azione dello Spirito» (n. 105), in un momento in cui è difficile per la Chiesa accostare i giovani ed evangelizzarli in un linguaggio che essi possano comprendere. Nello stesso tempo, occorre pure «[…] rendere più stabile la partecipazione di queste aggregazioni all’interno della pastorale d’insieme della Chiesa» (ibidem). I problemi della condizione giovanile rendono più difficile che fioriscano le vocazioni al sacerdozio e alla vita religiosa. E tuttavia «[…] oggi abbiamo una più chiara coscienza della necessità di una migliore selezione dei candidati al sacerdozio. Non si possono riempire i seminari sulla base di qualunque tipo di motivazione, tanto meno se queste sono legate ad insicurezza affettiva» (n. 107).

3. Le modalità dell’evangelizzazione

Il terzo capitolo dell’esortazione apostolica presenta la natura dell’evangelizzazione, il cui soggetto è la Chiesa, insieme «istituzione organica e gerarchica» (n. 111), «popolo in cammino verso Dio»(ibidem) e «[…] mistero che affonda le sue radici nella Trinità»(ibidem). L’iniziativa di salvezza di Dio si realizza nella Chiesa.«Nessuno si salva da solo, cioè né come individuo isolato né con le sue proprie forze» (n. 113): è un grande tema del Magistero di Benedetto XVI, che Papa Francesco richiama esplicitamente sul punto.

Evangelizzando tutti i popoli della Terra, «[…] ciascuno dei quali ha la propria cultura» (n. 115), la Chiesa incontra — appunto — la nozione di cultura. «Si tratta dello stile di vita di una determinata società, del modo peculiare che hanno i suoi membri di relazionarsi tra loro, con le altre creature e con Dio. Intesa così, la cultura comprende la totalità della vita di un popolo» (ibidem). «La grazia suppone la cultura, e il dono di Dio si incarna nella cultura di chi lo riceve» (ibidem). La storia mostra che la Chiesa «[…] non dispone di un unico modello culturale»(n. 116), ma — rimanendo se stessa e senza alcun relativismo — si esprime nel linguaggio delle diverse culture, ne assume le ricchezze,«[…] diventa “sponsa ornata monilibus suis”, “la sposa che si adorna con i suoi gioielli” (Is 61,10)» (ibidem). «Se ben intesa, la diversità culturale non minaccia l’unità della Chiesa» (n. 117). Lo Spirito Santo«[…] costruisce un’unità che non è mai uniformità ma multiforme armonia che attrae» (ibidem). Naturalmente è «[…] vero che alcune culture sono state strettamente legate alla predicazione del Vangelo e allo sviluppo di un pensiero cristiano» (ibidem), ma a rigore il messaggio rivelato «[…] non si identifica con nessuna di esse e possiede un contenuto transculturale» (ibidem), così che si deve essere attenti a non imporre ai nuovi popoli che incontrano il Vangelo quanto è semplicemente specifico della cultura di origine del missionario.

Evangelizzare non è compito solo dei missionari di professione. Dotato del sensus fidei, l’«istinto della fede» (n. 119) che «[…] concede ai cristiani una certa connaturalità con le realtà divine e una saggezza che permette loro di coglierle intuitivamente, benché non dispongano degli strumenti adeguati per esprimerle con precisione» (ibidem), ogni battezzato è un missionario. Sarebbe «[…] inadeguato pensare ad uno schema di evangelizzazione portato avanti da attori qualificati in cui il resto del popolo fedele fosse solamente recettivo delle loro azioni. La nuova evangelizzazione deve implicare un nuovo protagonismo di ciascuno dei battezzati» (n. 120). Diversamente, non ci sarà nessuna nuova evangelizzazione: «E noi che cosa aspettiamo?» (ibidem).

La formazione è essenziale, ma la formazione ancora imperfetta «[…]non dev’essere una scusa; al contrario, la missione è uno stimolo costante per non adagiarsi nella mediocrità e per continuare a crescere» (n. 121). Anche le persone semplici possono evangelizzare tramite «la pietà popolare, autentica espressione dell’azione missionaria spontanea del Popolo di Dio» (n. 122). La religiosità popolare, «in alcuni momenti guardata con sfiducia, è stata oggetto di rivalutazione nei decenni posteriori al Concilio» (n. 123), specie da parte del venerabile Paolo VI, del beato Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI. «Per capire questa realtà c’è bisogno di avvicinarsi ad essa con lo sguardo del Buon Pastore, che non cerca di giudicare, ma di amare. Solamente a partire dalla connaturalità che l’amore dà possiamo apprezzare la vita teologale presente nella pietà dei popoli cristiani, specialmente nei poveri» (n. 125). Recitare il Rosario al capezzale di un malato o accendere una candela non sono solo «[…]una ricerca naturale della divinità. Sono la manifestazione di una vita teologale animata dall’azione dello Spirito Santo» (ibidem). «Le espressioni della pietà popolare hanno molto da insegnarci e, per chi è in grado di leggerle, sono un luogo teologico a cui dobbiamo prestare attenzione, particolarmente nel momento in cui pensiamo alla nuova evangelizzazione» (n. 126).

Né bisogna trascurare qualche cosa che tutti possono fare: «[…] la predicazione informale che si può realizzare durante una conversazione» (n. 127), in modo spontaneo da persona a persona,«sempre rispettosa e gentile» (n. 128). «Non si deve pensare che l’annuncio evangelico sia da trasmettere sempre con determinate formule stabilite, o con parole precise che esprimano un contenuto assolutamente invariabile. Si trasmette in forme così diverse che sarebbe impossibile descriverle o catalogarle» (n. 129).

Al servizio dell’evangelizzazione, lo Spirito Santo suscita i diversi carismi, e «un chiaro segno dell’autenticità di un carisma è la sua ecclesialità» (n. 130). «Un’autentica novità suscitata dallo Spirito non ha bisogno di gettare ombre sopra altre spiritualità e doni per affermare se stessa. Quanto più un carisma volgerà il suo sguardo al cuore del Vangelo, tanto più il suo esercizio sarà ecclesiale» (ibidem). Lo Spirito Santo sa suscitare «[…] la diversità, la pluralità, la molteplicità e, al tempo stesso, realizzare l’unità. Invece, quando siamo noi che pretendiamo la diversità e ci rinchiudiamo nei nostri particolarismi, nei nostri esclusivismi, provochiamo la divisione e, d’altra parte, quando siamo noi che vogliamo costruire l’unità con i nostri piani umani, finiamo per imporre l’uniformità, l’omologazione. Questo non aiuta la missione della Chiesa» (n. 131).

Evangelizzare la cultura implica pure «un nuovo discorso sulla credibilità, un’apologetica originale» (n. 132) che si rivolga anche alla scienza e all’università. «Quando alcune categorie della ragione e delle scienze vengono accolte nell’annuncio del messaggio, quelle stesse categorie diventano strumenti di evangelizzazione; è l’acqua trasformata in vino» (ibidem). Il dialogo con la cultura e la scienza è affidato in particolare ai teologi «[…] come parte della missione salvifica della Chiesa. Ma è necessario che, per tale scopo, abbiano a cuore la finalità evangelizzatrice della Chiesa e della stessa teologia e non si accontentino di una teologia da tavolino» (n. 133).

Le università e «le scuole cattoliche» (n. 134), purché cerchino «[…]sempre di coniugare il compito educativo con l’annuncio esplicito del Vangelo, costituiscono un contributo molto valido all’evangelizzazione della cultura, anche nei Paesi e nelle città dove una situazione avversa ci stimola ad usare la creatività per trovare i percorsi adeguati»(ibidem).

Strumento principe di evangelizzazione dovrebbe essere l’omelia, che richiede «una seria valutazione» (n. 135), di cui l’esortazione apostolica si occupa «persino con una certa meticolosità» (ibidem): oggi «[…] molti sono i reclami in relazione a questo importante ministero e non possiamo chiudere le orecchie» (ibidem). «L’omelia non può essere uno spettacolo di intrattenimento, non risponde alla logica delle risorse mediatiche, ma deve dare fervore e significato alla celebrazione» (n. 138). Deve «[…] essere breve ed evitare di sembrare una conferenza o una lezione» (ibidem). Il popolo deve sentire «[…] la vicinanza cordiale del predicatore, il calore del suo tono di voce, la mansuetudine dello stile delle sue frasi, la gioia dei suoi gesti. Anche nei casi in cui l’omelia risulti un po’ noiosa, se si percepisce questo spirito materno-ecclesiale, sarà sempre feconda, come i noiosi consigli di una madre danno frutto col tempo nel cuore dei figli» (n. 140). Nella buona omelia, «[…] la verità si accompagna alla bellezza e al bene. Non si tratta di verità astratte o di freddi sillogismi, perché si comunica anche la bellezza delle immagini che il Signore utilizzava per stimolare la pratica del bene» (n. 142). Deve trasmettere «[…] la sintesi del messaggio evangelico, e non idee o valori slegati. Dove sta la tua sintesi, lì sta il tuo cuore. La differenza tra far luce sulla sintesi e far luce su idee slegate tra loro è la stessa che c’è tra la noia e l’ardore del cuore» (n. 143).

Alcuni parroci confidano che preparare bene l’omelia oggi «[…] non è possibile a causa delle tante incombenze che devono svolgere; tuttavia, mi azzardo a chiedere che tutte le settimane si dedichi a questo compito un tempo personale e comunitario sufficientemente prolungato, anche se si dovesse dare meno tempo ad altri impegni, pur importanti» (n. 145). «Un predicatore che non si prepara non è “spirituale”, è disonesto ed irresponsabile» (ibidem). In questa preparazione il predicatore acquisirà il «culto della verità» (n. 146),«con un santo timore di manipolarla» (ibidem); della verità del Vangelo annunciata dalla Chiesa il sacerdote non è padrone ma servitore. La preparazione biblica e lo studio sono necessari, ma soprattutto «chiunque voglia predicare, prima dev’essere disposto a lasciarsi commuovere dalla Parola e a farla diventare carne nella sua esistenza concreta. In questo modo, la predicazione consisterà inquell’attività tanto intensa e feconda che è “comunicare agli altri ciò che uno ha contemplato”» (n. 150): «contemplata aliis tradere» (20), come insegnava san Tommaso d’Aquino, il che presuppone un forte radicamento del predicatore nella vita spirituale dove ultimamente tutto si gioca. Non si chiede che il predicatore sia «immacolato» (n. 151), ma se non si prepara a predicare dedicando il tempo adeguato alla vita spirituale e alla lectio divina «[…] allora sì sarà un falso profeta, un truffatore o un vuoto ciarlatano» (ibidem).

Nell’omelia «[…] non bisogna mai rispondere a domande che nessuno si pone; neppure è opportuno offrire cronache dell’attualità per suscitare interesse: per questo ci sono già i programmi televisivi» (n. 155). Occorre anche studiare e preparare il modo di predicare. «Alcuni credono di poter essere buoni predicatori perché sanno quello che devono dire, però trascurano il come, il modo concreto di sviluppare una predicazione» (n. 156). Non si tratta di mera tecnica. In realtà, «la preoccupazione per la modalità della predicazione è anch’essa un atteggiamento profondamente spirituale» (ibidem) e «un esercizio squisito di amore al prossimo» (ibidem). In modo semplice, chiaro, ordinato, il predicatore «[…] se indica qualcosa di negativo — il che può essere talora opportuno —, cerca sempre di mostrare anche un valore positivo che attragga, per non fermarsi alla lagnanza, al lamento, alla critica o al rimorso» (n. 159).

Dopo l’ampia trattazione sull’omelia, l’ultima parte del terzo capitolo tratta il tema della catechesi, che non è solo «formazione dottrinale»(n. 161), ma insieme anche morale e spirituale. Il Magistero ha più volte sottolineato, ricorda Papa Francesco, che «[…] anche nella catechesi ha un ruolo fondamentale il primo annuncio o “kerygma”, che deve occupare il centro dell’attività» (n. 164). L’esortazione apostolica sottolinea che «il kerygma è trinitario. È il fuoco dello Spirito che si dona sotto forma di lingue e ci fa credere in Gesù Cristo, che con la sua morte e resurrezione ci rivela e ci comunica l’infinita misericordia del Padre» (ibidem). Il catechista lo può esprimere così: «Gesù Cristo ti ama, ha dato la sua vita per salvarti, e adesso è vivo al tuo fianco ogni giorno, per illuminarti, per rafforzarti, per liberarti» (ibidem). Il primo annuncio non dovrà poi essere dimenticato a favore di altri elementi. Resterà sempre «primo», nel senso di più importante.

Un altro aspetto della catechesi che il Magistero recente sottolinea, ricorda il Pontefice, è quello «[…] dell’iniziazione mistagogica, che significa essenzialmente due cose: la necessaria progressività dell’esperienza formativa in cui interviene tutta la comunità ed una rinnovata valorizzazione dei segni liturgici dell’iniziazione cristiana» (n. 166). Non ne troveremo il senso profondo solo leggendo manuali. La catechesi dovrà passare anche per la «“via della bellezza” (via pulchritudinis (n. 167), tanto importante — Papa Francesco lo ricorda — per Benedetto XVI. Si evangelizza anche presentando la bellezza e l’arte, ponendo attenzione però — e qui il Pontefice cita ancora il suo predecessore — a non «[…] fomentare un relativismo estetico, che possa oscurare il legame inseparabile tra verità, bontà e bellezza»(ibidem). Comunque sia, oggi «[…] si rende necessario che la formazione nella via pulchritudinis sia inserita nella trasmissione della fede. È auspicabile che ogni Chiesa particolare promuova l’uso delle arti nella sua opera evangelizzatrice, in continuità con la ricchezza del passato, ma anche nella vastità delle sue molteplici espressioni attuali» (ibidem), comprese «[…] quelle modalità non convenzionali di bellezza, che possono essere poco significative per gli evangelizzatori, ma che sono diventate particolarmente attraenti per gli altri» (ibidem), sempre — ancora — con le modalità indicate da Benedetto XVI, costantemente richiamato in questa parte della Evangelii gaudium, allo scopo di mantenere un giudizio obiettivo sull’arte ed evitare ogni relativismo (21).

Quanto alla dimensione morale della catechesi, «[…] è opportuno indicare sempre il bene desiderabile, la proposta di vita, di maturità, di realizzazione, di fecondità, alla cui luce si può comprendere la nostra denuncia dei mali che possono oscurarla» (n. 168). I mali vanno denunciati, senza atteggiarsi però a «[…] esperti in diagnosi apocalittiche o giudici oscuri che si compiacciono di individuare ognipericolo o deviazione» (ibidem), ma presentandosi piuttosto «[…]come gioiosi messaggeri di proposte alte, custodi del bene e della bellezza che risplendono in una vita fedele al Vangelo» (ibidem).

«In una civiltà paradossalmente ferita dall’anonimato e, al tempo stesso, ossessionata per i dettagli della vita degli altri, spudoratamente malata di curiosità morbosa» (n. 169), la Chiesa offre a tutti un accompagnamento spirituale. «Alcuni si credono liberi quando camminano in disparte dal Signore, senza accorgersi che rimangono esistenzialmente orfani, senza un riparo, senza una dimora dove fare sempre ritorno. Cessano di essere pellegrini e si trasformano in erranti, che ruotano sempre intorno a sé stessi senza arrivare da nessuna parte» (n. 170). Lungi dall’assecondare queste deviazioni, l’accompagnamento catechetico e spirituale con immensa pazienza le corregge. Quanto alle deviazioni morali, «il Vangelo ci propone di correggere e aiutare a crescere una persona a partire dal riconoscimento della malvagità oggettiva delle sue azioni (cfr Mt18,15), ma senza emettere giudizi sulla sua responsabilità e colpevolezza (cfr Mt 7,1; Lc 6,37)» (n. 172).

4. Le conseguenze sociali dell’evangelizzazione

«Evangelizzare è rendere presente nel mondo il Regno di Dio» (n. 176). Se la dimensione sociale dell’evangelizzazione «[…] non viene debitamente esplicitata, si corre sempre il rischio di sfigurare il significato autentico e integrale della missione evangelizzatrice»(ibidem), di cui la dottrina sociale è parte integrante e non facoltativa. La stessa Redenzione «[…] ha un significato sociale» (n. 178), e lo Spirito Santo «[…] cerca di penetrare in ogni situazione umana e in tutti i vincoli sociali» (ibidem).

Che il Vangelo abbia conseguenze sociali è un «[…] messaggio al quale frequentemente ci abituiamo, lo ripetiamo quasi meccanicamente, senza però assicurarci che abbia una reale incidenza nella nostra vita e nelle nostre comunità. Com’è pericolosa e dannosa questa assuefazione[…]!» (n. 179). Sarebbe sbagliato intendere la regalità di Gesù Cristo sulla società come un insieme di piccoli gesti individuali di benevolenza, carità, onestà, dai quali poi deriverebbe un miglioramento del clima sociale. No: Gesù desidera esercitare il suo regno su tutti gli ambiti dell’agire umano, che è per sua natura agire sociale.

Per questo la Chiesa propone insegnamenti sociali, i quali «[…] sono soggetti a maggiori o nuovi sviluppi e possono essere oggetto di discussione, però non possiamo evitare di essere concreti — senza pretendere di entrare in dettagli — perché i grandi principi sociali non rimangano mere indicazioni generali che non interpellano nessuno. Bisogna ricavarne le conseguenze pratiche» (n. 182). E i pastori della Chiesa rivendicano «[…] il diritto di emettere opinioni su tutto ciò che riguarda la vita delle persone, dal momento che il compitodell’evangelizzazione implica ed esige una promozione integrale di ogni essere umano» (ibidem). Molti lo pensano, ma «non si può più affermare che la religione deve limitarsi all’ambito privato e che esiste solo per preparare le anime per il cielo» (n. 182), secondo un laicismo d’altri tempi. No, «[…] nessuno può esigere da noi che releghiamo la religione alla segreta intimità delle persone, senza alcuna influenza sulla vita sociale e nazionale, senza preoccuparci per la salute delle istituzioni della società civile, senza esprimersi sugli avvenimenti che interessano i cittadini» (n. 183).

L’esortazione apostolica «[…] non è un documento sociale» (n. 184) — ne esistono altri, anche recenti, e il Papa richiama pure la responsabilità degli episcopati nazionali su questioni che riguardano i loro Paesi — ma il Papa richiama comunque due grandi questioni: l’inclusione sociale dei poveri e la pace sociale.

La prima questione riguarda la «[…] preoccupazione per lo sviluppo integrale dei più abbandonati della società» (n. 186). «La parola “solidarietà” si è un po’ logorata e a volte la si interpreta male, ma indica molto di più di qualche atto sporadico di generosità. Richiede di creare una nuova mentalità» (n. 188). Il Papa richiama l’insegnamento consueto della Chiesa che riconosce «la funzione sociale della proprietà e la destinazione universale dei beni come realtà anteriori alla proprietà privata» (n. 189), la quale pure secondo la dottrina sociale cattolica rispetto ai beni «[…] si giustifica per custodirli e accrescerli in modo che servano meglio al bene comune» (ibidem).

Come cristiani non ci limitiamo a ripetere questi principi, applicandoli soprattutto ai Paesi e ai popoli più sfortunati ed emarginati.«Desideriamo però ancora di più, il nostro sogno vola più alto» (n. 192). Non vogliamo per i diseredati del mondo solo cibo e sussistenza, ma «[…] educazione, accesso all’assistenza sanitaria, e specialmente lavoro, perché nel lavoro libero, creativo, partecipativo e solidale, l’essere umano esprime e accresce la dignità della propria vita»(ibidem). Ispirata dall’Antico e dal Nuovo Testamento già ai tempi dei Padri la Chiesa sviluppò «[…] una resistenza profetica, come alternativa culturale, di fronte all’individualismo edonista pagano» (n. 193). «È un messaggio così chiaro, così diretto, così semplice ed eloquente, che nessuna ermeneutica ecclesiale ha il diritto di relativizzarlo» (n. 194). Oggi «[…] tende a svilupparsi un nuovo paganesimo individualista. La bellezza stessa del Vangelo non sempre può essere adeguatamente manifestata da noi, ma c’è un segno che non deve mai mancare: l’opzione per gli ultimi, per quelli che la società scarta e getta via» (n. 195).

«A volte siamo duri di cuore e di mente, ci dimentichiamo, ci divertiamo, ci estasiamo con le immense possibilità di consumo e di distrazione che offre questa società. Così si produce una specie di alienazione che ci colpisce tutti» (n. 196). Se ne può uscire solo ricordando che «per la Chiesa l’opzione per i poveri è una categoria teologica prima che culturale, sociologica, politica o filosofica» (n. 198).

Quando Papa Francesco parla di «Chiesa povera per i poveri» (ibidem), non ha in mente solo azioni o «[…] programmi di promozione e assistenza; quello che lo Spirito mette in moto non è un eccesso di attivismo, ma prima di tutto un’attenzione rivolta all’altro» (n. 199). Alla fine, solo «[…] questo differenzia l’autentica opzione per i poveri da qualsiasi ideologia, da qualunque intento di utilizzare i poveri al servizio di interessi personali o politici» (ibidem).

Il Pontefice vuole anche «[…] affermare con dolore che la peggior discriminazione di cui soffrono i poveri è la mancanza di attenzione spirituale» (n. 200). Anche nella Chiesa troppo spesso ci si preoccupa — giustamente — delle loro necessità materiali, ma si trascurano quelle spirituali. «L’immensa maggioranza dei poveri possiede una speciale apertura alla fede; hanno bisogno di Dio e non possiamo tralasciare di offrire loro la sua amicizia, la sua benedizione, la sua Parola, la celebrazione dei Sacramenti e la proposta di un cammino di crescita e di maturazione nella fede. L’opzione preferenziale per i poveri deve tradursi principalmente in un’attenzione religiosa privilegiata e prioritaria» (ibidem).

«I piani assistenziali, che fanno fronte ad alcune urgenze, si dovrebbero considerare solo come risposte provvisorie» (n. 202). I laici cattolici, nella loro responsabilità sociale e politica, sono chiamati a studiare una politica economica che non sia sorda al grido dei poveri e che metta, per così dire, più etica e solidarietà nell’economia, anche se oggi queste parole danno «fastidio» (n. 203) oppure diventano «[…]oggetto di una manipolazione opportunista che le disonora» (ibidem). In modo particolare, l’appello si rivolge ai laici cattolici che sono imprenditori. «La vocazione di un imprenditore è un nobile lavoro, sempre che si lasci interrogare da un significato più ampio della vita»(ibidem). L’economia oggi si è fatta più complessa. Se mai questo è stato possibile, «non possiamo più confidare nelle forze cieche e nella mano invisibile del mercato» (n. 204). «Lungi da me — aggiunge Papa Francesco — il proporre un populismo irresponsabile, ma l’economia non può più ricorrere a rimedi che sono un nuovo veleno, come quando si pretende di aumentare la redditività riducendo il mercato del lavoro e creando in tal modo nuovi esclusi» (ibidem).

Oltre che agl’imprenditori e agli economisti, il Pontefice si rivolge ai politici. «La politica, tanto denigrata, è una vocazione altissima, è una delle forme più preziose della carità, perché cerca il bene comune» (n. 205). «E perché non ricorrere a Dio affinché ispiri i loro piani? Sono convinto che a partire da un’apertura alla trascendenza potrebbe formarsi una nuova mentalità politica ed economica che aiuterebbe a superare la dicotomia assoluta tra l’economia e il bene comune sociale» (ibidem). L’economia, del resto, «come indica la stessaparola, dovrebbe essere l’arte di raggiungere un’adeguata amministrazione della casa comune» (n. 206): oikonomìa in greco significa «governo della casa».

Una Chiesa, o una parte della Chiesa, che si disinteressi dei problemi economici nazionali e internazionali e dell’esigenza primaria di soccorrere i più poveri, «[…] correrà anche il rischio della dissoluzione, benché parli di temi sociali o critichi i governi. Facilmente finirà per essere sommersa dalla mondanità spirituale, dissimulata con pratiche religiose, con riunioni infeconde o con discorsi vuoti» (n. 207).«Se qualcuno — conclude il Papa — si sente offeso dalle mie parole, gli dico che le esprimo con affetto e con la migliore delle intenzioni, lontano da qualunque interesse personale o ideologia politica. La mia parola non è quella di un nemico né di un oppositore. Mi interessa unicamente fare in modo che quelli che sono schiavi di una mentalità individualista, indifferente ed egoista, possano liberarsi da quelle indegne catene e raggiungano uno stile di vita e di pensiero più umano, più nobile, più fecondo, che dia dignità al loro passaggio su questa terra» (n. 208).

Questa liberazione implica prendersi cura dei fragili e dei deboli, compresi i migranti e le vittime dell’indegno traffico di esseri umani.«Tra questi deboli, di cui la Chiesa vuole prendersi cura con predilezione, ci sono anche i bambini nascituri, che sono i più indifesi e innocenti di tutti, ai quali oggi si vuole negare la dignità umana al fine di poterne fare quello che si vuole, togliendo loro la vita e promuovendo legislazioni in modo che nessuno possa impedirlo» (n. 213). Spesso, «[…] per ridicolizzare allegramente la difesa che la Chiesa fa delle vite dei nascituri, si fa in modo di presentare la sua posizione come qualcosa di ideologico, oscurantista e conservatore. Eppure questa difesa della vita nascente è intimamente legata alla difesa di qualsiasi diritto umano» (ibidem). Se cade il diritto alla vita,«[…] non rimangono solide e permanenti fondamenta per la difesa dei diritti umani, che sarebbero sempre soggetti alle convenienze contingenti dei potenti di turno» (ibidem). E non si tratta di principi che varrebbero solo per i credenti, perché «la sola ragione è sufficiente per riconoscere il valore inviolabile di ogni vita umana» (ibidem). Per chi crede, poi, la violazione del diritto alla vita «[…] grida vendetta al cospetto di Dio e si configura come offesa al Creatore dell’uomo»(ibidem)

Sbaglia di grosso, precisa Papa Francesco, chi si aspetta «[…] che laChiesa cambi la sua posizione su questa questione. Voglio essere del tutto onesto al riguardo. Questo non è un argomento soggetto a presunte riforme o a “modernizzazioni”. Non è progressista pretendere di risolvere i problemi eliminando una vita umana» (n. 214). Tutt’altra cosa è «[…] accompagnare adeguatamente le donne che si trovano in situazioni molto dure, dove l’aborto si presenta loro come una rapida soluzione alle loro profonde angustie» (ibidem). E la Chiesa mostra l’estensione della sua compassione per il creato lamentando anche le ferite inferte all’ambiente, che è per l’uomo e per tutti gli uomini, comprese le generazioni future.

Il secondo aspetto della dottrina sociale che il Pontefice sviluppa — con accenti e con una trattazione originale — nell’esortazione apostolica è la nozione di pace sociale, che «[…] non può essere intesa come irenismo o come una mera assenza di violenza ottenuta mediante l’imposizione di una parte sopra le altre» (n. 218), ma riposa su quattro principi della dottrina sociale della Chiesa. Il primo è che «il tempo è superiore allo spazio» (n. 222), un tema già sviluppato nell’enciclica Lumen fidei (22). «Vi è una tensione bipolare tra la pienezza e il limite. La pienezza provoca la volontà di possedere tutto e il limite è la parete che ci si pone davanti. Il “tempo”, considerato in senso ampio, fa riferimento alla pienezza come espressione dell’orizzonte che ci si apre dinanzi, e il momento è espressione del limite che si vive in uno spazio circoscritto» (ibidem). Dire che il tempo è superiore allo spazio significa poter «[…] lavorare a lunga scadenza, senza l’ossessione dei risultati immediati» (ibidem), e senza che i vari poteri forti ci costringano a credere che un certo esito di ogni dibattito sociale è già precostituito e inevitabile. Come già nella Lumen fidei, Papa Francesco cita a proposito di questa visione del tempo, utile anche per impostare bene l’evangelizzazione, il teologo tedesco di origine italiana Romano Guardini (1885-1968) (n. 224). Il cristiano sa che il nemico, Satana, non è destinato a vincere: «[…] può occupare lo spazio del Regno e causare danno con la zizzania, ma è vinto dalla bontà del grano che si manifesta con il tempo» (n. 225).

Secondo principio: «l’unità prevale sul conflitto» (n. 226). Nella storia«il conflitto non può essere ignorato o dissimulato. Dev’essere accettato. Ma se rimaniamo intrappolati in esso, perdiamo la prospettiva, gli orizzonti si limitano e la realtà stessa resta frammentata» (ibidem). Il cristiano affronta il conflitto e opera la pace, senza alcun «sincretismo» (n. 228) e con lo sguardo sempre fisso a Cristo che è la verità, la pace, la riconciliazione.

Terzo principio: «la realtà è più importante dell’idea» (n. 231). «Esiste anche una tensione bipolare tra l’idea e la realtà. La realtà semplicemente è, l’idea si elabora. Tra le due si deve instaurare un dialogo costante, evitando che l’idea finisca per separarsi dalla realtà. È pericoloso vivere nel regno della sola parola, dell’immagine, del sofisma» (ibidem). Occorre dunque evitare «[…] diverse forme di occultamento della realtà: i purismi angelicati, i totalitarismi del relativo, i nominalismi dichiarazionisti, i progetti più formali che reali, i fondamentalismi antistorici, gli eticismi senza bontà, gli intellettualismi senza saggezza» (ibidem). L’idea è uno strumento fondamentale della nostra conoscenza, ma «[…] staccata dalla realtà origina idealismi e nominalismi inefficaci, che al massimo classificano o definiscono, ma non coinvolgono» (n. 232). «Bisogna passare dal nominalismo formale all’oggettività armoniosa. Diversamente si manipola la verità, così come si sostituisce la ginnastica con la cosmesi» (ibidem), si finisce per «[…] costruire sulla sabbia, rimanere nella pura idea e degenerare in intimismi e gnosticismi che non danno frutto» (n. 233).

Quarto principio: «il tutto è superiore alla parte» (n. 234). Oggi «anchetra la globalizzazione e la localizzazione si produce una tensione»(ibidem), che non è solo economica ma culturale. «Bisogna prestare attenzione alla dimensione globale per non cadere in una meschinità quotidiana. Al tempo stesso, non è opportuno perdere di vista ciò che è locale, che ci fa camminare con i piedi per terra» (ibidem). Si evita così di cadere in due estremi: «l’uno, che i cittadini vivano in un universalismo astratto e globalizzante, passeggeri mimetizzati del vagone di coda, che ammirano i fuochi artificiali del mondo, che è di altri, con la bocca aperta e applausi programmati; l’altro, che diventino un museo folkloristico di eremiti localisti, condannati a ripetere sempre le stesse cose, incapaci di lasciarsi interpellare da ciò che è diverso e di apprezzare la bellezza che Dio diffonde fuori dai loro confini»(ibidem) (23). Si può vivere nella globalizzazione, ma «[…] senza evadere, senza sradicamenti. È necessario affondare le radici nella terra fertile e nella storia del proprio luogo, che è un dono di Dio» (n. 235). «Il modello non è la sfera, che non è superiore alle parti, dove ogni punto è equidistante dal centro e non vi sono differenze tra un punto e l’altro. Il modello è il poliedro, che riflette la confluenza di tutte le parzialità che in esso mantengono la loro originalità» (n. 236), e non perdono la loro identità.

Per ottenere questo scopo, la Chiesa sa — ed è pronta a dare il suo contributo — che occorre dialogo. La Chiesa dialoga con gli Stati, con la società — dove vi sono anche non credenti — e con le altre religioni. Ma, come ricordava Benedetto XVI, la Chiesa dialoga sempre a partire dalla sua fede e dalla sua identità. La pace sociale può essere frutto solo di un incontro di popolo, non di un progetto illuministico che neghi le identità, magari in nome di uno «scientismo e positivismo» (n. 242) più o meno tecnocratici. «Non abbiamo bisogno di un progetto di pochi indirizzato a pochi, o di una minoranza illuminata o testimoniale che si appropri di un sentimento collettivo. Si tratta di un accordo per vivere insieme, di un patto sociale e culturale» (n. 239).

Quanto al dialogo con la scienza, «la fede non ha paura della ragione; al contrario, la cerca e ha fiducia in essa» (n. 242), sapendo bene che fede e ragione vengono entrambe da Dio e «[…] non possono contraddirsi tra loro» (ibidem). I progressi della scienza devono sempre tenere conto della «[…] legge naturale, affinché rispettino sempre la centralità e il valore supremo della persona umana in tutte le fasi della sua esistenza» (ibidem). La Chiesa, che rispetta la scienza, nota pure che «[…] in alcune occasioni, alcuni scienziati vanno oltre l’oggetto formale della loro disciplina e si sbilanciano con affermazioni o conclusioni che eccedono il campo propriamente scientifico. In tal caso, non è la ragione ciò che si propone, ma una determinata ideologia, che chiude la strada ad un dialogo autentico, pacifico e fruttuoso» (n. 243).

Infine, la Chiesa contribuisce al dialogo sociale con i suoi rapporti con le altre confessioni e religioni. Dopo avere ribadito il suo insegnamento sul carattere obbligatorio e urgente dell’ecumenismo — con uno sguardo di particolare simpatia al mondo ortodosso e alle sue nozioni di sinodalità e collegialità, che la Chiesa di Roma studia con interesse — Papa Francesco fa cenno al dialogo interreligioso con gli ebrei.«Sebbene alcune convinzioni cristiane siano inaccettabili per l’Ebraismo, e la Chiesa non possa rinunciare ad annunciare Gesù come Signore e Messia, esiste una ricca complementarietà che ci permette di leggere insieme i testi della Bibbia ebraica e aiutarci vicendevolmente a sviscerare le ricchezze della Parola, come pure di condividere molte convinzioni etiche e la comune preoccupazione per la giustizia e lo sviluppo dei popoli» (n. 249).

Queste preoccupazioni, «nonostante i vari ostacoli e le difficoltà, particolarmente i fondamentalismi» (n. 250), sono pure al centro del dialogo con altre grandi religioni. «In questo dialogo, sempre affabile e cordiale, non si deve mai trascurare il vincolo essenziale tra dialogo e annuncio, che porta la Chiesa a mantenere ed intensificare le relazioni con i non cristiani. Un sincretismo conciliante sarebbe in ultima analisi un totalitarismo di quanti pretendono di conciliare prescindendo da valori che li trascendono e di cui non sono padroni. La vera apertura implica il mantenersi fermi nelle proprie convinzioni più profonde, con un’identità chiara e gioiosa» (n. 251). «Non ci serve — insiste Francesco — un’apertura diplomatica, che dice sì a tutto per evitare i problemi, perché sarebbe un modo di ingannare l’altro e di negargli il bene che uno ha ricevuto come un dono da condividere generosamente. L’evangelizzazione e il dialogo interreligioso, lungi dall’opporsi tra loro, si sostengono e si alimentano reciprocamente»(ibidem). E questo vale in particolare nel dialogo con i Paesi musulmani, cui il Pontefice rivolge un appello — assicurando che da parte cattolica si eviteranno «odiose generalizzazioni» (n. 253) che fanno di ogni musulmano un terrorista — «[…] affinché assicurino libertà ai cristiani affinché possano celebrare il loro culto e vivere la loro fede, tenendo conto della libertà che i credenti dell’Islam godono nei paesi occidentali!» (ibidem). Il punto esclamativo sottolinea l’accenno, com’è noto non proprio gradito a molti musulmani, alla reciprocità.

Non solo ai musulmani il Papa ricorda poi che la libertà religiosa «[…]non implica una privatizzazione delle religioni, con la pretesa di ridurle al silenzio e all’oscurità della coscienza di ciascuno, o alla marginalità del recinto chiuso delle chiese, delle sinagoghe o delle moschee. Si tratterebbe, in definitiva, di una nuova forma di discriminazione e di autoritarismo. Il rispetto dovuto alle minoranze di agnostici o di non credenti non deve imporsi in un modo arbitrario che metta a tacere le convinzioni di maggioranze credenti o ignori la ricchezza delle tradizioni religiose» (n. 255). Oggi «sia gli intellettuali sia i commenti giornalistici cadono frequentemente in grossolane e poco accademiche generalizzazioni quando parlano dei difetti delle religioni e molte volte non sono in grado di distinguere che non tutti i credenti — né tutte le autorità religiose — sono uguali. Alcuni politici approfittano di questa confusione per giustificare azioni discriminatorie» (n. 256).

I non credenti, però, non sono esclusi dal dialogo se «[…] cercano sinceramente la verità, la bontà e la bellezza, che per noi trovano la loro massima espressione e la loro fonte in Dio» (n. 257). In questo caso, possono diventare nostri «alleati per la difesa della dignità umana» (ibidem).

5. Le radici spirituali dell’evangelizzazione

La quinta parte dell’esortazione apostolica, afferma Papa Francesco, non intende offrire «una sintesi della spiritualità cristiana» (n. 260) — sul tema esistono già «preziosi testi magisteriali e celebri scritti di grandi autori» (ibidem) — ma solo proporre «alcune riflessioni circa lo spirito della nuova evangelizzazione». Questo spirito, in definitiva, è lo Spirito Santo. «La Chiesa non può fare a meno del polmone della preghiera» (n. 262), e la preghiera è l’anima di ogni evangelizzazione. Nello stesso tempo, «c’è il rischio che alcuni momenti di preghiera diventino una scusa per evitare di donare la vita nella missione, perché la privatizzazione dello stile di vita può condurre i cristiani a rifugiarsi in qualche falsa spiritualità» (ibidem). «In ogni momento della storia è presente la debolezza umana, la malsana ricerca di sé, l’egoismo comodo e, in definitiva, la concupiscenza che ci minaccia tutti» (n. 263).

Molti dicono di amare Gesù: «però che amore è quello che non sente la necessità di parlare della persona amata, di presentarla, di farla conoscere? Se non proviamo l’intenso desiderio di comunicarlo, abbiamo bisogno di soffermarci in preghiera per chiedere a Lui che torni ad affascinarci» (n. 264), che «[…] apra il nostro cuore freddo e scuota la nostra vita tiepida e superficiale» (ibidem). Dobbiamo convincerci che «la verità […] non passa di moda» (n. 265) e che «la nostra tristezza infinita si cura soltanto con un infinito amore»(ibidem). A un mondo relativista, il Papa ripete che «[…] non è la stessa cosa aver conosciuto Gesù o non conoscerlo, non è la stessa cosa camminare con Lui o camminare a tentoni, non è la stessa cosa poterlo ascoltare o ignorare la sua Parola, non è la stessa cosa poterlo contemplare, adorare, riposare in Lui, o non poterlo fare. Non è la stessa cosa cercare di costruire il mondo con il suo Vangelo piuttosto che farlo unicamente con la propria ragione» (n. 266). «È per questo che evangelizziamo» (ibidem). Ma qual è il motivo ultimo che ci spinge?

La risposta corretta è che evangelizziamo per la maggior gloria di Dio.«In definitiva, quello che cerchiamo è la gloria del Padre» (n. 267):«questo è il movente definitivo, il più profondo, il più grande, la ragione e il senso ultimo di tutto il resto» (ibidem). «Al di là del fatto che ci convenga o meno, che ci interessi o no, che ci serva oppure no, al di là dei piccoli limiti dei nostri desideri, della nostra comprensione e delle nostre motivazioni, noi evangelizziamo per la maggior gloria del Padre che ci ama» (ibidem). Ma non vi è nulla di male a fare dell’evangelizzazione la «fonte di una gioia superiore» (n. 268), a sentirla «[…] non come un obbligo, non come un peso che ci esaurisce, ma come una scelta personale che ci riempie di gioia e ci conferisce identità» (n. 269).

Ogni passaggio dell’evangelizzazione, esorta l’apostolo Pietro, «[…] sia fatto con dolcezza e rispetto» (1 Pt. 3,16), avvicinando le persone — anche nei casi più difficili — con amore: «questa non è l’opinione di un Papa né un’opzione pastorale tra altre possibili; sono indicazioni della Parola di Dio così chiare, dirette ed evidenti che non hanno bisogno di interpretazioni che toglierebbero ad esse forza interpellante» (n. 271).«Può essere missionario solo chi si sente bene nel cercare il bene del prossimo, chi desidera la felicità degli altri» (n. 272). Nascondersi agli altri o disprezzarli invece per il cristiano «[…] non è altro che un lento suicidio» (ibidem).

La missione «[…] non è una parte della mia vita, o un ornamento che mi posso togliere, non è un’appendice, o un momento tra i tanti dell’esistenza. È qualcosa che non posso sradicare dal mio essere se non voglio distruggermi. Io sono una missione su questa terra, e per questo mi trovo in questo mondo» (n. 273). Alcuni «[…] non si dedicano alla missione perché credono che nulla può cambiare e dunque per loro è inutile sforzarsi. Pensano così: “Perché mi dovrei privare delle mie comodità e piaceri se non vedo nessun risultato importante?”» (n. 275). Ma questa, afferma il Papa, è solo «[…] una scusa maligna per rimanere chiusi nella comodità, nella pigrizia, nella tristezza insoddisfatta, nel vuoto egoista» (ibidem): «un atteggiamento autodistruttivo» (ibidem). Vi sono molte ragioni per essere pessimisti, ma è anche vero che «ogni giorno nel mondo rinasce la bellezza, che risuscita trasformata attraverso i drammi della storia. I valori tendono sempre a riapparire in nuove forme, e di fatto l’essere umano è rinato molte volte da situazioni che sembravano irreversibili» (n. 276), non per una qualche astuzia della storia ma per la forza della Resurrezione di Cristo che sempre continua a operare.

Quando capita «[…] che il cuore si stanchi di lottare» (n. 277) è «[…]perché in definitiva cerca se stesso in un carrierismo assetato di riconoscimenti, applausi, premi, posti; allora uno non abbassa le braccia, però non ha più grinta, gli manca la risurrezione. Così, il Vangelo, che è il messaggio più bello che c’è in questo mondo, rimane sepolto sotto molte scuse» (ibidem). In realtà la vera evangelizzazione dà sempre frutto, ma la sua fecondità «[…] molte volte è invisibile, inafferrabile, non può essere contabilizzata. Uno è ben consapevole che la sua vita darà frutto, ma senza pretendere di sapere come, né dove, né quando» (n. 279). Molte volte «[…] ci sembra di non aver ottenuto con i nostri sforzi alcun risultato, ma la missione non è un affare o un progetto aziendale, non è neppure un’organizzazione umanitaria, non è uno spettacolo per contare quanta gente vi ha partecipato grazie alla nostra propaganda; è qualcosa di molto più profondo, che sfugge ad ogni misura. Forse il Signore si avvale del nostro impegno per riversare benedizioni in un altro luogo del mondo dove non andremo mai. Lo Spirito Santo opera come vuole, quando vuole e dove vuole; noi ci spendiamo con dedizione ma senza pretendere di vedere risultati appariscenti» (ibidem).

«È vero che questa fiducia nell’invisibile può procurarci una certa vertigine: è come immergersi in un mare dove non sappiamo che cosa incontreremo» (n. 280). Eppure «[…] non c’è maggior libertà che quella di lasciarsi portare dallo Spirito, rinunciando a calcolare e a controllare tutto» (ibidem). È, in fondo, la stessa logica della preghiera d’intercessione, tanto gradita a Dio: noi preghiamo, un altro sperimenterà l’aiuto e la consolazione di Dio.

A conclusione del documento, lo sguardo di Papa Francesco si volge come di consueto alla Madonna. È Maria la «[…] Madre della Chiesa evangelizzatrice e senza di lei non possiamo comprendere pienamente lo spirito della nuova evangelizzazione» (n. 284). Maria «è la missionaria che si avvicina a noi per accompagnarci nella vita, aprendo i cuori alla fede con il suo affetto materno. Come una vera madre, cammina con noi, combatte con noi» (n. 286). Attraverso i grandi santuari, «[…] condivide le vicende di ogni popolo che ha ricevuto il Vangelo, ed entra a far parte della sua identità storica» (ibidem). Maria è la stella della nuova evangelizzazione. «Vi è uno stile mariano nell’attività evangelizzatrice della Chiesa» (n. 288): chi più della Madonna ha saputo unire contemplazione e azione? Preghiamo dunque la Madonna «[…] perché la gioia del Vangelo giunga sino ai confini della terra e nessuna periferia sia priva della sua luce» (ibidem).

Massimo Introvigne

Note:

(1) Francesco, Esortazione apostolica «Evangelii gaudium» ai vescovi, ai presbiteri e ai diaconi, alle persone consacrate e ai fedeli laici, sull’annuncio del Vangelo nel mondo attuale, del 24-11-2013, n. 1. Tutti i riferimenti fra parentesi nel testo rimandano a questo documento.

(2) Paolo VI, Esortazione apostolica «Gaudete in Domino», del 9-5-1975, n. 8.

(3) Benedetto XVI, Enciclica «Deus caritas est» sull’amore cristiano, del 25-12-2005, n. 1.

(4) Paolo VI, Esortazione apostolica «Evangelii nuntiandi» circa l’evangelizzazione nel mondo contemporaneo, dell’8-12-1975, n. 80.

(5) Benedetto XVI, Omelia nella Santa Messa di inaugurazione della V Conferenza Generale dell’Episcopato Latinoamericano e dei Caraibi ad Aparecida (Brasile), del 13-5-2007, in Insegnamenti di Benedetto XVI, vol. III, 1, 2007. (Gennaio-Giugno), Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2007, pp. 845-850 (p. 849), trad. it. in L’Osservatore Romano. Giornale quotidiano politico religioso, Città del Vaticano 14/15-5-2007.

(6) Giovanni Paolo II, Enciclica «Redemptoris missio» circa la validità del mandato missionario, del 7-12-1990, n. 34.

(7) Giovanni Paolo II, Esortazione apostolica postsinodale «Ecclesia in Oceania» su Gesù Cristo e i popoli dell’Oceania, del 22-11-2001, n. 19.

(8) Idem, Enciclica «Ut unum sint» sull’impegno ecumenico, del 25-5-1995, n. 95.

(9) Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 1735.

(10) Il Papa ha così commentato questo brano: «Alcuni hanno subito pensato ai sacramenti per i divorziati risposati, ma io non sono sceso in casi particolari: volevo solo indicare un principio» («Mai avere paura della tenerezza», intervista a cura di Andrea Tornielli, La Stampa, Torino 15-12-2013).

(11) Cfr. Giovanni XXIII, Discorso nella solenne apertura del Concilio Ecumenico Vaticano II, dell’11-10-1962, in Enchiridion vaticanum, vol. 1, Documenti ufficiali del Concilio Vaticano II (1962-1965), testo ufficiale e trad. it., EDB. Edizioni Dehoniane Bologna, Bologna 1981, pp. 32-53 (p. 45).

(12) Conférence des Évêques de France. Conseil Famille et Société,Élargir le mariage aux personnes de même sexe ? Ouvrons le débat!,nota del 28-9-2012, disponibile all’indirizzo <http://www.eglise.catholique.fr/conference-des-eveques-de-france/textes-et-declarations/elargir-le-mariage-aux-personnes-de-meme-sexe-ouvrons-le-debat-note-du-conseil-famille-et-societe-14982.html>, consultato il 31-1-2014.

(13) Joseph Ratzinger, Situazione attuale della fede e della teologia, conferenza pronunciata durante l’Incontro dei Presidenti delle Commissioni Episcopali dell’America Latina per la dottrina della fede, Guadalajara (Messico), in L’Osservatore Romano. Giornale quotidiano politico religioso, Città del Vaticano 1°-11-1996.

(14) Il riferimento è a Georges Bernanos (1888-1948), Journal d’un curé de campagne, Plon, Parigi 1974, p. 135.

(15) Giovanni XXIII, Discorso nella solenne apertura del Concilio Ecumenico Vaticano II, cit.

(16) Tommaso da Kempis (1380 ca.-1471), De Imitatione Christi, LiberI, IX, 1.

(17) Cfr. il mio Mondanità spirituale catastrofe per la Chiesa, inCristianità, anno XLI, n. 368, aprile-giugno 2013, pp. 5-8.

(18) Cfr. il mio Il segreto di Papa Francesco, Sugarco, Milano 2013, pp. 255-261.

(19) Cfr, al riguardo, la risposta del Papa alla domanda di Tornelli,«Posso chiederle se avremo donne cardinale?»: «È una battuta uscita non so da dove. Le donne nella Chiesa devono essere valorizzate, non “clericalizzate”. Chi pensa alle donne cardinale soffre un po’ di clericalismo» («Mai avere paura della tenerezza», intervista cit.).

(20) Tommaso d’Aquino, Summa theologiae, II-II, q.188, a. 6 (testo e trad. it., in Idem, La Somma teologica, trad. e commento a cura dei domenicani italiani, testo latino dell’edizione leonina, vol. 22, Carismi e stati di perfezione (2.-2., qq. 171-189), ESD. Edizioni Studio Domenicano, Bologna 1984, p. 458).

(21) Cfr. il mio La via della bellezza. Ragionare sull’arte, Lussografica, Caltanissetta 2013, catalogo di una mostra promossa dall’IDIS, l’Istituto per la Dottrina e l’Informazione Sociale, e da me curata sul tema della bellezza e dell’arte nel magistero di Benedetto XVI. La mostra è disponibile presso Alleanza Cattolica.

(22) Cfr. Francesco, Lettera enciclica «Lumen fidei» sulla fede, del 29-6-2013, n. 57. Cfr. il mio «Lumen fidei»: senza la verità la fede è solo una «bella fiaba», in Cristianità, anno XLI, n. 369, luglio-settembre 2013, pp. 1-7.

(23) Papa Francesco ripete qui quasi letteralmente concetti ed espressioni dell’intervista di Jorge Bergoglio, Papa Francesco. Il nuovo Papa si racconta. Conversazione con Giorgio Rubin e Francesca Ambrogetti, trad. it., Salani, Milano 2013, p. 165.

 

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 Massimo Introvigne

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