Dalle origini federaliste al generale Vannacci: breve riflessione sul percorso del partito più antico del Parlamento
di Marco Invernizzi
La Lega fondata da Umberto Bossi negli Anni Ottanta del secolo scorso è il partito più antico presente nel Parlamento italiano. Essa è nata dall’unione di diversi movimenti autonomisti del Nord Italia per rappresentare i territori della nazione italiana malgovernati dallo Stato centralista, sorto con il Risorgimento. Essa incarnava in sostanza un ideale federalista contestando la storia centralista dello Stato italiano, caratteristica che ha sempre unito i diversi periodi “ideologici” della storia italiana, dalla prima Italia liberale della Destra storica e della Sinistra, al fascismo fino alla Prima Repubblica.
Dopo la malattia di Bossi nel 2004, la Lega ha progressivamente cambiato pelle.
Bossi l’aveva pensata come una sorta di “sindacato dei territori” del Nord Italia, un movimento politico con lo scopo di difendere l’identità locale dei cittadini e di superare il centralismo con riforme federaliste, che sotto la suggestione del professor Gianfranco Miglio, almeno per un certo periodo sposò la tesi della divisione dell’Italia in macroregioni e, nel 1996, coltivò l’illusione dell’indipendenza della Padania, con l’istituzione di un Parlamento del Nord a Mantova e l’organizzazione di competizioni elettorali con diversi partiti “padani”, portando a votare sei milioni di italiani.
La Lega è stato il primo partito post-ideologico ma aveva saputo, almeno a mio parere, cogliere la “finestra” apertasi dopo l’abbattimento del Muro di Berlino e in seguito al fenomeno di Tangentopoli, due eventi che contribuirono a eliminare la classe politica della Prima Repubblica. Nel 1994, la Lega entrerà a far parte della coalizione di centro-destra promossa da Silvio Berlusconi nelle elezioni vittoriose di quell’anno. Poi Bossi farà cadere il primo governo Berlusconi (del quale faceva parte) perché riteneva troppo oneroso il costo elettorale di una Lega che rinunciava a presentarsi da sola alle elezioni, ma poi tornerà sui suoi passi diventando una componente fondamentale con Forza Italia, Alleanza nazionale e i democristiani di destra nell’alleanza elettorale di centro-destra che vincerà le elezioni politiche del 2001 sotto il nome di Casa delle libertà.
Poi però la Lega è cambiata, dopo la malattia di Bossi, e molto profondamente. Il mutamento è avvenuto a partire dalla segreteria di Matteo Salvini nel 2013, che la trasformò progressivamente in un partito nazionalista, non solo e non tanto perché volle presentarsi in tutto il centro-sud, ma per la postura ideologica. La Lega infatti ha cominciato a occupare lo spazio politico di una destra radicale, sempre più nazionalista e anti-europea.
L’arrivo nella Lega del generale Roberto Vannacci e la sua nomina nel 2025 a vice-segretario del partito sono l’epilogo di questo mutamento. Vannacci dice anche cose di buon senso, ma le dice in un modo volutamente provocatorio, per suscitare scandali e contrapposizioni più che per convincere l’opinione pubblica. La sua posizione contro gli aiuti al popolo di Ucraina che si difende da quattro anni dall’aggressione militare della Federazione russa porta agli estremi una posizione filo-russa da sempre presente nella Lega, e manifesta quella postura anti-europea che contrasta con il tentativo in corso dei partiti conservatori di cambiare l’Unione Europea dall’interno, attraverso un paziente e costante lavoro politico.
Che ne sarà della Lega?
C’è chi pensa addirittura che l’operazione Vannacci possa mettere in difficoltà la coalizione di centro-destra alle prossime elezioni politiche, il cui esito può dipendere da pochi voti. Se la Lega si tiene Vannacci, dicono alcuni, impedisce l’ingresso di Azione di Carlo Calenda nella coalizione, ma se lo espelle rischia di perdere quei pochi voti percentuali che però potrebbero essere decisivi se il risultato finale delle elezioni fosse sul filo del rasoio.
Al di là comunque dell’esito elettorale, sul piano culturale è indubbio che la coalizione di centro-destra abbia perduto la gamba federalista perché la Lega non è più quella delle origini. Essa oltretutto sembra divisa fra la prospettiva nazionalista e filo-russa del generale e quella laicista ipotizzata da Luca Zaia, l’ex governatore del Veneto che la vorrebbe più liberal.
Prospettive che hanno poco a che fare con un partito federalista, se non promotore almeno rispettoso dei valori fondamentali del bene comune e delle radici cristiane profonde dei diversi popoli italiani.
Lunedì, 2 febbraio 2026
