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Da Leone XIII a Leone XIV: il «filo d’oro» della dottrina sociale della Chiesa

20 Settembre 2025 - Autore: Daniele Fazio

Daniele Fazio, Cristianità n. 434 (2025)

Linee storiche da fine Ottocento

Il quadro storico in cui si sviluppa la vita di Vincenzo Gioacchino Pecci (1810-1903), il futuro Papa Leone XIII (1878-1903), è quello di un’Europa che risentiva della grande tempesta napoleonica, seguita alla Rivoluzione francese. La Chiesa e numerose espressioni della cultura cristiana erano messe radicalmente in discussione. Per esempio, per la prima volta nell’Europa cristiana si erano contati gli anni non più dalla nascita di Cristo, ma dall’inizio della nuova era rivoluzionaria e i nomi dei santi e delle feste calendariali erano stati sostituiti con nuovi miti e con i «martiri» rivoluzionari. In particolare, in Italia, il papato e quindi il clero e il mondo cattolico — dopo la Breccia di Porta Pia del 20 settembre 1870 e la conseguente annessione di ciò che restava dello Stato pontificio al Regno d’Italia ⸻ vivevano in un’accesa opposizione nei confronti del nuovo ordine istituzionale. Il Pontefice beato Pio IX (1846-1878) con la formula del non expedit — confermata dal Sant’Uffizio anche sotto il pontificato di Leone XIII — aveva ritenuto inopportuna per i cattolici italiani la partecipazione alla vita politico-parlamentare del nuovo Stato. Non per questo, però, i cattolici furono inattivi, anzi in ambito sociale nacquero molte nuove realtà — società di mutuo soccorso, banche, casse rurali — che cercarono di ovviare ai danni provocati dai nuovi assetti liberali e così incisero positivamente sulla vita della popolazione. Il laicato cattolico si dotò anche di un coordinamento nazionale denominato Opera dei Congressi e dei Comitati Cattolici (1).

Intanto, la Rivoluzione industriale — che nella sua prima fase si era estesa dal Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda a tutta l’Europa — aveva causato nelle dinamiche lavorative e nella condizione delle fasce più basse della popolazione un cambiamento repentino e radicale. Con l’industrializzazione si andava sviluppando il movimento operaio, sempre più organizzato politicamente. Si assisteva così all’affermarsi sempre più egemonico e aggressivo di nuove visioni del mondo che contendevano alla Chiesa, soprattutto in Europa, il primato della formazione culturale. In particolare, il socialismo affascinava le grandi masse diffondendo l’idea rivoluzionaria di una società perfetta, mentre la prospettiva liberale coltivava una idea di libertà — anche in campo economico — che prescindeva dalla verità e dal­l’ordine morale producendo squilibri fra le varie classi sociali. Il liberalismo, del resto, partiva da una visione naturalistica e razionalistica del reale, secondo cui non esisteva alcuna legge «eterna» vincolante, ma la verità si formava a partire dalla maggioranza delle opinioni. Nel libro La ricchezza delle nazioni (1796), il filosofo scozzese Adam Smith (1723-1790) aveva delineato i paradigmi dell’eco­nomia moderna di stampo liberistico. La società borghese di stampo liberale presto produsse discriminazioni economiche e su esse s’innestò la lotta di classe socialista, in particolare dal cosiddetto «socialismo di tipo scientifico», propugnato da Karl Marx (1818-1883). Già nel 1848, infatti, era stata pubblicata la sintesi dottrinale della proposta marxista ne Il manifesto del partito comunista di cui erano autori lo stesso Marx e Friedrich Engels (1820-1895). 

Quando il cardinale Pecci, arcivescovo di Perugia, venne eletto al soglio pontificio nel 1878, si pensò, a causa della sua salute cagionevole, a un papato breve, se non di transizione. Invece, il pontificato di Leone XIII durò fino al 1903, ossia oltre venticinque anni, il più lungo della storia dopo quelli del beato Pio IX e di san Giovanni Paolo II (1978-2005), oltre che quello di san Pietro. Veniva eletto Papa un uomo che durante il suo cursus ecclesiastico aveva avuto modo di rendersi conto direttamente delle problematiche del mondo operaio, soprattutto durante il suo servizio come nunzio apostolico in Belgio, che gli valse anche una conoscenza del vasto mondo francofono. 

Un pontificato così lungo ci ha lasciato in eredità un magistero cospicuo: di Leone XIII si contano ben ottantasei encicliche ma il Pontefice viene ricordato soprattutto per la Rerum novarum. Il titolo del­l’enciclica corre di bocca in bocca, anche all’interno del mondo cattolico, ma del suo contenuto e della sua prospettiva spesso si ha una scarsa conoscenza, che talora si limita alla mera ripetizione di un ritornello, peraltro discutibile: quel documento segnerebbe la nascita della dottrina sociale della Chiesa. Così pure si insiste sulle res novae, citate nel titolo, dimenticando che a esse nel teso segue la parola cupiditas, ovvero la loro censura morale.

Rerum novarum cupiditas: storia e contenuti

La dottrina sociale della Chiesa non nasce con la Rerum novarum, ma ha le sue radici nella Rivelazione cristiana e anche in alcuni princìpi della filosofia classica. Espressioni di dottrina sociale nell’insegnamento ecclesiale sono presenti ancor prima dell’enciclica leonina e tuttavia essa, in qualche modo, rappresenta il primo momento in cui il magistero dei Pontefici — innanzi alle condizioni mutate della società cristiana occidentale — tratta organicamente della «questione operaia» e della «questione sociale», cioè dei mutamenti culturali, socio-politici ed economici avvenuti dopo la Rivoluzione francese.

Quella rivoluzione — oltre a diffondere una mentalità laicistica e ad attuare una radicale separazione fra la Chiesa e lo Stato — era anche portatrice di un profondo individualismo e di una visione centralizzata dello Stato. La disarticolazione di quello che rimaneva della società organica medioevale ebbe il suo momento fondamentale nella legge Le Chapelier del 14 giugno 1791, che aboliva le corporazioni di arti e mestieri. Senza questo sistema di protezioni i lavoratori erano lasciati alla mercé della concorrenza sfrenata, dell’usura e del monopolio della produzione e del commercio da parte di un piccolo numero di persone sempre più ricche. 

Davanti a tali cambiamenti sostanziali e al tentativo sempre più marcato di neutralizzare e relativizzare le ricadute culturali e sociali della fede cristiana, il mondo cattolico non rimase a guardare. È significativa l’esperienza dell’Unione Cattolica di Studi Sociali ed Economici, meglio conosciuta come Unione di Friburgo, fondata nel 1884 dal vescovo di Losanna e Ginevra, nonché futuro cardinale (1890), Gaspard Mermillod (1824-1892) su impulso di Leone XIII. Questa unione raccoglieva importanti realtà e personaggi provenienti da circoli cattolici francesi, tedeschi e austriaci e subì l’influenza — soprattutto dopo la sua conversione — del sociologo contro-rivoluzionario Frédéric Le Play (1806-1882) e del suo discepolo, René de La Tour du Pin (1834-1924). Quest’ultimo, militare, politico ma soprattutto studioso fedele al magistero dei Pontefici, preparò un documento tenuto in notevole considerazione dal gruppo di teologi che redasse l’enciclica pubblicata il 15 maggio 1891. 

Nel documento pontificio emergono infatti considerazioni fondamentali che si rinvengono nel pensiero di La Tour du Pin. Fra quelli più significativi, l’assunto secondo cui la questione sociale non può essere separata dalla questione politica e va compresa all’interno di un giudizio sulla storia, mai disgiunto dal giudizio negativo sul socialismo, dalla proposta di un salario minimo familiare, da quella di una disciplina meno dura dell’orario di lavoro, dalla richiesta di limitare il lavoro delle donne e dei bambini e dall’ammissione dell’organizzazione corporativa degli operai (2).

In apertura la Rerum novarum registra in senso negativo che «l’ar­dente brama di novità che da gran tempo ha cominciato ad agitare i popoli, doveva naturalmente dall’ordine politico passare nell’ordine simile dell’economia sociale» (3). La soluzione a tali agitazioni proposta dal socialismo veniva nettamente respinta da Leone XIII, in quanto ⸻ scrive ⸻ «la comunanza dei beni proposta dal socialismo va del tutto rigettata, perché nuoce a quei medesimi a cui si deve recar soccorso, offende i diritti naturali di ciascuno, altera gli uffici dello Stato e turba la pace comune. Resti fermo adunque che nell’opera di migliorare le sorti delle classi operaie, deve porsi come fondamento inconcusso il diritto di proprietà privata» (4).

Per Leone XIII la soluzione viene invece dalla Chiesa, dallo Stato e dalle associazioni private. Dalla Chiesa, perché essa ricorda innanzitutto qual è la retta antropologia sociale, che porta a rifuggire da ogni utopia. Egli condanna l’odio sociale promosso dalla lotta di classe e richiama all’armonia e alla collaborazione dei vari gruppi sociali nel quadro degli obblighi di giustizia e dei doveri più alti di carità che sia i datori di lavoro sia gli operai devono rispettare. Il rapporto fra datori di lavoro e operai si situa all’interno di un contesto sociale più ampio e può configurarsi positivamente solo se in tale contesto i princìpi naturali e cristiani vengono rispettati: «È un solenne principio questo — afferma il Pontefice — che per riformare una società in decadenza è necessario riportarla ai principi che le hanno dato l’essere, la perfezione di ogni società è riposta nello sforzo di arrivare al suo scopo: in modo che il principio generatore dei moti e delle azioni sociali sia il medesimo che ha generato l’asso­ciazione. Quindi deviare dallo scopo primitivo è corruzione; tornare ad esso è salvezza. E questo è vero, come di tutto il consorzio civile, così della classe lavoratrice, che ne è la parte più numerosa» (5).

Lo Stato, a sua volta, è considerato da Leone XIII secondo quanto delineato nell’enciclica Immortale Dei del 1885, ossia in linea con i princìpi cristiani. Esso, in tale prospettiva, ha il compito di provvedere alla giustizia distributiva senza invadere il campo delle libertà civili. Solo in casi di particolare gravità lo Stato può intervenire nella sfera privata in maniera temporanea per ristabilire l’ordine. 

Il luogo principale per la composizione e l’armonizzazione dei rapporti fra le classi sociali è quello delle associazioni. Leone XIII afferma con forza il diritto all’associazione, che lo Stato deve rispettare. Concretamente per lui sono auspicabili società di mutuo soccorso, assicurazioni private, patronati ma soprattutto — nella memoria della società cristiana — corporazioni, cioè luoghi dove si possano riunire in un unico ambito sia i padroni sia gli operai e possano così dialogare e superare dissidi. Tuttavia, sono ammessi anche sindacati dalle forme diverse da quelle corporative, sulle quali però la preferenza del Pontefice sembra orientarsi. Per tenere lontane le tendenze ideologiche che portano alla contrapposizione sociale e non promuovono il bene comune, la vita delle associazioni non può escludere l’orientamento cristiano. 

La conclusione dell’enciclica reca un appello affinché ogni categoria sociale contribuisca all’armonia della società, rispettando diritti e doveri delle altre e, in particolar modo, a vedere nella religione e nella vita cristiana l’autentico rimedio di ogni male nell’ottica dell’esercizio della carità, che è la regina delle virtù sociali. 

La Rerum novarum nel corpus leonianum

Contro ogni sterile riduzionismo ⸻ o, peggio ancora, travisamento ⸻ la comprensione della Rerum novarum è facilitata dallo stesso Leone XIII che, nella lettera apostolica Vigesimo quinto anno pubblicata al tramonto del suo ministero, diventa l’ermeneuta del suo lungo pontificato. In essa egli indica le sue encicliche più importanti, non in ordine cronologico ma logico; e fra le sue ottantasei encicliche ne cita nove che ritiene più significative: «Noi, fin dall’esordio del Nostro Pontificato, Ci siamo studiosamente adoperati a mettere in vista e in rilievo i benefici intendimenti della Chiesa, e ad estenderne il più possibile col tesoro delle sue dottrine la salutare azione. E a questo fine furono diretti gli Atti precipui del Nostro Pontificato, segnatamente le Encicliche sulla filosofia cristiana, sulla libertà umana, sul matrimonio cristiano, sulla setta dei Massoni, sui poteri pubblici, sulla costituzione cristiana degli Stati, sul socialismo, sulla questione operaia, sui principali doveri dei cittadini cristiani e sopra argomenti affini» (6).

In altri termini, per comprendere la Rerum novarum e quindi anche la sua importanza bisogna seguire l’itinerario dottrinale del Pontefice: al primo posto si trova l’enciclica Aeterni patris (1879) sulla filosofia cristiana e sul rilancio degli studi sulla filosofia di san Tommaso d’Aquino (1225 ca.-1274); poi la Libertas (1888),sulla libertà umana e l’Arcanum Divinae Sapientiae (1880)sul matrimonio cristiano; quindi la Humanum genus (1884) sulla massoneria e l’Immortale Dei (1885) sulla costituzione cristiana degli Stati; ancora, la Quod apostolici muneris (1878), sul socialismo; solo al penultimo posto la Rerum novarum sulla questione operaia e, infine, la Sapientiae christianae (1890) sui principali doveri del cristiano. 

Collocare la Rerum novarum nel suo corretto alveo dottrinale significa anche porre l’autore al riparo di fraintendimenti: Leone XIII non isola le questioni socio-economiche da quelle socio-politiche e — punto nodale — è convinto che le crisi economiche possano essere superate solo alla luce dei retti princìpi filosofici e morali. 

Lo stesso Leone XIII è ben consapevole del rischio di travisamento del suo insegnamento sulla questione operaia. Dieci anni dopo la pubblicazione della Rerum novarum, infatti, egli scrive l’enciclica Graves de communi re, in cui ribadisce ⸻ a fronte della nascita di soggetti socio-politici che prendevano il nome di «democrazia cristiana» e dell’af­fiorare della cultura che Antonio Gramsci (1891-1937) chiamerà «cattolico-democratica» ⸻ che il problema principale delle ideologie liberale e socialista sta nelle sottese visioni del mondo alternative alla metafisica cristiana. Viene anche precisato che le indicazioni offerte dalla Chiesa intorno alle questioni economiche non consistono tanto in «ricette» di natura tecnica quanto in richiami a princìpi naturali e soprannaturali.

Pertanto il Pontefice, se per quanto riguarda il termine «democrazia cristiana» non mostra di avere preclusioni, ne precisa tuttavia i confini, soprattutto in relazione al socialismo. L’azione dei cattolici — esorta il Pontefice — non può e non deve fermarsi al semplice miglioramento delle condizioni socio-economiche degli operai ma deve puntare — con la carità di Cristo — a infondere nella società il rispetto dei doveri morali cristiani, via principale per la risoluzione di ogni crisi. 

Su tale versante Papa san Pio X (1903-1914), successore di Leone XIII, nella Lettera Notre charge apostolique (7),indirizzata ai vescovi francesi, sulla concezione secolarizzata della democrazia, del 1910, condanna il movimento del Sillon (Il Solco), fondato in Francia da Marc Sangnier (1873-1950), e torna sulla corretta ermeneutica della Rerum novarum di Leone XIII. Per san Pio X tale enciclica viene tradita se sganciata dal quadro metafisico e religioso cristiano, soprattutto se interpretata nel senso del modernismo, una dottrina eterodossa nella quale egli individua il principale pericolo del tempo per la fede. Realtà come il Sillon erano, infatti, espressione del modernismo applicato alla sfera sociale. Su di esso il santo Pontefice tornerà in ulteriori documenti, fra cui l’enciclica Pascendi dominici grecis, del 1907, con la quale condanna il modernismo teologico e filosofico. 

Nella Notre charge apostolique la scuola cattolico-democratica, di cui il Sillon è espressione, è considerata un esempio di cedimento teorico e pratico all’ideologia del socialismo. Infatti, in nome della difesa degli operai — la cui genuina tutela era fra gli obiettivi della stessa Rerum novarum — il Sillon situava «in primo luogo la pubblica autorità nel popolo» (n. 21) e proponeva il livellamento delle classi attraverso l’opera dello Stato, mentre i riferimenti alle tematiche della dignità umana, dell’e­man­cipazione e della partecipazione risultavano vaghi e confusi. Inoltre, il Sillon disprezzava il passato europeo, cioè l’insediamento di una civiltà cristiana che, per quanto abbia presentato limiti e difetti, non era certamente da rigettare in blocco. Lo stesso Leone XIII, nell’enciclica Immortale Dei, scriveva: «Vi fu un tempo in cui la filosofia del Vangelo governava la società: allora la forza della sapienza cristiana e lo spirito divino erano penetrati nelle leggi, nelle istituzioni, nei costumi dei popoli, in ogni ordine e settore dello Stato, quando la religione fondata da Gesù Cristo, collocata stabilmente al livello di dignità che le competeva, ovunque prosperava, col favore dei Principi e sotto la legittima tutela dei magistrati; quando sacerdozio e impero procedevano concordi e li univa un fausto vincolo di amichevoli e scambievoli servigi. La società trasse da tale ordinamento frutti inimmaginabili, la memoria dei quali dura e durerà, consegnata ad innumerevoli monumenti storici, che nessuna mala arte di nemici può contraffare od oscurare» (8).

Nel 2010, data del bicentenario della nascita di Leone XIII, Papa Benedetto XVI (2005-2013) ne visitò il luogo natale, Carpineto Romano. Fu l’occasione per rammentare che la Rerum novarum si inserisce in un quadro di fede da cui non può essere disgiunta: «A questo punto, dopo aver considerato il fondamento, cioè la fede e la vita spirituale, e quindi il quadro generale del messaggio di Leone XIII, posso accennare al suo magistero sociale, reso celeberrimo e intramontabile dall’enci­clica Rerum novarum, ma ricco di molteplici altri interventi che costituiscono un corpo organico, il primo nucleo della dottrina sociale della Chiesa […]. In un’epoca di aspro anticlericalismo e di accese manifestazioni contro il Papa, Leone XIII seppe guidare e sostenere i cattolici sulla via di una partecipazione costruttiva, ricca di contenuti, ferma sui principi e capace di apertura. Subito dopo la Rerum novarum si verificò in Italia e in altri Paesi un’autentica esplosione di iniziative: associazioni, casse rurali e artigiane, giornali, […] un vasto “movimento” che ebbe nel servo di Dio Giuseppe Toniolo [1845-1918] l’illuminato animatore. Un Papa molto anziano, ma saggio e lungimirante, poté così introdurre nel XX secolo una Chiesa ringiovanita, con l’atteggiamento giusto per affrontare le nuove sfide. Era un Papa ancora politicamente e fisicamente “prigioniero” in Vaticano, ma in realtà, con il suo Magistero, rappresentava una Chiesa capace di affrontare senza complessi le grandi questioni della contemporaneità» (9).

Aeterni patris: una necessaria digressione

L’enciclica Aeterni Patris,pubblicata nel 1879, si occupa, come specificato nel sottotitolo, del ristabilimento nelle scuole cattoliche della filosofia cristiana secondo lo spirito del Dottore Angelico. Sarebbe, tuttavia, un errore pensare che i filosofi cattolici si siano allineati al volere del Papa e nei loro studi abbiano ripreso la linea tomistica solo ed esclusivamente come risposta alla volontà pontificia. Nel 1879, in effetti, già molta strada era stata compiuta nella direzione della rinascita del tomismo. Lo stesso Papa aveva avuto tra i suoi formatori il gesuita Luigi Taparelli d’Azeglio (1793-1862) e negli anni del suo episcopato a Perugia aveva fondato nel 1872 un’accademia di studi tomistici. Papa Pecci nella sua lettera registra positivamente questa ripresa e la incoraggia dandovi un importante contributo. Come ricorda Sofia Vanni Rovighi (1908-1990), esponente della scuola neotomistica dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, la Aeterni Patris «[…] non fece quindi che dar forza e diffusione ad un movimento di idee che si era formato spontaneamente» (10). Il magistero della Chiesa, sulla scorta di precedenti pronunciamenti dei Papi e pur non prediligendo alcuna filosofia in particolare, da allora non ha smesso di indicare con sempre maggiore precisione Tommaso d’Aquino quale maestro «comune» negli studi filosofici e teologici cattolici (11).

Quanto al posto che occupa nella storia della Aeterni Patris si può osservare che la filosofia dell’Illuminismo rappresentava l’apogeo del percorso che segnava il divorzio tra la fede e la ragione, respingendo la prima nell’ambito del sentimento o della superstizione ed esaltando la seconda come un assoluto, cui veniva resa una sorta di culto con i suoi dogmi. Questa scissione è stata la causa primaria di una rivoluzione culturale e sociale che ha cambiato i riferimenti simbolici e giuridici di un mondo ormai al tramonto: la società cristiana medioevale. 

Dal punto di vista sociale la Rivoluzione francese aveva costruito uno spazio pubblico totalmente scristianizzato, che negava in radice la collaborazione fra trono e altare del cosiddetto antico regime. In questa ottica, il processo di secolarizzazione avviato allora in forma radicale, seppur variegato, era giunto a un punto di non ritorno. 

Già con i Pontefici antecedenti a Leone XIII il Magistero aveva scorto nella filosofia moderna un «filo rosso» che unificava i vari momenti di essa a partire dai primi fremiti naturalistici e neopaganeggianti del Rinascimento. Attraverso la Riforma protestante e la Rivoluzione francese tale filo rosso puntava verso un agnosticismo più marcato, fino all’a­teismo filosofico e culturale, e verso uno Stato duramente laicista. Non si trattava, dunque, da parte del magistero pontificio dell’auspicio utopistico di un ritorno sic et simpliciter agli assetti medioevali: al contrario il Papa chiedeva ai cattolici di riattuare, nelle condizioni mutate, quei princìpi eterni e intramontabili contro i quali lottavano i rivoluzionari. Se, dunque, in filosofia, era avvenuta una frattura tra fede e ragione, i cui effetti si espandevano in ogni ambito del vivere, l’affrontare da parte del magistero pontifico la tematica della riforma e della restaurazione della filosofia cristiana era un punto ineliminabile per poter sperare anche in un riordinamento della società. 

Se per sanare i disordini della Rivoluzione il filosofo positivista francese Auguste Comte (1798-1857) immaginava un ordine basato su fondamenta piuttosto fragili, come la scienza, Leone XIII richiamava la necessità di riconsiderare i princìpi della dottrina cristiana per porre un freno al secolarismo in ogni ambito della società. Lo storico della filosofia francese Étienne Gilson (1884-1978), conformemente a questa prospettiva, fa notare che «i programmi di riforma sociale suppongono effettuata quella prima riforma intellettuale, condizione necessaria di tutte le altre» (12) e, ancora, da un altro punto di vista, «non si insisterà mai troppo sul fatto che l’origine dell’Aeternipatris fu, nel pensiero del Sovrano Pontefice, un’angoscia di fronte a tante guerre o rivoluzioni inutili e l’ardente desiderio di eliminare la fonte» (13).

Quel pensiero che armonizza le Scritture con la ragione e con il suo esercizio filosofico, di cui esempi importanti si trovano nella predicazione di san Paolo e nei Padri della Chiesa, ha trovato nell’opera di san Tommaso d’Aquino il suo momento più alto e i termini di una felice sintesi tra la fede e la ragione. Egli «[…] distinse accuratamente, come si conviene, la ragione dalla fede; ma stringendo l’una all’altra in amichevole consorzio, conservò interi i diritti di entrambe ed intatta la loro dignità» (14). Ancora Gilson «[…] pone [Leone XIII] nella storia della Chiesa, come il più grande filosofo cristiano del XIX secolo ed uno dei più grandi di tutti i tempi» (15).

In breve, il testo dell’enciclica può essere suddiviso in sei tesi: 1) la filosofia è introduzione alla fede, perché prepara la mente ad accogliere il messaggio salvifico di Gesù; 2) l’unione, nella distinzione, tra la filosofia e la fede produce un incremento di «potenza» delle facoltà naturali che divengono più acute e profonde; 3) la filosofia è uno strumento indispensabile per sostenere l’esposizione della dottrina rivelata e degli stessi misteri della fede; 4) la filosofia allestisce un apparato apologetico della fede attraverso la sua difesa razionale: il filosofo e il teologo cattolico è colui al quale spetta per primo il compito di confutare gli errori; 5) se la filosofia è il principio per una restaurazione sociale e politica, l’orienta­mento per quest’opera è dato dalla dottrina sociale della Chiesa che argomenta a partire dalla ragione e si basa sulla morale sociale cristiana; infine, 6) la filosofia fornisce il quadro concettuale d’insieme necessario per comprendere e utilizzare correttamente le scoperte scientifiche e i risultati delle scienze empiriche. 

Soprattutto gli ultimi due punti sono fondamentali per poter illuminare il magistero della Chiesa e quello della Rerum novarum in particolare: ogni questione socio-economica va infatti esaminata a partire dai princìpi morali. Non vi può essere alcuna riforma sociale senza riforma intellettuale. 

Dottrina sociale: un percorso storico

Giovanni Cantoni ha insegnato che la dottrina sociale va compresa come un processo continuo, un work in progress, che non muta i princìpi ma illumina le varie sfide storiche del cristiano alla luce della dottrina morale sociale naturale e cristiana. La dottrina sociale della Chiesa parte sempre dal primato della fede e della Rivelazione, un primato che s’in­treccia con la recta ratio e tiene conto dell’esperienza storica (16).

In questo senso, la giusta ermeneutica e l’«aggiornamento» della Rerum novarum sono stati forniti all’interno del cospicuo corpus dei successori di Leone XIII. Fra i contributi innovativi principali vanno annoverati: l’enciclica Quadragesimo anno di Papa Pio XI (1922-1939) del 1931, il Radiomessaggio di Pentecostein occasione del cinquantenario della Rerum novarum del venerabile Pio XII (1939-1958), diffuso nel 1941, la Mater et magistra di san Giovanni XXIII (1958-1963) del 1961, la lettera apostolica Octogesima adveniens del 1971 di san Paolo VI (1963-1978), e le due encicliche Laborem exercens (1981) e Centesimus annus (1991) di san Giovanni Paolo II.

Altri documenti, pur non facendo riferimento alla Rerum novarum, danno per presupposta l’importanza dell’enciclica leoniana. Paolo VI, con la pubblicazione della Populorum progressio nel 1967, inizia a guardare più globalmente la condizione umana e pone le premesse affinché nello sviluppo integrale dei popoli risplendano la verità e la carità di Cristo. Questa sorta di Rerum novarum dell’età contemporanea è stata evocata e «aggiornata» nel suo ventennale da san Giovanni Paolo II con l’en­ciclica Sollicitudo rei socialis, del 1987, e da Benedetto XVI, a più di quarant’anni di distanza, con l’enciclica Caritas in veritate del 2009. 

Mentre il magistero sociale di Papa Francesco (2013-2025) con l’enciclica Laudato si’ (2015) ha reso organico e strutturale l’inse­gna­mento della Chiesa — già presente in altri documenti dei predecessori — sulla «cura della casa comune», la Terra, mentre, con l’enciclica Fratelli tutti del 2020, ha riflettuto sulla dimensione della fraternità e dell’a­mi­cizia sociali (17).

È bene, altresì, ricordare come anche in documenti pontifici che non sono direttamente «sociali» vi siano elementi importanti dell’in­se­gnamento sociale. Solo per fare qualche esempio possiamo menzionare di san Giovanni Paolo II la Veritatis splendor del 1993 e la Evangelium vitae del 1995, di Benedetto XVI la Spe salvi del 2007 e di Francesco la Evangelii gaudium del 2013. 

Il contesto odierno ricorda le tante svolte epocali avvenute nei secoli precedenti: secondo Papa Francesco noi viviamo non in una epoca di cambiamenti, ma in un cambiamento di epoca (18), di cui aspetti decisivi possono essere considerati la completa scristianizzazione dell’Occidente, una nuova rivoluzione — quella digitale e quella della cosiddetta «intelligenza artificiale» — che procede con grande velocità, il condensato d’o­dio fra i popoli che emerge nei numerosi conflitti sparsi nel mondo, nonché un vero e proprio smarrimento dell’umano. 

Innanzi a tutto ciò il magistero della Chiesa ancora una volta, muovendosi fra nova e vetera, cerca di indicare la necessità di avere un orizzonte morale, perché anche le nazioni — e non solo i singoli — solo così possono vivere in pace. In questo senso, il percorso storico della dottrina sociale continua, mantenendosi sempre nell’ottica dell’armonizzazione della riforma e della continuità.

Un nuovo Leone

Nell’Angelus del 5 settembre 2010 Papa Benedetto XVI pregava così: «Possa il Magistero sociale di Papa Leone [XIII] continuare a guidare gli sforzi dei fedeli per costruire una società giusta, che trovi le sue radici negli insegnamenti di Gesù Cristo» (19).

Con l’elezione a Pontefice del cardinale Robert Francis Prevost O.S.A., che ha assunto — sorprendendo un po’ tutti — il nome di Leone, potrebbe effettivamente realizzarsi l’auspicio di Papa Benedetto: lo stesso Leone XIV, pur senza disdegnare riferimento ad altri predecessori nel ministero petrino con lo stesso nome, ha fin da subito chiarito che la scelta del nome era dipesa da «diverse […] ragioni, però principalmente perché il Papa Leone XIII, con la storica Enciclica Rerum novarum, affrontò la questione sociale nel contesto della prima grande rivoluzione industriale; e oggi la Chiesa offre a tutti il suo patrimonio di dottrina sociale per rispondere a un’altra rivoluzione industriale e agli sviluppi dell’in­telli­genza artificiale, che comportano nuove sfide per la difesa della dignità umana, della giustizia e del lavoro» (20).

Fin dalla sua prima omelia Papa Leone ha ribadito la centralità di Cristo e la conseguente necessità dell’evangelizzazione, ricordando che è la fede l’orizzonte entro il quale la Chiesa deve muoversi: «Anche oggi non sono pochi i contesti in cui la fede cristiana è ritenuta una cosa assurda, per persone deboli e poco intelligenti; contesti in cui ad essa si preferiscono altre sicurezze, come la tecnologia, il denaro, il successo, il potere, il piacere.

«Si tratta di ambienti in cui non è facile testimoniare e annunciare il Vangelo e dove chi crede è deriso, osteggiato, disprezzato, o al massimo sopportato e compatito. Eppure, proprio per questo, sono luoghi in cui urge la missione, perché la mancanza di fede porta spesso con sé drammi quali la perdita del senso della vita, l’oblio della misericordia, la violazione della dignità della persona nelle sue forme più drammatiche, la crisi della famiglia e tante altre ferite di cui la nostra società soffre e non poco. Anche oggi non mancano poi i contesti in cui Gesù, pur apprezzato come uomo, è ridotto solamente a una specie di leader carismatico o di superuomo, e ciò non solo tra i non credenti, ma anche tra molti battezzati, che finiscono così col vivere, a questo livello, in un ateismo di fatto.

«Questo è il mondo che ci è affidato, nel quale, come tante volte ci ha insegnato Papa Francesco, siamo chiamati a testimoniare la fede gioiosa in Cristo Salvatore. Perciò, anche per noi, è essenziale ripetere: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente” (Mt 16,16)» (21).

Nel primo discorso a carattere «politico», quello tenuto al Corpo Diplomatico (22), Leone XIV ha sottolineato tre parole: pace, giustizia e verità. Se le prime due rappresentano in maniera prioritaria l’agenda e i contenuti pastorali del pontificato, la terza fornisce un paradigma irrinunciabile per illuminare tutte le questioni, superando così ogni tentazione relativistica: «La terza parola è verità. Non si possono costruire relazioni veramente pacifiche, anche in seno alla Comunità internazionale, senza verità. Laddove le parole assumono connotati ambigui e ambivalenti e il mondo virtuale, con la sua mutata percezione del reale, prende il sopravvento senza controllo, è arduo costruire rapporti autentici, poiché vengono meno le premesse oggettive e reali della comunicazione. Da parte sua, la Chiesa non può mai esimersi dal dire la verità sull’uomo e sul mondo, ricorrendo quando necessario anche ad un linguaggio schietto, che può suscitare qualche iniziale incomprensione. La verità però non è mai disgiunta dalla carità, che alla radice ha sempre la preoccupazione per la vita e il bene di ogni uomo e donna. D’al­tronde, nella prospettiva cristiana, la verità non è l’affermazione di principi astratti e disincarnati, ma l’incontro con la persona stessa di Cristo, che vive nella comunità dei credenti. Così la verità non ci allontana, anzi ci consente di affrontare con miglior vigore le sfide del nostro tempo, come le migrazioni, l’uso etico dell’intelligenza artificiale e la salvaguardia della nostra amata Terra. Sono sfide che richiedono l’im­pegno e la collaborazione di tutti, poiché nessuno può pensare di affrontarle da solo» (23).

In questa prospettiva si situa il riferimento puntuale alla legge morale naturale che, durante l’udienza in occasione del Giubileo dei governanti, è diventato appello accorato a questi ultimi affinché garantiscano il bene comune e si aprano in concreto al trascendente anche nell’azione politica. La via che può garantire una prospettiva unitaria, in quanto fa appello alla dimensione razionale di ogni uomo, è «la legge naturale, universalmente valida al di là e al di sopra di altre convinzioni di carattere più opinabile, [che] costituisce la bussola con cui orientarsi nel legiferare e nell’agire, in particolare su delicate questioni etiche che oggi si pongono in maniera molto più cogente che in passato, toccando la sfera del­l’in­timità personale» (24).

Il richiamo alla verità in un contesto in cui dominano il relativismo e il nichilismo, insieme al richiamo alla legge naturale, quale quadro di orientamento da rispettare soprattutto nelle legislazioni positive, rievocano lo schema proposto da Leone XIII e dal magistero sociale successivo: ogni questione socio-politica ed economica non può essere durevolmente risolta senza un riferimento all’impianto metafisico e religioso. 

Se pace, unità nella Chiesa e nel mondo, uso etico dell’intelligenza artificiale, custodia del creato, giustizia sono state da Papa Leone annunciate quali tematiche che sicuramente il Magistero approfondirà, non di meno emerge fra di esse anche la sfida antropologica, ricordata nell’am­bito dell’udienza concessa ai presuli della Conferenza Episcopale Italiana: «Ci sono poi le sfide che interpellano il rispetto per la dignità della persona umana. L’intelligenza artificiale, le biotecnologie, l’economia dei dati e i social media stanno trasformando profondamente la nostra percezione e la nostra esperienza della vita. In questo scenario, la dignità dell’umano rischia di venire appiattita o dimenticata, sostituita da funzioni, automatismi, simulazioni. Ma la persona non è un sistema di algoritmi: è creatura, relazione, mistero. Mi permetto allora di esprimere un auspicio: che il cammino delle Chiese in Italia includa, in coerente simbiosi con la centralità di Gesù, la visione antropologica come strumento essenziale del discernimento pastorale. Senza una riflessione viva sull’u­mano — nella sua corporeità, nella sua vulnerabilità, nella sua sete d’in­finito e capacità di legame — l’etica si riduce a codice e la fede rischia di diventare disincarnata» (25).

La dottrina sociale secondo Leone XIV

Dall’inizio del pontificato fino al 14 luglio 2025, data di stesura di questo articolo, il Santo Padre ha nominato esplicitamente la dottrina sociale della Chiesa in quattro dei suoi discorsi. Quello da cui emerge in maniera più strutturata l’ottica del nuovo Pontefice è stato rivolto alla Fondazione Centesimus annus-Pro Pontifice. Secondo Leone XIV, la dottrina sociale va intesa, in questo frangente storico, quale strumento di pace e di dialogo per costruire ponti di fraternità universale. Essa fornisce le chiavi interpretative che permettono il dialogo fra la scienza e la coscienza al fine di favorire conoscenza, speranza e pace.

Per superare l’apparente dicotomia fra «dialogo» e «dottrina», Leone XIV — all’insegna di una concreta cultura dell’incontro — precisa e ribadisce il significato della parola «dottrina», un termine che permette anche allo stesso dialogo di non farsi vano. «Dottrina» può essere intesa come sinonimo di «scienza», di «disciplina» e di «sapere». Lungi, allora, dallo sminuire il termine — secondo quel riduzionismo imperante negli anni post-conciliari su cui tante volte ha messo in guardia Giovanni Cantoni —, grazie all’accostamento dei tre significati, esso viene rinforzato: la dottrina sociale è infatti presentata come una ricerca che offre una conoscenza affidabile, ordinata e sistematica su una determinata questione. Così pure il Papa chiarisce che essa non è un’opinione, ma il risultato di un cammino comune — non al riparo da insuccessi — verso la ricerca multidisciplinare della verità. Perciò — insiste il Papa — la dottrina è sempre una «[…] riflessione seria, serena e rigorosa, intende insegnarci, in primo luogo, a saperci avvicinare alle situazioni e prima ancora alle persone. Inoltre, ci aiuta nella formulazione del giudizio prudenziale. Sono la serietà, il rigore, la serenità ciò che dobbiamo imparare da ogni dottrina, anche dalla Dottrina Sociale» (26).

La scienza, infatti, è un sistema di conoscenze sempre aperto, ma allo stesso tempo si dipana a partire da assiomi indimostrabili, ossia si basa su proposizioni evidenti, senza cui crollerebbero le linee fondamentali dell’edificio teorico; la disciplina, invece, è un insieme di norme che regolano la vita della collettività, ma può essere inteso anche come un ordine morale il cui compito è temperare e organizzare istinti, impulsi ed emozioni verso il fine della realizzazione personale e sociale; infine, il sapere è un complesso di conoscenze solidamente acquisite per via teorica e pratica. Tenuto simultaneamente conto di queste tre specificazioni, nella dottrina sociale si intrecciano le scienze ⸻ sociologia, antropologia, economia, diritto e così via ⸻, che vengono vagliate e disciplinate alla luce dei princìpi naturali e cristiani, guidando l’acquisizione di una conoscenza che serve quale orientamento per la vita collettiva. 

In questo senso, seppur con linguaggio diverso, la prospettiva del Santo Padre richiama quanto già scriveva Giovanni Cantoni: «Com’è nella natura della vita culturale delle società umane, la continua riesposizione della morale sociale nel caso concreto porta con sé anche una al­trettanto continua rielaborazione, quindi produce una maggior comprensione del deposito da parte della Chiesa, gerarchia e fedeli. Si tratta di una maggior comprensione che non comporta assolutamente una mutazione né del contenuto né, tanto meno, della natura del deposito. Sollecitazioni che inducono a un costante approfondimento, quindi allo svolgersi del magistero sociale, sono prodotte anche dalle difficoltà del mondo non solo contemporaneo alla Chiesa, ma con cui essa concretamente convive. A queste complicazioni, che costituiscono altrettanti fattori di complessità, s’affiancano le problematiche presentate dal processo di secolarizzazione, cioè di maliziosa espunzione delle motivazioni e delle finalità religiose dalla vita delle società umane, nonché il recepimento, talora oggettivamente secolarizzante, delle acquisizioni scientifiche e le dimensioni sociologiche delle mutazioni tecnologiche, soprattutto di quelle relative agli strumenti di comunicazione sociale. Così si spiegano fra l’altro le prese di posizione del Magistero della Chiesa, autentici presidi, sulle nuove frontiere della bioetica e dell’ecologia» (27). Aggiungeva Cantoni: «Se la dottrina sociale della Chiesa è morale, va distinta con cura dal moralismo: si tratta, cioè, di una dottrina la cui estrinsecità rispetto all’uomo e alla società cui l’uomo dà vita grazie alla sua naturale socialità, è esteriorità di necessità morale in quanto è determinata dal peccato; ma non propone una legge estranea alla natura dell’uomo e della società, bensì ripropone ab extra e pro memoria le rispettive rationes, che il peccato non permette né di cogliere perfettamente, né di realizzare adeguatamente. Moralismo, per contro, è la giustapposizione artificiale e deformante di una legge e di una realtà, senza rapporti di sorta fra tale legge e la ragion d’essere della realtà in questione» (28).

Il Santo Padre ha concluso il suo discorso con una fondamentale affermazione: «C’è una domanda crescente di Dottrina Sociale della Chiesa a cui dobbiamo dare risposta» (29) e pregava i vescovi italiani di avere «[…] cura che i fedeli laici, nutriti della Parola di Dio e formati nella dottrina sociale della Chiesa, siano protagonisti dell’evangelizzazione nei luoghi di lavoro, nelle scuole, negli ospedali, negli ambienti sociali e culturali, nell’economia, nella politica» (30).

Alleanza Cattolica, proprio in ragione della sua vocazione culturale, non può che gioire e corrispondere a questi appelli di Papa Leone XIV. 

Note:
1) Cfr. Marco Invernizzi, L’Opera dei Congressi (1874-1904). Con i profili dei principali protagonisti, prefazione di Dario Caroniti, D’Ettoris, Crotone 2022.

2) Cfr. Massimo Introvigne, La dottrina sociale di Leone XIII, Fede&Cultura, Verona 2010. 

3) Leone XIII, Lettera enciclica «Rerum novarum», del 15-5-1891, n. 1. 

4) Ibid., n. 12. 

5) Ibid., n. 22b.

6) Leone XIII, Lettera apostolica «Vigesimo quinto anno», del 19-3-1902.

7) Cfr. San Pio X, La concezione secolarizzata della democrazia. Lettera agli Arcivescovi e ai Vescovi francesi «Notre charge apostolique», trad. it., a cura di Giovanni Cantoni (1938-2020), Edizioni di «Cristianità», Piacenza 1993. 

8) Leone XIII, Lettera enciclica «Immortale Dei», del 1°-11-1885. 

9) Benedetto XVI, Omelia nella Santa Messa a Carpineto Romano, 5-9-2010. 

10)Sofia Vanni Rovighi, Storia della filosofia contemporanea. Dall’Ottocento ai giorni nostri, La Scuola, Brescia 1990, p. 730.

11) Nel Magistero successivo a Leone XIII, in anni recenti, fra i vari interventi pontifici possiamo segnalare, innanzitutto, le indicazioni del Concilio Ecumenico Vaticano II (1962-1965) contenuti in due distinti documenti: il primo, il decreto sulla formazione sacerdotale Optatam totius, e il secondo, la dichiarazione Gravissimum educationis sull’educazione cristiana in genere. Secondo il primo documento, «[…] per illustrare quanto più possibile i misteri della salvezza, gli alunni imparino ad approfondirli ed a vederne il nesso per mezzo della speculazione, avendo per maestro San Tommaso» (Decreto sulla formazione sacerdotale «Optatam totius», del 28-10-1965, n. 16 c); e, secondo l’altro, «[…] si colga più chiaramente come fede e ragione si incontrino nell’unica verità, seguendo le orme dei Dottori della Chiesa, specialmente di San Tommaso d’Aquino» (Dichiarazione sull’edu­cazione cristiana «Gravissimum educationis», del 28-10-1965, n. 10). E, infine, l’en­ci­clica Fides et ratio di Papa Giovanni Paolo II, la cui formazione era stata anche di ispirazione tomistica: «un posto tutto particolare in questo lungo cammino [del­l’incontro tra fede e ragione] spetta a San Tommaso d’Aquino, non solo per il contenuto della sua dottrina, ma anche per il rapporto dialogico che egli seppe instaurare con il pensiero arabo ed ebreo del suo tempo» (Giovanni Paolo II, Enciclica «Fides et ratio» circa i rapporti tra fede e ragione, del 14-9-1998, n. 43). 

12) Étienne Gilson, Il filosofo e la teologia, trad. it.,a cura di Pier Emilio Gennarini (1913-1987), Morcelliana, Brescia 1966, p. 177.

13) Ibid., p. 231.

14) Leone XIII, Lettera enciclica «Aeterni patris», del 4-8-1879. 

15) É. Gilson, op. cit., p. 221. 

16) Cfr. G. Cantoni, La dottrina sociale della Chiesa: natura e storia, in Idem, Scritti di dottrina sociale. 1961-2005, con una prefazione di mons. Michele Pennisi, a cura di Oscar Sanguinetti, Edizioni di «Cristianità», Piacenza 2024, pp. 35-41.

17) Per un approccio rispettoso ad alcuni passaggi problematici di questo documento, cfr. Domenico Airoma, «Fratelli tutti»: una riflessione sociale, in Cristianità, n. 405, settembre-ottobre 2020, pp. 21-28.

18) Cfr. Francesco, Discorso alla Curia romana per gli auguri di Natale, 21-1-2019.

19) Benedetto XVI, Angelus, 5-9-2010. 

20) Leone XIV, Discorso al Collegio Cardinalizio, 10-5-2025. 

21) Idem, Omelia nella Santa Messa «pro Ecclesia», 9-5-2025. 

22) Idem, Discorso in occasione della udienza al Corpo Diplomatico accreditato presso la Santa Sede,16-5-2025.

23) Ibidem.

24) Idem, Discorso ai parlamentari in occasione del Giubileo dei governanti, 21-6-2025.

25) Idem, Discorso ai Vescovi della Conferenza Episcopale Italiana, 17-6-2025. 

26) Idem, Discorso ai membri della Fondazione «Centesimus Annus Pro Pontifice», 17-5-2025.

27) G. Cantoni, La dottrina sociale della Chiesa: natura e storia, cit., p. 39.

28) Idem, Dottrina sociale, teologia morale e coscienza, in Idem, op. cit., pp. 131-132. 

29) Leone XIV, Discorso ai membri della Fondazione «Centesimus Annus Pro Pontifice», cit. 

30) Idem, Discorso ai Vescovi della Conferenza episcopale italiana, cit.

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