Don Augustyn Babiak (*), Cristianità n. 434 (2025)
Nella ricorrenza del 160° anniversario della nascita del venerabile metropolita Andrea Szeptyckyj — al secolo conte Romano Alessandro Maria, dell’Ordine di San Basilio, nato il 29 luglio 1865 nella cittadina ucraina di Prylbyci e morto a Lviv (Leopoli) il 1° novembre 1944, metropolita di Halyč e arcivescovo di rito greco-cattolico di Lviv — mi sembra doveroso rendere omaggio a questa grande figura, che si rivela ancora straordinariamente importante per i messaggi rivolti al popolo ucraino, oggi chiamato a resistere contro un’aggressione da parte della Russia.
Nel 1899, ricevendo la consacrazione episcopale, padre Andrea Szeptyckyj O.S.B.M. adottò l’espressione «In Pace» come proprio motto pastorale, desiderando che tutto il suo episcopato si svolgesse all’insegna della pace, dell’amore di Dio e del prossimo, per un rinnovamento morale e culturale della società. Lo richiedeva la situazione politica, sociale e religiosa di allora: il conflitto fra polacchi e ucraini, le accese dispute politiche, la mancanza di unità all’interno della comunità ucraina e le divisioni confessionali furono i principali problemi con cui dovette confrontarsi per tutta la vita. L’opera dell’arcivescovo, in campo sociale ed economico, indipendentemente dalla sua volontà, venne percepita e interpretata dall’esterno anche come azione politica. Ciò non dipendeva da lui: l’annuncio del Vangelo, autenticamente vissuto, influisce sulla realtà concreta, storica, e spesso esercita su di essa un impatto profondo (1). Più volte nella sua vita dovette prendere pubblicamente posizione su questioni riguardanti il decadimento morale e le distorsioni della vita sociale. Il periodo del suo servizio episcopale alla Chiesa e alla società coincise con alcuni dei momenti forse più drammatici della storia dell’umanità. Brutalità, violenza, sopraffazione, sciovinismo, terrore e genocidio si stavano manifestando non tanto come azioni individuali, quanto come un vero e proprio metodo politico, ufficialmente adottato dai gruppi totalitari che allora stavano emergendo, fino ad arrivare, in alcuni Paesi, a costituire una sorta di dottrina nazionale.
Il metropolita Szeptyckyj fu per tutta la vita un deciso oppositore della violenza, del terrore e di ogni manifestazione non conforme alla morale cristiana. Vorrei qui ricordare le sue opinioni e soprattutto i suoi concreti tentativi di trasformare la complessa realtà dell’epoca.
Le contraddizioni emerse in quel tempo si manifestarono in modo evidente sul piano della lotta degli ucraini contro i coloni e contro lo Stato polacco. Durante la Seconda Guerra Mondiale (1939-1945) questo conflitto si aggravò soprattutto nelle zone etnicamente miste, nelle quali si diffuse lo slogan «Lachy za San» (i polacchi oltre il fiume San). Il terrore come metodo per risolvere i conflitti sociali nella vita politica ucraina non si limitava all’ostilità nei confronti dei polacchi, ma divenne un mezzo per eliminare gli oppositori politici. Il terrore non colpiva solamente quanti manifestavano atteggiamenti concilianti nei confronti dello Stato polacco, ma anche quanti esprimevano idee diverse riguardo alla lotta per l’indipendenza. I conflitti tra le fazioni di Andrij Melnyk (1890-1964) e Stepan Bandera (1909-1959) all’interno dell’OUN — l’Organizzazione dei Nazionalisti Ucraini — durante la Seconda Guerra Mondiale rimangono l’esempio più eclatante di questo clima politico (2).
Su Szeptyckyj, in quanto leader morale e spirituale della nazione, ricadeva una responsabilità enorme, che in diversi casi richiedeva una particolare delicatezza. Fin dall’inizio del suo ministero pastorale si adoperò costantemente e instancabilmente per eliminare dalla vita sociale la violenza e il disprezzo per il prossimo. Il metropolita individuava la causa di questi fenomeni nell’empietà, nella mancata comprensione dei princìpi della fede cristiana e nell’indottrinamento attuato dalle ideologie totalitarie, come il bolscevismo e il nazionalsocialismo.
Egli riteneva necessaria un’enorme opera educativa, diluita nel tempo e condotta con l’aiuto del clero e dell’intelligencija. Per questo motivo, già quand’era vescovo di Stanislaviv (oggi arcieparchia di Ivano-Frankivs’k), indirizzò le sue prime lettere pastorali proprio ai circoli sociali. In esse delineava un programma di lavoro organico per il bene della Chiesa e della nazione ucraina, sottolineando in particolare la necessità di un coinvolgimento attivo nella vita sociale. Il suo richiamo era prettamente evangelico: «Vi riconosceranno dai vostri frutti, che siete discepoli di Cristo» (3). Il comportamento, come misura del valore dell’uomo, risulta sempre sottolineato in tutte le sue lettere pastorali.
Il metropolita desiderava basare il lavoro pastorale all’interno della comunità greco-cattolica su tre pilastri: una sincera e sana religiosità, l’amore per il prossimo e il patriottismo. Sottolineava che il patriottismo è strettamente legato all’amore per l’altro, indipendentemente dalla sua nazionalità o dalle sue opinioni. Nella sua prima lettera pastorale, pubblicata nel 1899, scrisse: «Un cristiano può e deve essere patriota. Ma il suo patriottismo non può essere motivato dall’odio e non deve imporre doveri contrari alla fede! Ciò che sembra patriottismo, ma che in realtà è animato dall’odio o si oppone alla fede, non è vero patriottismo» (4).
In modo simile si espresse, già come metropolita di Lviv, nella lettera pastorale del 1904 ai polacchi greco-cattolici: «Il cristiano è tenuto ad amare la patria e a prendersi cura del bene del proprio popolo. Gli è vietata una sola cosa: non gli è consentito, neppure sotto la copertura del patriottismo, odiare, e ancor meno fare del male all’altro» (5).
Reazioni e accuse
Il metropolita Szeptyckyj non ha mai risposto all’odio con l’odio, anzi ha preso sempre nettamente le distanze da un «patriottismo che tutela gli uni e respinge gli altri», come confessò al sacerdote Cyrille Korolevskij (1878-1959): «Io non ho mai fatto mie le posizioni di un partito contro un altro […] anche perché questi partiti erano divisi sulla stessa idea nazionale (ucraina o filorussa). Era quindi necessario assumere una posizione estremamente prudente, per non contrastare né gli uni né gli altri, cosa per me moralmente corretta. Ho avuto bisogno di molti anni di lavoro, prima che la mia nazione potesse capire che ciò che mi muoveva era unicamente l’amore per tutta la nazione. Ho dovuto in tutti i casi non lasciarmi condizionare da quelle che sono le mie simpatie personali; ho dovuto anche rinunciare a tutto quello che poteva essere un’opinione o un desiderio personale […]. Per il bene dei miei fedeli mi impegnai per mitigare gli antagonismi delle parti, per appianare i contrasti tra le opinioni individuali, per istruire i miei fedeli nella cultura, nella scienza e nella santità. […] Tutto il bene che ho potuto fare è stato purtroppo spesso interpretato dai polacchi come un male che ho fatto a loro: è possibile infatti che, a causa del mio impegno, ma anche a causa di altre circostanze non dipendenti da me, sia divenuto sempre di più difficile per loro tenere a bada i ruteni (6). I polacchi mi attribuiscono molta più influenza di quanta io realmente abbia e per questo pensano che l’ostilità che incontrano da parte dei ruteni sia stata ispirata e sia sostenuta dalla mia influenza. Naturalmente in tutte le questioni nelle quali la nazione era concorde e solidale nel perseguire un bene giustamente a essa dovuto, io non mi sono potuto opporre e neppure potevo restare indifferente, senza nuocere alla causa cattolica che sta a cuore ai miei fedeli. Il mio principio ispiratore era la consapevolezza che loro avevano il diritto di trovare in me un vero padre che li assicurasse e li tutelasse in tutte le circostanze in cui i loro diritti erano messi in discussione. Così, in qualità di membro del Senato austriaco, molte volte ho dovuto interpretare e sostenere quelle che a me sembravano giuste istanze. Ma nelle stesse circostanze non ho mai parlato contro i polacchi e neppure ho fatto allusioni alla loro politica» (7).
Anche i cattolici ucraini furono in più occasioni sospettosi o critici nei confronti del metropolita, ma ciò non deve sorprendere perché egli si sentiva obbligato a richiamare i propri fedeli quando anteponevano la politica alla fede, affrontando a viso aperto le autorità civili quando pretendevano di parlare nell’interesse del popolo ucraino senza tenere in alcuna considerazione la dimensione religiosa.
Il patriottismo del metropolita si radicava in una visione lontana dalle posizioni che negavano una declinazione cristiana della politica e che definiva «nazionalismo secolarista» o «sciovinismo fratricida».
Nella sua visione la Chiesa non poteva essere asservita ad alcun potere e la sua autorità spirituale e morale non poteva essere sterilizzata dallo Stato, anzi, la Chiesa doveva godere di piena indipendenza e del diritto di far sentire liberamente la propria voce (8).
La posizione di Szeptyckyj, che si configura come un delicato e costante equilibrio fra patriottismo e universalismo cristiano, è stata però fraintesa o distorta. Alcuni lo accusarono di sostenere la causa dei nazionalisti ucraini e lo tacciarono di sciovinismo ai danni della nazione polacca, altri cercarono di strumentalizzare il suo nome e la sua fama per giustificare progetti di leadership politiche personali anti-ucraine, tesi entrambe non confermate dalla storia perché il metropolita servì la Chiesa e il popolo dell’Ucraina, testimoniando però sempre, nelle parole e nelle opere, che essa è «una, santa, cattolica e apostolica», inviata in missione da Cristo alla totalità del genere umano e, come tale, è universale (9).
Per il metropolita l’unità, religiosa e sociale, si poteva realizzare solo attraverso la tolleranza reciproca, la messa al bando di posizioni categoriche e dogmatiche, anche con l’accettazione di compromessi. Egli scriveva: «C’è nell’animo ucraino un profondo e intenso desiderio di possedere un proprio Stato, ma, assieme a questo desiderio ce n’è uno altrettanto intenso e profondamente sentito: che lo Stato sia necessariamente della forma che desidera il partito, la cerchia, il gruppo o persino il singolo individuo. Come è possibile spiegare altrimenti la fatale tendenza alla discordia civile, le discussioni, gli scismi, la partigianeria che distrugge ogni causa nazionale? Come possiamo spiegare [altrimenti] l’atteggiamento violento di tanti patrioti, la cui opera ha effetti così deleteri?» (10).
In questo contesto, è ancor più significativo rileggere ciò che scriveva in una lettera pastorale al clero e ai fedeli, come materiale di discussione per il sinodo arcieparchiale di Lviv del 1940-1941, riguardo alla sua idea di patriottismo: «Il nostro patriottismo non può manifestarsi in forma politica; si trova nel fatto che amiamo il nostro popolo ucraino con un amore cristiano più di altri popoli. È per lui che siamo pronti a dare il lavoro di tutta la nostra vita, e anche la nostra vita. Tuttavia, ciò non ci impedisce di amare con amore cristiano il prossimo e i cristiani di altre nazioni che appartengono alle nostre eparchie; non vogliamo “ucrainizzarli”, ma concedere loro volentieri i nostri obblighi pastorali, come afferma l’apostolo Paolo: “A tutti e per tutti”» (11).
Appello alla moralità e alla non violenza
Dopo il suo ritorno dalla capitale, preoccupato per la situazione morale e per mitigare gli umori sociali, il metropolita Szeptyckyj pubblicò una lettera pastorale nella quale condannò severamente i metodi di lotta usati dall’OUN, rammentando come fossero «contrari alla Legge di Dio, e quindi dannosi anche per la nazione» (12).
Un’altra energica condanna del terrore è ribadita nella sua lettera alla gioventù ucraina, pubblicata nel 1932. Volendo mettere in guardia la giovane generazione sulle conseguenze dannose dell’ideologia totalitaria, scrisse: «Nel vostro sacrificio a volte andate così lontano da essere pronti a sacrificare non solo voi stessi, ma anche il bene altrui e i valori nazionali complessivi. […] Il bene altrui dovrebbe essere sacro non solo per un cristiano, ma per l’uomo in quanto tale. Violare questo bene non è permesso a nessuno, perché il fine più nobile non santifica i mezzi malvagi […]. Manca in voi ciò che le generazioni precedenti chiamano tolleranza […]. Ci siamo sbagliati pensando che al di fuori dell’atmosfera di libertà, di libera e volontaria volontà propria, non ci sia per gli uomini né bene, né felicità, né futuro, o quando pensavamo che fosse una prova di debolezza dell’uomo, quando questi non può convincere gli altri e deve costringerli? Questi slogan, che tolgono libertà, potranno mai portarla?» (13).
Il metropolita, con insistenza, mise in guardia dal ricorso ad attività clandestine, poiché — secondo le sue parole — inseparabilmente legate a pericoli come il tradimento e la provocazione. Quanto profeticamente risuona il paragrafo finale del suo discorso: «Sul declino della mia vita vi scongiuro: due, tre volte rileggete [si riferisce alle parole dell’appello precedentemente citato], riflettete più profondamente sul loro significato, perché Dio non voglia che il caos e il male che stanno arrivando ci trovino nella divisione in cui finora persistiamo» (14).
Szeptyckyj ricorse anche all’influenza diretta sotto forma di disposizioni interne alla Chiesa, che vietavano al clero di impegnarsi attivamente in attività politiche. Nel 1934, sulle pagine di Lvivski Archieparchijalni Vidomosti apparve una lettera al clero nella quale il metropolita ordinava che nei casi in cui un sacerdote sospettasse che una funzione liturgica potesse essere utilizzata per scopi politici, egli doveva rifiutarsi di celebrarla. Definì la pratica dell’abuso delle funzioni religiose a fini politici un’autentica profanazione.
Le forze estremiste nel movimento nazionalista, desiderose di accelerare le azioni per l’indipendenza, non tenevano conto delle parole della gerarchia. Le dichiarazioni di Szeptyckyj e degli altri vescovi venivano apertamente criticate, tanto più se contrarie all’attività dell’OUN. Si arrivò persino a voci che chiedevano una rottura con il Vaticano e con l’episcopato greco-cattolico che rappresentava la sua posizione, nonché la creazione di una Chiesa nazionale ucraina indipendente. Il metropolita, non volendo esasperare ulteriormente la situazione, in alcuni casi fu costretto ad agire diplomaticamente. Tuttavia, quando il Decalogo veniva violato, interveniva sempre con fermezza. Visse molto dolorosamente l’assassinio nel 1934 del direttore del ginnasio ucraino di Lviv, Iwan Babij (1893-1934), avvenuto poco tempo dopo la pubblicazione del suddetto appello alla gioventù. Il metropolita raccomandava ai sacerdoti di vigilare continuamente sulle coscienze dei loro fedeli e di ammonirli sulla gravità del peccato di omicidio, senza stancarsi di sensibilizzarli sul valore della vita. «La vita è sacra — diceva — un dono che appartiene unicamente a Dio e, per nessun motivo, ci si poteva permettere di toglierla» (15).
La morte di Babij fu percepita dal metropolita in tutta la sua gravità, anche perché, conoscendolo personalmente, lo stimava molto: lo considerava un fervente patriota ucraino e un fervente cattolico. In un appello ai fedeli, scritto poche ore dopo l’attentato, condannò molto duramente i leader del movimento nazionalista: «Da diversi anni si moltiplicano le usanze secondo cui le persone che fuggono dalla responsabilità personale, e persino dal proprio disagio, cercano di dominare le menti della nostra gioventù, non per educarla ad essere buoni cittadini, ma per usarla come strumento cieco di un folle terrore, che condurrà la nostra nazione a una rovina disastrosa e completa. I sedicenti leader allontanano persino la gioventù scolastica dallo studio e, sotto il pretesto o la scusa del sacrificio per la nazione e la patria, spingono i giovani direttamente nella follia del peccato, naturalmente […] considerandosi nel frattempo degli eroi» (16).
Appelli alla cultura e alla prudenza
Desiderando a tutti i costi salvare la gioventù, Szeptyckyj cercò di indirizzare le sue energie verso il lavoro in campo sociale, economico e soprattutto culturale ed educativo. In un discorso pronunciato il 10 marzo 1937 durante un convegno mariano, disse: «I Greci sconfissero i Romani con la loro cultura, anche se i Romani li sconfissero con la spada. I popoli, anche se non hanno libertà politica, possono lasciare il loro segno nello sviluppo dell’umanità. Allo stesso modo possiamo fare noi, se daremo alla luce grandi uomini tra di noi» (17).
Szeptyckyj non fu in grado di prevenire molti atti terroristici nel periodo interbellico, ma certamente contribuì in modo significativo ad allontanare molte persone dal movimento nazionalista. Nello stesso spirito desiderava agire anche al momento dell’attacco della Germania alla Polonia. In tali occasioni fece appello all’astensione da manifestazioni antipolitiche. Il 1° settembre 1939, il metropolita pubblicò una lettera pastorale al clero, nella quale obbligava i sacerdoti a persuadere i fedeli affinché non cedessero alla propaganda tedesca e non si lasciassero coinvolgere in provocazioni. Raccomandava di prestare particolare attenzione ai giovani: «non lasciatevi indurre a nessun atto […] di disobbedienza all’autorità — ammoniva — conservate la prudenza e la calma, l’unità e la concordia, in ogni cosa lasciatevi guidare dalla ragione supportata dalla fede. I Comandamenti di Dio siano la guida del vostro comportamento e del vostro cammino» (18).
La condanna delle lotte fratricide
Gli appelli del metropolita non impedirono le lotte fratricide polacco-ucraine, nonostante egli continuasse a invocarne la cessazione. Anche se in età avanzata e con l’accentuarsi della malattia fu uno degli ispiratori dei colloqui politici che si svolsero fra la resistenza polacca e ucraina negli anni 1942-1944. Informò anche il Vaticano sul vero volto dell’occupazione hitleriana, avendo nel contempo il coraggio di ammettere gli errori iniziali nella valutazione della politica tedesca (19).
Una condanna inequivocabile dell’odio, dello sciovinismo e degli omicidi fratricidi si trova in molte dichiarazioni del metropolita. La lettera dell’Ordinariato del marzo 1942 contiene un avvertimento specifico sull’uso della scomunica per la partecipazione a crimini. La più eloquente ed energica rimane la lettera pastorale del novembre dello stesso anno, «Ne ubyj» [Non uccidere]: «ingannano se stessi, e ingannano anche gli altri, coloro che credono che l’omicidio politico non sia peccato. Come se la politica dovesse dispensare l’uomo dall’obbligo di osservare la Legge di Dio e giustificasse atti infami contrari alla natura umana. Non è così […]. L’uomo che sparge il sangue innocente del suo nemico, dell’avversario politico, è un assassino come colui che lo fa a scopo di rapina. Allo stesso modo merita la punizione divina e la scomunica della Chiesa» (20). Questa lettera fu più volte oggetto di discussione durante la preparazione e i lavori del Sinodo della Chiesa greco-cattolica nel novembre e dicembre 1942, nonché nelle discussioni post-sinodali (21).
Con queste parole il metropolita indicava al suo popolo la strada: non si liberava e non si serviva la Patria con le mani lordate di sangue, ma questo nobile ideale si costruiva con il pacifico e solidale sacrificio di tutti. Per il metropolita l’omicidio non solo violava il comandamento di Dio che ordina di «non uccidere», ma sovvertiva le regole di rispetto e di convivenza pacifica sulle quali lui е la Chiesa greco-cattolica cercavano di tessere le relazioni sociali e politiche fra le nazioni, in quel tormentato momento storico. Anni dopo, Szeptyckyj commenterà che nella sua azione pastorale non interferì mai nelle scelte dei rappresentanti di qualsivoglia formazione politica ucraina, ma intervenne solo quando il loro comportamento contrastava con la dottrina della Chiesa ed era moralmente inaccettabile (22): assassinare un avversario politico non era un atto patriottico ma un delitto e, come tale, andava condannato. Aprendo i lavori del Sinodo, si espresse con grande preoccupazione: «il Sinodo di quest’anno si trova di fronte un compito estremamente difficile e arduo. Si tratta, infatti, non solo di completare o migliorare il lavoro pastorale del clero in generale: abbiamo davanti, quest’anno, una malattia molto grave nel corpo della nostra Chiesa e della nostra nazione. Credo, senza esagerare, che si tratti della questione dell’essere o non essere! La follia di uccidere persone, l’ubriachezza… Ci troviamo di fronte a queste terribili malattie con mezzi che, umanamente parlando, sembrano del tutto inefficaci. Cosa infatti può aiutare ai nostri tempi a stabilire leggi e dare consigli che non possono non sembrare completamente impotenti di fronte all’orrore della situazione? Questo senso di impotenza mi paralizza a tal punto che da un mese, o anche due, lavoro a una lettera pastorale sull’ubriachezza e finora non ho scritto una sola frase […]. Sull’omicidio ho scritto due lettere e un decreto per il Sinodo. Ma ho l’impressione che le lettere e il decreto, i principi finora stabiliti, non abbiano cambiato la situazione nemmeno di un pelo. Alla lettera sull’omicidio aggiungerei ancora queste riflessioni. Le presento ai Reverendi Sacerdoti con la preghiera di utilizzarle nelle prediche: 1) le comunità cristiane sono così sensibili al sangue versato che con particolare orrore le persone sono solite allontanarsi dai carnefici, cioè da coloro che in nome della giustizia statale eseguono le sentenze di morte. L’apparizione di un carnefice anche in una grande città sconvolgeva tutta la popolazione, lo si evitava per strada, si usciva dal ristorante quando lui entrava, doveva abitare in periferia dove nessuno lo conosceva. 2) I letterati presentavano la figura del carnefice ancora più minacciosamente, come ad esempio Victor Hugo [1802-1885]. E ora siamo in una situazione tale che in molti villaggi abbiamo forse persone per le quali il crimine di uccidere un uomo non è nulla. Incontriamo persone che raccontano come hanno ucciso il prossimo, incontriamo anche coloro che si vantano di non avere maggiore delizia che versare sangue. Come convertire tali persone? Come riportare alla salute la natura umana? Come fermare questo grido di sangue versato che chiama vendetta dal cielo?». Il metropolita rispondeva a questa domanda così: «Solo una onnipotente grazia di Dio può aiutare; abbiamo un solo mezzo efficace, la preghiera» (23).
Persistenza nell’appello alla pace
Szeptyckyj tornò sulla stessa questione nelle lettere dell’agosto e del novembre 1943, trattando l’essenza del crimine e la portata del male con una valutazione della complicità in azioni volte contro la salute e la vita del prossimo. Sono un fermo appello a tornare indietro dalla strada scelta dai gruppi estremisti. La suddetta lettera, dell’agosto 1943, pubblicata sulla Prawda, organo del clandestino Fronte di Rinascita della Polonia, non solo condannava gli atti di violenza, ma faceva appello alla comunità ucraina affinché si salvassero la vita e i beni della popolazione polacca minacciata dal terrorismo. All’inizio del 1944 Szeptyckyj pubblicò la lettera pastorale «Myr o Hospodi» [Pace nel Signore], nella quale, in nome dell’etica e dell’amore cristiano e del senso di dignità nazionale degli ucraini, invocava fermamente la cessazione degli omicidi (24). Le fonti archivistiche confermano la tesi che Szeptyckyj rimase coerente fino alla fine della sua vita nelle sue opinioni sull’inammissibilità della violenza nei rapporti interpersonali (25).
Tuttavia, il metropolita era anche segnato da un senso di impotenza che menzionò nel suo discorso al Sinodo. Lo testimonia la corrispondenza, purtroppo frammentaria, degli anni 1943-1944 con l’arcivescovo di Lviv di rito latino, Bolesław Twardowski (1864-1944), conservata negli archivi (26). Szeptyckyj cercò di controbattere alle accuse dell’arcivescovo, secondo il quale gli ucraini stavano massacrando i polacchi. Spiegò che non si poteva addossare la colpa a tutta la nazione, perché si trattava di varie bande terroristiche e di semplici rapinatori, facendo notare nello stesso tempo che anche la parte polacca stava attuando repressioni con sanguinose rappresaglie contro la popolazione ucraina. E così, riconoscendo che le sue lettere pastorali non erano conosciute fra i polacchi, scrisse: «oso chiedere di far sì che la Gazeta Lwowska pubblichi i miei messaggi in traduzione polacca» (27).
In un’altra delle sue lettere indirizzate all’arcivescovo Twardowski Szeptyckyj riferì: «in questi tempi terribili ho compiuto il mio dovere ricordando ai fedeli il comandamento Non uccidere e mettendoli in guardia contro l’odio politico e nazionale» (28). Indirizzo che perseguì affinché anche il gerarca latino si rivolgesse in modo simile ai suoi fedeli: «Nella speranza che la voce dei pastori di entrambe le parti, che mettono in guardia contro il peccato e raccomandano la strenua osservanza dei Comandamenti di Dio, e soprattutto la carità cristiana, contribuisca a calmare gli animi e a normalizzare i rapporti reciproci» (29).
La difficile accettazione della sua pastorale
La risposta alla domanda sul perché gli sforzi di Szeptyckyj non abbiano prodotto i risultati desiderati non è semplice. Non vi è dubbio che, sebbene godesse di grande rispetto nella comunità ucraina, manifestato anche attraverso numerosi indirizzi e lettere di omaggio, in realtà la sua autorità in questioni politiche non era riconosciuta. Se una sua azione era in contrasto con le posizioni dei circoli sociali radicali, non mancavano mai violenti attacchi. Dopotutto, già a metà degli anni Venti, nel periodo delle dispute sul celibato dei sacerdoti, che fu trasformato in una questione politica perché, si sosteneva, avrebbe dovuto privare la nazione ucraina della sua intelligencija, non si esitò ad attaccare pubblicamente Szeptyckyj e gli altri vescovi.
La responsabilità durante l’occupazione tedesca
Durante l’occupazione tedesca il metropolita Szeptyckyj sentiva su di sé la responsabilità per il destino della nazione ucraina, ma soprattutto per la Chiesa affidata alla sua cura. Desiderava intensificare l’attività pastorale per frenare il decadimento morale e la diffusione di atteggiamenti di egoismo politico e nazionale. E queste potrebbero essere state le ragioni della mancata opposizione al reclutamento di cappellani nelle unità che collaboravano con i tedeschi. Laddove la moralità era in particolare pericolo, la presenza dei sacerdoti poteva sembrare indispensabile. Il consenso all’istituzione di cappellani non significava affatto l’approvazione del funzionamento di tali formazioni. Questa conclusione può essere tratta leggendo i verbali degli interrogatori del metropolita Josyf Slipyj, arrestato dall’NKVD nel 1945, nei quali si legge: «[…] io personalmente, il metropolita Szeptyckyj e la maggior parte del clero della nostra Chiesa eravamo contrari alla creazione della divisione SS Hałyczyna, eravamo contrari all’invio della gioventù ucraina al fronte e alla sua uccisione in guerra. Il metropolita Szeptyckyj, così come i vescovi della Chiesa greco-cattolica […] non diedero la loro benedizione, e il clero non partecipò in alcun modo alla formazione della divisione SS Hałyczyna. Io ho celebrato la messa per i partecipanti della divisione SS Hałyczyna con l’intenzione che Dio li aiutasse a salvare le anime da ogni sventura […]. Durante la messa mi sono attenuto solo a contenuti religiosi» (30).
Sulla posizione di Szeptyckyj durante la Seconda Guerra Mondiale influì sicuramente la convinzione che esporre la Chiesa a repressioni avrebbe impedito a qualsiasi entità pastorale di svolgere il necessario lavoro, oltre a fornire assistenza caritatevole alla società e a salvare la vita dei perseguitati, inclusa la popolazione ebraica. L’efficace svolgimento della missione della Chiesa greco-cattolica era in realtà ostacolato dalla mancanza di unità nella società ucraina, e così, nonostante il grande sforzo del metropolita, non si riuscirono a prevenire le sanguinose lotte all’interno del popolo, tra le fazioni dell’OUN.
Fra i mesi di luglio e agosto del 1944 Szeptyckyj scrisse una lettera a Josif Stalin (1878-1953), nella quale, salutandolo quale vincitore del conflitto, lo «ringraziava per aver riunito in un unico territorio il popolo ucraino, prima diviso fra Ucraina occidentale e Ucraina orientale»,augurandosi che, «sulle macerie della guerra, per il popolo russo e ucraino potessero aprirsi tempi nuovi e più sereni, nella prosperità e nella libertà religiosa». Il metropolita ricordava poi a Stalin, così come aveva fatto con Adolf Hitler (1889-1945), che la Chiesa, senza mai intromettersi negli affari politici e militari di competenza dello Stato, «ha sempre rispettato le leggi dello Stato, ma ha fatto sentire la sua voce quando queste erano contrarie ai piani di Dio». In particolare, poi, sottolineava che «la Chiesa greco-cattolica, garante e custode della cultura, della pace e dei valori cristiani, si offriva per cooperare concretamente nella ricostruzione e nella cura di un’umanità ferita e martoriata a causa della guerra». Il capo sovietico, in quel momento, rappresentava e deteneva il massimo del potere: aveva ottenuto una grandiosa vittoria e sembrava tenere nelle sue mani le sorti perfino dell’intero pianeta. Il metropolita, sostenuto dalla forza della sua esperienza di fede, gli si rivolse non a titolo personale, ma, addirittura, in nome di Colui che lo mandava, «Gesù Cristo, onnipotente, Salvatore vostro e mio». «Può darsi — sottolineò — che Lei non creda, ma deve riconoscere che Egli non solo dà, ma anche esige» (31).
Da cristiano, con semplicità e coraggio, Szeptyckyj volle così far sapere a colui che in quel momento poteva decidere delle sorti dell’intera regione, Ucraina compresa, che, oltre e prima di ogni battaglia politica, occorreva vincere quella decisamente più importante nei confronti di sé stessi, nella consapevolezza che, delle proprie azioni, il giudice ultimo non potrà mai essere l’uomo ma Dio. Si trattava di una lettera coraggiosa scritta come un invito a Stalin perché, così come aveva fatto con la Chiesa ortodossa russa a cui aveva concesso la libertà di culto in cambio di una promessa di mobilitazione per una sollevazione nazionale contro Hitler, risparmiasse ora la Chiesa greco-cattolica dalla persecuzione se non, addirittura, dall’eliminazione (32).
I segni di attenzione e di apertura sembravano promettenti e lo stesso metropolita confidò nella concessione della libertà di culto anche per la Chiesa greco-cattolica in Ucraina. Ma la speranza svanì ben presto.
Conclusione
Possiamo ben dire che le parole di Szeptyckyj, sempre abbeverate di Vangelo, contraddistinsero la sua figura per responsabilità, per autorevolezza e per coscienziosità. Mai approfittò del suo ruolo o della sua funzione nella Chiesa per scopi personali, così come mai rimase in silenzio quando i comandamenti divini apparivano, non solo a lui, evidentemente violati. Nelle sue dichiarazioni pastorali condannò sempre ogni atto criminale con tutta la forza possibile. In ogni attività il centro del suo interesse fu sempre quello di diffondere una maggior coscienza e consapevolezza religiosa, di sostenere in modo sano le pratiche ecclesiali, mirando, attraverso l’attività sociale, al consolidamento della società attorno alle questioni essenziali per l’intera nazione, indipendentemente dal credo e dal pensiero dei suoi cittadini. Suo desiderio, e in verità sua forte passione, fu quello di orientare il pensiero non tanto ad accese questioni ideologiche, ma verso quell’attività sociale che secondo le sue parole avrebbe dovuto sostenere un continuo lavoro in campo culturale, educativo, scientifico ed economico. Perciò guardò con molta passione alle questioni professionali, locali e familiari, ritenendole la base del vivere insieme come cittadini e come credenti. In sostanza, reagendo vivamente a tutti gli sconvolgimenti della vita sociale del tempo, il metropolita Szeptyckyj fu la vera coscienza della nazione ucraina.
In questi nostri giorni, mentre una guerra crudele sta devastando la nazione ucraina, fare memoria delle parole di questo grande uomo, eminente pastore e teologo, costituisce un preciso imperativo morale. Il metropolita Szeptyckyj, con tutte le sue forze, cercò in particolare di convincere la società dell’epoca che con la violenza, con l’odio e con l’aggressione non si potrà mai giungere a una società non solo cristiana, ma neppure autenticamente umana. La sua forza, così come quella di altri testimoni vissuti spesso nell’anonimato della storia, rimase sempre in quella voce libera da pregiudizi e altrettanto coraggiosa, in grado di denunciare sopraffazioni e violenze, ma anche di proporre possibili vie di riconciliazione. Si tratta dei grandi imperativi morali non tanto da guardare o da custodire, quanto da prendere come orizzonti precisi anche nelle attuali vicende della storia umana.
È solo attraverso l’eliminazione della violenza e dell’ingiustizia, del disprezzo e del fanatismo, come da sempre affermato ma soprattutto come sempre vissuto in prima persona dal metropolita, che la società potrà essere riconosciuta come spazio di vita per tutti, guidato e sostenuto da quei valori universali caratteristici non solo dei cristiani, ma di tutte le persone che desiderano vivere in pace e in prosperità.
I tempi in cui stiamo vivendo, segnati ancora da troppa brutalità e da perverse ideologie pseudo-patriottiche, evidenziano con maggior vigore la bontà dell’eredità di Szeptyckyj e la sua visione urgente di ricostruzione della società — della patria, di ogni patria — a partire dall’amore per il prossimo, indipendentemente dalla diversità delle storie e dei pensieri. Se egli ha lasciato quel segno nella storia, che ora a distanza di alcuni decenni stiamo riconoscendo, a noi non basta custodirne la memoria: a noi spetta il compito di continuare a perseguire quegli ideali, con la forza e il coraggio che il metropolita sapeva riconoscere in ogni uomo e in ogni donna di buona volontà.
Le sue esortazioni alla società in materia di protezione della vita, di moderazione nelle dispute politiche e di osservanza del Decalogo sono oggi ancor più attuali. Nessun potere, nemmeno un governo legittimamente costituito, può avvalersi del diritto di togliere la vita innocente.
Non vi è dubbio che le parole di Szeptyckyj, la sua esperienza, le sue relazioni e le sue prese di posizione, non possono che risultare di grande attualità visti i contesti in cui oggi ci troviamo a vivere. Parole come patriottismo, nazionalismo, fanatismo, preoccupazioni emergenti nelle ideologie scioviniste, nelle relazioni ecclesiali con gli apparati statali, nella violenza e nella brutalità come metodi relazionali, appaiono sempre più angosciosamente attuali.
Il metropolita, in tutta la sua vita, non smise mai di mettere in guardia la società da tutto ciò che da sempre provoca ingiustizia, rivolgendosi con un’attenzione particolare ai giovani, ovvero al futuro di una nazione. La sua voce rimase per troppo tempo quasi isolata, così come anche all’interno della stessa Chiesa non sempre è stata compresa la necessità di un cammino di riconversione umana dal dramma della violenza all’esercizio della compassione, dall’ideologia nazionalista alla pratica della comunione umana. Oggi, fortunatamente, le parole del metropolita sembrano trovare forza proprio in quelle di Papa Leone XIV, pronunciate il 22 giugno 2025, quasi come compendio del pensiero di Szeptyckyj: «Oggi più che mai, l’umanità grida e invoca la Pace. È un grido che chiede responsabilità e ragione, e non dev’essere soffocato dal fragore delle armi e da parole retoriche che incitano al conflitto. Ogni membro della comunità internazionale ha una responsabilità morale: fermare la tragedia della guerra, prima che essa diventi una voragine irreparabile. Non esistono conflitti “lontani” quando la dignità umana è in gioco.
«La guerra non risolve i problemi, anzi li amplifica e produce ferite profonde nella storia dei popoli, che impiegano generazioni per rimarginarsi. Nessuna vittoria armata potrà compensare il dolore delle madri, la paura dei bambini, il futuro rubato.
«Che le Nazioni traccino il loro futuro con opere di pace, non con la violenza e conflitti sanguinosi!» (33).
Note:
(*) Sacerdote greco-cattolico, nato in Polonia nel 1959. Ordinato presbitero nel 1986 a Przemyśl, nel 1999 ha conseguito il dottorato in Teologia presso l’Università Cattolica di Lione, dove è tuttora incardinato nell’Eparchia di Parigi. Trasferito nell’arcidiocesi di Trento nel 2002 quale cappellano della comunità ucraina del Trentino-Alto Adige, diplomato in Cause dei Santi presso l’Augustinianum di Roma nel 2005, è stato promotore di Giustizia per la causa di beatificazione del beato Mario Borzaga (1932-1960), Oblato di Maria Immacolata, e del catechista laico, pure beato, Paolo Thoj Xyooj (1941-1960), nonché, dal 2009, del servo di Dio don Eugenio Bernardi (1888-1957). Autore di numerosi articoli sulla storia della Chiesa greco-cattolica ucraina e sul metropolita Andrea Szeptyckyj, ha pubblicato Les martyrs ukrainiens du XX siècles (2001), De la légitimité d’un Patriarcat ukrainien (2005), Il Metropolita Andrea Szeptyckyjnel suo incarico di visitatore apostolico (1920-1923) e nei suoi rapporti con il governo polacco (2012); ha curato La Chiesa greco-cattolica ucraina in Italia. Enchiridion (2019). Tutte le traduzioni, salvo indicazione contraria, sono dell’autore.
1) Cfr. Augustyn Babiak, Per amore del suo popolo. La vita eroica del metropolita Andrea Szeptyckyj (1865-1944), Il Pozzo di Giacobbe, Trapani 2023.
2) Cfr. Stanisław Stępień,Stanowisko metropolity Andrzeja Szeptyckiego wobec zjawiska terroru politycznego [La posizione del metropolita Andrej Sheptytskij sul fenomeno del terrore politico], in Andrzej A. Zięby e Ryszarda Łużnego (a cura di), Metropolita Andrzej Szeptycki. Studia i materiały, Accademia Polacca della Cultura, Cracovia 1994, pp. 109-121.
3) Твори Слуги Божого Митрополита Андрея Шептицького: Пастирські Листи (2.VIII.1899-7.II.1901), [Opere del Servo di Dio Metropolita Andrea Szeptyckyj, Lettere pastorali], vol. XVI-XVII, Opera Theologicae Societatis Scientificae Ucrainorum, Toronto 1965, pp. 1-19. Il programma di lavoro pastorale ivi contenuto fu ripetuto in una lettera indirizzata al clero, pubblicata lo stesso giorno: cfr. ibid., pp. 20-28.
4) Ibid., p. 17.
5) Magdalena Nowak, Szeptycki Andrzej, in Polski Słownik Biograficzny, t. 48/2, p. 197, Istytut Historii PAN-Accademia Polacca della Cultura, Varsavia-Cracovia 2012, p. 217.
6)Cfr. Gregor Prokoptschuk, Metropolit Andreas Graf Scheptyckyj. Leben und Wirken des grossen Fördereres der Kirchenuion [Il Metropolita Andrea conte Scheptyckyj. Vita e opere del grande promotore dell’unione delle Chiese], 2a ed., Monaco di Baviera 1967, pp. 71-75. I boiardi ruteni erano grandi proprietari terrieri e nella gerarchia dell’alta aristocrazia feudale del principato di Kyïv-Rus’ e del principato di Halyč-Volinia; per potere e influenza erano inferiori solo ai principi regnanti. Godevano dei privilegi che nell’Europa Occidentale erano riconosciuti ai conti e ai baroni e partecipavano alla gestione dello Stato e alla difesa dei suoi confini. L’Impero austro-ungarico riconobbe il titolo anche ai discendenti delle vecchie famiglie aristocratiche boiarde.
7) Cyrille Korolevskij [Jean François Joseph Charon], Métropolite André Szeptyckyj (1865-1944), Opera Theologicae Societatis Scientificae Ucrainorum, vol. XVI-XVII, Roma 1964, pp. 61-62.
8) Cfr. Andrii Krawchuk, Due approcci della Chiesa cattolica ucraina al problema dell’unità dei cristiani: Šeptyc’kyj e Slipyj, in Luciano Vaccaro (a cura di), Storia religiosa dell’Ucraina, Centro Ambrosiano, Milano 2007, pp. 367-390 (p. 374).
9) Cfr. A. Babiak, op. cit., p. 111.
10) Andrea Szeptyckyj, Decreto del sinodo del 1942 («Ідеалом нашого національного життя …») [Come edificare la Casa Nazionale (lo Stato ucraino), l’ideale della nostra vita nazionale …], Lviv, dicembre 1941, §40, p. 10. Fu però quasi subito sequestrato dalla censura tedesca, perché i suoi contenuti confliggevano con i piani del regime totalitario germanico. Questo testo circolò come materiale di discussione per il sinodo arcieparchiale di Lviv del 1942. Si può pensare che il metropolita, settantasettenne e gravemente malato, ma ancora pastore indomito che si sentiva prossimo al traguardo finale, additasse una volta di più al suo popolo, provato e disorientato, la meta: «la casa nazionale poteva essere edificata solamente sui fondamenti di una ritrovata unità religiosa».
11) Декрет Митрополита Андрея Шептицького «Праця над з’єднанням Церков» та правила декрету // Пастирські Послання, 1939-1944, vol. III, Львів: Видавництво «Артос» [Il decreto del metropolita Andrea Szeptyckyj «Opera sull’unità delle Chiese» e le regole del decreto, in Lettere Pastorali (1939-1944)], Artos, Lviv 2010, p. 348.
12) Pastyrśke posłannja hayćkych episkopiw [Lettera pastorale dei vescovi di Galizia], in Nowyj Czas, 22 ottobre 1930, p. 1.
13) Słówo do ukrajinśkoji mołodi [Una parola alla gioventù ucraina], Lviv 1932, cit. in A. Szeptyćkyj, Twory moralno-pastoralni [Opere morale-pastorali], Roma 1983, p. 105.
14) Idem, Твори Слуги Божого Митрополита Андрея Шептицького: Пастирські Листи (2. VIII.1899-7.IX.1901), [Opere del Servo di Dio Metropolita Andrea Szeptyckyj. Lettere pastorali], p. 108.
15)Pubblicato nel giornale dell’arcieparchia di Lviv (in seguito LAeV), Lviv novembre 1942, p. 68.
16) Archivio Centrale Storico Statale a Lviv in Ucraina (in seguito CDIAL) fonte 408, causa 10, pp. 1-2. Cfr. anche: A. Szeptyckyj, Twory moralno-pastoralni, cit., pp. 30-31: Spomyn pro sł. p. Iwana Babija [Ricordo in proposito il signor Ivan Babija] (1893-1934), in Dzwony, 2, Roma 1977, p. 47.
17) A. Szeptyckyj, Promowa na Marijśkij Akadcmiji 10 czerwnia 1937 r. [Discorso sull’Accademia Mariana], in Wistnyk Marijśkych Towarystw, 5, Lviv 1937, p. 8.
18) CDIAL, fonte 408, op. l, causa 312, p. 22.
19) Cfr. A. Babiak, op. cit., pp. 220-239.
20) Cit. da Znak, XL, 9 (1988), pp. 71-72. Cfr. LAeV, 11 (Lviv 1941); A. Szeptyćkyj, Pisma-poslannja [Lettere-messaggi] (1939-1944), Lviv 1991, pp. 222-231.
21) Cfr. ibid., pp. 257-258.
22) [Don] C. Korolevskij, op. cit., pp. 69-70; e С. Стемпень, Критика терору як методу вирішення національних і політичних конфліктів у пастипській науці митрополита Андрея Шептицького [Critica del terrore come metodo per risolvere i conflitti nazionali e politici nella scienza pastorale del metropolita Andrea Szeptyckyj], in Note scientifiche dell’Università cattolica ucraina, serie Storia (2010/1), pp. 191-208.
23) Cit. in Archivio Arcivescovile di Cracovia: Atti del Cardinale Sapieha, cartella XIX, n. 70. Questo testo è stato pubblicato in LAeV, 6/7 (1943).
24) Cfr. in proposito Ryszard Torzecki (1925-2003), Metropolita Andrzej Szeptycki, in Znak, XL, 9 (Cracovia 1988), pp. 55-63, e Postawa metropolity, in Więź, XXXI, 7/8 (Varsavia 1988), pp. 99-115. Cfr. anche Benedykt Heydenkorn, Polityczna działalność metropolity Szeptyckiego, in Zeszyty Historyczne, [Opera politica del metropolita Szeptyckyj, in Opuscoli Storici], 72 (Parigi 1985), pp. 104-106. Il grande impegno di Szeptycki per la normalizzazione dei rapporti polacco-ucraini durante la guerra fu confermato da Władysław Siła-Nowicki (1913-1994), che per conto della delegazione del Governo in Patria lo contattò negli anni 1941-1942. Cfr. Spotkałem się z Szeptyckim. Z Władysławem Siłą-Nowickim rozmawia Mirosław Sycz, [Ho incontrato Szeptyckyj. Mirolsaw Sycz parla con Ladislao Sila-Nowicki], in Więź, XXXII, 9 (Varsavia 1989), pp. 103-107.
25) Molto può essere chiarito a questo proposito dagli archivi del partito in Ucraina, ora aperti ai ricercatori.
26) Cfr. CDIAL, fonte 201, op. 1t. causa 111; f. 408, op. 1t, causa 53; f. 354, op. 1t., causa 104. Cfr. don Jòzef Wołczański, Korespondencja arcybiskupa Bolesława Twardowskiego z arcybiskupem Andrzejem Szeptyckim, [Corrispondenza dell’arcivescovo Bolesaw Twardowski e dell’arcivescovo Andrea Szeptyckyj], in Przegląd Wschodni, II, 6 (Varsavia 1992/1993), pp. 465-483.
27) CDIAL, fonte 408, op. 1t, causa 53, p 54.
28) Ibid., p. 60.
29) Ibid., p. 54.
30) Cit. in Ołeksa Myszanycz, Mytropołyt Josyf Slipyj pered «sudom» KGB (zaarchiwnymy dżerełamy), Kyïv 1993, p. 13.
31) CDIAL, fonte 201, causa 4b, vol. 2762, ff. 1-3. Della lettera che il metropolita indirizza a Stalin possediamo tre bozze dattiloscritte con correzioni autografe, conservate nell’archivio di Lviv. Non sappiamo se la lettera sia stata effettivamente inviata né quale sia stata l’eventuale risposta di Stalin. Su questo documento, a disposizione dalla fine degli Anni Novanta, l’attenzione degli storici si è focalizzata poco, mentre grande dibattito hanno suscitato le lettere inviate a Hitler.
32) Cfr. Giovanni Codevilla, Chiesa e Impero in Russia. Dalla Rus’ di Kiev alla Federazione Russa, Jaca Book, Milano 2011, pp. 282-299. L’aggressione tedesca, che nel giugno 1941 sembrava dover segnare la fine dell’URSS, induce Stalin a rivedere la sua politica ecclesiastica e a sospendere la lotta anti-religiosa, avviando una fase di temporanea tolleranza a partire dall’autunno 1943, con la riapertura degli edifici di culto e la liberazione della prigionia di numerosi pastori. Tale svolta repentina è motivata dalla necessità di ottenere l’aiuto delle chiese e dei credenti nella lotta contro gli invasori. La politica anti-ecclesiastica dei bolscevichi riprenderà a partire dal 1948 per intensificarsi dopo la morte di Stalin, nel 1953, quando una pianificata strategia oppressiva porterà alla chiusura della maggioranza delle chiese.
33) Leone XIV, Angelus, 22-6-2025.
