60 anni dopo il Concilio ci vuole solo la nuova evangelizzazione. Una prospettiva interessante del giornalista Matteo Matzuzzi.
di Marco Invernizzi
Papa Leone XIV ha scelto di rileggere e commentare nelle udienze del mercoledì i documenti del Concilio ecumenico Vaticano II. Sono ormai passati sessant’anni dalla chiusura della più importante assise religiosa del XX secolo e abbiamo ancora ben presenti le parole di Benedetto XVI nel suo discorso a braccio al clero romano il 14 febbraio 2013, pochi giorni prima della sua “rinuncia”, quando disse che esiste un Concilio dei media e uno dei documenti. Quest’ultimo è l’unico valido, anche se purtroppo è anche il meno percepito dall’opinione pubblica.
Bene, dunque, e grazie di cuore a un Papa che con pazienza ritorna alle fonti del Concilio e, in queste settimane ci sta spiegando i contenuti della Dei Verbum, la costituzione dogmatica sulla Divina rivelazione, approvata il 18 novembre 1965.
Può sembrare singolare occuparsi del Vaticano II dopo tanti decenni dalla sua conclusione. Per molti, i cosiddetti progressisti, si tratta ormai di un evento antico, superato dalla storia, di scarso interesse perché per loro è il divenire della storia, sempre e soltanto esso, a dettare non solo l’agenda, ma anche i contenuti del Magistero ecclesiale. Per altri, invece, il Concilio è stato la causa della crisi della Chiesa, come se prima ci fosse stata l’età dell’oro e poi, improvvisamente, sia scoppiata una tempesta, provocata dal Vaticano II.
La verità è stata pazientemente spiegata da tutti i pontefici, con modi e stili diversi, da san Giovanni XXIII a Francesco: il Concilio, preso atto delle difficoltà a comunicare la fede all’uomo moderno sollecitato e sedotto dalle ideologie e dal secolarismo, ha deciso di cercare le modalità più adatte per trasmettere la fede di sempre con parole comprensibili e, soprattutto, dopo una vera e propria “conversione”, nel senso di un vero e proprio immergersi nelle fonti originarie della fede, la Scrittura e i Padri: si tratta de «l’“ermeneutica della riforma”, del rinnovamento nella continuità dell’unico soggetto-Chiesa», come disse Benedetto XVI il 22 dicembre 2005 e come ha ripetutamente spiegato il miglior interprete dal Vaticano II (secondo Papa Francesco), cioè il cardinale Agostino Marchetto. Evidentemente è questo che significa tenere insieme “rinnovamento e continuità”, per non entrare nella dialettica tossica che ha ferito la Chiesa in questi decenni e, così, rimanere cattolici.
Ma proprio su questo punto della riforma e della continuità mi viene in aiuto un recente articolo di Matteo Matzuzzi su Il Foglio del 14 febbraio, in cui si parla del tentativo di Papa Leone di superare la logica dello scontro tradizionalisti/progressisti, come si può osservare in alcuni suoi interventi, in particolare in una bella lettera rivolta al clero di Madrid il 28 gennaio scorso.
E’ sempre difficile dare una lettura complessiva di un pontificato e, come mi suggerisce un amico, forse è troppo presto, tuttavia apprezzo e concordo con l’approccio di Matzuzzi, non solo per la bontà dell’intenzione, ma anche perché ci potrebbe veramente aiutare a superare tante difficoltà relazionali e dottrinali che rimangono all’interno della Chiesa, anche alla luce del recente Comunicato del Dicastero della fede sul dialogo in corso con la Fraternità sacerdotale San Pio X, quella fondata dal vescovo mons. Marcel Lefebvre (1905-1991), in previsione della possibilità che quest’ultima consacri illecitamente nuovi vescovi senza l’autorizzazione pontificia e rinnovi, così, uno scisma che si sperava, invece, potesse finalmente trovare una soluzione.
Nella lettera Papa Leone parla ai sacerdoti spagnoli e ripropone l’ideale sacerdotale di sempre, l’«alter Christus», anche se questo invito può fare storcere il naso a qualcuno, prelati compresi, come Matzuzzi fa notare.
Ma per quel che vale la mia opinione, la logica del Papa a me sembra essenziale e ineccepibile: abbiamo i documenti del Concilio, siamo in un tempo storico che richiede una nuova evangelizzazione, nuova nei modi ma non nella dottrina, come disse san Giovanni XXIII nel primo discorso della nuova evangelizzazione inaugurando il Vaticano II (11 ottobre 1962); abbiamo capito che qualcuno ha “cercato di buttare via il bambino invitando a cambiare l’acqua sporca” e qualcun altro ha accettato questa logica dialettica dello scontro, nuocendo alla comunione della Chiesa. Adesso, invece di farci del male, ritorniamo a Cristo, nella Sua interezza, così come viene annunciato dal Magistero della Chiesa, senza riserve e distinguo, come purtroppo molti continuano a fare.
Lunedì, 16 febbraio 2026
