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Quando la giustizia impara dal calcio

17 Marzo 2026 by Domenico Airoma

Un’insolita analogia con il calcio per spiegare perché rompere il legame tra correnti e nomine sia ormai ineludibile.

di Domenico Airoma

Cosa c’entra il calcio con il sorteggio per il CSM propugnato dalla riforma?

C’entra eccome.

I meno giovani fra gli appassionati di calcio ricorderanno senz’altro che ci fu un anno in cui gli arbitri (cioè i giudici di campo) furono selezionati per sorteggio. Sempre i più appassionati ricorderanno che quel campionato fu vinto da un outsider, la squadra del Verona.

Coincidenze?

Possibile.

Ricordo solo che dopo esplose “calciopoli”, qualcosa che ricorda molto da vicino quel “Sistema” descritto da Palamara, che non ne era certo l’unico artefice e solitario protagonista.

Forse anche la risposta di giustizia ha bisogno, nell’ora presente, di una scossa, perché essa è nell’interesse soprattutto dei cittadini, che hanno diritto a che siano scelti i magistrati giusti al posto giusto. E perché questo possa accadere, diviene ormai ineludibile, e non più rinviabile, rompere il legame (più volte censurato da Presidenti della Repubblica) tra competenza ed appartenenza; che non riguarda solo la designazione dei più importanti uffici giudiziari, ma anche di quelli dove viene amministrata quotidianamente la giustizia. Il sistema elettorale fondato sull’appartenenza correntizia ha fatto sì che sovente (non sempre, certo!) la scelta sia stata fatta sulla base della tessera e non sulla base delle capacità e della storia professionale degli aspiranti.

È un diritto dei consociati, non solo dei magistrati, poter contare su un sistema che rimetta al centro il merito professionale e non quello fondato sui legami associativi o sui vincoli di interesse o le parentele ideologiche.

Si continui a svolgere (come è giusto che sia!) “politica” associativa, cioè di rappresentanza, attraverso l’ANM, dove è doverosa una rappresentanza di tutte le anime e gli orientamenti culturali dei magistrati.

Si restituisca, però, al CSM il ruolo per esso voluto dai nostri costituenti, quello non di un organo di rappresentanza ma di alta amministrazione e, in questo, di rilevanza costituzionale.

In tal modo, la stessa ANM potrebbe recuperare appieno anche il suo ruolo di vigilanza sull’operato dell’autogoverno ed evitare il rischio -più volte denunciato dagli stessi magistrati- di confondere i ruoli fra controllori e controllati.

C’è una patologia istituzionale in atto, le cui cause indubbiamente non sono da addebitare solo ai magistrati.

La diagnosi, tuttavia, è da più parti (ed anche all’interno della magistratura) ricondotta principalmente a questo “cordone ombelicale” (l’espressione è di un vice presidente del CSM, Davide Ermini) che ha stretto il CSM alle correnti dell’ANM, condizionandone la trasparenza, oltre che la tempestività. Tanto da suggerire per ben sei volte, in questi ultimi anni, la modifica delle modalità di designazione dei membri del CSM.

Si tratta, a questo punto, di individuare la medicina che possa servire a recidere -in modo strutturale- quei legacci, certamente estranei alla fisionomia costituzionale del Consiglio.

Al riguardo, non posso che ricordare le parole pronunciate da Piero Calamandrei, in occasione dei lavori preparatori della legge 195/1958: “(…) è facilmente prevedibile che le elezioni del CSM daranno luogo al formarsi sotterraneo di tendenze politiche e confessionali in contrasto e che i magistrati in attesa di promozione cercheranno sempre, per non guastarsi la carriera, di conformarsi alle tendenze che avranno prevalso nella formazione di quel supremo consesso giudiziario”.

Mai monito fu più profetico!

Ed allora il sorteggio (che potrà, in sede di normativa di attuazione, essere adeguatamente temperato) appare, hic et nunc, l’unica strada realisticamente percorribile. E peraltro già percorsa tutte le volte in cui si è trattato di limitare un potere che andava facendosi autoreferenziale.

D’altronde, non è un sorteggio, informaticamente raffinato, quell’automatismo che regola l’assegnazione delle indagini e che è limite della discrezionalità del Procuratore, ponendolo al riparo (lui e i consociati!) da scelte dettate da opportunismi o interessi?

Ho tale fiducia nella magistratura che ritengo che non bisogna spaventarsi di imboccare questa strada. La “sors” non è né un oltraggio e neppure una maledizione.

Può in questo momento essere davvero l’occasione -a prescindere dal clima istituzionale complessivo, certo non poco burrascoso, nel quale ci troviamo- per recuperare la fiducia dei magistrati e dell’intero corpo sociale, restituendo alla giurisdizione, oltre che la sostanza, anche la veste di una risposta di giustizia che metta al centro la persona.

Ci sono tornanti storici che impongono talora scelte radicali.

La radicalità è talora il modo migliore per riacquisire la dimensione, vera, dell’umiltà di un servizio.

Quell’umiltà che tanto ricorda i tratti ruvidi ma autentici di Osvaldo Bagnoli, allenatore operaio di quel Verona campione d’Italia di oramai quarant’anni fa.

Martedì, 17 marzo 2026

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