Un breve ricordo di un uomo politico importante per la storia d’Italia
di Marco Invernizzi
Il fondatore della Lega è morto a 84 anni. Umberto Bossi ha segnato una stagione della storia politica italiana, il passaggio dall’epoca delle ideologie alla cosiddetta post-modernità, che il card. Ratzinger ha ben definito come la “dittatura del relativismo”. Infatti, la Lega oggi è il partito più antico fra quelli presenti in Parlamento perché è il primo post-ideologico, mentre tutti i precedenti, dal partito comunista alla Democrazia Cristiana, al partito socialista non esistono più.
Conobbi Bossi per la prima volta alla fine degli Anni 70, quando venne a trovarci nella piccola sede di Alleanza Cattolica a Milano per parlarci di quello che allora era ancora un progetto. Non ci convinse, ma indubbiamente c’era il lui qualcosa che annunciava un futuro imminente, che sarebbe maturato nel 1989 con l’abbattimento del Muro di Berlino.
Bossi aveva ereditato dal leader dell’Union Valdotaine Bruno Salvadori (1942-1980) la passione per i movimenti autonomisti dell’arco alpino, che allora erano piccolissimi gruppi di intellettuali che difendevano i dialetti e custodivano le memorie storiche dei territori, ma non organizzavano altro se non piccole iniziative culturali locali. Il suo merito fu di confezionare un “vestito” politico all’insieme di questi corpi, unendo i veneti della Liga, che esisteva già prima di quella lombarda, con appunto la Lega lombarda e con quelle piemontese, ligure ed emiliano-romagnola. Questa iniziativa toccava un nervo scoperto della storia italiana, esattamente la sua origine centralista con l’unificazione del 1861, poco rispettosa delle tradizioni locali, che voleva “fare gli italiani” imponendo loro una ideologia di Stato, nazionalista e liberale.
Bossi, tuttavia, non affondò mai il coltello in questa contraddizione delle origini dell’Italia unita, alternando la proposta federalista a quella della Padania libera, la critica al centralismo con il federalismo di Cattaneo e di Rosmini, senza però mai avviare una critica definitiva del Risorgimento. Era un animale politico troppo sensibile per non rendersi conto di quanto sarebbe stata difficile in termini di consenso questa proposta radicale. Tuttavia, la Lega crebbe come “sindacato dei territori”, esprimendo tanti ottimi amministratori locali che gestiranno bene per decenni i comuni della Lombardia e del Veneto, soprattutto.
Consapevole di avere fondato un movimento politico post-ideologico, Bossi andava oltre la destra e la sinistra, come categorie politiche tipiche dell’epoca delle ideologie, ma non poté sottrarsi a scelte antropologiche che riguardano la concezione dell’umano, che non potevano essere eluse neppure da chi era nato per smantellare lo Stato centralista in nome del federalismo. Così, dopo diverse peripezie politiche, la Lega si unì definitivamente con l’alleanza di centro-destra guidata da Silvio Berlusconi, compiendo delle scelte importanti e significative anche nel campo dei principi non negoziabili, pur caratterizzandosi sempre come la componente federalista dell’alleanza elettorale.
Poi, nel 2004, un ictus gli impedirà di tornare a essere al centro della vita pubblica come negli anni precedenti. Da allora cominciò un declino fisico che in qualche modo condizionò la vita della sua stessa creatura politica, che passò sotto la direzione prima di Roberto Maroni e poi di Matteo Salvini, che nel tempo la trasformerà radicalmente, facendola diventare un partito nazionalista e sovranista che poco ha a che fare con la Lega che aveva federato i diversi movimenti autonomisti del Nord Italia.
Che cosa rimane oggi del suo progetto? Poco, certamente. La Lega ha abbandonato la prospettiva del federalismo, del legame con i territori, cioè ha lasciato quella cultura politica che le avrebbe consentito di approdare anche al Sud perché se il federalismo va bene per la Lombardia potrebbe anche funzionare in Calabria. Molti leghisti delle origini hanno compreso e sofferto per questo cambiamento e hanno abbandonato il partito, che raggiunse un grande risultato elettorale nelle elezioni europee del 2019 conquistando il 34% dei votanti (circa la metà degli aventi diritto), ma poi cominciò a declinare in seguito all’ascesa di Fratelli d’Italia.
Bossi ha sempre sofferto per questa svolta, che ha cambiato i connotati della sua Lega, ma non l’ha mai abbandonata formalmente, pur esprimendo la vicinanza a chi era nel frattempo uscito dal partito per tentare nuove esperienze politiche più vicine alla Lega delle origini.
Lo incontrai ancora una volta in un bar del Varesotto, dopo la malattia. Stava molto meglio anche se faceva fatica a esprimersi. Mi parlò lentamente di tante cose, del mondo che stava cambiando, usando sempre il suo linguaggio immaginifico. Mi parlò anche del sacerdote con il quale si confessava (e che credo avrà avuto i suoi problemi). Aveva trovato la fede. Questa confidenza mi riempì di gioia. Era la cosa più importante.
Venerdì, 20 marzo 2026
