Antonio Casciano, Cristianità n. 435 (2025)
Bartolo Longo — al secolo Bartolomeo Maria Longo — nasce il 10 febbraio 1841 a Latiano, in provincia di Brindisi, da una famiglia benestante, nella quale riceve una profonda educazione religiosa, irrobustita da una altrettanto solida formazione dottrinale conseguita presso le scuole dei Padri Scolopi. Nel 1863 giunge a Napoli per completare gli studi di giurisprudenza. La frequentazione di amici e professori militanti in fazioni laicistiche e anticlericali lo avvicina progressivamente al mondo dello spiritismo, spingendolo ad abbandonare quasi del tutto la fede. Inoltre, in quel tempo, imperversavano nell’ateneo napoletano il pensiero positivista e una forma di scientismo immanentistico.
Il clima ostile alla fede cattolica presente nell’università riecheggia nelle parole dello stesso Longo: «Scacciato Dio dall’Università di Napoli, udivi schioppettar certe sentenze che avrebbero rimescolato per orrore anche i cuori più duri […]. Lo Stato dev’essere ateo, la Legge atea. La miglior Religione è la Protestante […]. I più nefandi nemici della Scienza, della patria, della libertà, i Papi» (1). Era l’epoca in cui circolava fra gli intellettuali e gli accademici la Vita di Gesù scritta dal modernista Ernest Renan (1823-1892), che sconvolse l’opinione di molti giovani credenti. Anche il giovane studente di Latiano la legge e vede crollare, uno dopo l’altro, i princìpi nei quali era stato educato. Se, come affermava lo scrittore, Gesù era solo un personaggio importante e non il Figlio di Dio, non valeva più la pena di credere in lui.
È ancora una pagina autobiografica a restituirci, nella sua drammatica crudezza, la rilettura, promossa a posteriori da Longo, della scelta di aderire allo spiritismo, estremo tentativo di conoscere, per «un’altra via», le verità della fede cattolica: «Travolto anch’io, nel bollor di mia giovinezza negli errori contro la fede e la vera Chiesa, quali seminavansi in questa un dì celebre Università di Napoli […]. Quel giorno 29 maggio [1864], che mai più si cancellerà dalla mia memoria, credei di avere finalmente scoperta la via che menavami alla verità; ed insieme con taluni miei amici valorosi e ricchi giovani calabresi, a capo fitto mi avvoltolai nel brago di più tetra ed infernale società. Colà non solo vituperando la legge di Dio e della Chiesa, non solo dicendo male del Papa e dei preti, ma eletto ed unto ministro di quella nefanda religion novella, che ci faceva credere di dover restaurare il mondo in opposizione della Chiesa cattolica, diedi a far proseliti, studiandomi di arrecarvi giovani secolari e sacerdoti» (2). Stranamente però, in una temperie spirituale simile, la recita quotidiana del Rosario non si arresta, anche se sembra trascinarsi come relitto inerziale di un tramontato abito infantile.
In quel medesimo periodo, andando a fare visita a un amico, il marchese Francesco Imperiali (1835-1909), Longo s’imbatte in una giovane donna, dal portamento nobile eppure vestita in maniera dimessa, come avrebbe notato il giovane avvocato, e non secondo la moda del tempo. Si tratta di Caterina Volpicelli (1839-1894), che da tempo aveva iniziato a ospitare in casa propria riunioni ben diverse da quelle alle quali egli si era abituato: avevano, infatti, lo scopo di diffondere la devozione al Sacro Cuore di Gesù e di formare i laici attraverso letture e conferenze spirituali. Informata dal marchese, che era suo cognato, decide di pregare e far pregare i suoi amici per la conversione del giovane. Servendosi della valente mediazione dell’amico fraterno, professor Vincenzo Pepe (1828-1913), il quale si era accorto della penosa desolazione spirituale in cui versava Bartolo, la Provvidenza divina propizia un incontro con il domenicano Alberto Radente (1817-1885), che avrà luogo il 29 maggio 1865.
Bartolo Longo ne esce profondamente trasformato: si confessa, abbandona definitivamente lo spiritismo e il 23 giugno, data in cui cadeva quell’anno la festa del Sacro Cuore, si riaccosta all’eucaristia. Così commenterà il miracolo della sua conversione, avvenuta grazie alla Mediatrice di ogni grazia: «In quel giorno che mai si cancellerà dalla mia memoria, la Madre dei peccatori, la Regina delle rose celesti, operò un gran prodigio nella persona di quel colpevole; e con un tratto di magnificenza, che Dio solo possiede, elesse quel medesimo sciagurato a promulgare le sue glorie, a fondare un Santuario ove altri colpevoli trovassero perdono e la pace. O data memorabile del ventinove maggio! Il tuo ricordo sarà oggi innanzi di gran conforto ai miseri e agli sciagurati» (3).
Inizia, quindi, un assai proficuo itinerario di discernimento spirituale, sotto la guida illuminata del redentorista Emanuele Ribera (1811-1874), all’esito del quale Longo sceglie di accantonare definitivamente tanto l’idea del matrimonio, quanto quella della consacrazione religiosa. Fra il 1869 e il 1871 si dedica quasi esclusivamente alla preghiera e alla vita ascetica, oltre che alle opere di carità. Proprio a questo tumultuoso periodo risalirebbe la sua «consacrazione» a Maria, sulle orme di san Luigi Maria Grignion de Montfort (1673-1716), che lo «spingerà» verso l’inizio della «vita di unione mistica» con Maria. Nello stesso 1871 Bartolo Longo diventa terziario domenicano con il nome di fra Rosario.
Intanto, nell’ambiente spirituale propiziato dall’opera della Volpicelli l’avvocato convertito incontra la contessa Marianna Farnararo De Fusco (1836-1924), rimasta vedova del conte Albenzio (1824-1864) in giovanissima età, con cinque figli piccoli, che di lì a poco chiederà a Longo di raggiungerla in Valle di Pompei per coadiuvarla nell’amministrazione delle proprietà ivi ereditate. Il giovane avvocato vi giunge per la prima volta nel 1872. I due convoleranno a nozze molti anni dopo, il 1° aprile 1885, per volontà espressa di Papa Leone XIII (1878-1903), e si tratterà, per accordo mutuo ed esplicito degli sposi, di un matrimonio vissuto sempre in perfetta continenza e castità. La contessa avrebbe contribuito in maniera determinante alla realizzazione dell’opera pompeiana, attraverso le sue risorse economiche, le sue molteplici amicizie e le sue idee, che spesso influenzeranno le scelte del marito.
La Valle di Pompei che Longo trova al suo arrivo versava in condizioni non dissimili da quelle di altre aree del Mezzogiorno d’Italia, soprattutto quelle più interne e periferiche che per lunghi anni, dopo l’Unità, erano rimaste isolate e senza adeguati servizi, aggravando il divario fra la «nuova Italia» e la sopravvivenza di ataviche povertà. Non migliore era la condizione dei contadini: i loro figli non avevano una istruzione, non essendoci scuole, né una formazione catechistica; in alcuni casi, avevano perfino i genitori in carcere. È proprio in questo desolante scenario umano e sociale che Bartolo Longo avvia un’opera di evangelizzazione, che sarà anche di crescita civile, creando, sulla spinta del nuovo santuario, una vera e propria città. Nella «nuova Pompei» vengono realizzate con successo, dagli ultimi decenni dell’Ottocento, straordinarie opere sociali: dai primi esperimenti di edilizia popolare per gli operai alle monumentali istituzioni educative, con un’attenzione particolare alle fasce più povere e disagiate, come i figli dei carcerati, sopperendo, con caritativo spirito cristiano, a esigenze ed emergenze sulle quali lo stesso Stato era in forte ritardo, se non del tutto assente.
Proprio in questo desolante luogo il Signore lo attendeva nell’ultimo giorno di ottobre del 1872 per rivelargli la sua volontà, pacificargli lo spirito e mettere fine alla sua «angoscia vocazionale». La narrazione più nota dell’esperienza vissuta in località Arpaia è nella dodicesima edizione della Storia del Santuario di Pompei,datata al 1890 (4). Dei particolari di questa esperienza, che segna l’inizio della sua opera apostolica in favore della devozione del Rosario, parleremo ampiamente in seguito. È certo, tuttavia, che da quella stessa esperienza Bartolo Longo avvia la sua instancabile opera volta a catechizzare i contadini. All’uopo, inizia dal ristrutturare la piccola chiesa parrocchiale del Santissimo Salvatore.
Il 13 novembre 1875 arriva a Pompei la prodigiosa immagine della Vergine del Rosario. Con il passar del tempo, però, la folla di pellegrini e devoti va aumentando, al punto che si rende necessario costruire una chiesa più grande. Su consiglio anche del vescovo di Nola, mons. Giuseppe Formisano (1811-1890), nel cui territorio diocesano cadeva allora la Valle di Pompei, il 9 maggio 1876 inizia la costruzione del nuovo tempio. L’anno seguente Longo scrive e divulga la pia pratica dei «Quindici sabati»; due anni dopo, guarisce lui stesso da una grave malattia grazie alla recita della Novena di impetrazione, che aveva personalmente composto, della quale ci saranno, immediatamente, novecento edizioni in ventidue lingue. Il 14 ottobre 1883 ventimila pellegrini, riuniti a Pompei, recitano per la prima volta la Supplica alla Vergine del Rosario di Pompei, sgorgata dal cuore di Longo sulla scia dell’enciclica Supremi apostolatus officio, del 1° settembre 1883, con la quale Leone XIII additava proprio nella recita quotidiana del Rosario il rimedio ai mali che affliggevano il mondo moderno. Nel 1884 fonda il periodico Il Rosario e la Nuova Pompei per veicolare una eco delle meraviglie che andavano compiendosi a Pompei.
Intanto, grazie a lui, intorno al cantiere della nuova chiesa va sorgendo una vera e propria cittadella con case per gli operai, il telegrafo, la stazione ferroviaria, un piccolo ospedale, l’osservatorio meteorologico e quello geodinamico. Nel 1887 fonda l’orfanotrofio, la prima delle sue opere di carità in favore di bambini e di adolescenti abbandonati. Qualche anno più tardi, il 24 maggio 1891, il cardinale Raffaele Monaco La Valletta (1827-1896) consacra il nuovo Tempio in Valle di Pompei intitolato alla Signora del Rosario. Il 5 maggio 1901 viene inaugurata la facciata della basilica, eretta con il contributo dei fedeli di ogni parte del mondo e dedicata alla pace universale per volontà di Longo, quasi presago degli sconvolgimenti bellici che avrebbero insanguinato il secolo nascente.
Il 9 febbraio 1924 muore la contessa Marianna, mentre Bartolo Longo si spegne, ottantacinquenne, il 5 ottobre 1926. Due anni dopo, grazie all’impegno di fratel Adriano di Maria dei Fratelli delle Scuole Cristiane, al secolo Enrico Celentano († 1928), che aveva proseguito il lavoro dell’avvocato, Pompei viene riconosciuta come comune autonomo. L’opera di Longo ha avuto il suo primo, solenne riconoscimento con la beatificazione da parte di san Giovanni Paolo II (1978-2005), avvenuta il 26 ottobre 1980, e il suo coronamento con la canonizzazione disposta da Papa Francesco dalla speciale «cattedra» dell’Ospedale Gemelli, come il Pontefice ha voluto definirla, il 25 febbraio 2025, e compiuta da Leone XIV il 19 ottobre successivo.
La carità sociale
A poco a poco, il santuario di Pompei è sempre più conosciuto tra i fedeli di ogni parte di Italia e del mondo, che vi accorrevano per chiedere le più disparate grazie. Intorno al 1890 l’avvocato Longo matura quella che ancora oggi è considerata la sua intuizione più originale, il voto del suo cuore: non solo credere nella possibilità di recupero dei figli dei carcerati, ma scommettere sul fatto che essi, a loro volta, avrebbero potuto salvare i loro genitori dallo stato di abbandono morale e sociale. Nel 1892, sull’onda di tale ispirazione, viene posta la prima pietra dell’Ospizio per i figli dei carcerati, retto, a partire dal 1907, dai Fratelli delle Scuole Cristiane. Dopo appena sei anni gli allievi erano già oltre cento. Il primo ragazzo accolto, un calabrese, diventerà sacerdote.
Qualche anno prima, nel 1885, Longo aveva intrapreso un viaggio attraverso l’Italia per promuovere la sua opera e ciò gli aveva permesso di entrare in contatto con san Giovanni Bosco (1815-1888) e con le opere sociali di san Leonardo Murialdo (1828-1900) e di san Giuseppe Cottolengo (1786-1842) a Torino. Esempio personale, istruzione, esortazioni, carità, pazienza, tolleranza e fermezza senza durezza, dovevano divenire i punti di un orientamento educativo e pedagogico anche delle sue opere.
In seguito, saranno accolte a Pompei anche le figlie dei carcerati, affidate alla cura delle Suore Domenicane Figlie del Santo Rosario di Pompei, fondate sempre da Longo nel 1897. Il 4 agosto di quell’anno, infatti, Longo e la consorte Marianna avevano fatto richiesta al cardinale Camillo Mazzella (1833-1900), vicario pontificio per il santuario di Pompei, di erigere canonicamente la nuova congregazione, approvata ufficialmente il 25 agosto.
Sarebbe riduttivo inquadrare Longo come un semplice, per quanto grande, promotore della devozione mariana. La sua storia è un potente esempio di riscatto sociale, di lotta contro la miseria e di profezia evangelica incarnata nella realtà di un Sud povero e dimenticato. Il suo nome non rappresenta solo il santuario di Pompei, ma una rivoluzione spirituale e sociale che avrebbe trasformato per sempre una terra segnata dall’abbandono in un centro di carità, cultura e speranza per migliaia di persone. Un aspetto sorprendente dell’opera longhiana è stato fin da subito quello della straordinaria attualità del suo carisma. In oltre un secolo, le opere sociali da lui realizzate hanno accolto, preparato alla vita e a un lavoro migliaia di ragazzi e ragazze. Vicino agli asili sorti per i figli dei detenuti, agli oratori per il catechismo e alle «case operaie» del 1887, Bartolo Longo costruirà tre istituti per ospitare i minori disagiati del suo tempo.
Molti furono i plausi, ma non mancarono le critiche, soprattutto da parte di «alcuni positivisti», come Cesare Lombroso (1835-1909), sostenitore della predisposizione alla delinquenza in base ai caratteri genetici ed ereditari dell’uomo. Su questo argomento si svolse un duello verbale fra Lombroso e Bartolo Longo. I loro assunti divergevano, in particolare, in merito al libero arbitrio e alla possibile rieducazione dei condannati. La scuola positiva aveva esasperato la figura del «criminale irrecuperabile». Di contro, Di contro, Longo assumeva che una scienza nemica della verità non era vera scienza, perché non autenticamente al servizio dell’umanità.
Per muoversi sullo stesso piano delle indagini di Lombroso, così da poterle confutare, Longo seguì un procedimento di tipo sperimentale-analitico: prese a redigere delle descrizioni accurate dei fanciulli dell’Opera pompeiana, secondo le contemporanee teorie dell’antropologia criminale, annotando in vere e proprie schede cliniche le caratteristiche fisiche, comportamentali, i progressi compiuti, gli ostacoli incontrati e utilizzando, come strumento di documentazione, la fotografia (5). Faceva fotografare i bambini al loro arrivo negli ospizi, documentando con successive immagini i progressi educativi e lavorativi. A chi gli chiedeva il perché di tutto ciò era solito rispondere: «Io non li guardo in faccia né sul cranio. Solamente mi accerto se sono reietti e innocenti abbandonati; li stringo al cuore e comincio a educarli» (6).
Queste parole erano la conseguenza del suo scorgere in ogni uomo una creatura irripetibile di Dio, con il suo corredo di diritti inalienabili, fra i quali quello di non dover subire a vita le conseguenze di uno stigma sociale all’epoca gravosissimo, quello di essere figli di un galeotto. Da qui, soprattutto, derivava il loro diritto a poter contare su una opportunità di effettivo riscatto sociale attraverso l’educazione e la formazione morale, sociale, umana. Alla base della visione pedagogica longhiana, oltre e al di là della visione sostanzialistica dei diritti legati alla dignità personale di ogni soggetto, troviamo un focus incentrato sulla riabilitazione sociale anche del genitore reo, per opera del figlio definitivamente recuperato al senso cristiano e civico della vita, chiamato a divenire propulsore della gigantesca opera di rinnovamento sociale che aveva inaugurato. Infine, una particolare attenzione veniva posta sul lavoro e sullo studio come specifici strumenti per rendere più umani ed efficienti la preparazione professionale e l’ingresso nel mondo. Tutto ciò, però — mezzi pedagogici, accorgimenti psicologici, formazione morale e religiosa e ogni altro strumento educativo —, trovava una sintesi suprema in quello che Longo amava definire il «suo segreto», ovvero l’incontro con Cristo, al quale mirava a condurre i suoi piccoli, a conferma del suo cristocentrismo.
La carità spirituale
Tornando all’esperienza interiore vissuta in contrada Arpaia nell’ultimo giorno di ottobre del 1872, essa, si è detto, si situa all’inizio dell’ispirazione e dell’intera opera pompeiana del santo. La tristezza che affliggeva in quel periodo l’animo di «don Bartolo» non sembrava potersi qualificare come uno stato psichico meramente legato alle relazioni contingenti — persone, mondo —, ma aveva i tratti di una tristezza «secondo Dio» (7). Bartolo Longo cercava intensamente Dio, perché evidentemente Dio si era come «nascosto» al suo cuore. Pertanto, egli desiderava ardentemente un segno della misericordia di Dio, che gli desse la certezza di essere sulla strada giusta. Era consapevole, infatti, che «Dio solo poteva saziare le inquiete voglie di un cuore dilacerato da tante e focosissime passioni» (8). Dagli studi effettuati risulta che l’avvocato ebbe a vivere, già da prima del suo arrivo in Valle di Pompei, un cammino di perfezione passando attraverso i tre stadi classici della purificazione, dell’illuminazione e dell’unione, caratterizzati dalla presenza mariana, propiziata a sua volta dalla devozione e della recita del Rosario, come ancora sottolineato da Salvatore Sorrentino. Tuttavia, la locutio interior che ebbe in quel dì fu certamente una esperienza che si situa in uno stadio mistico superiore.
L’esperienza veniva così raccontata: «In cotanta tenebra d’animo una voca amica pareva mi sussurrasse all’orecchio quelle parole, che io stesso avevo letto, e che di frequente mi ripeteva il santo amico dell’anima mia, ora defunto: Se cerchi salvezza, propaga il Rosario. È promessa di Maria. Chi propaga il Rosario è salvo» (9). Si trattava di una conferma divina a quanto Longo già ben sapeva, per averlo prima appreso dai libri di spiritualità e poi ascoltato dalle labbra di padre Radente. All’invito sarebbe seguito l’assenso di Longo a divenire apostolo del Rosario presso tutte le genti. Da tutto ciò che queste parole «provocano» immediatamente nella sua vita si può esser certi che egli ricevette da Dio il dono di vivere una «locuzione interiore sostanziale»: Dio, attraverso quelle parole, si manifestava al suo cuore operando una trasformazione estemporanea, definitiva, integrale. In nessuno degli scritti di Bartolo vi è, tuttavia, una descrizione dell’esperienza di contrada Arpaia in cui si faccia riferimento ad apparizioni o a visioni della Vergine, ragione per cui siamo certamente di fronte a un fenomeno di locutio interior.
Riferendosi alle parole ascoltate, Bartolo Longo affermerà: «Questo “pensiero” fu come un baleno che rompe il buio di una notte tempestosa» (10). La parola «pensiero» associata a «voce» rimanda chiaramente a una «voce interiore». I segni immediatamente tangibili di questa trasformazione, che si rendono presenti soprattutto dopo il suo assenso, sono di ordine psicologico: alla tristezza, al pensiero assillante, al buio, alla lotta interiore, che tormentano il suo animo prima dell’evento, faranno seguito la «luce», la «calma» e la «pace»: «Con l’audacia della disperazione sollevai la faccia e le mani al cielo e rivolto alla Vergine gridai: “Se è vero che tu hai promesso a S. Domenico che chi propaga il Rosario è salvo, allora io mi salverò perché non uscirò da questa Valle di Pompei senza aver propagato il Rosario”. Nessuno rispose: silenzio di tomba mi avvolgeva dintorno. Ma da una calma che repentinamente successe alla tempesta dell’animo mio, inferii che forse quel grido di ambascia sarebbe un giorno stato esaudito» (11). In effetti, ciò che forse maggiormente contribuisce a «raccontare» quello che realmente ebbe a verificarsi nel cuore di Bartolo Longo in «quel memorabile mattino» del mese di ottobre del 1872 è proprio il carattere assolutamente straordinario dell’opera che ne è scaturita e che noi ancora oggi possiamo contemplare.
La carità intellettuale
La carità intellettuale di Longo è stata sempre declinata come passione per l’uomo, come amore per la sua elevazione morale e spirituale, come carità e servizio, come lavoro volto a procurare ai fratelli luce sul cammino della vita, nella convinzione che la fede allarga l’orizzonte del pensiero ed è via alla verità piena. La questione della Verità e dell’Assoluto — la questione di Dio — non fu mai per lui un’investigazione astratta, avulsa dalla realtà del quotidiano, ma una domanda cruciale, da cui far dipendere radicalmente la scoperta del senso del mondo e della vita, propria e altrui. Il sapere della fede doveva illuminare la ricerca dell’uomo, integrandola in progetti di bene, strappandola alla tentazione del pensiero calcolatore, che strumentalizza il sapere e fa delle scoperte scientifiche mezzi di potere e di asservimento dell’uomo.
L’unica sua preoccupazione, la sola urgente necessità fu quella di favorire la diffusione della verità presso gli altri, accedendo a tutti i mezzi allora possibili: innanzitutto la stampa e l’arte, la corrispondenza e il consiglio sempre offerto, infine, l’amicizia di una schiera innumerevole di santi, come Caterina Volpicelli, Ludovico da Casoria O.F.M.Disc. (al secolo Arcangelo Palmentieri, 1814-1885), Giovanni Bosco, Filippo Smaldone (1848-1923), Luigi Guanella (1842-1915), Francesca Saverio Cabrini (1850-1917), Annibale Maria Di Francia (1851-1927), Luigi Orione (1872-1940), Giuseppe Moscati (1880-1927), Pio da Pietrelcina O.F.M. Cap. (al secolo Francesco Forgione, 1887-1968). Fu la necessità sia di far conoscere la dottrina vera, ortodossa, sia di veicolare ciò che accadeva a Pompei a indurre Bartolo Longo a intraprendere la strada dei media allora esistenti. Attività per la quale si preparò scrupolosamente, andando a scuola dai migliori letterati del tempo e utilizzando, con intuizione geniale per l’epoca, la stampa come mezzo di diffusione e divulgazione della devozione alla Vergine del Rosario di Pompei.
La sua ampia attività pubblicistica comprende alcune decine di opere e iniziative editoriali — a cui si aggiunge una vasta produzione manoscritta, per gran parte ancora inedita —, raggruppate in sei sezioni: gli Scritti Storici, che comprendono scritti d’occasione e religiosi; gli Scritti Spirituali, che spaziano dalla preghiera mariana alle varie raccolte e manuali di preghiere e meditazioni; gli Scritti Pedagogici, incentrati sulla straordinaria esperienza con i figli dei carcerati; gli Scritti Letterari, che comprendono il volume Vie meravigliose della Provvidenza e la collana delle Piccole Letture; l’Epistolario, ovvero la sua vasta corrispondenza, con migliaia di testimonianze di grazie ricevute, nonché i rapporti con la Santa Sede, i santi della sua epoca, i Fratelli delle Scuole Cristiane, le Figlie del Santo Rosario di Pompei; e, infine, i Quaderni dell’anima, che raccolgono suoi manoscritti, con appunti personali e spirituali.
Chiosando un volume della propria biblioteca, Bartolo Longo scriveva: «Qual è la mia vocazione? Scriver di Maria, far lodare Maria, far amare Maria» (12) E così fu, se è vero che i suoi scritti mariani, e più in generale spirituali, hanno istruito migliaia, forse milioni di persone, servendo, in molti casi, alla formazione religiosa e civile dei credenti, alla nascita di vocazioni sacerdotali e religiose e all’impegno dei laici in movimenti cattolici. Bartolo Longo ha testimoniato la verità di tutto quanto ebbe a scrivere e a divulgare con la sua esemplare testimonianza di vita e la sua infaticabile opera missionaria e apostolica.
Note:
1) Eufrasio M.[aria] Spreafico B. (1887-1957), Il servo di Dio Bartolo Longo, 2 voll., Pompei (Napoli) 1944, vol. I, La preparazione (1841-1872), p. 64.
2) Bartolo Longo, I Quindici Sabati del SS. Rosario. Divozione efficacissima ad ottenere qualunque grazia, 4a ed. accresciuta e corretta dall’A., 2 voll., Tipografia e Libreria di Andrea e Salvatore Festa, Napoli 1883, vol. I, pp. 11-12.
3) Ibid.,p. 18.
4) Cfr. Idem, Storia del Santuario di Pompei dedicato alla Vergine SS. del Rosario, 2a ed., Scuola Tipografica Editrice Bartolo Longo, Valle di Pompei (Napoli) 1890. Le citazioni riportate in questo articolo sono tratte dall’edizione integrale online nel sito web <http://www.istitutoaveta.it/menustoriasantuariobl.html>, consultato il 31-10-2015.
5) Cfr. Mario Presciuttini, Bartolo Longo e l’emarginazione sociale, in Francesco Volpe (a cura di), Bartolo Longo e il suo tempo. Atti del convegno storico promosso dalla Delegazione Pontificia per il Santuario di Pompei sotto l’alto Patronato del Presidente della Repubblica, 24-28 maggio 1982, 2 voll., Edizioni di Storia e Letteratura, Roma 1983, vol. I, pp. 397-401.
6) B. Longo, Soavi reminiscenze. La sfida, in Il Rosario e la Nuova Pompei, Pompei 1887, pp. 213-214.
7) Cfr. Salvatore Sorrentino, Nel silenzio il sussurro di una voce. L’itinerario spirituale di Bartolo Longo, Effatà, Cantalupa (Torino) 2022, Introduzione.
8) B. Longo, Storia del Santuario di Pompei, edizione integrale online, cit., Libro secondo, p. 57.
9) Ibid., p. 59.
10) Ibidem.
11) Ibidem.
12) B. Longo, Nota autografa ritrovata a margine di una pagina del VII volume dell’opera del gesuita francese Giovanni Croiset (1676-1738), Esercizi di pietà per tutte le domeniche e feste mobili dell’anno (ed. nuovamente riveduta e corretta, Bartolini, Livorno 1848).
