C’è qualcosa di molto importante da custodire dopo le polemiche dei giorni scorsi
di Marco Invernizzi
Il Presidente Donald Trump è riuscito con un solo breve intervento a creare un disagio universale destinato a rimanere nel tempo, uno di quei pochi episodi che non si dimenticheranno facilmente e rimarranno nella storia, anche nella nostra società fluida e superficiale.
Il motivo è che ha attaccato una delle tre “bianchezze” che per un cattolico dovrebbero rappresentare (il condizionale purtroppo è d’obbligo) i tre fondamentali dell’essere cattolico: l’Ostia, la Vergine Maria, il Papa, tutti caratterizzati dal colore bianco anche per il contesto storico in cui nacque questa espressione. E lo ha fatto non per dissentire da un aspetto della diplomazia pontificia o soltanto per una presa di posizione del Pontefice sgradita, ma con un linguaggio e un approccio che non lasciano spazio a distinguo, o a giustificazioni di sorta. Lo ha fatto sbagliando il bersaglio, perché i Papi chiedono la pace per definizione, e in più Trump lo ha fatto “male”, lasciando cioè trasparire un rancore indegno di un Capo di Stato, ma anche di un uomo ragionevole.
Ora la cosa non è di quelle che, purtroppo, si possono chiudere facilmente e velocemente. Il mondo anti-occidentale si è avventato come un toro assetato di sangue contro gli Stati Uniti guidati da un Presidente “conservatore”: fa una certa impressione leggere i titoli dei giornaloni laicisti italiani in difesa del Papa “aggredito” e “oltraggiato” da parte di un Presidente americano. Ma fa ancora più impressione valutare le conseguenze politiche di un gesto sconsiderato: oggi il mondo appare diviso fra le peggiori dittature, comuniste o islamiste, comunque fondamentaliste, che sembrano stare accanto al Papa, e dall’altra parte l’unica democrazia fra le superpotenze, in rotta di collisione con il capo della Chiesa universale, vescovo di Roma e Patriarca d’Occidente.
Così la situazione è diventata complicata. Donald Trump non è soltanto il Presidente Usa, ma anche il capo MAGA, cioè di quel movimento nazionalista che in nome dello slogan America first ha cambiato il volto del Partito repubblicano e del movimento conservatore in qualche modo in tutto il mondo.
Il conservatorismo dell’epoca del Presidente Reagan, quello di Russell Kirk (1918-1994) per intenderci, sembra ridotto a occupare posizioni marginali nel conservatorismo americano.
Gli effetti sul conservatorismo mondiale sembrano essere micidiali per la sua sopravvivenza. Intanto molti, noi compresi, non capiscono perché non occuparsi anche della difesa del popolo ucraino aggredito. L’Ucraina non merita di essere difesa nel suo diritto di “entrare in Europa”, o questo è soltanto un desiderio locale che non riguarda l’America?
Per tredici anni, come Alleanza Cattolica abbiamo difeso Papa Francesco da attacchi dissennati di chi pretendeva che un cattolico potesse trattare il Papa come un qualsiasi leader politico, dimenticandosi che il Vicario di Cristo è appunto uno dei fondamenti della Chiesa: è il Papa, chiunque esso sia, pur con i suoi limiti e difetti comuni a tutti gli uomini. Trump non è cattolico e non si può forse pretendere da lui ragionamenti troppo sofisticati che riguardino la teologia della Chiesa. Tuttavia, è una figura decisamente centrale per il conservatorismo mondiale, anche se probabilmente non si ritiene tale e certamente non è un conservatore nel senso classico del termine.
Confesso che mi preoccupano soprattutto le conseguenze culturali, di medio e lungo termine, di quanto accaduto con le dichiarazioni del Presidente Trump. Ancora una volta mi sono parse ragionevoli le parole di Giorgia Meloni: equilibrate, “testardamente occidentali”, cioè rivolte a non rovinare l’alleanza fra Italia e Usa, nonostante la difficoltà del momento, anche se non sono apparse sufficienti a impedire una critica di Trump anche a lei e al governo italiano.
Tuttavia, bisogna anche aspettare che l’emotività si riduca e, così, a mente fredda, affrontare alcuni dei nodi esposti dal presidente americano, che ha utilizzato uno stile violento e irragionevole, veramente inaccettabile, nodi che tuttavia rimangono ben visibili.
La bomba atomica nelle mani di un regime che sostiene il terrorismo come la Repubblica islamica, ad esempio, è un problema per tutto il mondo. Il desiderio di libertà del popolo iraniano va sostenuto in ogni modo, anche se il Presidente Trump dovrebbe accordarsi con se stesso, quando incita gli iraniani a ribellarsi e poi minaccia di fare scomparire una civiltà millenaria, che è stata la vittima principale del regime fondamentalista inaugurato a Teheran 47 anni fa. La sicurezza di Israele è un tema altrettanto importante quanto la libertà e la sopravvivenza del popolo palestinese. E infine la guerra, soprattutto oggi, va scongiurata in ogni modo per i motivi che la Chiesa ricorda almeno dall’enciclica Pacem in Terris (1963) di san Giovanni XXIII, ma non si può negare, a chi possiede la forza, il diritto e il dovere di perseguire una “pace giusta”, cioè che non sia l’accettazione della violenza e del terrore. Così come non si può impedire a uno Stato, come quello ucraino, di difendersi.
E allora? Mala tempora currunt. Le esternazioni del Presidente Usa sono il segno di quanto la rivoluzione antropologica abbia intaccato le relazioni fra gli uomini, anche quelle diplomatiche, che pur dovrebbero essere più garantite. Il mondo, anche il mondo occidentale nel quale viviamo, vive una profonda crisi, antropologica anzitutto. Ritrovare i valori di sempre, incarnarli nella vita delle persone e poi delle nazioni, può essere la via della rinascita sociale.
Il conservatorismo non è l’ideologia di un momento, neppure di una persona, per quanto potente ella sia. Non può e non deve seguire le ambizioni di chi mette soltanto la “sua America” al centro e al di sopra di tutto.
Il conservatorismo del futuro potrà sopravvivere ai capricci e agli errori degli uomini solo se saprà guardare all’eterno e lì trovare il senso della sua proposta.
Venerdì, 17 aprile 2026
